A proposito di “illazioni” e di Barolo al Cabernet

Internet ha il pregio grandissimo, ma anche l’enorme difetto, di consentire a chiunque di esprimersi. Senza filtro, senza rete, senza che si sappia se chi scrive abbia cognizione e conoscenza di quel che scrive o se invece parli (o scriva) perché possono farlo tutti.
Accade così, come nei quotidiani e nella stampa tradizionale del resto, che si scrivano, annotino, commentino cose intelligenti, ma anche che finiscano in Rete sciocchezzuole e banalità varie, che lasciano il tempo che trovano anche se chi scrive penserebbe di consegnarsi con queste osservazioni alla posterità e al regno dei saggi.
Tra le cose che, indubbiamente, non fanno parte del novero dei commenti più memorabili, voglio segnalare alcune annotazioni, opera di un signore che non merita nemmeno di essere menzionato con il suo nome, che nell’ambito di una discussione sviluppata su un blog sulla possibilità per i produttori alimentari di nicchia di maturare forme alternative di commercializzazione, passando dal salame e dal cacio al vino ha detto, senza dire chiaramente a chi si riferisse, alcune cose che lascio a voi giudicare.
La persona in oggetto ha scritto: “cito: “La correttezza non esclude la possibilità di dire verità scomodissime e di dirle ad alta voce; esclude solo il gusto (a mio avviso sterile) per la diffamazione e l’illazione incontrollata.” Quoto tutto. La rete è piena di persone che sparano alto, anche se spesso a ragion veduta, suscitando plausi ma a mio parere manca proprio quel passo in più per passare dall’illazione (*) a una verità scomoda ad alta voce e con nomi e cognomi. Ad esempio anche attraverso la comparazione, la storia (cultura) e altri fatterelli (*) Dire una cosa giusta, senza mai fare nomi (ad esempio “in questo Barolo X c’è cabernet) rasenta l’illazione. Io non so se si può scoprire e smascherare un Barolo fatto con cabernet (gascromatografo?)?” E ancora: “X è un nome che non si fa ma si “illaziona”. Da anni sento e leggo a più non posso di giornalisti, guide, blogger eccetera eccetera (tutti quelli che poi “tengono famiglia”) dire che generalmente “il Barolo ha perso la sua identità e che sì, invece, questo qui di Cappellano (o Giacosa, o Mascarelli vari) è l’unico vero e autentico, gli altri … beh … come faranno ad avere quel colore violaceo??” Salvo poi gridare allo scandalo quando arrivano i vari Mondovino e Report, ah che faziosi !!”.
Bene, non so se il tizio nello scrivere queste cose si riferisse, come mi pare di capire, al sottoscritto, ma a lui e a chi non ha memoria storica vorrei ricordare alcune evidenze.
Sono stato tra i primi e tra i pochissimi, (il primo è stato nientemeno che Luigi Veronelli in un articolo pubblicato sull’Espresso che sto cercando di rintracciare) a parlare pubblicamente e ripetutamente dello scandalo di Barolo e Barbaresco taroccati perché addizionati, in spregio al disciplinare che parlava e parla di Nebbiolo al 100%, di Cabernet, Merlot, Petit Verdot, ottenuti non solo da uve coltivate a centinaia di chilometri di distanza dalle Langhe e arrivati provvidenzialmente, ma anche da vigneti che quei “fenomeni” di produttori avevano piantato nelle zone di produzione del Barolo e del Barbaresco, accanto ai filari di Nebbiolo.
Questo scandalo era sotto gli occhi di tutti eppure, Veronelli a parte, ma ricorderei anche il collega svizzero Andreas März con la sua rivista Merum, sono stato il solo in Italia a sollevare il caso, a non nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi come ha fatto la stragrande maggioranza dei miei colleghi giornalisti.
Mi sono beccato, anche da parte di qualche produttore che avrebbe fatto bene a tacere, visto che era tra coloro che si “arrangiavano” in cantina (e non solo ricorrendo a disinvolte pratiche di zuccheraggio, ma praticando cuvée e blend proibite), accuse di scandalismo, sciacallismo, di nuocere (io!) al buon nome della Langa e del Barolo. Quel buon nome che i taroccatori ed i pavidi, che sapevano e tacevano, per quieto vivere o per tornaconto personale, si impegnavano con la loro azione ad infangare.
Bene, queste ripetute denunce di una pratica allora molto più diffusa di quel che oggi si possa pensare, non hanno potuto essere corredate da nomi e cognomi, che erano sulla bocca di tutti, perché i vini parlavano chiaramente, per il semplice motivo che anche scrivendo che il Barolo di X era taroccato non avrei potuto dimostrarlo e documentarlo, perché non esisteva (e non esiste ancora forse) una seria pratica scientifica di analisi che venga accettata come prova e faccia testo.
E pertanto se avessi scritto che il Barolo di X era taroccato, X avrebbe potuto citarmi in giudizio e io avrei perso la causa. Questo anche se ricercatori di assoluto livello internazionale come l’amico enologo Donato Lanati con il suo laboratorio Enosis Meraviglia (sito) avevano analizzato tutto l’analizzabile e avevano raggiunto certezze su chi fossero, con tanto di nomi e cognomi, quei cialtroni e farabutti (li ho sempre definiti così, tanto nessuno mi poteva querelare..) che taroccavano e sputtanavano il buon nome e l’immagine del Barolo. E del Barbaresco.
Considero questa battaglia donchisciottesca un fiore all’occhiello, un vanto della mia attività di giornalista e non posso che sorridere e avere umana pietas di fronte ad un tale, che anche lui senza fare nomi, arriva ad affermare che scrivendo che “in questo Barolo X c’è cabernet) si rasenta l’illazione”. Illazione un bel paio di scatole!
Piuttosto una battaglia sacrosanta che ha fatto sì che molti di quei taroccatori, anche per la paura di essere beccati (e dopo essersi beccati per anni fior di altissimi punteggi dalle varie guide, che di quelle pratiche di taroccamento, impegnate e distratte com’erano, non si erano accorte…) ma anche per un certo movimento d’opinione ed un dibattito che le mie prese di posizione avevano suscitato, hanno progressivamente rinunciato a taroccare. Oppure a farlo in maniera molto più sfumata e furba, alcuni addirittura reinnestando i loro vigneti di Cabernet e Merlot, o destinando le uve franciose che un tempo finivano nei due grandi rossi di Langa, a vini presentati usufruendo di quelle altre provvidenziali Doc che consentono di unire al Nebbiolo e alla Barbera anche altre uve rosse.
Da quel tizio che ha parlato di “illazioni” e che magari pretenderebbe di amare e magari capire il Barolo ed il Barbaresco, di separare il grano dal loglio, la qualità autentica da quella furbesca, non pretendo certo che mi arrivi quel grazie, che tanti produttori seri in Langa mi hanno espresso per la mia azione, disinteressata e fatta “per amore del Barolo e del Barbaresco”, di vera e propria contro-informazione, e di appello al risveglio di tante coscienze intorpidite.
Voglio solo suggerirgli di sfogare le sue frustrazioni, perché solo di frustrazioni possono essere frutto simili amenità, scritte senza sapere quello che scrive, senza conoscere la storia e la cronaca minuta del Barolo e del Barbaresco negli ultimi vent’anni, in altro modo, non infangando, cosa che non riesce assolutamente a fare, il lavoro di un apprezzato testimone e cronista.
Ad esempio dedicandosi ad altre attività, tipo spaccare pietre, scaricare cassette al mercato, correre almeno dieci chilometri al giorno, urlare in una stanza vuota oppure suonare heavy metal in un complesso rock. Sono sicuro che di tempo ed energie da perdere per parlare a sproposito gliene resterebbero molto meno…

28 pensieri su “A proposito di “illazioni” e di Barolo al Cabernet

  1. Oggi ogni azienda che si rispetti ha fra le sue vigne anche alcuni filari di uve sperimentali, tra quelle ammesse alla coltivazione nella provincia dal registro apposito, quindi e’ possibile trovare qua e la’ anche Merlot e Cabernet Sauvignon. Tutto legale. Una volta invece questi filari che un buon agronomo avrebbe individuato subito gli si diceva che erano per il portiere, il guardiano, il trattorista, che siccome erano veneti preferivano farsi il loro vino e poiche’ in vigna c’era spazio ecco la spiegazione. Nessuno ha mai ammesso un uso diverso di quelle uve. C’e’ da dire che nel frattempo e’ pero’ finalmente sparita quell’autocisterna di Raboso del Piave che girava qualche decina di anni fa di notte per queste strade e stradine. Sicuramente non si fa piu’ viva almeno da quando e’ nata la DOC Langhe. Possiamo dunque dire che qualcuno aggiunge le uve che vuole al suo Barolo? No. Grazie ai produttori seri che sono sempre mobilitati per il buon nome di questi vini, grazie a Veronelli, Lanati, Ziliani e a tutti quelli che hanno fatto una battaglia sacrosanta in proposito, ma resta il fatto che bisogna tenere sempre gli occhi ben aperti perche’ pero’ rimane ald un eventuale taroccatore la possibilita’ di farlo senza che nessuno possa di fatto ne’ impedirglielo ne’ provarlo in un’eventuale causa di tribunale. E’ meglio convincere che far finta di non vedere o fare i donchisciotte e negli ultimi anni l’opera di convincimento ha dato senza dubbio dei risultati perche’ si sono mobilitati in tanti, dagli esiti certamente superiori a quelli che sono arrivati dall’opera meritoria, ma non sempre efficace, dei NAS.

  2. Siete fortunati! Dalle mie parti e’ tutto un verdeggiare di foglie di merlot e un rosseggiare di alicanti, ancellotte, ecc.. Eppure non manca neppure il consueto via vai di autobotti. Di notte, al crepuscolo, all’ora di pranzo…
    Che non sia possibile fare nulla contro i taroccatori non sono cosi’ d’accordo. Il punto e’ che non e’ una questione da tribunale. E’ correttamente affrontata, a mio parere, proprio in sede di giudizio critico. E’ la credibilita’ del critico (la quale evidentemente marcia su gambe allenate in molte altre occasioni) o per meglio dire: del sistema della critica (un solo critico, per quanto autorevole, non basta; occorre fare sistema) che puo’ tagliare le gambe ai furbastri. E dire che Tizio fa un vino sospetto non e’ fare insinuazioni (come forse meglio si chiamano quelle che sono state denominate, anche da me inizialmente, illazioni), e’ esprimere un parere, un dubbio. Le insinuazioni pericolose e sterili sono quelle fatte di “ormai tutti eccetera”. Non e’ la mancanza di un riscontro di tipo forense che fa l’insinuazione qualunquistica, ma la mancanza di un bersaglio chiaro rispetto a cui chiunque possa fare la sua verifica (sia pure di tipo soggettivo). Non c’e’ bisogno di uno spettrometro NMR per riconoscere sapori e odori “strani” in un vino. Un grandissimo del sangiovese mi commosse circa un anno fa, quando al solo versare del vino in un calice, prima ancora di assaggiarlo, al solo vederlo e sentirne i vapori, proruppe in un liberatorio “Ah! Ma… e’ sangiovese!!”

  3. Che i taroccatori in langa siano diminuiti credo sia cosa ormai certa, basta farsi una carrellata dei vini per rendersene conto. Che non girino più autocisterne di notte invece è ancora utopistico. Inoltre, quando le annate non sono come si vorrebbe, automaticamente il livello di taroccamento, o almeno il livello di intervento in cantina aumenta sensibilmente. Certo oggi molti produttori sono diventati “onesti” perché i disciplinari sono stati furbescamente adeguati, consentendo cose che prima non erano consentite, così abbiamo tagliato la testa al toro.

  4. Io, vivendo in Maremma, ne ho viste negli ultimi anni. Un pò come funghi (velenosi) sono spuntate dappertutto azienducole facenti riferimento ad aziendone molto più blasonate del nord e della Toscana Centrale. Comprano terreni alla metà (forse meno) di quanto pagherebbero dalle loro parti e trasportano l’uva altrove, magari in Chianti, dove “imbottigliano all’origine” i loro super pagati Sangiovesi di territorio.
    L’uso truffaldino del taglio tarocco è deleterea per le varie denominazioni, ma anche la pratica di produrre o comprare uve al di fuori della denominazione stessa e spacciarla invece come proveniente dai vigneti della denominazione, mi sembra altrettanto grave!
    Che dire poi di certi colori di alcuni “Sangiovesi grossissimi” ilcinesi?? 🙁

    P.S.: Caro Ziliani poco fa ho sentito il suo caro collega(?) L.M. alla radio dare una definizione piuttosto strana di vino: infatti secondo lui la bevanda di bacco sarebbe composta…udite udite…da “files”!!! e la gente si starebbe avvicinando al mondo del vino proprio per scoprire tali “files”!!! Incredibile!!!….parlando di taroccamente verrebbe da pensare a degli x-files!! 🙂

  5. Nel mio piccolo credo che per fermare le autobotti ed i camion frigoriferi e panorami di foglie rosse, seghettate, spugnose e strane,all’interno di denominazioni che non ne prevedono, o ne prevedono in minima parte,abbiano una funzione importante molto più i critici, i giornalisti onesti che le aule di tribunale.
    Lì ci vorrebbero foto, fatture, pedinamenti, chissa quale altra diavoleria, per dimostrare il taroccamento.
    Invece il critico onesto, competente, di buon palato, non deve far altro che assaggiare un vino e trarne le conseguenze.
    Il punto è che se questo critico onesto è solo o poco più, genera solo inimicizie e rancori volti su se stesso, mentre dovrebbe essere un pò più la categoria in generale ad esprimersi su vini un pò troppo franciosi, troppo scuri, troppo carichi di amarena o di sole del sud, vini troppo concentrati.
    C’ero anche io con Filippo Cintolesi quando facemmo assaggiare il vino ad un grande personaggio e quasi commosso, con gli occhietti vispi ci disse:” Ma questo è sangiovese”, come se nel Chianti non fosse molto più abituato a vederne.
    Ripeto, le cisterne si fermano senza blocchi stradali, senza indagini e pedinamenti, basta un bicchiere e l’onestà di chi assaggia e scrive di vino.

  6. caro Franco,
    il rapporto che i produttori hanno con il vino è diverso quanto sono diversi i viticoltori. Attualmente tutti aspirano ad esprimere il loro terroir (ma non voglio entrare ora nel labirinto terroir). Così accade che in Alsazia un celebre viticoltore sia riuscito a modificare il decreto AOC di un grand cru passando dal mono cepage (riesling, pinot gris etc etc) alla co-implantazione (?) uve diverse nella stessa vigna. Il suo assioma è che così l’aspetto varietale si annulli a favore della complessità e del vero carattere del terroir.
    In altri lidi famosi, i decreti AOC permettono la produzione di “S.A.R.” la Romanee Conti con un massimo di 5% di uve Pinot Blanc e Aligoté. Certo M. de Villaine e M. Roch non si “divertono” a piantare uva bianca nell’esiguo ettaro e 7 di RC, ma il decreto del 1935 fotografando la situazione dell’epoca lo fa, c’è da notare che le vigne ne ’35 erano ancora quelle pre filossera!
    Tornando alle langhe nostrane , mi sembra strano che i Barolo che hanno reso celebre il vino Barolo provenissero da vigneti piantati esclusivamente a Nebbiolo, altrettanto difficile pensare che durante i lavori in cantina ogni tanto un poco di barbera o dolcetto non servissero per completare un tino o altre bisogne.
    Quindi mi chiedo se il decreto DOCG per Barolo e Barbaresco (nebbiolo 100%) non sia stato frutto dell’italico vizio di fare leggi severissime per poterle poi aggirare meglio…
    Di certo non amo i falsificatori e/o taroccatori, e penso che Cabernets, merlot chardonnay e altre uve francesi non siano necessarie in langa, ma è solo il 100% nebbiolo il vero Barolo?
    Dopo l’avvento dei Barolo cru, non potremmo assistere al nascere dei Barolo coimplantati?
    chiedo scusa per la prolissa provocazione…
    lorenzo

  7. mi inchino di fronte alla scienza di un così bravo tecnico italiano, attivo e stimato in Borgogna ed in altri Paesi esteri, ma voglio dire a Lorenzo che il suo discorso mi ricorda tanto una scusa addotta da un celeberrimo produttore di Langa (suvvia non mi fate fare il nome che tanto é chiaro lo stesso) che dopo aver declassato i suoi più prestigiosi e costosi cru di Nebbiolo a Langhe Nebbiolo ci raccontò che l’aveva fatto per valorizzare il suo Barbaresco base (che peraltro oggi é molto buono) e per riprendere quella tradizione di Langa che prevedeva l’aggiunta di un po’ di Barbera al Nebbiolo. I taroccatori di cui parlo io, ed i cui nomi sono noti a tutti (e che fecero tanto incazzare Veronelli: a proposito, tra qualche giorno disporrò del suo articolo sull’Espresso e sarò lieto di ripubblicarlo, per rinfrescare la memoria agli smemorati…) non si limitavano ad aggiungere un po’ di Barbera, ma usavano uve franciose. Ce lo vogliamo mettere in testa o no che quei farabutti (tanto ‘un mi possono mica querelare…) hanno fatto un clamoroso danno al Barolo e al Barbaresco e che solo la forza di volontà e la tenacia di chi ha tenuto salde le redini della migliore tradizione (con un piccolo aiutino anche da parte di chi certe cose le scrisse e non fece il ponzio pilato o l’indiano. O altro) impedì che si arrivasse, come Qualcuno in Alto voleva, a cambiare il disciplinare per consentire un X per cento di altre uve che non fossero solo Nebbiolo? E poi qualche (… meglio che taccia) chiama “illazioni” queste cose? Ma che si vergogni!

  8. Ma ci stupiamo ancora quando controllati e controllori fanno parte della stessa famiglia?
    Che senso hanno i consorzi se poi non disciplinano o controllano perchè altrimenti danneggiano parenti e amici?
    Sarebbe come delegare le attività ispettive della Guardia di Finanza ad un istituto di vigilanza privata, pagato dalla Unioncamere…
    Io sarei ancora più radicale: chiudiamo i laboratori di analisi delle Camere di commercio ed rendiamo obbligatoria la gascromatografia eseguita presso le facoltà di Agraria. Qualora si verifichino discrepanze i NAS chiuderanno l’azienda e revocheranno la licenza per sempre. Scommettiamo che, dopo le prime 10/15 aziende chiuse, le cose tornano alla normalità?

  9. @ Roberto Giuliani
    Non e’ una questione utopistica. Quella cisterna di Raboso del Piave in Langa non gira piu’. Fonte sicura: il produttore del vino ed il trasportatore, entrambi veneti. Forse tu avrai notizie magari di altre cisterne, e per notizie non intendo i sentito dire, ma le fonti dirette. In questo caso potresti fare come ho fatto io all’epoca: parlare direttamente con chi vende e con chi trasporta, fare opera di convinzione, o quanto meno di preavviso a visite dei Nas. In ogni caso plaudo alla tua seconda considerazione e cioe’ che “molti produttori sono diventati “onesti” perché i disciplinari sono stati furbescamente adeguati, consentendo cose che prima non erano consentite”. In effetti quando e’ nata la DOC Langa non sono stato certo il solo a capire che per quella via sarebbero passate tante storture, e la cosa ormai l’hanno imparata bene anche altre zone vinicole, tanto che si riesce a trovare sul mercato anche un “Amarone della Valpolicella” (sic!) in tetrabrik.

  10. Sono d’accordo con Paolo, riguardo ai consorzi, ma voglio aggiungere un pò di altro per chiarire il mio pensiero.
    I consorzi di produttori vanno benissimo finchè si tratta di redigere disciplinari di produzione e gestire e promuovere il marchio comune e collettivo di un vino e del suo territorio.
    Mi va un pò meno giù il fatto che i Consorzi di produttori abbiano la facoltà ispettiva e di controllo sull’operato dei propri soci, la storia puzzicchia di conflitto di interessie di luci ed ombre.
    Se controlli vi devono essere, almeno che siano fatti da una entità non di parte, sennò si rischia sempre che qualcuno dubiti della correttezza e pensi all’arbitro venduto, anche nella più stupenda correttezza e buonafede

  11. @Mario
    non mi riferivo a “quella” cisterna, ci mancherebbe. Ma più volte girando per le strade che costeggiano le vigne di Barolo e Barbaresco mi sono imbattuto in ore serali in autocisterne che, dalla velocità, apparivano ormai svuotate. Cosa accaduta anche a Montalcino. Purtroppo non è stato possibile “coglierli in flagrante”, sebbene una volta, mi pare proprio con Franco, vedemmo un’autocisterna ferma davanti ad un’azienda nota…

  12. @ Roberto Giuliani
    cacchiolina, anche a Montalcino, eh…
    Penso che una volta ogni territorio aveva la sua DOC, faceva un vino solo DOC ed i controlli erano piu’ facili (anche se poi non erano efficaci, ma e’ un altro discorso). Poi ad un certo punto quando in uno stesso territorio ne e’ stata creata una seconda, con una gamma di uve anche differenti, e poi quando sono state autorizzate le IGT col solo limite dell’iscrizione nel registro delle varieta’ autorizzate, ormai era logico che nelle varie aziende si vedevano filari di uve differenti. Dove sta la sicurezza del cliente che non finiscano a “correggere” anche qualcosa della DOC piu’ redditizia? Secondo me quella cisterna di Raboso del Piave non aveva le carte in regola e girava vendendo 500 litri a uno, 1000 a un altro, insomma ci metteva due giorni a svuotarsi e tutti si passavano la parola. Invece quelle di oggi potrebbero quasi tutte avere le “carte in regola”, per esempio si e’ riaperto oggi un altro post su questo blog dove se ne parla ampiamente. Bella la tua frase finale. Certo che me li vedo proprio i miei due winehunters preferiti a bloccare una cisterna sventolando il cappello o il block notes… (non avrete mica una paletta rossa in auto, per caso?)

  13. Non c’e’ mica bisogno di bloccare nessuno. Basta prendere nota delle autobotti (con la targa, ovvio) che passano all’ora tale il giorno tale dal posto tale. E incrociare i dati con analoga serie presa da colleghi dislocati qualche centinaio di chilometri piu’ a sud. Io dico che qualche cosa divertente salta fuori. Dopo tutto se col sistema tutor riescono a monitorare la velocita’ MEDIA di un’auto su un percorso….

  14. Su quanto scrive Andrea Pagliantini poco sopra vorrei aggiungere che per i prodotti a DOP e IGP
    la legge impone che a controllare e a certificare il rispetto delle norme ci sia un Ente certificatore terzo rispetto al Consorzio per la tutela. Questo per evitare il sospetto che naturalmente scaturisce dai Consorzi dove i controllanti sono gli stessi controllati.
    Debbo dire che la battaglia portata aventi da alcuni benemeriti contro il cosiddetto decreto erga omnes, ahimè naufragata, andava esattamente nel cercare di correggere questa stortura.
    Francesco Bonfio

  15. Purtroppo abbiamo perso, come associazione ASSOVIVE, la causa al TAR di Roma contro i decreti ministeriali citati, peraltro con una sentenza davvero incredibile. E’ chiaro, però, che i danni creati dai quei decreti e l’incredibile conflitto di interessi che vi si cela sono lungi dall’essere risolti e stanno alla base di molti dei problemi presenti e futuri delle denominazioni di origine.

  16. Soluzione molto semplice: cromotografia degli zuccheri ; se fatta bene riesce a dare una mappatura sia della varieta’ che della provenienza e da li non si scappa; del resto mi e’ stato insegnato che il nebbiolo puo’ essere lampia’ michet o rose’ nelle varieta’ di vigna ed altro non ci dovrebbe essere; e questo dovrebbe valere per tutte le altre zone di produzione.

    Inoltre un controllo piu’ stretto/abolizione per conto mio anche sui mosti, dell’osmosi inversa; quello non e’ piu’ vino, e’ una bevanda “morta”.

    Ultima cosa: noto con estremo disappunto il fiorire di DOCG senza senso e con regolamenti che tutto fanno tranne preservare il terroir e soprattutto la qualita’ di produzione dei produttori con la p maiusocola e gli esempi si stanno purtroppo moltiplicando.

  17. Per rispondere a Francesco Bonfio, dico che il Consorzio Chianti Classico ha recepito il decreto erga omnes e autocontrolla i propri soci, anche nelle vigne, controllando i numeri di ceppi per ettaro, oltre a controllare i registri di cantina ogni volta che provvede a prelevare un campione di vino per l’mbottigliamento.
    Dovrebbe peò anche controllare il colore di certe foglie….. tutto Sangiovese, non è.
    E poi ribadisco che il decreto erga omnes è una stortura, dovrebbe sempre essere un ente terzo a controllare, anche per una semplice questione logica.
    Per Filippo, la soluzione è molto più semplice, nel nostro territorio, basta stare all’imbocco di alcune strade e vedere chi passa, il gioco è fatto.

  18. Se è vero che esiste un metodo per analiticamente verificare la composizione varietale di un vino come mi pare di aver capito,allora gli enti certificatori (CCIAA o Consorzi di tutela) dovrebbero avere l’OBBLIGO di effettivamente effettuare tutte le verifiche del caso prima di rilasciare le fascette di Stato.Infatti dopo che un vino DOCG è stato approvato significa che è stato CONTROLLATO e GARANTITO e non credo che questi attributi siano da riferirsi solamente alla provenienza del vino stesso, che comunque sarebbe già qualcosa ,ma che sia effettivamente una certificazione riguardante l’applicazione in toto di un disciplinare. Ogni bottiglia di vino abbigliata con una fascetta, acquista quando effettivamente approvata, legittimità qualunque sia la sua effettiva composizione o provenienza:è lo Stato che lo avalla di fronte all’acquirente di ogni bottiglia. Se poi avvengono degli imbrogli, sicuramente vi sarà una responsabilità oggettiva da parte di chi effettivamente compie certe azioni, ma anche un’inevitabile negligenza da parte dello Stato che si è dichiarato garante finale .Se certi aspetti non possono essere verificati, allora sarebbe bene che i disciplinari si limitassero a certificare ciò che effettivamente possono tracciare, in nome della trasparenza.Questo lo dico da agnostico e scettico quale sono.

  19. Io quella macchina, l’ho vista con i miei occhi in un laboratorio privato, viene usata generalmente da chi compra delle partite di vino sfuso per accertarsi della varietà e del prodotto che va poi a mettere in cantina.
    Quindi gli strumenti ci sono per verificare cosa c’è dentro le bottiglie.
    Il consumatore che compra una bottiglia fasciata da un marchio della controllata e garantita, ha la certezza che il vino non ha difetti, non della tipicità o se effettivamente il vino comprato corrisponde al disciplinare di produzione.
    Nelle commissioni di assaggio alla Camera di Commercio, non vengono misurati i parametri di tipicità, è una voce che non esiste, viene valutato solo se il vino ha dei difetti olfattivi o in fase di degustazione o se ha solforosa nella norma o rame troppo alto.
    Colore, franciosità, legno, tipicità, no.
    Il Chianti Classico in bottiglia ne è un buon esempio dato che da un territorio che fatico a definire omogeneo, ma dal disciplinare unico, si trovano vini agli antipodi, vini che hanno le caratteristiche varietali e del territorio e vini che sono totalmente diversi.
    Alla fine, a questo punto, sono tentato dal dire di slacciarsi dai disciplinari e che ognuno in bottiglia metta quel che gli pare, purchè dica cosa c’è e come lo fa

  20. Fortunatamente attorno all’agricoltura italiana e alle sue peculiarità ruotano molti esperti che hanno anche il coraggio di denunciarne le nefandezze che ahimè sono purtroppo tante. Sono in pochi a parlare e a fare “illazioni”, molti dicono di sapere ma tacciono, molti fanno finta di non accorgersene e molti altri non se ne accorgono proprio ma l’agricoltura italiana è fatta anche di una serie di situazioni non proprio trasparenti. Nessuno obbliga a certificare o a rispettare una dop e doc che sia, chi lo fa avrebbe il dovere di rispettare ciò che è prescritto dal disciplinare ma spesso non è così.
    Con la filosofia che va per la maggiore in Italia per gli interessi di pochi saremo sempre più esposti all’invasione di porcherie immonde provenienti dall’estero.
    L’unica speranza sta nelle persone che come Franco hanno il coraggio di parlare e di esprimere i loro dubbi e le loro perplessità. Provocatori e sapientoni che tanto criticano chi avanza dubbi sono la rovina dell’agricoltura italiana, sono sempre schierati e hanno sempre qualcuno da difendere.

  21. A questo punto, visto che i controllori non controllano e che lo stato non controlla i controllori, che ne dite di una bella “class action”?

  22. Pingback: Andrea Pagliantini » Blog Archive » Vino e vino

  23. Caro Andrea,credo che le analisi a cui ti riferisci potrebbero forse fare chiarezza in vini monovarietali mentre in vini ottenuti in uvaggio come Il Chianti appunto, la cosa si farebbe pressoché impossibile ed anche l’uso di concentratori vari in vini monovitigni sicuramente getterebbe altro fumo negli occhi.Mi rendo conto benissimo che nell’approvazione di vini da parte degli enti, nemmeno si tenti di certificare effettivamente un disciplinare ma il consumatore è ingannato forse nel ritenere che invece sia così. Paradossalmente nei vini che non abbiano un’approvazione da parte di un ente che si assume inevitabilmente certe responsabilità e mi riferisco agli IGT e vini da Tavola i sofisticatori sono più esposti. Personalmente vedrei bene delle autocertificazioni per tutti i vini con tanto di firma del titolare dell’azienda che informi il consumatore su provenienza delle uve/vini,lavorazioni varie in retroetichetta :un po’ Veronelliano come concetto ma doverci mettere la “faccia”sicuramente dovrebbe perlomeno fare riflettere certi produttori che esiste anche una cosa che si chiama”etica professionale”.

  24. Cristiano, hai perfettamente ragione riguardo all’impossibilità di usare quel macchinario per un vino come il Chianti, che è una miscela di vari uvaggi e al momento della degustazione in camera di commercio il suo uso sarebbe nullo.
    Sarebbe però interessante farlo usare nei periodi di vendemmia o nel momento in cui il vino è “atto a divenire” per vedere cosa viene fuori.
    Per quanto mi riguarda, credo che i furbi non si facciano tanti scrupoli nelle denominazioni, dalla docg all’igt, chi vuole fare il furbo è in grado di farlo benissimo.
    Concordo con te sul fatto che ogni produttore ci metta la faccia e dica in bottiglia cosa c’è e come ci è finito, i furbi si battono solo informando, informando, informando.
    E con giornalisti del settore un pò meno schierati e franchi, sono loro che invece di pompare un vino dovrebbero dire in onestà cosa ci sentono dentro, (e produttori che fanno vini per compiacere ai giornalisti?)
    Franco, ovviamente, non parlo di te, è quasi inutile dirlo, però non è mai male ribadire, per non generare falsi equivoci.

  25. Ma la gascromatografia degli zuccheri da’ risultati attendibili anche in un vino secco? Non e’ limitata ai mosti? Comunque mi ero informato su protocolli e “pacchetti” di test atti a evidenziare l’origine territoriale (non la composizione varietale) di cose come l’olio e il vino, e la cosa per quanto promettente non e’ cosi’ banale. In particolare la tecnica piu’ promettente sembra essere la combinazione della cosiddetta SNIF-NMR e della spettroscopia infrarossa con trasformata di Fourier (FTIR). L’Universita’ di East Anglia a Norwich e’ abbastanza all’avanguardia per queste cose, ma si tratta di avere una messe di dati abbastanza imponente e di applicare metodi statistici abbastanza sofisticati. Ne deriva anche un’alta opinabilita’ (nel senso di numero di contestazioni che si ricevono nei congressi) delle conclusioni.

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