Il Sant’Uffizio (Stampa) Il Verdetto

E venne il giorno del Giudizio. Non quel Giudizio là, il nostro.
Il Vinquisitore si assestò sul suo scranno, nel crepitio del saio di raspi. Il silenzio era solenne.
Franco degli Ziliani, vestito con la tunica bianca del Giudicato, fu fatto entrare nella sala.
Il Vinquisitore si levò in piedi, i valletti fermarono Franco degli Ziliani alla distanza di quattro metri dal Vinquisitore, come da procedura.
Una civetta (sempre quella della prima (leggi) e della terza puntata – leggi), si scagliò contro uno dei vetri della sala, lo frantumò e cadde all’interno del padiglione.
“Tristo presagio!!!!”, strillò Donna Esperanza del Montepulciano. “Nel senso che si salva anche questa volta?”, domandò preoccupato Federico del Negroamaro. “Macché, ‘stavolta non la scampa!”, lo rassicurò Alberico di Franciacorta.
Il Vinquisitore (vedi) tacitò i presenti con un gesto della mano. “Franco degli Ziliani! – invocò il Vinquisitore – Avanza di un passo vero il tuo destino!”.
A Franco degli Ziliani veniva un po’ da ridere, va detto. Però riuscì a modificare la risata in un colpo di tosse e in un singulto smorzato. “Soffre….”, sussurrò Donna Esperanza del Montepulciano, soddisfatta. Franco degli Ziliani avanzò. Il Vinquisitore allargò le braccia e disse: “Un piccolo passo dell’uomo, un grande passo dell’Umanità!”.
Uno dei valletti iniziò a far segnali al Vinquisitore. “No, eh? – chiese il sommo giudice – ho sbagliato anche questa volta?”. Il valletto assentì con il capo. “Va be’… allora diciamone un’altra: Una volta nel gregge, è inutile che abbai: scodinzola”.
Il valletto scosse la mano destra, a segnalare che c’eravamo quasi. “Si muore una volta sola e per tanto tempo!” declamò il Vinquisitore. Il pubblicò applaudì. “Non è mia, è di Molière – spiegò il Vinquisitore – ma poiché sembrerebbe che il tempo di questa storia sia anteriore all’epoca di Molière, possiamo dire che Molière ha copiato da me. Per cui, procediamo.
Uditi i pareri della Giuria Popolare e considerato che, essendo una Giuria Popolare, alla fine faccio quel che voglio io…”. La folla rumoreggiò.
“E cosa credevate? Allora, dicevo… ho stabilito di condannare Franco degli Ziliani alla somma pena, per le ragioni sopra esposte e perché non se ne può più”. La folla applaudì.
“Il rogo?” domandò Ampsicore del Cannonau. “No, il rogo è démodé. Ho pensato a un’altra tipologia di esodo definitivo”. “Vino avvelenato?”, chiese Gugliemo dell’Alta Marca. “Hanno già provato, sapessi quante volte, ma non funziona…”, rispose il Vinquisitore. Che aggiunse: “Lo denuclearizzeremo”.
“Che je famo?!?”, domandò la Guida. “Facciamo un’opera meritoria per l’umanità: dopo i Comuni denuclearizzati, adesso denucleariziamo Ziliani”. “Ma… come si fa?”, chiese Donna Esperanza del Montepulciano. “Basta inserire un elettrodo nella tempia – spiegò il Vinquisitore -. L’elettrodo individua il nucleo e lo polverizza”. “Ma siamo sicuri che, dopo, siamo a posto?” chiese preoccupato Alberico di Franciacorta.
“Poi sarà come un agnellino: renderà merito a chi lo merita (il ProduttoRe sorrise, compiaciuto), ossequio a chi va ossequiato (il Giornalista strizzò un occhio), riverenza a chi va riverito (la Guida fischiettò un motivetto) e s’inginocchierà davanti al Presidente (che concordò con un cenno del capo). Forse inizierà anche a scrivere poesie enoiche. Avanti, valletti, portate l’elettrodo!”.
Franco degli Ziliani iniziò a preoccuparsi: quella dell’elettrodo era nuova e al suo nucleo lui teneva… I valletti si mossero spediti verso un grande armadio di rovere, lo spalancarono e ne estrassero alcune strumentazioni di impossibile definizione funzionale.
Franco degli Ziliani s’incupì. I valletti avanzavano, il lupo ululò, il vento iniziò a soffiare, eccetera, eccetera.
Fu a quel punto che avvenne qualcosa di inaspettato. Dalla bifora spaccata dalla civetta, entrarono con un balzo, improvvisamente, un nugolo di cavalli neri e armigeri corazzati di bianco. “L’avevo detto che la civetta portava male!”, urlò Donna Esperanza del Montepulciano.
La folla cercò scampo dalla messe di zoccoli equini negli angoli della sala e lungo le pareti, facendosi scudo con le transenne. Polvere vecchia di millenni si alzò dal pavimento d’assito. Le panche degli Accusatori tremarono. Anche gli Accusatori. I valletti si diedero alla fuga. Il denuclearizzatore rotolò per terra, finendo in mille pezzi (è abbastanza inquietante come scena?). Dimenticavo: il lupo ululò, il vento soffiò e la civetta iniziò a svolazzare sul capo del Vinquisitore.
“Chi siete? Cosa volete?”, strillò il Vinquisitore atterrito. Gli armigeri calmarono i loro cavalli e si disposero di fronte al Vinquisitore, schierati. L’armigero che si trovava al centro dello schieramento, disse: “Siamo i Cavalieri del Vino Vero. Siamo giunti a salvare Franco degli Ziliani”. Il Vinquisitore corrucciò la fronte: “Palesatevi!”, chiese. I cavalieri sfilarono l’elmo, uno a uno. E pronunciarono ciascuno il proprio nome: “Baldo il Cappellano, Beppe il Citrico, Mauro di Langa, Donna Teresa di Bartolo, Giovanni Francesco da Case Basse condottiero del vero Brunello, Elio di Monforte d’Alba, Alfio, Giuseppe e Laura, cavalieri del Barolo in Castiglione, Fabio dell’Alessandria. Noi siam qui, ma non siam soli: nella piazza antistante, l’esercito dei Cavalieri del Vino Vero attende che portiam in salvo Franco degli Ziliani”.
Il Vinquisitore ebbe un sussulto: nessuno s’aspettava una tale schiera e di cotanta fama. Guardò intensamente gli Accusatori, che chinarono gli occhi. Guardò la folla, che chinò gli occhi. Approfittando del fatto che nessuno stava guardando in quel momento, fece una linguaccia agli uni e all’altra, poi disse: “Avevo scherzato prima, con la storia di non tener conto della Giuria Popolare. Lo volete salvo? Che salvo sia!”.
I Cavalieri del Vino Vero si strinsero l’un l’altro le mani guantate. Baldo il Cappellano fece segno a Franco degli Ziliani di montare sul suo cavallo. La folla e gli Accusatori sollvarono gli occhi, silenti. Solo la Guida ebbe il coraggio di sussurrare qualcosa nell’orecchio di Franco degli Ziliani, proprio mentre il nostro prode balzava in sella al destriero di Baldo il Cappellano.
I cavalli, con gli armigeri, uscirono dalla bifora dalla quale erano entrati. La civetta li seguì. “Chissà come avran fatto a saltar dentro e fuori da una bifora”, fu il primo commento del Vinquisitore, pronunciato con un grande sorriso di captatio benevolentiae rivolto ai presenti…
P.S.: è finita… finalmente! Volete sapere cosa pronunciò la Guida nell’orecchio di Ziliani? “A vita è tosta e nisciuno ti aiuta, o meglio ce sta chi t’aiuta ma una volta sola, pe’ puté dì: T’aggio aiutato. Statte accuorto” Eduardo De Filippo. Many kisses Briscola 😉

0 pensieri su “Il Sant’Uffizio (Stampa) Il Verdetto

  1. Mi inquieta un poco la circostanza che Franco sia balzato in sella al destriero di Baldo il Cappellano.
    Dato l’ardore dei due e considerato quanto affermato dal grande Eduardo, sarebbe interessante conoscere se il degli Ziliani si è posizionato davanti o dietro Baldo.

  2. Luciano non ti onora certo nutrire simili dubbi. Baldo il Cappellano ed il sottoscritto saremo anche politicamente molto lontani, ma ci unisce l’amore per il Barolo, quello vero, ed inoltre siamo entrambi “reazionari”, perché continuiamo testardamente a preferire le pulzelle ai pulzelli… Non ti preoccupare!

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