Alle Anteprime toscane con schiscetta e sacco a pelo?

Avvertenza: questo post è assolutamente corporativo, personale, riservato alla carovana (stavo scrivendo caravanserraglio) dei giornalisti italiani ed esteri (mi sa che devo tradurlo anche in inglese) che sono invitati alle varie manifestazioni dedicate alla presentazione in anteprima delle nuove annate dei vini che vanno in commercio che si svolgono dal Piemonte alla Campania alle isole. E non interesserà assolutamente alla stragrande maggioranza dei lettori di questo blog.
Voglio comunque, perché la cosa mi é rimasta diciamo sullo stomaco, porre una semplice domanda: siamo arrivati all’epoca della schiscetta (traduco per i non milanesi e lombardi: gavetta) e del sacco a pelo?
A giudicare dal buffet bulgaro, così poverello e tristo (non triste), così dimesso, con una sola persona incaricata costretta a cantare e portare la croce, ad affannarsi davanti a torme di (giustamente) affamati, che è stato proposto agli addetti ai lavori invitati a degustare gli Amarone della Valpolicella 2004 in occasione dell’Anteprima veronese di sabato 26 gennaio (leggi), accingendoci a scendere in Toscana per la settimana del Chianti Classico, del Vino Nobile di Montepulciano e del Brunello (e ancora prima della Vernaccia di San Gimignano) dobbiamo concludere che da Verona sia partita una nouvelle vague pauperista?
Dobbiamo prevedere che invece della consueta squisita, avvolgente e golosa ospitalità, espletata in ogni momento delle tre manifestazioni, con calore e simpatia, ci troveremo di fronte a tavole poco imbandite e a notti (fredde) sotto i ponti?
Insomma, visto come a Verona si è pensato di rifocillare (si fa per dire) coloro che stavano facendo il tour de force dell’assaggio (più o meno meditato: c’era anche gente che si è trovata in piedi, perché i posti disponibili erano inferiori al numero degli accreditati: davvero geniale …) di 70 Amarone della Valpolicella, nel partire per San Gimignano – Firenze – Montepulciano – Montalcino dovremo portarci dietro il sacco a pelo per rendere un po’ meno dure le notti all’addiaccio, e una schiscetta con dentro qualcosa preparato provvidenzialmente a casa (degli spaghetti avanzati, quattro polpette…) perché non si sa mai e magari qualche pacchettino di crackers, di biscotti o, per tornare all’epica delle centomila gavette di ghiaccio di bedeschiana memoria, qualche galletta o della carne secca salata?
Tanto per sapere, tanto per regolarci, perché con gli italici Consorzi, con rispetto parlando, non si è mai certi di nulla…

0 pensieri su “Alle Anteprime toscane con schiscetta e sacco a pelo?

  1. Caro Franco,
    sarò sincero: mi irrita molto di più l’assalto degli psudogiornalisti alla greppia delle anteprime e (di conseguenza) ai buffet più o meno ricchi che non l’eventuale povertà di questi ultimi. Del resto, la domanda (retorica) aleggia da sempre: se consorzi e produttori trovano giusto lamentarsi spesso (e spesso a ragione) della famelicità scroccatoria e profittatoria dei giornalisti, oltre che dei costi comprensibilmente mostruosi che comporta organizzare banchetti per centinaia di allupati, perchè mai li invitano? O meglio, perchè ne invitano così tanti? Da cosa deriva questa contraddittoria prassi di invitare cani e porci e poi lamentarsi se cani e porci arrivano in massa, mangiando e bevendo a sette palmenti?
    E, di contro: come mai la stampa seria (vera, corretta, professionale, chiamala come vuoi) accetta comunque, in queste e in altre occasioni, di essere assimilata agli immancabili scroccatori, sedicenti, aspiranti, millantanti, etc.? Massa informe che per prima saccheggia i buffet, rende impraticabili le sale di degustazione, bivacca per ore e magari ne approfitta per tentare di vendere a produttori e consorzi medesimi “merce” propria tipo consulenze, pubblicità, marchettume vario?
    Come sai, non sono tenero con la categoria dei giornalisti, che considero la prima responsabile della propria irreversibile decadenza.
    Ecco perchè sono relativamente più indulgente verso gli organizzatori delle anteprime, che si trovano a far fronte a una mole ogni anno maggiore di ospiti, che non verso i “colleghi”. Sì, lo so, l’ho detto già sopra: ma glielo ha ordinato il dottore ai consorzi di invitare centinaia di giornalisti veri e falsi? Certamente no. E quindi, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
    Tutto quanto sopra premesso, appartengo alla categoria di chi pensa che a caval donato non si guarda in bocca. Pertanto ometto sempre di lamentarmi, anche quando le lacune organizzative sono gravi. Anche perchè sovente come vanno le cose so sa in anticipo e, come il dottore non ha ordinato a loro di invitarmi, così non ha ordinato a me di accettare gli inviti. Ma, ripeto: perdono più volentieri i pranzi poveri e i buffet modesti delle gomitate a cui spesso si è costretti per assaggiare in santa pace dei vini perchè la sala è piccola, i posti mancano e i soliti sedicenti occupano lo scranno per ore.
    Dopodichè…arrivederci alla maratona toscana del 18-24 febbraio.
    Ciao,

    Stefano

  2. E aggiungo una cosa: il problema non è solo alle anteprime.
    A Milano ci sono autentici professionisti dell’ingozzo a sbafo.
    Una volta, a una degustazione di vini altoatesini, mi capitò di vedere uno dei rappresentanti della categoria (una signora di età avanzata) mentre con nonchalance asportava una bottiglia di Moscato rosa di Franz Haas mettendosela con calma nella borsa.
    E non era la solita. A Milano imperversa una sconosciuta, anziana giornalista di cui non ho mai saputo il nome, che è una virtuosa dello scrocco.

  3. @ schigi: il suo “commento” é talmente stupido che si commenta da solo. Il gomito, per sua norma, lo alzerà lei (io degusto, lei, forse, si ubriaca e poi scrive “commenti” tanto stupidi), e i “redazionali unti” li faranno suoi amici, giornalisti o pseudotali, di note testate che vanno per la maggiore…

  4. Io non faccio distinzione nella categoria quando mi capita di assistere a rinfreschi per giornalisti, in cui il Pilone della Nuova Zelanda avrebbe difficoltà ad accaparrarsi una tartina con le uova di lompo.
    La categoria è messa male e il trattamento ricevuto a Verona spero sia solo un assaggio.
    I giornalisti enologici servono a qualcosa o a qualcuno? (a parte quattro o cinque nel mondo?)

  5. non lo so, ma una cosa é certa: la sua presenza al mondo dimostra in pieno l’assurdità e la stravaganza dell’essere ed il fatto che sia il caso l’assoluto reggitore delle cose…
    p.s. se i giornalisti del vino sono inutili, perché lei perde il suo tempo prezioso a leggermi e a commentare quello che scrivo? Ritorni nel forum dove si é già fatto notare per il suo stile…

  6. Caro schigi,
    ho la sensazione che lei non sappia di cosa parla. O, peggio, che parli di ciò che conosce poco e molto da lontano. Che la categoria sia messa male può essere vero ,anzi è vero certamente, ma dirlo può esserlo solo chi ne fa parte e lei non mi sembra un collega. Se lo fosse, si firmerebbe innanzitutto con nome e cognome, anche per farsi riconoscere e dimostrare di essere il primo a dare il buon esempio. O parla per sentito dire?
    Quindi si riveli. O taccia.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  7. Francamente non capisco. Comunque, per chiarire, ripeto: chiunque può fare appunti a chicchessia, purchè abbia cognizione di causa. Altrimenti sono discorsi da bar. E poichè dubito che lei, se non è dell’ambiente, abbia conoscenza di un microcosmo abbastanza ermetico come quello dei giornalisti, la invitavo a rivelarsi o a tacere. Tutto qui.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  8. Senti senti: a dire che “la categoria e’ messa male” puo’ essere “solo chi ne fa parte”. Ma complimenti. E la chicchina finale viene solo di conseguenza: o prego favorisca documenti o taccia. Parafrasando la sua pessima uscita, Tesi, direi che “dirlo puo’ essere solo” il padrone di casa, il quale le sara’ particolarmente amico, ma ancora non risulta che sia lei.
    Solo a margine aggiungo che chiedere a schigi il nome e cognome affinche’ “si faccia riconoscere”, e’ forse il pezzo migliore, se non altro quanto a comicita’, visto che e’ persona notoria. Per lo meno nell’ambito della comunita’ italiana che si interessa di vino su internet.

  9. Mi dispiace soprattutto del fatto che Franco Ziliani abbia ritenuto il mio commento indirizzato a se.(non è facile farsi capire,soprattutto se non si scrive per mestiere)
    Nulla di tutto questo, anzi, alcune volte mi è capitato di osservarlo , durante pubblici banchi d’assaggio (l’ultimo quello del Westin Palace di Milano sui Banyuls e Maury), e ne ho sempre apprezzato non solo la sobrietà , ma soprattutto il basso profilo con cui si propone ai produttori (niente bigliettini sventolati, molto anonimo e, se me lo consente perchè credo sia voluto “quasi un po’ da sfigato” ;-))
    Detto ciò , che spero abbia chiarito l’equivoco, chiunque abitualmente frequenti presentazioni e degustazioni, avrà avuto a che fare con “giornalisti” un po’ meno professionali di Franco.
    Caccia aperta alla doppio o triplo echantillon, sotto gli occhi disperati delle hostess, corsa al buffet, degustazione vino con la bocca piena di cibo.
    Mi piacerebbe dire che le mele marce ci sono in ogni categoria e che sono di solito una piccola percentuale, ma mi tocca invece osservare nella stampa enogastronomica l’incidenza è molto alta.
    Poi, se sia colpa più loro, di chi organizza o dei direttori che non li fanno mangiare al ristorante non lo so, e non voglio assolutamente, ripeto, generalizzare.
    E’ una cosa che ho notato.

    Schigi.(Luigi D’Amelio)

  10. Può darsi che la prima parte del commento un po’ acidino di Cintolesi sia stato inviato quando io avevo già postato la precisazione sul senso delle mie precedenti parole, quindi tralascio.
    Quanto invece alla presunta comicità delle mie successive affermazioni circa l’identità di schigi (glissando sulla comicità della sua – di Cintolesi – tendenza a equivocare), se, come afferma (e non ho motivo di dubitarne), lei è un accanito frequentatore di questo e di altri blog, dovrebbe sapere che per il sottoscritto l’identità del prossimo non è mai presunta e che per principio mi firmo sempre per nome e cognome, gradendo che lo facciano anche gli altri. Lo farei anche se fossi famosissimo.
    La “chiara fama” di qualcuno non mi impressiona affatto. Nè trovo una deminutio capitis il non far parte di quella “comunita’ italiana che si interessa di vino su internet”. Cosa di cui lei pare andare fiero al punto di pavoneggiarsi. Chi si accontenta…
    Ignoravo chi fosse schigi e, senza offesa per lui, sia chiaro, non me ne vergogno affatto.
    Ho invece la sensazione, anzi qualcosa di più, che lei della categoria giornalistica sappia solo per sommi capi o per luoghi comuni (spesso le due cose coincidono) e tradisca anche un certo malanimo verso la categoria.
    In parte giustificato se ha avuto a che fare con i giornalisti di cui anche D’Amelio ha appena e giustamente postato, molto meno in caso contrario.
    La inviterei, tra una risata e l’altra naturalmente, a documentarsi meglio.
    Intanto me la rido io.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  11. Stefano, Filippo Cintolesi é un buon amico, un po’ ruvido talvolta, ma una persona perbene. Produce un buon vino, che sono lieto di essere stato tra i primi a raccontare, in Chianti Classico e lo fa quasi da outsider (ma con una passione infinita e una capacità di apprendere grande, e con l’aiuto di un grande vignaiolo e uomo della campagna chiantigiana, Andrea Pagliantini). Sono certo che se vi conosceste trovereste molti punti in comune. Magari non parlando di politica (nemmeno io con lui ho un grande feeling da quel punto di vista), ma di vino e di Toscana sì

  12. Vede, D’Amelio, alla fine si finiscono per dire tutti le stesse cose. Facile, quando il bersaglio è grosso. Ma la realtà è sempre più complessa. La sobrietà di comportamento di Franco Ziliani, che posso testimoniare non solo in quanto suo amico ma da ventennale frequentatore dell’ambiente (non so se agli occhi di Cintolesi ciò valga quanto i galloni di membro “della comunita’ italiana che si interessa di vino su internet”, ma nel caso me ne farò una ragione), è non solo sua ma anche di molti altri colleghi i quali, proprio in virtù di essa, passano giustamente inosservati. Ce ne sono poi moltissimi altri che gozzovigliano, scroccano, etc. attirando la mia e altrui esecrazione.
    La stessa cosa, a parti invertite, la fanno però, ad esempio, i produttori, con i loro atteggiamenti spesso servili, le striscianti corruttele, l’ambiguità degli atteggiamenti, l’ipocrisia dettata dall’opportunismo.
    Sia chiaro, è ovvio che non sono tutti così. Ma parecchi, sì.
    Io tuttavia non mi permetto di sottolinearlo a ogni piè sospinto come qualcuno fa per i giornalisti. Lo faccio presente adesso solo perchè siamo in argomento.
    Quanto al resto, e cioè al perchè consorzi, produttori, pr, etc continuino a invitare e a fare moine ai “tartinari”, il motivo lo sappiamo tutti: i “numeri” (di presenze, di invitati, di cartoni regalati, di minuscoli ritagli ingranditi con le fotocopie) fanno comodo, giustificano spese, illudono di successi. E poi “non si sa mai che qualcuno diventi importante e se non lo invito me la faccia pagare”.
    Ciò non toglie che alla scarsa professionalità dei primi faccia specchio quella dei secondi.
    Quando però sarebbe il momento di dire basta, nessuno ne ha il coraggio.
    A questo punto lo chiedo io: perchè?
    Saluti,

    Stefano Tesi

  13. Caro Franco,
    conosco Filippo Cintolesi come produttore di vino e frequentatore di questo blog, ma non di persona. Non ho motivo di dubitare di quanto mi dici e può anche darsi che abbiamo davvero molti punti in comune. Mi farà piacere verificarlo alla prima occasione. Fino ad allora, però, continuerò ad invitarlo a parlare di ciò che conosce, senza sparare nel mucchio, e a moderare le intemperanze dettate dal temperamento. Magari, lo dico sommessamente, suggerendogli anche di convincersi che nè il mondo nè il vino finiscono con internet.
    A presto,

    Stefano

  14. Bè, il primo messaggio in commento a questo articolo era sulla spedizione a Ziliani di alcune buste di taralli pugliesi, ora abbiamo anche il Chianti.
    Alla fine….lì siamo finiti ;-))

  15. Quando siamo in mutande, siamo tutti uguali, non c’e’ presidente di Tribunale o biscazziere (ma anche giornalista o produttore) che tenga. Vale solo il fisico, oppure la pancetta. Quando siamo all’osteria e’ la stessa cosa. Il vino ce lo servono in brocca, in caraffa, quasi mai con il fiasco o la bottiglia. Se e’ buono, ne ordiniamo ancora, anche se viene da un bottiglione di una cooperativa, se invece non e’ buono, rimane nel bicchiere, anche se viene da una barrique di Allier. Percio’, schiscetta in spalla e via!

  16. Signor Tesi, ovviamente il mio commento e’ stato postato quando il suo era ancora in corso d’approvazione e quindi non da me visibile, altrimenti lo avrei formulato in modo diverso, anche se la sostanza sarebbe rimasta: crede forse con la sua spiegazione successiva di aver detto qualcosa di diverso?
    Cio’ premesso, mi permetto di rimarcarle che se risponde a me sarebbe opportuno che lei leggesse per lo meno quello che io scrivo. Rida pure, ma sara’ difficile che il sottoscritto possa averle dato da pensare che scrive di cose che non conosce. Mi indichi col dito, prego, dove io avrei “tradito malanimo verso la categoria” dei giornalisti, dove avrei di costoro parlato “per sommi capi o per luoghi comuni”.
    Mi indichi ancora, sempre la prego, dove io mi sarei vantato di essere un accanito frequentatore di questo o di altri blog, dove mi sarei “pavoneggiato” di far parte della comunita’ italofona che si interessa di vino su internet. Dove “avrei sparato nel mucchio”. Dove avrei dato mostra di “intemperanze dettate dal temperamento” (complimenti per la lingua). Dove insomma avrei manifestato tutte quelle cose contro le quali lei a testa bassa ha caricato. Ancora una volta lei mi conferma di essere una persona che con estrema facilita’ rimprovera ad altri i comportamenti che lei stesso si trova ad adottare, nella fattispecie il parlare per stereotipi e per luoghi comuni, in una parola: la superficialita’. Nonche’ una certa propensione al settarismo fazioso.

    Io ho commentato semplicemente un paio di sue uscite. Uscite che per la verita’ si commentano da sole. Una e’ quella secondo la quale le critiche su una categoria possono legittimamente provenire solo dall’interno della categoria (almeno la magistratura che gode in quanto terzo potere degli Stati di tale prerogativa di autodisciplina, si e’ data un consiglio superiore); l’altra e’ il modo chiaramente intimidatorio (sia pure da un punto di vista dialettico) con cui il suo interlocutore o dichiara le proprie generalita’ o taccia. Che dirle? Io personalmente (oltre a firmarmi con nome e cognome come fa lei) mi pregio di rispondere alle domande e alle critiche, non a chi le formula. Perche’ ritengo di avere sempre qualcosa da rispondere, e mai da nascondermi dietro il dito dell’anonimato altrui. Quanto a questo punto che l’ha indispettita tanto (la notorieta’ o meno di Schigi all’interno della comunita’ enofila su internet): non si tratta di considerare una medaglia lo scrivere di vino su internet, o un demerito non far parte di quella comunita’. Si tratta, come sempre, di adeguarsi allo “stato dell’arte” (come suol dirsi) di una comunita’, quale essa sia, nel momento stesso in cui si varca la soglia dell’uscio che porta al suo interno. E lei scrivendo su questo come su qualcunque altro blog, in qualche modo, che le piaccia o meno, ha varcato quell’uscio. Il mondo si guarda bene dal finire con internet, ma anche questa tirata contro la moda di internet se la poteva risparmiare, perche’ che qui inizi o qui finisca, tuttavia al momento ci troviamo proprio in quel canale di comunicazione, la rete appunto. Non che lei sia obbligato ad essere informato di chi frequenta un certo ambiente, sia chiaro. Continui pure, anzi, a frequentare tutti gli ambienti che ritiene e continui al tempo stesso a fare vanto di ignorarne gli usi, perche’ tanto il mondo finisce sempre un po’ piu’ in la’. E’ solo che il complesso del suo atteggiamento, preso in questa prospettiva, come ho gia’ avuto modo di scrivere piu’ sopra e’ appunto alquanto risibile. In maniera direttamente proporzionale alla decisione con cui si picca di sculacciare gli altri.

  17. Guardi Cintolesi,
    dire che le sono antipatico è semplice e legittimissimo, non c’è bisogno dell’effluvio verbale di cui fa uso. Peraltro confermando la tendenza (vista la recidiva, temo – ahimè – cronica) a prendere fischi per fiaschi. Confermo senza alcuna animosità, ma con fermezza, quanto da me precedentemente scritto: lei ha un evidente malanimo verso i giornalisti (è una constatazione, non un rimprovero) e conosce la categoria per sommi capi. Ciò che la porta a giudizi superficiali e fuori misura, i quali non hanno bisogno di essere “indicati a dito” (cosa che per educazione non faccio mai), anche perchè sono evidenti.
    La sua improvvida scalata sugli specchi dei distinguo a proposito de “la comunita’ italiana che si interessa di vino su internet” si commenta purtroppo da sola, per tacere della surreale affermazione sul “nascondersi dietro il dito dell’anonimato altrui”: spero sinceramente pensasse ad altro, mentre vergava una simile amenità. O è fissato con le dita?
    Mi dispiace infine scoprirla così nervoso (i miei tempi si diceva coda di paglia: sul web si usa diversamente?) da accusarmi addirittura di una “tirata contro la moda di internet”: ma quando mai? E se fosse, cos’è, lesa maestà?
    Se volessi ulteriormente polemizzare, le risponderei poi a tono sulla sua intimazione a “adeguarmi allo stato dell’arte”. Non lo faccio anche perchè mai un simile invito suonò più di questo come un autogol dialettico.
    Infine e sempre molto pacatamente: non ho la presunzione di insegnarle a fare il vino, vorrei lei non avesse quella di insegnarmi l’italiano.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  18. Tesi, ma Lei non riesce mai ad ammettere di avere esagerato? Le considerazioni di Cintolesi sono assolutamente sottoscrivibili, specie quando sottolinea il Suo davvero antipatico atteggiamento a difesa della categoria.
    Come vignaiolo forse non conoscerò gli insondabili e indubbiamente affascinanti segreti della categoria dei giornalisti enogastronomici. Posso, però, confermare che fra fiere, degustazioni e presentazioni varie ho visto molte scene divertenti e istruttive con protagonisti alcuni dei Suoi stimatissimi colleghi. Così come per altri suoi colleghi, tengo a precisarlo, nutro grande stima e rispetto. Però che sia consentito esprimere giudizi anche “da fuori”, poiché ciascuno deve rispondere dei propri gesti pubblicamente, non solo di fronte a quella che, a questo punto, parrebbe una casta chiusa.
    Se un produttore di vino fa o dice qualcosa di sbagliato io non mi sognerei mai di difendere la categoria adducendo a scusa che non si conosce l’ambiente e il mondo ermetico dei produttori di vino. O di affermare che per giudicare si dovrebbe essere del giro. E’ ridicolo.

  19. @Cintolesi e Dottori
    Quello che emerge sempre è quanto sia difficile discutere sulla rete senza guardarsi in faccia e sentire i rispettivi toni.
    A prescindere dalle divergenze d’opinione, che per fortuna esistono altrimenti sarebbe una noia mortale, mi sembra che Stefano abbia effettuato proprio nel suo primo commento una critica ben precisa a pseudogiornalisti (dove quel “pseudo”, se ho ben compreso il pensiero di Stefano, significa “personaggi che, a prescindere dal fatto che abbiano la tessera o meno, non hanno un comportamento rispettoso della categoria ma la sfruttano semplicemente per i loro meschini interessi”) che, obiettivamente, si incontrano con sempre maggiore frequenza alle varie manifestazioni enoiche rivolte alla stampa.
    E’ logico che essendo giornalista di ventennale esperienza abbia avuto modo di verificare sul campo continuamente certi fenomeni. Certamente non è necessario essere giornalisti per criticare simili comportamenti, basta essere presenti agli stessi eventi con la stessa assiduità. E basta leggersi poi gli “articoli” che quegli stessi personaggi scrivono successivamente (quando lo fanno…), per avere conferma della loro totale mancanza di professionalità e preparazione.
    Però, chi non è del settore (di qualunque settore), non può che farsi delle convinzioni piuttosto limitate, non conoscendo gli altri aspetti della categoria.
    Di fatto è tutto qui, ed è su questo, ne sono certo, che Stefano, del quale anche se lo conosco da pochissimo personalmente credo di aver compreso il carattere battagliero e “toscanaccio”, intendeva puntualizzare.
    Infine, anche se da quanto ha scritto viene da pensare che Stefano ritenga il web un mondo con dei ben precisi limiti (e in parte è piuttosto vero), soprattutto perché è un calderone di cose ottime, discrete e pessime, dato che è una persona sveglia, non vi stupite se a breve avrà un suo sito personale, a dimostrazione che anche in questo terreno non intende certo limitarsi a guardare.
    Non ho scritto questo “in difesa” di Stefano, ci mancherebbe, mi sembra in grado di cavarsela benissimo da solo, ma vorrei solo evidenziare come spesso sia facile fraintendersi, alzare i toni e non comprendersi quando ci sono solo le parole e mancano i nostri sensi a farci da guida.

  20. Caro Roberto,
    ti sono davvero infinitamente grato per questo tuo intevento. Non solo per le belle parole che mi riservi, e che ricambio, ma soprattutto perchè assai meglio di me sei riuscito a spiegare a fondo e in breve il senso dei miei precedenti interventi. Hai colto perfettamente, non a caso da membro della comunità giornalistica, le sfumature e i distinguo che dall’esterno non si colgono e che io cercavo di spiegare. Hai subito afferrato che io non difendevo minimamente la categoria (che anzi, da queste e altre colonne, ho plurime volte attaccato e criticato per essere, tra l’altro, infarcita degli pseudo, sedicenti, scorretti, etc che i produttori ci rimproverano) ma, al contrario, evidenziare come all’interno di un gruppo professionale pur esteriormente assai poco difendibile si trovino invece persone serie e capaci.
    Idem dicasi per il web: anche qui hai centrato integralmente la misura del mio pensiero. A dimostrazione che non sono solo io che non so spiegarmi, ma a volte anche gli altri che non vogliono capire.
    Come in questo caso fa Dottori, persona di cui proprio su questo blog ho peraltro conosciuto le qualità: a parte il “ridicolo” con cui mi qualifica (grazie!), interpreta le mie parole esattamente al contrario e fa un’intemerata, dandomi così involontariamente ragione.
    Quindi rispondo che, come si chiede a me di riconoscere di aver esagerato (accolgo l’invito, ma in genere quando sbaglio mi scuso sempre, spero l’abbia notato), chiederei a lui e a chi come a lui capita di prendere, vedi il caso in oggetto, fischi per fiaschi, di riconoscerlo senza alcuna vergogna.
    Ciao e a presto,

    Stefano

  21. Postilla: a morale della favola, il presente carteggio dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, come ci sia qualcosa di strutturalmente difettoso nel rapporto tra produttori, stampa e mondo del vino in generale.
    In parte è lo stesso problema che si registra in tutti i settori economici, evidentemente, e cioè quello di una tendenziale conflittualità dettata da interessi e funzioni, con tutte le zone grigie che ne derivano.
    Ma il vino ha anche una sua specificità legata a un sistema di parrocchiette, conventicole, contiguità che, se da un lato “umanizzano” i rapporti, dall’altra sono fonte di infiniti inciuci, equivoci, trasversalità concrete e potenziali.
    Resto convinto che nel settore della stampa sia necessario, se non indispensabile, un ripulisti che sgombri il campo da troppe figure ambigue, prive di titolo, di scrupoli e di rispetto per la deontologia professionale.
    Resto però convinto che anche tra i produttori (non tutti, come sopra, è ovvio, ma in generale) sia necessario un radicale cambio di mentalità. Che cioè si debbano riprendere le indispensabili distanze tra le persone e i rispettivi interessi, si debba convincersi che i giornalisti non sono soggetti da “tenere buoni” in vista o nella speranza di una “recensione positiva” o peggio ancora di una pubblicità più o meno occulta (obbiettivo, me lo consentano i signori produttori, dell’80% delle relazioni che si instaurano nell’ambiente), ma interlocutori professionali. Dei quali si può essere “amici” come persone senza che ciò contempli l’ipotesi o la speranza di “sconti”.
    E’ una cosa possibile, che i molti casi accade, ma in moltissimi altri no. Lo constato, come gran parte dei colleghi che mi leggono qui, tutti i giorni, in qualsiasi circostanza.
    Si abbia il coraggio di dire le cose come stanno senza falsi pudori. Senza fare le verginelle da un lato e i cinici dall’altro.
    Credo che avremmo tutti da guadagnarne.

    Stefano Tesi

  22. Condivido al 100% l’ultimo messaggio di Stefano Tesi.
    Ma a me pare che proprio “il coraggio di dire le cose senza falsi pudori” implichi che si possano giudicare le dinamiche di una categoria professionale pure senza farne parte. Quanto al prendere “fischi per fiaschi”, Tesi non mi faccia passare per stupido: mi spiace davvero ma la Sua frase non ammette interpretazioni diverse da quella intesa da Filippo Cintolesi: “Che la categoria sia messa male può essere vero, anzi è vero certamente, ma dirlo può esserlo solo chi ne fa parte e lei non mi sembra un collega”. Lo ha scritto Lei.
    Dopodiché tirare in ballo, come fa Giuliani, le buone intenzioni o il carattere battagliero e toscanaccio non cambia di una virgola il senso della frase in questione, anzi pare ancora una volta che fra giornalisti ci si debba sempre o ammazzare di insulti e querele o difendere a prescindere, per partito preso.
    A Roberto Giuliani, che afferma: “chi non è del settore (di qualunque settore), non può che farsi delle convinzioni piuttosto limitate, non conoscendo gli altri aspetti della categoria”, dico che il fatto di non far parte di una categoria non significa automaticamente non conoscerla. Conosco abbastanza bene alcuni bravi giornalisti eno-gastronomici e posso dire di essermi fatto una idea del settore. Magari non del corretta, ma una idea piuttosto precisa me la sono fatta. Non in base a presunzioni ma a dialoghi, scambi di idee e di impressioni, confronti. E così, credo, molti altri colleghi vignaioli e produttori di vino.
    Non riesco proprio a vedere alcuna buona ragione, dunque, per cui, così come i giornalisti del vino esprimono giudizi sui nostri vini, e molto, troppo spesso, anche sulle nostre persone, sulle nostre storie aziendali, sulle nostre categorie, noi non saremmo abilitati ad esprimere giudizi sui giornalisti stessi, sul loro lavoro, sul loro approccio alla professione.
    La capacità critica, così come l’uso della lingua italiana, non sono proprietà esclusiva dei giornalisti di professione.

  23. Caro Dottori,
    temevo che avrebbe pensato volessi difendere Tesi o addirittura la categoria, invece non era assolutamente questo il senso del mio scritto. Mi convinco ogni giorno di più che parlare via web è estremamente limitante e non è mai facile riuscire con le sole parole a far passare tutto quello che si ha in mente. O almeno è sicuramente un mio limite.
    Tutti hanno il diritto di fare critiche, soprattutto quando sono a stretto contatto con ciò che poi criticano. Ma il punto qui era nel travisare attraverso le diverse personalità il succo del tema. Ovvero che fra gente qualificata e corretta ci sono sempre altri individui che tali non sono, elemento che tutti condividiamo e per il quale non c’è ragione di polemizzare.
    Personalmente non ho mai scritto un solo articolo o commento critico su un produttore senza averlo conosciuto personalmente e in modo approfondito, ma in ogni caso ho espresso esclusivamente la mia opinione sul suo operato squisitamente vinicolo non sulla persona.
    Qui il tema è esattamente lo stesso e, ne sono convinto, la pensiamo tutti allo stesso modo, le porcherie ci sono e sono quelle che a volte finiscono per dare adito a giudizi generalizzati, in politica ne abbiamo un ottimo esempio.
    Sulle differenze di carattere fra chi comunica e sui diversi modi di porsi in un dibattito non ho preso le difese di Tesi né accusato lei o altri di avere un atteggiamento scorretto. Constato soltanto quanto sia difficile capirsi proprio in virtù di una forma di “stizza” che spesso ci governa, rendendo ovviamente più difficile il dialogo. E questo posso dire, leggendo il blog di Ziliani sin dalla sua nascita, è ul elemento assai frequente, purtroppo.

  24. Signor Tesi, premetto che ho letto solo il primo commento postato alle ore 17:22 di ieri, e a quello rispondo. La invito a rileggersi, intendo dire a rileggere il suo secondo commento a questo articolo. Rilegga la sua protervia e poi vada a parlare a qualcun altro di malanimo. Antipatico lei a me? No, non si lusinghi tanto: lei mi e’ totalmente indifferente. E ritengo che sia possibile (nonche’ auspicabile) parlare e discutere prescindendo dalle simpatie e antipatie personali, pratica questa che mi rendo conto deve esserle alquanto poco conosciuta. Quanto alle arrampicate sugli specchi le lascio tutte a lei, come dimostrato ampiamente dalla sua incapacita’ di mostrarmi dove io mi sarei macchiato delle colpe che mi rimproverava nei commenti precedenti. Una volta accortosi che si era sbagliato attribuendo a me espressioni di Schigi, avrebbe fatto molto miglior figura con un semplice “mi sono sbagliato”, ma la sua insicurezza che traspare dalla sua prosa evidentemente le impedisce una semplicissima dichiarazione di tal tenore. E di nuovo la lascio in compagnia del ditino dietro cui continua a nascondersi: ha addirittura il coraggio di parlare di educazione e di gabellare per questa le sue accuse generiche e non circostanziate nei miei confronti.. Questa io la chiamo vilta’ dialettica e anche notevole villania. Tutte le altre sue petizioni di principio non le commento nemmeno.
    Per concludere vorrei dire che lei sbaglia due volte nella sua chiusa: la prima volta sbaglia perche’ mentre fare il vino puo’ anche essere un mestiere di pochi, evitare di bisticciare con le parole ed evitare l’uso di superlativi impropri (una cosa e’ legittima o illegittima, non ha proprio senso che sia poco o “molto legittima”, ovvero “legittimissima” come con pessimo italiano lei suggerisce) potrebbe, non oso sostenere che dovrebbe, essere prerogativa di tutti. La seconda volta sbaglia per il suo solito brutto vizio di dividere le persone secondo il loro mestiere e di intimare (sia pure implicitamente) che ognuno stia al suo posto. E’ invece proprio di chi scrive di vino andare a “insegnare a fare il vino” ai produttori, ossia esercitare il diritto e il dovere di critica. Esattamente come chi legge ha il diritto di esprimere le sue eventuali perplessita’ sulla qualita’ della lingua di chi scrive. La mi stia bene e non se la prenda troppo, perche’ le assicuro che il suo livore che -secondo quello che ormai sto imparando a riconoscere come un suo tratto caratteristico- lei attribuisce ad altri, si coglie a un miglio.

    Caro Giuliani, mi scusi se mi permetto ma non e’ affatto difficile discutere senza vedersi in faccia. Lo scritto (che fra l’altro ha la buona caratteristica di “manere”, a differenza delle parole che “volando” permettono un po’ troppo facilmente il tarallo nel vino) comunica ampiamente quello che si intende significare. Ovviamente se chi scrivere sascrivere, ossia pensa prima di farlo e sceglie le parole in modo adeguato; in breve: se conosce, almeno nella pratica, i rudimenti dell’arte retorica. Diversamente, se ci si trova in presenza di un arrogante che pensa di poter prendere a pesci in faccia gli persone e di rimanere pure simpatico per questo (forse in nome di una malintesa toscanita’), e’ chiaro che la polemica non tardera’ a mostrarsi.

  25. Caro Dottori,
    vede che, piano piano, ci si avvicina al punto? E che anche in questo caso, indirettamente, un po’ di ragione me la dà? Giornalisti e produttori non sono categorie simmetriche. I produttori fanno vino, i giornalisti scrivono articoli raccontando, interpretando, criticando. I giornalisti vinicoli non sono, nè secondo me dovrebbero limitarsi ad essere, dei “tecnici” del vino e basta, sennò qualunque enologo o qualunque vignaiolo potrebbe fare il giornalista. Il giornalismo è non solo una professione complessa, ma ha dinamiche interne che davvero sono percettibili nella sua interezza solo da chi ne fa parte. Ciò non significa, è ovvio, che chi sta fuori non possa o debba criticarla. Nè che i giornalisti abbiano l’esclusiva della critica a se stessi. Ma insisto nel dire, come anche Roberto Giuliani ha tentato di spiegare, che “la categoria sia messa male può essere vero, anzi è vero certamente, ma a dirlo può esserlo solo chi ne fa parte”. Potrei aggiungere, per cirsocrivere meglio il senso, un “come dirlo”, ma il risultato non cambia.
    Faccia attenzione: nella frase che ha sollevato tanta irritazione io non ho usato il verbo criticare. Ho usato “dire”, riferendomi alle possibilità che si hanno di fare diagnosi sullo stato di salute della professione e che, ancora una volta, ritengo non possa che essere riservata ai suoi appartenenti. A lei verrebbe in mente di affidare ai medici o ai geometri la diagnosi sullo stato di salute della giustizia? Senza contare che il giornalismo e i suoi problemi sono rappresentati in misura quasi impercettibile dalla sezione “vinicola”.
    L’equivoco della reciprocità nel rapporto tra critico e criticato (anche in settori extraenoici) è poi un abbaglio. Ognuno esprima le opinioni che vuole. Ma mentre il produttore di vino (o l’avvocato, o il vigile urbano, o l’industriale…) esprime la sua opinione e basta, e deve fare pertanto i conti solo con la sua coscienza e casomai (visto che accennava alle querele) con la legge, il giornalista la esprime per mestiere. Lo fa cioè all’interno di un sistema di norme deontologiche e professionali che, almeno in teoria, regolano la sua professione. Da qui la radicale specialità delle dinamiche interne della nostra categoria, praticamente impossibili da conoscere per chi non le vive dal di dentro.
    Pensavo che asserire questo fosse preso per quello che era, cioè come un contributo alla reciproca conoscenza offerto ai produttori e ai lettori del blog, e non come una pretesa di esclusiva giurisdizione.
    Il fatto che invece ciò sia stato inteso nel secondo senso, mi conferma sia quanto detto sopra e sia, più in generale, quanto il contraddittorio rapporto di interesse, ostilità, diffidenza, pregiudizio, opportunismo e ipocrisia tra giornalisti e produttori esiste davvero. Con mille eccezioni e sfumature, ma esiste.
    Spero almeno stavolta di essermi spiegato.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  26. A integrazione dei miei precedenti commenti, e venendo incontro a questa idea secondo cui “su web ci si intende male” (pur continuando a dissentire nel modo piu’ assoluto), vorrei dire che il senso del mio intervento e’ stato quello di criticare non un contenuto ma un metodo. Per essere piu’ specifici, lungi da me l’idea che qualcuno degli intervenuti volesse difendere la categoria dei giornalisti (e non ci vedrei assolutamente nulla di male, in ogni caso), o di voler negare che non fosse stato lui stesso fra gli impietosi accusatori della categoria, all’occasione. Il mio punto e’ che qualcuno ha voluto “avocare a se'” (in qualita’ di giornalista) il diritto di criticare la categoria dei giornalisti. E’ questa spartizione delle prerogative che non accetto assolutamente. Chiunque a diritto di esprimere le sue critiche. E ha diritto di fare la figura del superficiale e magari pure dell’idiota, se formula critiche campate per aria. Ma che lo si dimostri, se e’ il caso. Se davvero una critica e’ priva di contenuto, non dovrebbe essere difficile dimostrarlo. O ignorarla quanto alla categoria indel tutto, se per questo. E gia’ che ci siamo eccola la mia critica alla categoria dei giornalisti italiani (ed e’ la prima volta che esprimo critiche, come chiunque dotato di onesta’ intellettuale e di capacita’ di leggere potra’ riconoscere): se c’e’ qualcosa su cui sarebbe il caso di lavorare, e’ proprio la capacita’ di accogliere le critiche provenienti dall’esterno; la disponibilita’ ad accettarle; usando con un minimo di pudore (ossia non abusandone) proprio quel medium comunicativo di cui la categoria stessa “ha le chiavi”.

  27. Caro Roberto,
    avevo postato prima del tuo ultimo intervento, che ancora una volta sottoscrivo.
    Mi fa piacere poi che anche tu abbia sottolineato i limiti comunicativi di internet, visto che per aver messo in dubbio il “primato epistemologico” e adombrato la tendenza claustrofobica della medesima sono stato aspramente criticato.
    Tutto ciò, però, mi convince ulteriormente del fatto che il dibattito sul giornalismo, vinicolo e non, vada continuato e anzi mi spinge a preannunciare contributi abbastanza rivoluzionari in un non lontano futuro.
    Ciao e a presto,

    Stefano

    PS: presumo di vederti alle anteprime toscane, vero?

  28. SIGNORI
    dato che mi sono preso ancora una volta l’onere (e l’onore) di moderare i commenti sul blog di Ziliani, che si trova all’estero, vi pregherei di risparmiarmi di dover intervenire con spiacevoli e indesiderate censure, in particolare chiedo a Filippo Cintolesi di evitare di scendere su piani evidentemente offensivi e fuori tema. La questione sulla capacità di scrivere o meno in Italiano non ha nulla a che vedere con il post di Ziliani. Se volete entrare in dettagli così personali vi invito a farlo scrivendovi privatamente, dato che, vi prego di non dimenticarlo, il rispetto e la misura sono gli elementi portanti di un dialogo fra persone adulte.
    @Stefano
    si, ci sarò da San Gimignano fino a Montalcino.

  29. Signor Giuliani, la ringrazio per la cortesia che mi usa di parlare a me “in particolare”. Io sarei stato offensivo? Io sarei andato fuori misura? Sarei stato io a scendere per primo su piani fuori tema?
    Mi rendo conto della sua attuale responsabilita’ di moderatore dei commenti di questo blog, che ignoravo.
    Per risparmiarle ulteriori motivi di imbarazzo, e per risparmiare a me un trattamento che ritengo non equanime, termino con questo mio ultimo commento la partecipazione a questo blog. Almeno fino a che il suo autore non sara’ tornato anche alla funzione di moderatore.

  30. Lei Tesi scrive che: “mentre il produttore di vino (o l’avvocato, o il vigile urbano, o l’industriale…) esprime la sua opinione e basta, e deve fare pertanto i conti solo con la sua coscienza e casomai (visto che accennava alle querele) con la legge, il giornalista la esprime per mestiere”. Proprio qui sta il problema della Sua interpretazione della categoria. Per mestiere il giornalista dovrebbe esprimere i fatti, non le opinioni. E al racconto dei fatti, e solo dei fatti, si dovrebbe legare la deontologia professionale. Nel momento in cui il giornalista esprime una opinione, cosa che non solo è lecita ma auspicabile, purché sia una opinione ben separata dai fatti, esso diviene esattamente come un produttore di vino, un filosofo, un industriale, un commerciante, una massaia: cioé un uomo, un cittadino, un intelletto che esprime una opinione personale.
    Ribadisco: la ragion critica non è appannaggio dei soli giornalisti. Il racconto dei fatti, provati e circostanziati, quello sì. La Sua mi pare una visione per cui il Giornalista si erge, invece, a giudice giudicante, a unico opinionista, quasi fosse depositario, lui solo, della verità. Si rilegga e veda se non sia questo ciò che emerge dalla Sua visione. Insomma, a volte un pò di umiltà non guasta. Mi permetta, poi, di concludere con una battura leggera, riguardo agli steccati che Lei pone in merito alle professioni (A lei verrebbe in mente di affidare ai medici o ai geometri la diagnosi sullo stato di salute della giustizia): abbiamo avuto un ingegnere come ministro della Giustizia e andremo a votare con una legge elettorale scritta da un medico. Non solo. Il governo è stato fatto cadere dal ministro di Grazie e Giustizia. Che cosa fa, nella vita, a parte il politico? Ah, sì, il giornalista… Il quale, mi pare, ha espresso fin troppo chiaramente opinioni “sullo stato di salute della Giustizia”. Lo chieda a De Magistris.

  31. Caro Cintolesi,
    prendo atto che, oltre a un ottimo produttore di vino, lei è anche un incontestato arbiter elegantiarum, un novello Monsignor Della Casa, il miglior discepolo di Giacomo Devoto e di Giancarlo Oli e un finissimo (pardon: “molto fine”) critico letterario. Non vado a scomodare nomi perchè non vorrei offenderla scegliendo esempi (Binni, Caretti, Fubini basterebbero?) non all’altezza.
    Ho però la sensazione – anzi dopo averla ripetutamente letta, ne ho la certezza – che la troppa considerazione di sè la induca a un eccesso di egocentrismo, tale da spingerla al sistematico (poco letterario per lei, mi perdoni, ma efficace) “fischi per fiaschi” più volte evocato.
    Io avrei confuso le affermazioni sue con quelle di D’Amelio?
    Se sembra a lei, si tenga pure le sue convinzioni e continui a riempirsi la bocca di cose che conosce poco o punto.
    Mi compiaccio della sua indifferenza e ribadisco l’impressione che lei di giornalismo e giornalisti, e delle questioni che ruotano intorno a questa professione, non capisca nulla.
    Il livore che lei, con sprezzo del ridicolo, si sforza di nascondere, non si arrabbi, mi fa abbastanza sorridere. Si curi il fegato, piuttosto, perchè come ho suggerito anche ad altri la troppa bile nuoce alla salute.
    Quanto al ditino che ama sventolare, ne faccia quello che meglio crede.
    Non perdo tempo a contestare altre sue esilaranti affermazioni, come quella a proposito della divisione della gente in base al mestiere che fa. Al posto suo ci penserei tre volte prima di mettere nero su bianco certe scempiaggini.
    Attento, infine, a non farsi male scalando gli specchi: talvolta si scivola.
    Sempre cordiali e, contrariamente a lei, non indifferenti saluti.

    Stefano Tesi

    PS: come già in passato, mi scuso con i frequentatori del blog per il pietoso battibecco a due a cui sono stati costretti ad assistere e al quale, Cintolesi permettendo, non vorrei dare seguito.

  32. @Cintolesi
    Mi spiace che l’abbia presa in questo modo. Non le ho certo intimato di non esprimere le sue opinioni, però auspicherei che il tema fosse quello espresso dal post di Ziliani e non le capacità linguistiche di chi partecipa al dibattito.
    E’ evidente che la moderazione riguarda anche gli altri, non si preoccupi che non è mia intenzione dare preferenze, ma il suo intervento, lo ripeto, mi è sembrato decisamente fuori misura. Poi, se preferisce non intervenire più fino all’arrivo di Ziliani è suo diritto, ma mi creda, il rispetto viaggia su un binario solo.

  33. Caro Dottori,
    il discorso è molto interessante, ma temo che tenda a portarci fuori dal seminato di questo blog. Lo continuerò, ma solo se Franco Ziliani o il suo ottimo sostituto Roberto Giuliani me lo consentiranno esplicitamente.
    Lei afferma cose giuste, ma frutto di un equivoco di fondo. Il giornalista riporta i fatti, ma non ne è la fonte. Con tutta l’oggettività e l’onestà intellettuale possibili, il filtro personale (e meno male che non tutti nasciamo con le stesse idee o sensibilità!) esercita sempre una certa influenza sui fatti che si descrivono. Ciò che conta, nel giornalista, è la consapevolezza di ciò e non la sua presunta “obbiettività” assoluta, che è un puro traguardo teorico, a quale si deve tendere, ma al quale si sa anche che non si può arrivare. E non dimentichi che il giornalista non è solo cronista, ma qualcuno che tenta di restituire all’esterno anche le sensazioni, le storie, le implicazioni, le sfumature.
    Lasciamo perdere le solite banalità che ci vengono gabellate dalla spesso altrettanto presunta “maestria” anglosassone sui fatti separati dalle opinioni. Nella realtà il confine è labilissimo, le regole per stabilirlo complicatissime e legate a infinite variabili. Ecco perchè il nostro è un mestiere difficile: difficile in sè (come tanti, del resto) ma reso ancora più tale dalla sua funzione “pubblica”. Ciò che giustifica l’esistenza di un Ordine (per prevenire l’insorgere di ulteriori sub-dibattiti premetto di essere in generale favorevole agli ordini professionali, ivi incluso quello dei giornalisti, proprio per la delicata natura dell’informazione).
    Sono assolutamente d’accordo con lei su un punto (se fa una breve indagine presso i produttori, scoprirà che lo predico da anni): nella categoria, l’umiltà non solo non guasta, ma non è mai abbastanza. Solo che è difficile esercitarla, quando da un lato sei costantemente sotto tiro in quanto accusato più o meno latamente di privilegi, corruttele, opportunismo e furberie e dall’altro sei circondato di “colleghi” (virgolette d’obbligo) che con il loro comportamento confermano puntualmente la bontà dei peggiori pregiudizi. Senza aggiungere nulla della complessa galassia (pr, uffici stampa, pubblicitari, blogger, consulenti, etc.) che ruota intorno al sistema, condizionandolo. Ciò per dire che è difficile essere modesti, quando ti trovi sbeffeggiato non solo dal di fuori, ma anche reso sbeffeggiabile dal di dentro.
    Non è vero, però, che una volta riportati i fatti, passando alle opinioni il giornalista è come il produttore, l’avvocato o il bidello. E’ proprio il contrario: il giornalista esprime opinioni per mestiere e porta con sè e su di sè le responsabilità che ciò comporta. Forse anzi nella consapevolezza di questo si ssotanzia la natura della professione giornalistica.
    Chiamato a “giudicare” (brutto verbo: diciamo meglio a esprimere il proprio pensiero critico, sebbene basato sui fatti) il lavoro e l’operato degli altri, il giornalista dev’essere consapevole della delicatezza del suo lavoro. Delle conseguenze che esso può comportare. Della mole di fatica, impegno, rischio, risorse altrui (e a volte di furberie, astuzie, truffe) che sono oggetto del suo articolo.
    Ecco come mai tutto questo è materia complicata da percepire e ancora di più da spiegare ai non addetti ai lavori.
    Glielo dice uno che da vent’anni non solo è nell’ambiente, ma che è impegnato in prima persona (anche in questi giorni con l’Inpgi) nella tutela, l’organizzazione, il miglioramento del giornalismo italiano.
    Cordiali saluti,

    Stefano Tesi

  34. E’ del tutto evidente quanto Lei dice, Tesi, riguardo alla impossibilità di una oggettività assoluta nel riportare i fatti. Ed io non mi riferivo, infatti, a questo. Mi riferivo a una questione più sostanziale, e cioé che il giornalista deve fondamentalmente e molto banalmente informare. Cioé raccontare i fatti. Con tutte le sfumature e le storie accessorie che ritiene opportune, ci mancherebbe. E nella selezione stessa dei fatti, nel loro inquadramento su uno sfondo storico, sociale o politico, il fatto in sé acquisisce una luce ben diversa a seconda dell’idea del giornalista. Questo è pacifico ed acquisito. Ma ciò non toglie che mestiere del giornalista debba essere raccontare il fatto, darci la notizia, dire all’opinione pubblica qualcosa che essa non conosce.
    Il problema è che Lei ha parlato d’altro. Ha detto e ribadito che il giornalista di mestiere esprime opinioni. E qui non ci siamo proprio.
    Se scoppia una bomba e il giornalista mi dice a che ora è scoppiata, dove, chi presume essere l’autore, in base alle sue fonti, viene presentato un fatto. Se il giornalista mi racconta che il presunto autore è inserito in una rete terroristica della quale mi descriva la storia, unisce al fatto un inquadramento che può servire a capire il fatto. Al limite può dare anche sfumature piuttosto importanti alla storia per sottolineare meglio il suo punto di vista. Ma se conclude l’articolo esprimendo una opinione personale, dunque non surrogata da fatti circostanziati, sulla evoluzione futura della situazione dopo l’accadimento, tale opinione in sé può arricchire l’articolo, può piacere o meno al lettore, ma non può avere assolutamente un valore superiore all’opinione differente che potrebbe avere qualunque altro cittadino libero di intendere e di volere. Su questo sono piuttosto irremovibile. Poiché altrimenti si accredita l’idea per cui informare sia delegare a una casta la capacità di giudizio, critica e opinione che invece dovrebbe essere patrimonio di tutta la collettività. Non a caso si parla di “pubblica opinione” che i giornalisti avrebbero il ruolo di informare, non di guidare in base a una sorta di “superiorità critica”, quale emerge da ciò che Lei scrive.
    Capisco che tale interpretazione possa uscire dalle regole di chi invoca ancora gli “ordini professionali”. Ma è la mia opinione. E non credo di essere l’unico a pensarla in questo modo e, soprattutto, devo poter essere libero di esprimerla e ribadirla.

  35. Caro Dottori,
    informare è una cosa che si presta a mutevoli interpretazioni. Si ricorda quando, ai tempi della prima repubblica (senza entrare, per carità, nel merito della seconda), dopo ogni tornata elettorale nessuno aveva mai perso? Se i consensi erano calati, il partito “tiene”. Se ne ha perduto l’avversario, è un suo “crollo”. Qualche voto in più? Trionfo. Guardi ai mille modi di interpretare i fatti. Il vino offre miliardi di esempi. Quali sono “i fatti” nel vino? I gradi di alcool? Il colore (bianco o rosso, già sul resto si discute). Non parliamo di uve, stili, legni, annate, profumi, enologi, lieviti, densità, cloni. Secondo il suo ragionamento, il giornalista sarebbe un mero contabile di fatti. Ma la circostanza stessa di ritenere un “fatto” degno di diventare una “notizia”, cioè di essere divulgata, è un atto di opinione: “Secondo me e/o il mio giornale (lei forse poi non immagina la complessità della catena di trasmissione interna alla stampa), la dichiarazione del produttore x o i tabulati di giacenza del consorzio y sono sono interessanti e quindi le pubblico”. Secondo un altro, no. Dunque?
    Ripeto, la professionalità del giornalista – intesa come insieme di nozioni, esperienza, consapevolezza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, conoscenza delle regole, etc – sono centrali nel sistema dell’informazione e sono ciò che separano appunto il giornalista dagli altri che, al pari di lui, hanno tutto il diritto di esprimere un’opinione, ma con un “peso” e conseguenze infinitamente diverse.
    Seguendo il suo discorso, che fine farebbe il giornalismo di opinione? Biagi, Montanelli, Scalfari? Gianni Brera, uno che aveva opinioni molto precise e dava giudizi sferzanti, non era un giornalista, anzi un grande giornalista? Perfino il giornalismo di inchiesta verrebbe messo in discussione. Lei crede, tanto per fare un esempio, che Milena Gabanelli non faccia una scelta quando seleziona i temi su cui indagare? E che tale scelta no sia influenzata dalla sua opinione su un certo fenomeno? L’opinione – ripeto, esercitata con responsabilità e consapevolezza, ciò in cui risiede il cuore della questione – è l’anima del giornalismo. Il che ovviamente non vuol dire che il giornalista (vedi appunto regole, responsabilità e consapevolezza) possa a suo capriccio “giudicare” in base agli umori, le convenienze, i tornaconti del momento.
    Lei distingue tra il punto di vista e l’opinione personale, ma la differenza mi sfugge.
    Quella del giornalista che si comporta da tale non è mai un’opinione personale. E’ un’opinione, ancorchè basata sull’interpretazione dei fatti.
    Lasci perdere le caste e le deleghe in bianco, sono luoghi comuni per semplificare una realtà complessa. E non si tratta di “invocare” gli ordini, ma di fare in modo che gli ordini, finchè ci sono, funzionino. Se oggi la professione giornalistica è in declino non è perchè c’è un ordine, ma perchè l’ordine funziona male.
    Altrimenti si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca, esattamente come alle prossime anteprime toscane molti ottimi giornalisti vinicoli si troveranno mescolati ad altrettanto pessimi giornalisti o pseudotali. E a molti produttori incapaci di discernere bene gli uni dagli altri: chi per ingenuità, chi per scarsa conoscenza e chi per tornaconto.
    Cordialità,

    Stefano Tesi

  36. Mi chiedo se a questo punto non sarebbe opportuno cambiare nome a questo blog, ribattezzando “Tesi contro tutti”, visto e considerato che in due occasioni su tre le discussioni si trasformano in litigate tra una persona variabile (tra gli altri solo nell’ultimo mese si possono contare il sottoscritto, Corrado Dottori, Filippo Cintolesi, Vignadelmar, Schigi, Roberto Gatti ed Enyo) e l’impagabile ed eroico Stefano Tesi che – per motivi che onestamente mi sfuggono – ha sempre ragione e non è mai colui che esaspera il tono della discussione. Neppure quando ricorre all’insulto, all’offesa dell’idea altrui, ad atteggiamenti inequivocabilmente caratterizzati da spocchia e arroganza e al tentativo sistematico (e sterile, poverello…) di ridicolizzare coloro che si trovano a confrontarsi con lui. Eppoi perdonami, Roberto, ma dove starebbe scritto che l’essere “toscanaccio” implichi quanto ho elencato sopra? La mancanza di rispetto verso le altrui idee e la maleducazione sono forse sinonimo di carattere battagliero o caratteristiche proprie delle genti di Toscana? E ancora, se è vero quanto tu affermi rispetto alle difficoltà che comporta l’interagire via web (opinione da me peraltro condivisa) perché il professionista dell’informazione Tesi non riesce a moderare i toni e i termini? Avanti, le buone maniere e il rispetto stanno di casa anche su Internet. Basta volerli (e saperli) usare. Non è così necessario guardare il volto o il modo di gesticolare dell’interlocutore.
    Un’ultima cosa: chi ha attribuito al signor Tesi la facoltà di decidere che i non giornalisti non hanno il diritto di esprimere opinioni sul mondo giornalistico? Secondo me, ad esempio, Dottori e Cintolesi hanno pienamente ragione. La penso esattamente come loro. Eppure sono iscritto all’Ordine dal febbraio del 1998 e conosco il microcosmo giornalistico dall’interno. Come la mettiamo, rivanghiamo la questione dei “comunisti italiani estranei alla libertà di stampa” tanto cara al nostro eroe?

    P.S. – Gentile Tesi io – che sono il “qualcun altro” a cui lei ha simpaticamente consigliato di curarsi il fegato, che ho piacere di vedermi in questo accomunato al simpatico Cintolesi e che comincio onestamente ad avere le tasche piene di questo stupido e infantile intercalare – credo che
    l’aggettivo “livoroso” rivolto da lei a qualsiasi altro lettore di questo blog sia qualcosa che ci offre esattamente la misura della sua serietà e della totale mancanza di autoironia che la contraddistingue. Vada a rileggersi alcuni dei suoi duelli verbali, magari (magari…) riesce a rendersene conto lei stesso.

  37. Mi pare che Lei, Tesi, non abbia capito il senso di quanto da me affermato.
    Non ho detto che il giornalista sia un mero contabile, ho detto che deve darmi delle notizie. Ho interesse anche che queste notizie siano corredate da una infinita serie di storie, aneddoti, sfumature e interpretazioni che fondono il mestiere stesso di giornalista. Penso anche che evidentemente come si da una notizia non sia neutrale. Così come per il mestiere di storico lo scegliere alcune fonti piuttosto che altre. Ho semplicemente detto, e ribadisco, chiudendo poiché non insisterò più nel dialogo, che nel momento in cui un giornalista fornisce una opinione personale, questa opinione valga come la mia, quella della casalinga di Voghera o quella del famoso Professore Universitario. E’ una opinione fra tante. Che si chiami Montanelli o Brera o Scalfari. Lo chiami giudizio, se preferisce, ma tale giudizio non può avere un peso specifico differente solo in quanto proveniente “da un giornalista”. Poiché ci sono solo due alternative: o le informazioni circolanti su di un argomento le hanno solo i giornalisti e per questo motivo riescono a dare opinioni “migliori”, il che presuppone che non siano state fornite notizie corrette o esaustive, e allora si è fatta cattiva informazione; oppure se i cittadini dispongono di tutta l’informazione possibile credere che l’opinione di un giornalista su di un argomento valga di più di quella di un altra persona sognifica mettere la categoria sul piedistallo e, come già detto, immaginare una società fatta di gente incapace di pensare e di giudicare.
    E’ evidente che Brera, Scalfari, e chissà quanti altri, siano stati o siano grandi opinionisti. E che in quel caso la loro opinione su di un argomento valga più della mia. Ma, per quanto mi riguarda, non in quanto giornalisti, ma in quanto persone di grande spessore umano ed intellettuale. Non è affatto un caso che gli “opinionisti” molto spesso siano dei tecnici di settori specifici o degli intellettuali, prima o invece che dei giornalisti.

  38. Signor Giuliani, la ringrazio molto della sua precisazione e mi spiace di averle dato l’impressione di pensare che lei mi intimasse di non esprimere le mie opinioni, cosa che non ho mai pensato. E’ solo che in presenza di partecipanti al dibattito che fanno esteso impiego della tecnica della provocazione e che (ritengo) hanno passato abbondantemente la soglia del rispetto, insistendo con insinuazioni non fondate e non fondabili, preferisco non esprimere le mie opinioni se non sono certo di poter argomentare liberamente. Chi legge e’ buon giudice. I bugiardi e i disonesti intellettuali vanno poco lontano comunque. Tanto mi basta e nel rinnovarle la mia stima la ringrazio per un’opera di moderazione che immagino tutt’altro che facile e la saluto.

  39. Sono tornato solo ora da una giornata passata fuori, per cui mi scuso se non avete potuto proseguire “in diretta” la discussione.
    Marco, non ci sono dubbi che moderare i termini e rispettare l’interlocutore sia giusto che lo facciano tutti, anche Tesi.
    In queste discussioni mi piacerebbe che si riuscisse ad evitare di imitare i politicanti, con cui purtroppo abbiamo a che fare da tempo, che certo non insegnano l’educazione e il vivere civile.
    L’espressione che ho usato con Tesi era semplicemente un modo per tentare di far rientrare la discussione su un piano civile senza alzare ulteriori polveroni, mi rendo conto di non esserci riuscito se non in parte, visto che Tesi e Dottori mi sembrano aver continuato a discutere senza azzannarsi.
    Infine, non ho detto di condividere totalmente la posizione di Tesi, ma sono convinto che per poter criticare chicchessia, senza rischiare di scadere in luoghi comuni, bisogna conoscere a fondo l’argomento. Questo vale sempre, non è questione di essere o no giornalisti, ma di quanto si vive all’interno e si conoscono le varie sfaccettature di una realtà.
    Ad esempio io, nonostante siano quindici anni che giro per cantine, incontro produttori, enologi, agronomi, vado per vigne, seguo l’evoluzione di piccole realtà, non mi sento assolutamente in grado di trarre conclusioni su questo o quello, se non in forma generale o circostanziale. Potrei dire che ci sono produttori disonesti, ma a cosa servirebbe senza disporre di prove che lo dimostrino? Potrei dire che ci sono produttori che non hanno mai toccato una pianta, semplicemente perché il vino gli interessa finito, ma questo modifica qualcosa sulla categoria dei produttori? E dimostra che i produttori sono tutti così?
    Ciò nonostante, tutti hanno il diritto di dire quello che pensano.

  40. In sintesi e, anch’io, tombalmente.
    A Dottori ripeto che, evidentemente, non riusciamo a capirci ma solo perchè parliamo di due cose diverse. O, se preferisce, parliamo della stessa cosa ma da prospettive diverse. Io condivido davvero quello che lei dice, ma lei ne parla a proposito di cose differenti da quelle di cui parlo io, quindi siamo come due parallele destinate a non incontrarsi. Ne prendo atto e me ne dispiaccio (rendersi conto di non riuscire a farsi capire non è mai piacevole), in attesa magari di riprendere l’argomento a bocce ferme e/o in altra sede.
    A Roberto chiedo scusa per le eventuali intemperanze e dico ancora grazie per aver sottolineato come, nel mio scambio con Dottori, si sia rimasti cordialmente discordi senza mancarsi di rispetto e mantenendo in pugno la dialettica, a dimostrazione che quando si vuole, si può.
    Ciò basterebbe a rispondere anche a Cintolesi e Arturi, i cui post si commentano (e si contraddicono) da soli. Il fatto di essere “uno contro tutti” comunque (a me non sembra, o almeno lo spero!) non mi scoraggia nè mi fa cambiare idea. Sono abituato tanto a pensare con la mia testa quanto a riconoscere la ragione altrui, quando un altro ce l’ha. Ma ma non a farmi convincere dalla volgarità strumentale del prossimo, come nel vostro caso. Mi riferisco, più che al raffinatissimo maestro di cerimonie e di blogghismo Cintolesi (che mi dà del bugiardo e del disonesto intellettuale: chapeau mon cherie vigneron, che classe!), al surreale Arturi.
    Il quale, rimasto lungamente (e saggiamente) assente dal presente dibattito, interviene da buon ultimo e ad argomenti ormai esauriti solo per prendersi la soddisfazione (ognuno si accontenta come può) di attaccare e insultare il sottoscritto (spocchia, arroganza, poverello, etc.). Con una gemma finale, però: la “rivelazione”, ullallà!, di essere “iscritto all’Ordine dal febbraio 1998” (specifica perfino il mese, forse desidera che gli si facciano gli auguri per il decennale?) e quindi, poveri noi, è convinto di “conoscere il microcosmo dall’interno”. Questo è il massimo. Ma allora lei, caro Arturi, riesce nel capolavoro di dare involontariamente ragione a me e al tempo stesso darsi la zappa sui piedi! Incredibile. Infatti, su questo e su altri blog mi sono ricorrentemente scagliato con quelli che, solo per il fatto di essere iscritti all’Ordine, si ritengono giornalisti: e non sapevo che lei ne era un esempio! Fantastico. Dice di conoscere il microcosmo dall’interno (ma davvero?) e poi affastella una serie di topiche caratteristiche di chi invece non sa nulla, o magari le vorrebbe sapere, ma non ce la fa. Non solo, ma dopo aver, non si capisce bene a che titolo visto che si vanta di appartenere all’OdG, preso le parti di chi (avendone tutto il diritto, sia chiaro), critica i giornalisti, poi sventola il tesserino professionale “datato 1998” con il tono di chi “tu non sapevi chi ero io”.
    Un autentico capolavoro.
    Guardi, io ho rispetto di tutti, perfino di chi si è rivolto a me con una protervia e una stolidezza pari sua, ma un autogol come questo proprio non l’avevo mai visto. Sono ardentemente curioso di leggere i suoi articoli. A proposito, dove potrei avere il piacere?
    E non dimentichi, come Cintolesi, di curarsi il fegato.
    Molti cari saluti,

    Stefano Tesi

  41. cari amici, leggendo quel che si é scatenato in mia assenza (non ero all’estero, ero tra Torino e la Langa) quanto a commenti un po’ troppo litigiosetti, ho deciso che non chiederò più all’amico Roberto Giuliani di moderare in mia vece i vostri commenti, che rimarranno in stand by fino al mio ritorno a casa… Oppure chiederò a Roberto di non pubblicare le discussioni a senso unico tipo quella che si é sviluppata qui…Mi sembra che tra alcuni di voi si sia creato un corto circuito che non giudico di grandissimo interesse per tutti i lettori e un po’ troppo, e lo dico con amicizia, autoreferenziale. I commenti dovrebbero servire a far lievitare la discussione e non a triangolari o quadrangolari di ping pong verbale…

  42. Stefano Tesi, io non solo le do’ del bugiardo e del disonesto intellettuale. Le do’ del pallone gonfiato, arrogante e complessato. E osservo che quanto a dignita’ e coraggio non sta messo molto bene: dopo che ho piu’ volte annunciato di non voler piu’ partecipare al blog, lei continua ad abbaiarmi dietro come quei botoli che abbaiano proprio quando uno si allontana. Se fossimo stati in prossimita’ fisica un man rovescio non glielo avrebbe levato nessuno.
    Sono a sua disposizione quando dove e come vuole.
    Filippo Cintolesi

  43. e no Filippo, e no Stefano, e no tutti. Adesso basta, il sottoscritto e penso anche i lettori, si sono rotti i corbelli di questo litigio da cortile. Gli insulti e le minacce di risolvere tutto a cazzotti non mi disturbano (sono anch’io persuaso, e l’ho già scritto, che con certe persone parlare sia inutile e che sia meglio adottare i sani sistemi d’antan, con la scelta dei padrini e delle “armi”), ma, scherzi, a parte, non sono disposto a tollerare, per di più da due persone che stimo e che so intelligenti e perbene, che si scenda ad un livello rusticano. Che non onora nessuno, né i due “duellanti” né questo blog che lo ospita. Non censuro, ma qua dichiaro chiusa la discussione. Se volete parlare del tema oggetto del mio post, bene, altrimenti, se invierete altri commenti in forma d’insulto li cestinerò senza alcun indugio. Mi accorgo anche di aver caricato forse di eccessiva responsabilità l’amico Roberto Giuliani chiedendogli di moderare in mia assenza, per cui in futuro, quando (spesso) sarò in viaggio, gli eventuali commenti resteranno in stand by. Saluti e baci

  44. Ricordo a Franco Ziliani – e ritengo di essere nel pieno diritto di farlo – che gli aggettivi “stupido”, “sciocco” e “fondamentalista” mi sono stati rivolti dal signor Stefano Tesi – lo stesso che ha bollato le mie come “scempiaggini” e affermazioni “involontariamente comiche” – quando io non mi ero permesso di insultarlo in nessun modo. Faccio altresì notare come proprio la mia assenza dalle discussioni (ero all’estero, Tesi, non mancavo certo per timore di qualcuno…) renda di fatto incomprensibile, a meno di condividere le affermazioni di Cintolesi riguardo ai “botoli”, la ragione per la quale il tuo amico abbia sentito la necessità di rinnovare al sottoscritto il consiglio di curarsi il fegato. Converrai che questo atteggiamento è un filo provocatorio, credo e spero. Ma al di là di tutte queste sciocchezze, mi pare che la frase a me rivolta da Tesi “solo per il fatto di essere iscritti all’Ordine, si ritengono giornalisti: e non sapevo che lei ne era un esempio!” sia inequivocabilmente lesiva della mia dignità personale e professionale e segni il passaggio di un confine che non andrebbe mai superato. E quello che fa lui, con la spocchia propria di uno che crede di essere un maestro del giornalismo solo perché scrive su un quotidiano a diffusione nazionale, è l’esempio di una intollerabile manifestazione di arroganza. Gli altri non si mortificano, Tesi. Io ho già avuto modo di scrivere (e le chiedo di avere l’onestà intellettuale di ammettere quantomeno questo) come non penso che tra me e lei ci siano un buono e un cattivo. So perfettamente di avere contribuito a rendere più truce il nostro dissenso, e non ho nessun problema ad ammetterlo. Ma non mi sono mai, mai permesso di tirare in ballo le sue capacità o le sue competenze professionali, né di giudicare il modo in cui si guadagna da vivere o di giudicare quanto lei sia riuscito a realizzare nella sua vita. Mai. Che facciamo, la si pianta qui da persone civili o si prosegue?

  45. Marco Arturi, non conosco ne’ lei ne’ Stefano Tesi, ma Franco vi conosce entrambi e se ha scritto che siete due persone che stima allora vi stimo anch’io, perche’ della sincerita’ di Franco non ho mai dubitato. Percio’ non avete che una scelta. Darvi appuntamento alla Posta Vecchia di Sassi, dove parte la funicolare per Soperga, e farvi una bella finanziera con le sue brave creste di gallo, un bel Castelmagno e una bella bottiglia di Freisa secco da 14 gradi alcool che se ben ricordo ce l’avevano soltanto lì. Tiratevele poi in testa quando sono vuote, le bottiglie, ma prima bevetevele e vediamo chi ne stappa di piu’. E se Stefano Tesi non fosse di Torino, beh, che le proponga qualcosa lui, ma date retta al nostro Franco. Sfidatevi a bottiglie e bottigliate, quella sì che e’ una sfida che vale la pena. Le parole invece lasciatele a chi del vino non ne capisce un c..zo!

  46. Caro Arturi,
    spero di non deluderla, ma io davvero non nutro nulla di truce verso di lei. Senza stare a ricercare se sia nato prima l’uovo o la gallina, propongo di aderire incondizionamente alla saggia e onorevole proposta di Mario Crosta.
    Il che non cambia di una virgola il mio pensiero, sia chiaro, nè il suo. Mi rimane l’impressione – ma se l’ho fatto, davvero è accaduto senza che lo volessi – di aver toccato alcuni nervi scoperti e questo mi spiegherebbe alcune sue reazioni.
    Ma, mi creda, vengo considerato da chi mi conosce una persona amabile e nei limiti del possibile vorrei mantenere questa parvenza anche con chi sono in insanabile contrasto di idee.
    Io vivo in Toscana, ma sarò probabilmente ad Alba alla metà di aprile. Se vuol venire lì, mi sembra un buon campo neutro per tirarsi bottiglie (vuote). Nomino Ziliani mio padrino e Crosta giudice di campo. Si scelga un padrino anche lei e buttiamola in gherminella, ok?
    Saluti,

    Stefano Tesi

  47. mi avete mandato “in vacca” con un fuori tema interminabile questo post, ma vivaddio, anche litigando e insultandovi avete dato prova di vitalità e di non essere dei buonisti del volemmose bbene! Quasi quasi chiedo ad Oscar di ospitarci a Eataly per un summit, con Stefano, Marco, Filippo, davanti a qualche buta di Barolo di quello giusto… così forse riesco a farvi ragionare…

  48. Tesi, le possibilità di trovarmi in Langa in un qualsiasi giorno dell’anno sono molto alte, quindi per me non c’è problema. Ma bottiglie non gliene tiro, ché (occhio al nervo scoperto…) sono di sinistra e pacifista, io. Anche se manifestavo a Genova nel 2001…
    Beh, come padrino non posso che scegliere l’ottimo Roberto Giuliani, se non altro per le difficoltà che gli abbiamo creato.
    Cerchiamo di continuare a litigare senza insultarci, Tesi, e soprattutto senza mortificarci. Mi pare superfluo aggiungere un “senza buonismi”, perché tutti hanno capito che né io né lei siamo del settore…

    Peace and love (per adesso)

    Marco

  49. p.s.: Mi piacerebbe che anche i toni con Filippo Cintolesi, che mi sembra una persona intelligente (almeno a giudicare da quello che scrive su questo blog, non lo conosco personalmente) tornassero su un livello più accettabile. Ma sta a voi…

  50. Mi permetta di correggerla a proposito di Cintolesi, Arturi. Dopo il suo ultimo intervento, che non commento, sta a lui, non a me.
    Saluti, Stefano Tesi
    PS: vorrei che Ziliani, Giuliani e Crosta dessero un cenno di accettazione delle investiture rusticane ricevute, però

  51. Caro Arturi, grazie della stima.
    I toni con il sottoscritto sono sempre a un livello accettabile, voglio sperare. Ovviamente con chi si comporta a sua volta in modo accettabile e va da se’ che accusare alcuno di aver tenuto un comportamento che non ha tenuto, rifiutarsi pervicacemente di mostrarne l’evidenza (che non puo’ essere mostrata, ovviamente) e, in difetto di questa, non ammettere lo sbaglio, tutto questo non puo’ essere considerato di livello accettabile.
    Avra’ pur notato la differenza enorme che passa fra me e altri. Non saprei altrimenti come spiegare che si possa da qualcuno ritenere che dopo il mio ultimo intervento stia ancora a me qualcosa. E si’ che leggo di investiture rusticane! 😀 Decisamente i tempi della cavalleria sono tramontati.

  52. Caro Franco,
    per buon senso, prima ancora che per educazione, ometto di replicare a Cintolesi il quale, per non smentirsi mai, continua a giocare al cecco toccami. Come si dice dalle mie parti, “la mosca dà il calcio che pòle”. Veramente patetico. Ciò che è seccante è che anche quando, con un po’ di buona volontà, si tenta tutti di rimettersi in riga (me compreso, ovviamente), c’è sempre il solito furbega che la fa fuori dal vaso.
    Invidio la tua pazienza e con questo chiudo definitivamente le trasmissioni con il nescioquid di cui sopra.
    Intelligenti pauca.

    Stefano

  53. Eccomi qua. Sono reduce da un viaggetto a Pisa, dagli amici dell’Acquabuona che hanno imbastito una serata dedicata al Soave perfettamente riuscita e di una professionalità che molte organizzazioni si sognano.
    Sono anch’io a disposizione, ovviamente.

  54. @ Cintolesi: Filippo, io mi riferivo ai toni tra lei e il signor Tesi. Non ho alcun problema verso di lei, che da sempre argomenta – a mio modo di vedere – in maniera utile e interessante. Il mio era solo un invito a non prendersela troppo e a non oltrepassare certi limiti. Non mi sognerei mai di mettermi a fare da arbitro tra lei e Tesi, intanto perché sarei imperdonabilmente parziale (a suo favore), poi perché – date retta a un altro tipo sanguigno – a far da arbitro quando gioca certa gente si rischia di prenderle, ovviamente in senso lato…chiudo precisando di non aver scritto “facciamoci le fusa” bensì “torniamo a litigare con toni più accettabili”, il che è abbastanza diverso. Non se la prenda troppo, Filippo, perché come lei saprà benissimo i problemi veri e le vere rotture di coglioni (scusate il francesismo) sono purtroppo ben altri.

    @ Crosta: Mario, mia moglie è russa (lasciamo perdere le facili ironie, Stefano Tesi…) e se le parlo di vodka polacca mi si arrabbia un pochettino. Ma se passo da quelle parti, ipotesi peraltro non remotissima, avrò cura di avvertirla per tempo. Niema problema…

    @ Stefano Tesi: Credo che Roberto non risponderà prima di domani sera, più probabilmente dopodomani.

    @ Franco Ziliani: Riguardo alla foto “monfortina” che hai pubblicato a corredo dell’altro post, devo dirti che conferma in maniera inequivocabile il tuo amore per la Langa e il Barolo. Correggimi se sbaglio, ma la stanza dalla quale è stata scattata deve essere quella di un albergo – ristorante molto noto e caro a chiunque ami quella terra (non scrivo il nome perché non vorrei essere accusato di fare pubblicità ma credo che mi capiate in molti), che sorge sul lato destro della strada che porta alla cantina di Roberto Conterno, diciamo circa 150-200 mt prima. Non ce la fai proprio a dormire più distante dalle botti del Monfortino, eh?

  55. Marco, tranquillo, tua moglie non si arrabbierebbe perche’ si immagina benissimo che la vodka che vi darei e’ come una musica di Chopin. Purtroppo la Koszarna, che facevano gli ebrei in Polonia ed era secondo me la migliore, non riesco piu’ a trovarla, anzi non riesce piu’ a trovarla nessuno. I tempi sono cambiati, molti se ne sono andati a vivere in Israele. Forse riuscirebbe a trovarla ancora proprio tua moglie in santa madre Russia. E ti assicuro che ne vale davvero la pena. Passerai certamente di qui prima o poi, che siamo sulla strada numero 1 tra Vienna e Mosca. Ti mando l’indirizzo se mi mandi una mail (clicca sotto la mia foto in Enotime, che c’e’ l’indirizzo).

  56. Ma senti un po’ chi ha il coraggio di parlare di cecco toccami…:-D Questo a casa mia si chiama cencio che dice male di straccio. E comunque quando diventa vernacolare il Tesi rimane un po’ meno indigesto di quando affetta il sermo sublimis (cannando pure all’occasione, come nella perla sul mare di color del vino, a commento di altro articolo).

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