Una guida dei vini diversa: Ian D’Agata, curatore, ce la racconta

Sono ben consapevole di trascurare, in questo periodo il blog. Questo anche se leggendo quanto i vari wine blogger internazionali hanno risposto, in materia di frequenza di pubblicazione di post ogni settimana, ad un’inchiesta cui ho lavorato in questi giorni, posso essere tranquillo con l’aggiornamento di notizie ed opinioni che assicuro, anche in questa fase di stand by, a Vino al Vino.
Con ogni probabilità non riuscirò sino a sabato a pubblicare qualcosa di nuovo, non perché non abbia cose da raccontarvi, (ne avrei un sacco, con esperienze recenti e bellissime alla Tenuta Capezzana di Carmignano, all’Enoteca Pinchiorri a Firenze, in occasione di una recente degustazione di vini del Roussillon a Milano, e poi devo ancora raccontarvi della Slovenia e dei suoi magnifici vini… tema di un ampio articolo per la rivista dell’A.I.S. De Vinis che ho finito giusto stanotte), ma perché poiché blog “pecunia non dat”, devo privilegiare gli articoli che mi consentono di mantenere me e la mia famiglia con il mio lavoro di giornalista.
In questi giorni e ancora oggi e domani avrò ancora un sacco da scrivere, prima di volare giovedì a Londra per un Barbaresco 2004 wine tasting (da me organizzato con gli amici di The World of Fine Wine) che si annuncia succoso. Rimandandovi a sabato, quando potrò darvi un’idea di quello che è saltato fuori da una degustazione, ovviamente blind tasting, dove saremo in tre ad assaggiare, Nicolas Belfrage MW, Simon Larkin MW ed il vostro umile cronista, ma con l’assistenza di altri wine writer e amici come Neil Beckett, Stuart Gorge e l’ottima sommelier italiana, based in London, Luciana Girotto (leggi), voglio, nell’attesa, segnalarvi un’interessante intervista (vedi) che ho appena pubblicato nello spazio delle news, da me curato, del sito Internet dell’A.I.S. L’interlocutore è il collega giornalista Ian D’Agata, direttore, con Massimo Claudio Comparini, dell’International Wine Academy of Roma (sito), collaboratore di diverse riviste estere e addirittura docente di cultura enogastronomica presso diversi atenei americani.
Nemmeno D’Agata, simpatica persona che ho imparato ad apprezzare in ottobre durante Picolit en primeur, è però perfetto, e lo testimonia il fatto che sia co-autore di una guida particolarissima, la guida d’autore, pardon, d’autori, visto che è firmata da due, ma con la collaborazione di altri quattro, Guida ai Migliori Vini d’Italia – Italy’s Best Wines, 100 vini da non perdere – 100 wines you must try – giunta, con quella 2008, alla sua terza edizione (Guido Tommasi editore 290 pagine 17 euro – sito Internet ).
Una guida, come ho scritto nell’introduzione all’intervista (leggi) che non vuole essere onnicomprensiva ma che si prende la briga di selezionare e proclamare quello, che ad avviso dei compilatori, sarebbe il meglio della produzione italiana.
A determinare un’ulteriore singolarità della guida è il fatto che accanto a due curatori italiani appaiano, nel panel tasting, anche un sommelier, Alessandro Pipero, capo sommelier del ristorante Antonello Colonna di Labico, nonché tre giornalisti del vino internazionali, il francese Bernard Burtschy, conseiller de rédaction della Revue du Vin de France, nonché due esperti wine writer britannici come Charles Metcalfe e Derek Smedley.
Un modo originale, quali che siano i risultati (che a dire il vero non mi convincono totalmente, per dirla con sincerità), di sprovincializzare e rendere meno “all’amatriciana”, oppure alla “polenta e cassoeula “, se preferite, il giornalismo del vino italiano, molto spesso troppo autoreferenziale e convinto, purtroppo, di essere l’ombellico del mondo…

0 pensieri su “Una guida dei vini diversa: Ian D’Agata, curatore, ce la racconta

  1. parlavo proprio dell’ombellico del mondo, quello cantato in una divertente canzone, anni fa, dal più politicamente corretto (e furbo) dei cantanti italiani, tale Jovanotti…
    Su Sabellico non ironizzerei mai, é un amico, anche se lavora per il Gambero rosso e poi ci uniscono bei ricordi, un viaggio in Australia insieme nel novembre del lontano 1996… Bei ricordi (se Marco fosse stato Megan Gale, sarebbero stati anche migliori… 🙂

  2. Abbia pazienza, Ziliani, ma “ombellico” (con due elle), per giunta ripetuto scientemente, proprio non va! Ho poi notato una serie stucchevole di anglicismi, in questo Suo articolo e nell’intervista alla “flying sommelier” (orribile espressione, mi auguro rimanga un hapax legomenon).
    Un non esaustivo elenco: post; fase di stand by; Barbaresco 2004 wine tasting; ovviamente blind tasting; altri wine writer; sommelier italiana, based in London (agghiacciante!); spazio delle news; nel panel tasting. Capisco la necessità di trovare dei sinonimi, ma suvvia, un pizzico di impegno in più a favore dell’italico idioma non credo voglia dire sciovinismo. Ad esempio (o, se preferisce, si può sfruttare l'”e.g:” tanto usato oltremanica che, guarda caso, è latino): che senso ha il sistematico utilizzo di “UK” nell’intervista? Non mi dica che GB sarebbe sembrato troppo provinciale? Cordialità

    Nota aggiuntiva del moderatore: in questo momento Ziliani è assente per un viaggio all’estero, pertanto non gli è possibile – per ora – rispondere alle osservazioni di Nemesi, ma credo che al suo ritorno non mancherà un suo commento. Roberto Giuliani

  3. debbo una risposta all’occhiuto nemesi che due giorni fa annotava:
    “Abbia pazienza, Ziliani, ma “ombellico” (con due elle), per giunta ripetuto scientemente, proprio non va! Ho poi notato una serie stucchevole di anglicismi, in questo Suo articolo e nell’intervista alla “flying sommelier” (orribile espressione, mi auguro rimanga un hapax legomenon).
    Un non esaustivo elenco: post; fase di stand by; Barbaresco 2004 wine tasting; ovviamente blind tasting; altri wine writer; sommelier italiana, based in London (agghiacciante!); spazio delle news; nel panel tasting. Capisco la necessità di trovare dei sinonimi, ma suvvia, un pizzico di impegno in più a favore dell’italico idioma non credo voglia dire sciovinismo. Ad esempio (o, se preferisce, si può sfruttare l’”e.g:” tanto usato oltremanica che, guarda caso, è latino): che senso ha il sistematico utilizzo di “UK” nell’intervista? Non mi dica che GB sarebbe sembrato troppo provinciale?”.
    Ha ragione su ombellico che si scrive con una sola elle, e poiché l’ho scritto due volte non posso prendere la scusa, che non prendo, del lapsus calami. Quanto al resto, che ci vuole fare, anch’io adoro l’italiano e penso che la nostra lingua abbia una ricchezza tale da non richiedere l’uso dei anglicismi che lei stigmatizza. Ma, cosa vuole, avendo spessissimo a che fare, sempre più di sovente, con colleghi e situazioni estere (ormai nelle degustazioni in Gran Bretagna, mi viene naturale redigere le mie note di degustazione direttamente nella lingua di Shakesperare e dei Beatles), mi viene spesso naturale usare, e non solo per la necessità di trovare dei sinonimi, termini inglesi anche su questo blog. Sorry, pardon, mi scuso con i lettori italiani e con nemesi e prometto che la prossima volta cercherò di utilizzare termini vernacolari, magari qualche battuta in dialetto bergamasco, romano o ferrarese, così qualche Carneade, e qualche provincialotto sarà contento…
    P.S. deve esserci un’anglofila allergia in giro per la blogosfera, se scopro solo ora che anche un altro innominabile tizio sul blog dei Sovversivi del Gusto ha rimproverato (vedi http://sdg.simplicissimus.it/2007/12/13/la-ue-e-lo-zucchero-nel-vino-ulteriore-esempio-di-quanto-siamo-distanti =) l’amico Corsaro in questi termini: “io parlo del mio mondo e nel mio è pieno di shampisti che parlano a vuoto, di improvvisati della tastiera che credono di dare contenuto usando parole inglesi estrapolate dal loro contesto naturale, dove sono invece appropriate”. E’ anglofobia dilagante, oppure nemesi e il come-si-chiama? diciamo che sono molto in sintonia?

  4. Non La facevo così poliglotta, caro Ziliani, ma non troverei nulla di disdicevole in qualche battuta dialettale, purché non del tutto incomprensibile al resto d’Italia. Al di là di certe facezie, mi pare davvero poca cosa il definire “provincialotti” coloro i quali gradirebbero un maggiore rispetto della nostra tradizione linguistica. E ho la netta sensazione che, se non fosse per la Sua idiosincrasia verso qualsiasi affermazione del Marchi, Lei sarebbe perfettamente d’accordo con quanto sostiene a questo proposito il Suo collega. La ringrazio per il collegamento (anche se immagino preferirebbe “link”) ai “Sovversivi del gusto”, che non conoscevo. Scopro solo ora di essere, è vero, in totale sintonia col suo “amico” Marchi in difesa dell’italiano e quindi La inviterei ad evitare di alludere ad un proditorio complotto ordito ai Suoi danni (manie di persecuzione? Ma per cortesia!). Anglofobia dilagante? Pinzillacchere! Esterofilia italiota, piuttosto. Riporto, tra le tante amenità, quella di un vero signore, tal Corsaro, che, prima di esibirsi con un emblematico “Dei tuoi articoli me ne fotto” aveva fatto sfoggio di una visione del mondo (o “Vision”? Ma ritengo che “Weltanschaung” farebbe ancora meno provincia) davvero acuta: “Perchè BRAND detto da un contadino o un produttore ha doppia valenza, una legata a quello che vuole dire e l’altra è segno di rivalsa verso chi ci vuole tutti…in fila per tre e fessacchiotti. Muti e rassegnati nei soliti contenitori gestiti dai parrucconi del gusto. Marchi! Io parlo di brand, di mission e di vision.” Ma si sarà accorto di aver dato del minus habens al contadino e produttore di turno? Solo utilizzando gli INUTILI “brand, mission e vision” (solitamente letti all’italiana dai non fessacchiotti come Corsaro) si può evitare di passare per un povero zotico analfabeta? Suvvia Ziliani, lo sa bene anche Lei perché certi soggetti si infarciscono la bocca di termini del genere. L’ignoranza dei presuntuosi non è solo una colpa, è dolosa!

    ps: per una volta le risparmio la correzione dei refusi, ma “anglofila allergia ” me la deve spiegare! pps: va da sé che il tutto va letto con la giusta dose d’ironia. Una precisazione che dovrebbe essere pleonastica, ma temo non lo sia.

  5. sono quasi tentato di chiederle quanto mi possa costare affidarle un lavoro di “editing” dei miei testi prima di pubblicarli, sor Nemesi! Non ho alcuna idiosincrasia per le affermazioni della persona che lei cita: rigetto in toto tutto quello che dice e rappresenta, ritenendolo alieno, estraneo, lontano, da tutto quello che posso dire, essere, pensare e scrivere. Se mi accorgessi di avvicinarmi in qualsiasi forma a quello che é e rappresenta non avrei che una sola soluzione per mantenere un minimo di rispetto di me stesso…

  6. Contento Lei… Credo invece che l’italianità vada difesa in ogni sua espressione. E’ evidente che sarebbe ottuso pretendere di non usare l’inglese in un consesso internazionale, ma mi sembra altrettanto inutile non sfruttare le potenzialità enormi della nostra lingua madre. Pur non nutrendo alcuna simpatia per i francesi (come tutti, peraltro), ritengo ammirevole, per quanto in alcuni casi financo eccessiva, la loro strenua difesa della lingua patria. Un esempio (in tema) fra molti: sarebbe tanto disdicevole dire “calcolatore” in luogo di “computer”? A Bordeaux (o a Reims) starei guardando lo schermo (meglio “monitor”?) di un “ordinateur”. Prosit

  7. ps: non ho la più pallida idea di quanto si possa chiedere per l'”editing”. Suppongo però che il correttore di bozze, in quanto autoctono, possa essere più economico!

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