Winemaker ed enologi in crisi? Un’analisi di Assoenologi

Interessantissima e un filino inquietante questa notizia pubblicata ieri su Winenews.it (leggi).
Dall’Assoenologi, l’organizzazione degli enologi italiani, la categoria (sito) di cui fanno parte, ognuno con la propria quota di responsabilità nell’avere determinato il presente (incerto e stravagante) del vino italiano, i Rivella (Ezio, Guido e Bruno, quasi una dinastia), i Ferrini, i Cotarella, i Pedron, i Chioccioli, i Caviola, ma anche i Lanati, i Fiore, i Bernabei, i D’Afflitto, i D’Attoma, i Giordano Zinzani, i Giorgio Grai, nonché tantissimi altri meno noti, ma spesso altrettanto o più bravi (solamente meno mediatici), arriva un’analisi che dice testualmente che “la situazione odierna del mercato del lavoro per i neodiplomati e/o neolaureati in enologia è allo stallo. Il mercato del lavoro specifico per queste figure professionali è oggi saturo”.
Secondo l’Assoenologi “nei prossimi tre anni saranno assunti non più di 450 nuovi tecnici, di cui il 50% dovuto al naturale ricambio per il pensionamento degli attuali”. Oggi in Italia operano qualcosa come 4.100 enologi ed enotecnici di cui l’organizzazione nazionale di categoria “raggruppa e rappresenta il 95%; il 40% inquadrato con responsabilità decisionali in aziende private o cooperative, il 10% come liberi professionisti, mentre la rimanente percentuale è impegnata con mansioni diverse”.
Le statistiche dicono che il 74% opera nel Centro Nord, ovverosia dalla Toscana in su, con una percentuale di donne (e ce ne sono bravissime, basta citare Barbara Tamburini, Graziana Grassini, Gabriella Tani, per dire le prime wine maker consultant che mi vengono in mente, intorno al sei per cento.
Insomma, come dire ai giovani ragazzi tarantolati dal successo mediatico, dalla fama universale dei wine maker dalle vite complicate e di corsa, ma dal conto in banca robusto, che forse sarà meglio che per il futuro, se amano il vino e vogliono viverci dentro, sarà meglio pensare ad altre carriere professionali, magari quella dell’agronomo, oppure a quella dell’esperto di marketing e di mercati, piuttosto che cercare di imitare la strada dell’enologo ‘co baffi, del Michel Rolland de noantri o del potente ex amministratore delegato della Banfi?
Dopo l’epoca dei re Mida della cantina che basta guardino un vino, nemmeno toccarlo, e lo rendono super (anche nel costo), ad uso e consumo di guide e consumatori pigri, diciamoglielo chiaro a ‘sti ragazzi che non c’è più trippa per gatti e che l’inflazione, che nessuno risparmia, tocca ora anche i winemaker!

0 pensieri su “Winemaker ed enologi in crisi? Un’analisi di Assoenologi

  1. Non mi stupisce neanche un po’. Tanto per cominciare non ci sono regole lavorative precise per gli enologi. Una sola persona può gestire, anche solo come consulenza telefonica, decine e decine di aziende, facendosi pagare anche molto bene se è un nome noto. Questo significa che ne bastano 100 per accaparrarsi 1000 e più aziende. In secondo luogo ci sono moltissimi piccoli produttori che non possono permettersi l’enologo. Infine, la situazione lavorativa nazionale è fra le peggiori della storia, lo dice uno che è stato messo in mobilità senza a ne ba. Come si poteva pensare che nel settore enologico non ci sarebbero stati problemi?

  2. Ma l’Italia é il paese delle chimere, no?
    Appena si apre uno spiraglio, tutti ci si buttano a capofitto, basta vedere cosa succede a Scienze delle comunicazioni con 5000 matricole ogni anno…
    Comunque meglio che gli enologi coi baffi e soprattutto senza tornino a “curare” un solo vino piuttosto che “farne” 100 tutti uguali.

  3. Confermo pienamente. Nell’ultimo anno ho ricevuto decine di curriculum di giovani laureati, anche ottimi. Considerando che la mia è una micro-azienda, e per di più naturale, ciò significa che in giro c’è ben poca offerta di posti nel settore e ci si rivolge un pò dappertutto.

  4. Basta con gli enologi che fanno i vini tutti uguali.
    E’ da qualche anno che bevo vino: sono passato attraverso vini “omologati” e costosi fino ad arrivare a vini piu’ veri e spesso anche meno costosi.
    Produttori di vino risparmiatevi i costi degli enologi famosi e fatevini piu’ semplici e naturali e sopattutto piu’ economici.

  5. Caro Franco,
    ti ricordi come diceva, di fronte a una notizia sorprendente o grottesca, il grande Lando Buzzanca nella parodia dell’aristocratico in “Signore e signora” con Delia Scala? “Mi vien che ridere”.
    Ecco, anche a me viene da ridere, pensando che la categoria più mediatica del mondo del vino, gli enologi, stia restando vittima della sua stessa mediaticità, esattamente come coloro che di tale mediaticità sono gli artefici, ovvero i giornalisti.
    Anche nel giornalismo – ma da tempi e con numeri ben più consistenti che tra gli enologi – non c’è trippa per gatti. Eppure tutti aspirano a farne parte e sono disposti a qualsiasi compromesso pur di riuscirci. L’Ordine è stato ben lieto di trasformarsi in un giornalistificio in grado di sfornare ogni anno, tranne qualche eccezione ovviamente, migliaia di pseudogiornalisti destinati ad andare a ingrassare le fila dei disoccupati, dei frustrati, dei comprati e degli accondiscendenti.
    Gli stessi accondiscendenti che poi contribuiscono a trasformare gli enologi (e i produttori, gli chef, i calciatori, i tronisti, etc.) in star che tutti vogliono emulare.
    Così il cerchio si chiude e si riapre: siamo troppi, non c’è spazio, le prospettive sono grigie e così via.
    Tutti vogliono entrare nella “bolla” e nessuno accetta l’idea che la bolla scoppi. Salvo poi, al momento del “bum”, sentirsi vittime.
    Ciao ciao,

    Stefano

  6. Da noi in Toscana dal deserto enotecnico degli anni sessanta dove i tecnici si potevano contare sulle dita di una mano sola al graduale proliferare dei pochi nomi storici degli anni ottanta, siamo arrivati all’inizio di questo millennio ad un esplosione di neo-diplomati e laureati grazie alla voglia di emulare il protagonismo dell’enologo tuttologo primadonna che nemmeno fosse stato un mago aveva convinto tutti, produttore, consumatore e critico che le cose si potevano rivoluzionare all’istante, per il meglio ovviamente. Oggi diplomarsi in enologia è diventato “in” ed alla portata di molti grazie ai corsi universitari e nelle scuole che semplicemente prima non c’erano in Toscana e si è rapidamente saturata la richiesta di neo diplomati. Indubbiamente ci sarà sempre spazio per delle “griffes”prestigiose fin quando perlomeno il gioco varrà per le aziende la proverbiale candela, ma molti enologi dovranno inevitabilmente misurare la loro effettiva vocazione quando saranno tenuti ad occuparsi anche di altre mansioni che non stanno trovando ricambio generazionale vale a dire operai agricoli, trattoristi e cantinieri : tutti lavori sottovalutati e sottopagati ma fondamentale per la gestione delle aziende agricole senza i quali il vino non si fa, sedicenti esperti di marketing e agronomi c’è ne sono già troppi.

  7. Senza contare che fra poco arriveranno i laureati di Pollenzo in scienze gastronomiche, dopo aver pagato fior di quattrini, quelli chi li fermera più?

  8. Posso usare uno slogan di qualche anno fa?
    “Lavorare meno, lavorare tutti”
    Hai citato i nomi di sei o sette enologi (pardon, winemaker) che da soli si ciucciano una settantina di aziende!
    Questi qui hanno paura della concorrenza, altro che chiacchere!
    Se a questo ci aggiungi che il centro sud produce il doppio del vino del centro nord e che abbiamo solo il 35 per cento degli enologi….!

    P.s.: devo avere da parte una spranga di quelle che si usavano qualche anno fa: giuro che se vedo scendere in piazza gli enologi a difesa della categoria come i tassisti, le dò una bella lucidata…..
    😉

  9. visto quante etichette nascono ogni giorno ci sarebbe posto per tutti, anzi!!!!!,ma purtroppo il settore è controllato da pochissime persone che oltre ad essere enologi sanno fare tutto!!!!!Vigna, cantina, marketing e magari li vedi in cantina due volte l’anno!Purtroppo la facoltà di V.E. non danno una mano a laureare enologi competenti in grado di gestire un’azienda ed ecco che i neo laureati sono costretti a fare ,loro malgrado, gli assistenti a vita dei “grandi enologi”senza prospettive di carriera.Purtroppo il mestiere dell’enologo è molto difficile, non esistono ricette per fare il vino, ci sono delle regole generali,ma ogni situazione che si presenta in cantina è a sè,ogni annata ha una sua storia e ogni situazione va valutata caso per caso.
    ma ditemi come fa un giovane neo laureato a fare esperienza se è costretto sempre a seguire delle direttive?senza contare che gli enologi sono una categoria molto gelosa delle proprie conoscenze.Avete mai sentito parlare di “scuole” dell’enologo Tizio o Caio?
    L’Assoenologi dovrebbe forse intervenire sulle Università per rivedere insieme un pò la didattica(penosa) della facoltà.Per fare meglio si è fatto peggio!Ma cosa c’era che non andava nelle scuole enologiche di una volta(istituti tecnici agrari con specializzazione in v.e.) eppure l’80% degli enologi le hanno frequentate e sono diventati dei grandi professionisti!

  10. Caro Ziliani, i corsi di laurea in VE produranno quell’effetto che si è avuto nelle farmacie dopo l’introduzione dell’obbligo della della laurea per la titolarietà delle medesime: tutti i figli e/o i nipoti e/o familiari dei proprietari di aziende vitivinicole (specialmente quelle più piccole) si laureranno o si specializzeranno in enologia, il loro costo finirà nei famosi costi impliciti delle aziende agricole con buona pace dei mostri sacri da Lei citati in questo articolo. Il proprietario che al tempo stesso è produttore ed enologo ha un effetto di immagine e legame al terroir molto superiore a quello del proprietario che deve invece affidarsi ad un enologo esterno free lance ormai visto prevalentemente come “Omologatore e Barriccatore” e classificato in termini lessicali di “Winemaker”, uno dei più brutti termini dell’enologia (non per nulla mediato dalla cultura americana, cultura assai lontana dai valori enologici europei)

  11. E’ passato quasi un anno, da quando questo post è stato messo online e purtroppo sono costretto a confermare quanto è stato detto fino ad ora. Il mercato delle assunzioni in campo vinicolo è in stallo totale.
    Chi, purtroppo, ve lo conferma, è un giovane neolaureato in Viticoltura ed Enologia dell’Università di Pisa che oltre ad aver frequentato il suo corso di studi ha frequentato molto anche il web per tenersi sempre al passo con ciò che stava accadendo in campo agricolo, con le tendenze e con gli umori di tutto quel mondo che ruota attorno alla produzione agricola e vinicola in modo particolare.
    Nonostante abbia un paio di canali preferenziali (leggi conoscenze) per trovare un ottimo impiego nel settore..bhè..non c’è verso ugualmente. Nessuno assume, salvo rarissime e particolarissime eccezioni.
    Ho venticinque anni, una passione ed una voglia di lavorare tale che accetterei qualsiasi orario di lavoro, anche 24 ore non-stop, pur di imparare il mio mestiere e farmi le ossa.
    Cosa dovrei fare? Cosa dovrebbero fare tutti i giovani che per fare ciò per cui hanno studiato donerebbero l’anima al diavolo?

    Io proprio non lo so. Vedo soltanto del gran caos, caos buio, senza vie d’uscita salvifiche, solo disastrose.

  12. Confermo pienamente, il mercato delle assunzione nel comparto enologico italiano è saturo, sia nel comparto produttivo che in quello commerciale. Cosa dire a tutti i ragazzi che stanno per laurearsi o scelgono questa facoltà? Anche se ho svolto alcune esperienze lavorative sia in Italia che in California ed Australia questo non basta, chi si laurea al giorno d’oggi è quasi obbligato ad andarsene all’estero se vuole crescere professionalmente.

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