Italia: una Dolce Vita amara anche per il Times…

Provate a leggerli integralmente, recuperati on line tramite questi links (New York Times quiThe Times qui), i due articoli che nel giro di dieci giorni hanno lucidamente e impietosamente messo a fuoco il malessere, macché, il declino cui la nostra povera Italia è tristemente destinata.
In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment, strillava il New York Times una decina di giorni fa con il suo corrispondente da Roma Ian Fisher. La Dolce vita turns sour as Italy faces up to being old and poor, replica ieri da Londra l’autorevole (si dice sempre così) The Times per la penna del suo corrispondente Richard Owen, che già nel 2006 (leggi qui) aveva scritto cose analoghe.
Provate a dar loro torto, come ha fatto subito, con la consueta miopia, larga parte della nostra classe politica, anche ai livelli più alti, provate a liquidare questi due articoli, documentati, seri, circostanziati, come catastrofisti, anti-italiani, qualunquisti!
Hanno clamorosamente ragione i due colleghi Fisher e Owen, offrendo un ritratto dell’Italia di oggi, triste, preoccupata, senza slanci, senza entusiasmi, seriamente preoccupata per l’oggi e per il domani, senza progetti seri, rassegnata, destinata ineluttabilmente al declino, che è proprio quell’immagine dell’Italia alla quale ognuno di noi, a meno di volersi tenere larghe fette di mortadella (non sto parlando di Prodi ovviamente) sugli occhi si trova quotidianamente davanti.
Ha perfettamente ragione la grande stampa internazionale a dipingerci in grande difficoltà e poi in declino.E ancor più ragione non puoi che darle quando visiti l’edizione on line di quello stesso Corriere della Sera che giustamente (vedi) dedica una cronaca a quanto scritto dal Times e leggi Esodo di Natale. 15 milioni di auto in viaggio, e quando passato a Kelablu scopri con sgomento (leggi) quanto costeranno i cenoni di fine anno in alcuni ristoranti stellati e come i posti disponibili stiano andando a ruba.
Sarò una Cassandra anche in questo caso, ma come non pensare che la nostra povera, amatissima Italia sia proprio come il salone delle feste del Titanic, mentre la grande nave, tra lussi, sfarzi e musica stava colando a fondo negli abissi? Beh, Buon Natale, e godiamocela, finché possiamo…

0 pensieri su “Italia: una Dolce Vita amara anche per il Times…

  1. caro Ziliani, che l’Italia sia in declino – verità inoppugnabile – non è certo dimostrato dal fatto che c’è gente disposta a spendere 300 o 500 euro per un cenone. Allora dovrebbero essere in declino Spagna, Regno Unito, Usa, Australia e tutti i Paesi gastronomicamente evoluti. Preoccupiamoci invece delle autostrade che non cambiano i cartelli verdi da 30 anni, del declino delle compagnie di bandiera, del vuoto della classe politica. Ma soprattutto preoccupiamoci della piazza, che è esatto specchio del palazzo. Giovanni

  2. Altro che cassandra, Franco, questo sembra davvero il salone delle feste del Titanic. Il nostro è un paese malato, culturalmente e moralmente prima ancora che economicamente. “Sviluppo senza progresso”, profetizzava qualcuno tanti anni fa: ecco cosa accade all’Italia di oggi, dove soldini ce ne sono ancora tanti ma etica, passione, entusiasmo, onestà e solidarietà sono merce sempre più rara. Merce rara ma non inesistente, aggiungo però io tanto per lasciare spazio alla speranza, perché in giro vedo diversi “luoghi di resistenza” come le corsie degli ospedali nelle quali si trovano ancora umanità, capacità e spirito di sacrificio a dispetto delle carenze strutturali, come le associazioni di volontariato frequentate da gente che passerà la notte di Natale e l’ultimo dell’anno a donarsi a chi è meno fortunato anziché sputtanare 500 Euro ad un cenone. L’italia di fine 2007, non dimentichiamolo, è anche il luogo dei filmati di You Tube che ci mostrano una scuola a pezzi e fanno notizia con motorini, bullismo e spogliarelli, mentre ciò che non fa notizia è l’impegno quotidiano di tanti bravi insegnanti che fanno il possibile per assolvere al meglio il loro compito di formatori ed educatori. Loro non finiscono su You Tube né al Tg5 però ci sono, non dimentichiamolo mai. Anche se questo non toglie molto alla gravità del momento che stiamo attraversando. Insomma, arrabbiamoci e indignamoci ma non perdiamo la speranza, perché allora sarebbe finita per davvero. Come sarebbe finita se negassimo l’evidenza di un pericoloso declino: l’Italia è malata e ha bisogno di cure, non di venditori di fumo che stanno lì a raccontarci che tutto va bene e che i giornalisti stranieri scrivono stupidaggini per invidia.

  3. caro Marco, a minimizzare in qualche modo quanto affermato dal New York Times e ad invitare ad un generico ottimismo (della volontà, come diceva Craxi, o dello “stellone” italico?) sono state, purtroppo, anche le massime cariche dello Stato. Leggi cosa riportava dieci giorni fa il Corriere della Sera:
    http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_14/ny_times_italia_triste_61294208-aa11-11dc-abc2-0003ba99c53b.shtml
    Analisi più lucide sarebbero più gradite da persone con quelle responsabilità…

  4. Caro Franco,
    mi permetto di rilanciare. Perchè se da un lato il declino (o, meglio, l’intrinseco intristimento, che è cosa diversa) del nostro Paese è sotto gli occhi di tutti, dall’altro non mi sembra che altrove si stia molto meglio. E quindi all’onestà intellettuale di riconoscere il nostro malessere mi viene da appaiare la constatazione dell’identico malessere altrui. Per dirla tutta: l’Italia non è che una tessera di un sistema in declino, quello occidentale. Che poi gli inglesi, con la povera spocchia che li contraddistingue, come al solito si divertano a fare le pulci agli italiani, poco cambia, come nella parabola del cencio che dà di straccio allo straccio. Anche delle superciliosità americane me ne faccio poco o nulla, se penso al pulpito da cui provengono. Il fatto è che noi italiani, afflitti dall’ultracinquantennale complesso di inferiorità reso endemico da una classe politica per sua natura inciuciona e compromissoria, incapace di difendere la dignità nazionale, tendiamo a restare paralizzati dalle critiche altrui, incapaci a nostra volta sia di rispondere per le rime (e di rime su inglesi, americani e francesi ce ne sarebbero tante, da fare) che di prendere coscienza dei nostri limiti e iniziare a risolverli. Il nostro declino, che è europeo, è innanzitutto culturale e forse addirittura antropologico. Un mondo livellato in cui le differenze – valore imprescindibile di ogni ordine naturale – vengono percepite come nemici da abbattere nel nome dell’omologazione (del vino, del gusto, dei consumi, dei redditi, della lingua, dei titoli di studio, delle etnie, persino dell’identità sessuale) e di un malinteso principio di uguaglianza che ci ha comodamente trasbordato dai vaneggiamenti giacobini al pensiero unico e alla proletarizzazione del consumatore: un ossimoro che chiude il cerchio e rende perfetto il meccanismo. Un meccanismo di per sé declinante di cui noi italiani siamo senza dubbio parte e di cui esprimiamo, coerentemente ai caratteri nazionali, un certo modo di manifestarsi, una spigolatura. Ma non siamo i soli ad avere le convulsioni. Vogliamo parlare dei predicanti postblairisti, ormai valletti dei loro ex coloni americani? Vogliamo parlare del vuoto pneumatico dei cugini francesi, bravi solo nel gabellare il riflesso condizionato della loro autoreferenzialità per presunta superiorità? Non mi addentro nel grigiore tedesco né in quello nordico, né mi attardo nel commentare l’allegro quanto superficiale benessere spagnolo e l’effimera sbornia capitalistica degli ex paradisi comunisti. Ognuno di questi Paesi conserva la sua anima, le sue eccellenze, i suoi declini. Ma, tutti trasformati in massa consumatrice dalla grande bugia comunitaria (che, con la panzana dell’utopia unitaria, ci ha buttati dentro un immenso supermercato), ogni nazione annaspa nella brodaglia della propria uguaglianza. La stessa che il politicamente corretto chiama integrazione che in sostanza significa abolizione delle differenze.
    Noi italiani, che in tutto ciò abbiamo molto da perdere in termini di storia, cultura, identità, tradizioni, annaspiamo forse (e per fortuna) in modo più appariscente degli altri. Tanto da attirare l’attenzione di qualche Catone d’oltremanica o d’oltreoceano.
    Facciano pure. Noi consoliamoci guardando le loro non minori miserie e ricordandoci dei proverbiali capponi di Renzo.
    Buon Natale, Stefano

  5. Ancora una volta concordo e sottoscrivo, anche se resto dell’idea che i due articoli siano impeccabili e incontestabili. Pensavo proprio ieri sera al “malinteso principio di uguaglianza”, al dialogo tra culture diverse, alla civile convivenza, ai pregi del melting pot, quando ieri sera ancora alle 23.30 i miei “simpatici” vicini di casa peruviani facevano fiesta suonando, cantando, ballando come se fossero a casa loro (lo sono davvero, purtroppo) fregandosene altamente dei vicini. L’Italia di oggi é, anche, questo…
    ha detto bene il Sindaco di Milano: “mettiamo un freno all’inutile buonismo” http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=229576

  6. Cominciamo a spegnere quel baraccone devastante che e’ la televisione…..per conto mio ad esempio sono molto perplesso dall’andare ad un programma nazionale a presentare il libro dei sovversivi…penso, forse sono presuntuoso, certe realta’ non hanno bisogno di questo.
    Per quanto riguarda la societa’, sono tristissimo, c’e’ un ignoranza bestiale nei giovanissimi, hanno computer e telefonini in tenera eta’, ma sono fragilissimi nella vita di tutti i giorni, non sanno piu’ relazionarsi, hanno come miti gente come Corona …facciamocene una ragione noi adulti…abbiamo sbagliato nel nostro lassismo…..

  7. Caro Ziliani,
    temo che ormai non ci sia più tempo per l’indignazione, né per la consolatoria osservazione delle (presunte) disgrazie altrui.
    Occorre – da parte di ciascuno “nello suo particulare” – reagire, sapere rinunciare ai piccoli e grandi privilegi, alle rendite di posizione, ai diritti acquisiti. Occorre fare uno sforzo di immaginazione e rimettere in funzione quella fantasia di cui tanto meniamo vanto all’estero per trovare nuove nicchie di eccellenza (o nuove modalità per rilanciare le nostre tradizionali nicchie di eccellenza). E rimboccarci le maniche, facendo – volenti o nolenti – professione di ottimismo, anche a dispetto dell’evidenza: la competizione con le economie emergenti si vince anche così, differeziandosi, credendo in sé stessi e restituendo ai nostri prodotti e servizi quel valore aggiunto a cui spesso, ahinoi, in passato abbiamo preferito rinunciare in favore delle assai più comode svalutazioni competitive della nostra valuta. E recuperiamo – per dio – un pò di senso di appartenenza a una nazione, di quel senso civico che a scuola nessuno ci ha mai insegnato, quasi fosse un peccato essere orgogliosi di essere italiani!
    Sennò, beh tanto vale dare ragione a chi ci suggeriva di abdicare alla nostra sovranità e affidare la gestione del Paese alla Walt Disney Corporation…

  8. Interventi tutti condivisibili. Ciliegina dalla provincia: ieri ho assistito allo spettacolino di Natale degli alunni della scuola frequentata dal mio figlio minore (seconda media). Solita simpatica (per i genitori) recita di brani natalizi ed esecuzione di pezzi musicali, interrotta a metà da un Signore presentato come “dirigente scolastico” che, invece di limitarsi a fare i soliti frettolosi Auguri, ha ricordato un paio di volte di essere il “dirigente” e che, con incredibile intuito, dal livello della prestazione musicale (sic!) ha sinteticamente predetto, dando la netta impressione di crederci, un luminoso futuro per i nostri ragazzi. Va bene che è Natale, ma c’è un limite…… Ho la fortuna di avere due bravi ragazzi, ma la realtà è che stiamo pensando seriamente di cambiare scuola al piccolo perchè i due terzi degli alunni non fanno un tubo, penalizzando la minoranza che ha voglia di fare, con la complicità di alcuni insegnanti e di un sistema scolastico che ha deciso di continuare ad esistere “a prescindere” e che impedisce di prendere anche i più elementari provvedimenti che andrebbero presi.Mio figlio maggiore, diciassettenne, udendo le parole del “dirigente” lo ha bollato in modo irripetibile, ma assolutamente sottoscrivibile. Non c’è proprio da stupirsi che ai concorsi universitari partecipino (e qualche volta li vincano) soggetti con lacune di ortografia e sintassi. Buone Feste a tutti. Andrea

  9. beh, ne racconto anch’io una Andrea, complimentandomi per il tuo intervento. Nel cortile del condominio dove abito per tradizione nell’approssimarsi del Natale é sempre stato allestito un maxi presepio. Quest’anno niente. Le persone che lo preparavano hanno detto di aver rinunciato per non turbare la suscettibilità di un paio di famiglie di extra comunitari, di fede musulmana credo, che negli ultimi tempi sono venuti ad abitare qui. Gesto dettato da squisita sensibilità? Forse, ma per me una rinuncia, dettata da un malinteso buonismo, a ricordare, anche con un gesto esteriore, che é tempo di Natale… E’ con questi gesti, con queste rinunce che le civiltà, come la nostra, declinano…

  10. Il fatto e’, Giampaolo, che una “nazione” non lo siamo mai stati. Siamo stati molto di piu’, e molto prima che la parola d’ordine nazionale andasse di moda nel continente. E siamo stati molto di meno. Non sentiamo di essere una nazione perche’ il periodo in cui lo siamo stati almeno sulla carta, cioe’ gli ultimi centocinquant’anni, rappresentano il periodo peggiore, quello di cui piu’ vergognarsi, di tutta la storia della penisola. Viceversa i momenti che tutti (o quasi) hanno in mente e nel cuore quando pensano a “cio’ che il mondo ci invidia”, appartengono a tutt’altra storia.
    Io per parte mia, comincio e continuo a stramaledire (in senso buono, eh) il Bettino nazionale (parlo di Ricasoli, non del cinghialone) che fece piazza pulita di ogni visione politica alternativa alla sua, filopiemontese. Eh.. bella mi’ Toscanina, come s’usava dire.

  11. Troppo comodo, caro Filippo, e non del tutto condivisibile. Nazione siamo e siamo stati per molto tempo, salvo discutere su cosa costituisca una “nazione”. Stato nazionale, invece, da poco meno di 150 anni: come i tedeschi peraltro, ma nessuno si sognerebbe di affermare che la Germania non sia una nazione. Che poi la nostra storia nazionale (anche pre-unitaria) da certi punti di vista appaia poco lusinghiera è un altro paio di maniche: forse proprio per questo sarebbe ora di cambiare tendenza.

  12. Caro Franco, da Italiano che vive al Estero, io aggiungo che fino a quando la Capitale rimarra in quel buco senza fondo di Roma, non cambierà nulla ! La storia dice che l’Impero Romano é scomparso, non si sono solo ritirati sui colli, dove 5 milioni di loro stravivono e si divertono alla faccia del resto del Paese. Dice giusto il Times, dove ancora regnano e godono politicanti che sono li da 60 anni, una città che consuma piu cocaina che farina 00, politicanti che si passano uno con l’altro le più belle gnocche del Paese. Una televisione corrotta, che non fa altro che far vedere i soliti politicanti che vanno a spasso per le vie di Roma parlando al telefonino, e dieci guardie del corpo appresso. Se il Presidente di una Compagnia bestemmia, in pochi giorni tutto il suo personale bestemmierà. Se da Roma lanciano al Paese questo messaggio di vita strafottona e ladrona, cosa vuoi che le nuove generazioni chiudano i videogiochi e si mettano a pulire le strade dalle cicche e mozziconi che hanno buttato ieri.
    Gli stranieri appena arrivano capiscono subito che sono nel Paese dove chi si alza per primo comanda, e allora perché sudare, diamoci alla pazza libertà, rubando, violentando ecc. Basta vedere il caso di tutti questi Rumeni che una volta apertagli la porta Comunitaria, dove sono andati ?Se l’Alitalia fosse stata di Milano, non ci sarebbe stato bisogno di venderla ! Porgo i miei migliori Auguri di Buon Natale a tutte quelle Famiglie di Italiani onesti e lavoratori che vivono ancora con dei principi solidi di morale e civiltà. Angelo

  13. L’analisi di quei due articoli e’ purtroppo vera a dispetto dell’enorme potenziale di cultura, creativo e di finezza; l’Italia esporta ancora grazie al made in Italy (brands fatto in Cina o tirando il collo agli stipendiati); le prospettive sono da deserto dei Tartari. La strada dovrebbe essere dare largo ai giovani e puntare sulla qualita’; ma l’Italia applaude i furbi (non gli intelligenti)e le scorciatoie. Se devo pensare ad un grande uomo politico mi viene in mente UN SOLO NOME (Luigi Einaudi); poi solo arraffoni. E lo stesso vale per gli affari. Il sistema non é neanche feudale (implica organizzazione) o nepotistico ma da clan. E chi vuole fare onestamente é tagliato fuori, a meno che non sia figlio di tizio o caio ovvio, e guardato come potenzialmente pericoloso. Il bello é che nel fare questo si tagliano le risorse del futuro (quelle che poi pagano le pensioni a chi ha bloccato l’evoluzione). Vivo negli USA da anni e seppure adori l’Italia non tornerei indietro. Mia moglie, americana, ha vissuto in Russia per 7 anni e per un anno e mezzo avevamo domicili in Russia, Italia e USA così da decidere dove stare. Devo confessare che la Russia da più opportunità dell’Italia! Il futuro é buio.

  14. Lo avverto anche io questo disagio e questo malessere in un paese che non sa più dove andare e di gente che ha perso la voglia di sognare o di darsi obbiettivi.
    Lo avverto nella vita di tutti i giorni, nel tanto egoismo imperante, nel limitarsi ad avere una moltitudine di oggetti materiali e tecnologici che poi non è detto facciano la felicità.
    Inutile avere un telefono che può cuocere i toast, fare le foto, ma che magari poi non squilla mai.
    Si, noi italiani abbiamo perso la voglia di sognare e l’entusiasmo che avevano i nostri padri quando c’era da fare un paese migliore e lottare per averlo.
    Adesso c’è la televisione che ci anestetizza tutti e siamo felici,ma fino ad un certo punto, non siamo più cittadini, forse siamo solo consumatori.
    Le idee e la fantasia, con la voglia di fare si scontrano troppo con la burocrazia, spesso annientano ogni speranza di inventarsi e proporsi in qualcosa di nuovo, non è solo colpa della classe politica, loro sono solo una nostra emanazione diretta, lo specchio di un popolo deluso, che non sa dove andare e prende la strada più facile e più semplice da percorrere per avere un posto al caldo o al fresco a seconda della stagione.

  15. In risposta ai due giornalisti Fisher e Owen credo che entrambi abbiano ragione. Credo che il male dell´ Italia sia nell´ eterno “buonismo”, nell´ incapacita´ di stringere i denti e di allargare i gomiti di molti, sperando sempre che le responsabilita´ vengano prese da qualcun altro e le situazioni vengano poi in qualche modo risolte dalla Divina Provvidenza.
    La mia migliore amica ha tre bambini, si e´ trasferita otto anni fa a Shangai, e´ incinta del quarto figlio. Il marito senza sapere una parola di cinese ha messo in piedi una ditta nel campo alimentare, ha comprato un appartamento in una citta´ dove i prezzi sono ora alle stelle e ora stanno cercando una casa piu´ grande. I figli frequentano l´ asilo internazionale a Shangai. Imparano l´ inglese e il cinese e in casa si impara l´ italiano. Nessuno dei due genitori proviene da famiglia ricca o benestante. Entrambi si sono rimboccati le mani tramite conoscenze, compromessi e tanta tanta voglia di arrivare, stringendo i denti e allargando i gomiti. Credo che questo sia un buon esempio di come le azioni valgano piu´ di tante parole, di siamo talvolta maestri.
    Giovanna

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