Chianti Rufina: i vini d’antan erano più veri dei vini di oggi?

E’ stato tremendamente interessante, intrigante e divertente – e non solo per l’incontro (leggi) con il teorico del vino frutto che frutta sceso in missione pastorale per coltivare il proprio vinoso orticello – scendere tra Firenze e Rufina, a metà novembre, per una due giorni dedicata a quello che, innegabilmente, è “il Chianti più alto”, quello maggiormente in grado di esprimere, nelle sue migliori forme, la purezza del Sangiovese di…montagna.
Scendere nella zona della Rufina, come sarebbe più giusto chiamare il vino, senza ridurlo allo status di “altro Chianti”, è stato istruttivo per capire come una zona di produzione, seppure piccola, con i suoi 750 ettari iscritti all’Albo che in prospettiva futura, nei prossimi anni, diventeranno circa mille, possa evolvere verso forme e stilistiche diverse che potrebbero, paradossalmente, rivelarsi meno interessanti, se non commercialmente, rispetto a quelle del passato.
In due giorni abbiamo degustato sei vini d’antan, anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta, quando i vigneti non erano specializzati e accanto al Sangiovese si utilizzavano anche piccole quote di Colorino, Canaiolo, Malvasia Nera e addirittura uve bianche (ed i vitigni migliorativi internazionali erano ancora da venire) e 27 vini di oggi, annate 2006 e 2005 riserva.
Bene, passo per un provocatore, per un laudator temporis acti, per un nostalgico che afferma che si stava meglio quando si stava peggio, se vi confesso che le grandi emozioni, quelle che giustificano una trasferta di tanti chilometri e ti fanno dire che sarebbe stato un peccato mancare, mi sono venute soprattutto o quasi esclusivamente dai Chianti Rufina d’antan? So bene che ai vini di oggi, molti dei quali ancora “wine in progress”, alcuni addirittura campioni da botte, occorre dare tempo, che un tipologia come i Rufina non presenta mai (salvo alcuni casi paradossali, vere e proprie “case histories”) una prevalenza succosa del frutto sugli aspetti, relativi ad acidità e tannini, che compongono l’identità del vino.
Eppure, anche prendendo con beneficio d’inventario e con capacità di proiettarsi in avanti nel tempo e prevedere l’evoluzione dei vini, la degustazione, è innegabile che svariati Rufina di oggi si presentino diversi, molto diversi, ed in maniera preoccupante-inquietante, dai Rufina, quei giovanotti in splendida forma (e gli altri che mi è capitato di assaggiare più volte alla Fattoria Selvapiana) d’antan.
Queste preoccupazioni e perplessità le esprimo in un articolo (leggi), preludio ad almeno un paio di altri, dove darò dettagliatamente conto delle due degustazioni e delle momentanee conclusioni cui sono arrivato, che ho pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. (vedi) e di cui mi piacerebbe sapere cosa pensate.

0 pensieri su “Chianti Rufina: i vini d’antan erano più veri dei vini di oggi?

  1. Caro Ziliani, non sono sicuro che questo commento abbia pertinenza con quanto da Lei proposto, comunque eccomi a dire la mia.
    Recentemente mi sono avvicinato a Velier ed ai suoi prodotti andando a due cene degustazione.
    Riassumendo molto grossolanamente, il titolare della Velier, imputa la nuova scarsa longevità dei vini italiani (anche i grandi) all’abuso di trattamenti chimici in vigna, alle tecniche di cantina invasive e principalmente all’uso di lieviti non provenienti dal vigneto stesso.
    Su questo punto lui è molto duro, parlando di quasi duopolio dei lieviti da parte di multinazionali che avrebbero un vero e proprio catalogo dei sentori da poter ottenere da ciascun lievito prodotto.
    Questi tre fattori, chimica in vigna + cattive tecniche di cantina + lieviti non autoctoni, renderebbero i vini molto meno longevi, molto simili fra loro e perdenti le caratteristiche proprie del tipo di uve utilizzate per realizzarli e del territorio o terroir di produzione.

    Chiedo preventivamente scusa nel caso ne aveste già parlato ma credo che su questo tema se ne discuta (volutamente?) poco.

    Sono uscito fuori tema?
    Lei cosa ne pensa ?

  2. Indubbiamente le emozioni che suscitavano i vini buoni (e ce ne’erano pero’ pochini…) di una volta erano davvero straordinarie. Gusti e aromi che difficilmente si incontrano ancora oggi, dove pero’ di vini buoni ce ne sono molti di piu’. Intanto farei una distinzione tra bianchi e rossi, mettendo fra i bianchi anche gli spumanti ed i passiti. per i bianchi una qualita’ come quella odierna non c’e’ mai stata, la tecnologia ha fatto bene, anzi benissimo. Per i rossi, invece, diventa ancora piu’ difficile di una volta trovare vini emozionanti, se non quasi impossibile, ma la qualita’ dell’imbottigliato in genere e’ cresciuta, quanto meno ci sono vini molto piu’ sani. Personalmente l’ultima annata piemontese in ordine di tempo che mi ha emozionato e’ stata il 78 del Barbaresco, in particolare un vino fatto da uve del vigneto Gallina da don Giuseppe Cogno, l’indimenticato Parroco di Neive, mentre l’ultima in assoluto e’ stata l’88 del Salice Salentino riserva, in particolare un vino fatto da un altro indimenticabile, Cosimo Taurino. Non ci sono Chateau Petrus, Cheval Blanc o Mouton Rotschild che tengano, forse solo la Romanée Conti regge qualche volta al paragone. Sempre se si parla di emozioni.

  3. preoccupazioni e perplessità condivisibili e condivise. senza scendere nei dettagli della degustazione di villa medici a firenze, a tavola avrei barattato volentieri le riserve attuali con almeno un paio di bottiglie di vecchie annate. inoltre solo sui vini di un paio di produttori scommetterei su un futuro da grandi vini invecchiati. af

  4. Credo che la questione sollevata da Vignadelmar sia assolutamente condivisibile. E’ vero che i vini oggi sono più puliti, come dice Mario Crosta, ma dal punto di vista dei difetti dovuti alle possibili ossidazioni e virosi, non certo dal punto di vista della gamma cromatica e di profumi, dove la tecnica ci va spesso giù pesante. E’ ovvio che un vino costruito non può emozionare perché viene sovrastato, schiacciato, privato della sua anima per diventare un oggetto finalizzato al commercio. I vini di un tempo erano più legati al rapporto fra l’uomo, la terra e le sue tradizioni, a volte anche errate, ma sicuramente più vere, sincere. E’ meglio un vino imperfetto con l’anima o un vino perfetto senza carattere? Io non ho dubbi.

  5. Sì, Roberto, concordo pienamente, hai fatto una precisazione puntuale e dovuta al mio pensiero. Aggiungerei in proposito che il vino perfetto non esiste. Il vignaiolo nel farlo si fa un culo tanto, sano o malato se ne va in vigna, non gli pesa se e’ festa o un giorno feriale, insegue aromi, profumi, sapori che appartengono alla sua donna, quella che ha in cuore ed in testa e speriamo anche a letto, bellezza all’acqua e sapone, senza trucchi ne’ lingeries che tengano, nuda e cruda ma tanto bella anche se ha un neo da qualche parte. Il resto sta solo nei film… e su Wine Spectator!

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