Amarone della Valpolicella: perché non possiamo dirci ottimisti

nullQualche numero che rappresenta tutti i dati anagrafici presenti nella “carta d’identità” della Valpolicella oggi prima di esprimere, senza alcuna pretesa di sistematicità (sono ancora sotto lo scacco dei ben 70 vini 70 degustati ieri), le mie prime impressioni sull’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004 cui ho partecipato ieri in quel di Verona:
5.839 ettari di superficie vitata iscritti all’albo del Valpolicella
2.470 aziende iscritte all’albo del Valpolicella
1.226 aziende che producono uva per l’Amarone
390 fruttai per l’appassimento dell’uva
90 milioni di euro il valore totale delle uve prodotte
5 cantine sociali in zona di produzione
148 aziende imbottigliatrici fuori dalla zona di produzione
165 aziende vitivinicole di filiera in zona di produzione
24 nuove aziende vitivinicole di filiera nate negli ultimi 6 anni
170 milioni di euro il valore delle giacenze di Amarone
220 milioni di euro il fatturato complessivo della DOC Valpolicella
Gli ettari vitati sono suddivisi:
53% in collina 23% nella fascia pedecollinare 24% nelle zone di fondovalle
Complessivamente dal 2001 al 2007 è stato rinnovato il 32% della superficie vitata
Superficie vitata 80% pergola 20% Guyot
Produzione uve Valpolicella in mln. Kg
1997: 49,8 – 2001: 56,5 – 2003: 60,4 – 2004: 61,5 – 2005: 59,9 – 2006: 66,3 – 2007: 68,7
Produzione uve Valpolicella per appassimento (Amarone e Recioto) in mln. Kg
8,2: 1997 – 12,7: 2001 – 16,2: 2003 – 15,9: 2005 – 23,6: 2006 – 25,7: 2007
Stima bottiglie vendute di Amarone / Recioto della Valpolicella
1997: 1.558 mln – 2000: 3.302 – 2001: 3.634 – 2003: 4.982 – 2004: 5.751 – 2006: 8.218 – 2007 :8.350
Ci sarà tempo e luogo per esaminare, con calma, magari con la collaborazione dell’ottimo Marco Baccaglio de I numeri del vino, questi dati, che sono oggettivamente impressionanti, comunque li si osservi.
Non posso però e me ne dolgo, vista la simpatia che nutro per questa zona, che è tra le più belle paesaggisticamente parlando e come sintesi ideale tra paesaggio e vigneto, d’Italia, e dove agiscono molti produttori che stimo profondamente e rispetto, concordare con l’ottimismo della volontà (radicato e non di facciata) del presidente del Consorzio Valpolicella Emilio Pedron che parla apertamente dell’Amarone (della Valpolicella) come di “un vero e proprio fenomeno sia in termini di consumi che di notorietà”.
E non posso accogliere il suo cortese invito, pronunciato in un franco conversare che abbiamo avuto ieri davanti agli amici Roberto Giuliani, Enzo Brambilla e Alessandro Franceschini e a due produttrici serie come Elena Coati di Corte Rugolin e Sabrina Tedeschi dell’omonima azienda di Pedemonte, a “credere” più di quel che dimostri di fare, nel “successo” dell’Amarone e nella positività e nella forza di dati, la produzione di uve, la produzione di uve destinate all’appassimento, la stima di bottiglie di vendute, la sempre minore quantità di uve e di bottiglie destinate ai vini Valpolicella base, che a me, invece, fanno paura.
E sembrano, come nel caso della quantità folle di uve destinate all’appassimento, passate dagli 8,2 milioni di chili del 1997 ai 25,7 di dieci anni dopo, indice di una strategia che, mi auguro di sbagliare e nel caso farò autocritica e ammenda, giudico estremamente arrischiata e spericolata. Perché i 5,7 milioni di bottiglie del 2004 e gli 8.350 milioni stimati per l’annata 2007 (il cui indice Winkler è simile a quello del 2003…) bisogna poi venderli…
Non ho dubbi, conoscendo la serietà e la preparazione e la capacità manageriale di Emilio Pedron, che conosco da molti anni (e con il quale, lo racconterò molto presto, in passato ho avuto rapporti che andavano oltre a quelli normalmente esistenti tra un giornalista e un amministratore di una grande realtà produttiva), che sia vero che “la filiera Valpolicella funziona e distribuisce reddito”, che il reddito viticolo di ventimila euro ettaro sia rispettabilissimo, che è “aumentata la solidità strutturale” delle aziende della Valpolicella, che qualcosa come venti esperti agronomi ingaggiati dal Consorzio Valpolicella hanno perlustrato e controllato per cinque mesi vigneti e fruttai, portando al declassamento di 18.000 quintali di uva in appassimento giudicati “non idonei”, ma resto ugualmente molto perplesso. Anche quando ci viene detto che nel 2007 invece di “soli” 8.350 milioni di bottiglie se ne potevano produrre 12…
E non riesco a credere che questa corsa all’appassimento e all’Amarone (della Valpolicella) non sia dettata, come Pedron nega sia, da “un desiderio di arricchimento veloce” e da una strategia molto pericolosa, che si regge anche sull’assunto, espresso da Pedron, che “non c’è alternativa che vendere prodotti di prezzo più alto perché siamo convinti che abbiamo grandi possibilità”. Attenzione a percorrere l’equazione Amarone della Valpolicella = premium wine (ed i prezzi di tanti, troppi Amarone sono diventati eccessivamente, assurdamente elevati, con una qualità che spesso non giustifica la spesa) perché a fenomeni di errate valutazioni strategico – commerciali abbiamo già assistito ed i tonfi, quando si cade, possono essere rovinosi.
Non riesco a condividere l’entusiasmo pedroniano anche per altri motivi, perché non penso assolutamente, come mi diceva (e come doveva dire nella sua posizione) il top manager trentino che in Valpolicella ha trovato la sua piena affermazione professionale, che tutti i vini proposti in degustazione fossero “buoni” con sfumature e personalità diverse.
Questo perché nel mio assaggio, effettuato in condizioni non ideali (Bacco continui a preservare e benedire Alba Wines Exhibition, la migliore delle manifestazioni dove la stampa internazionale è chiamata a degustare, in maniera meditata e riflessiva e non in un clima di festosa kermesse), ho trovato tanti vini indegni, non buoni, assolutamente non appealing, paradossali, privi di qualsivoglia idea di cosa significhino termini basilari come equilibrio, piacevolezza, possibilità di essere abbinati convenientemente ai cibi, eleganza, varietà di espressione, ricchezza di sfumature.
Non posso essere ottimista come l’enologo Emilio Pedron, la cui presenza alla presidenza del Consorzio Valpolicella (come quella di altri personaggi della galassia Gruppo Italiana Vini alla testa di importanti Consorzi italiani) considero un clamoroso esempio di “conflitto d’interessi”, perché è assurdo che il più importante gruppo vinicolo italiano controlli svariati Consorzi italiani, di fronte a vini, parecchi, che esprimono lo stesso genium loci, un senso dei terroir della Valpolicella, una provenienza chiara e inconfondibile che possono avere i vini di Bolgheri e dintorni.
Non posso, farei violenza alla mia onestà intellettuale e al mio senso critico e ad un dovere di chiarezza che ho nei confronti dei miei lettori (non ho pagine di pubblicità da chiedere per questo blog o per i giornali su cui scrivo e quindi, caro dottor Pedron, posso dire, e continuo a dire quello che penso) se non dicessi a chiare lettere che resto spiazzato e indignato e sgomento di fronte a tanti vini proposti, dove il carattere varietale, anche dopo l’appassimento, che contribuisce ad appianare e livellare le caratteristiche, è piuttosto quello del Merlot, del Cabernet, del Syrah (e qui mi limito senza riferire del puro “sospetto” della presenza di uve che in Valpolicella non crescono) e non quello delle uve che hanno fatto la storia e la nobilitate di questa splendida regione vinicola veneta.
Prendo atto, non sorpreso, che quel che sgomenta e indigna me per Pedron é solo espressione di una diversità stilistica, di una qualità (“sono vini tutti buoni” mi diceva, davanti a testimoni) indiscutibile che anche io, irriducibile bastian contrario, Don Chisciotte e rompi…., non riesco, per miei limiti oggettivi, perché non sono aperto allo spirito dei tempi, perché non voglio accettare che così vadano le cose in questo mondo del vino (e nel mondo in genere), a cogliere. Quando una zona non qualsiasi ma di suprema e assoluta enodiversità e ampelodiversità (si faccia spiegare dai suoi amici di Slow Food cosa significa o meglio cosa dovrebbe teoricamente significare questa espressione, dottor Pedron…) come la Valpolicella esprime vini che se assaggiati totalmente alla cieca, non solo senza conoscere il nome del produttore, ma l’area di provenienza, non riesci a connotare come provenienti dalla Valpolicella e che pensi siano tali solo perché facendoti largo a colpi di machete in una foresta di rovere francese e americano ti sembra di cogliere le note dell’appassimento nella tanta marmellata alla tostatura che domina, questo, egregio signor Presidente del Consorzio Valpolicella, questo a casa mia non è un successo, come lo chiama trionfalmente lei, ma è un fallimento. Anzi, un tradimento, una deriva pericolosa, una rinuncia suicida e insensata a presentarsi con i colori e le sfumature e l’eleganza della Valpolicella per compiacere un gusto ed un mercato internazionale che del genius loci, della provenienza, dei terroir, mi perdoni il termine un po’ crudo, se ne frega altamente (eufemismo).
E questo quando si è finanziato un progetto di zonazione vinicola per arrivare ad un “manuale d’uso del territorio” e fare in modo, come titola L’Informatore Agrario che il terroir sia “determinante”…
Mi aspettavo, come sta accadendo in quella terra di Langa dove l’intelligenza ed il buon senso hanno portato a rivedere molte posizioni estreme (e da dove arrivano quei vini che sempre più sento vicini non solo al mio gusto, ma al mio cuore, alla mia intelligenza, alla mia sensibilità, alla mia residua capacità di sognare e di lasciami trasportare dalle emozioni), che in un’annata classica come il 2004, ideale, “ottima” come l’hanno definita i tecnici, i vini, la stragrande maggioranza dei vini, presentassero, come ha detto nella sua relazione tecnica il presidente di Assoenologi sezione Veneto Occidentale Daniele Accordini” come comune denominatore eleganza, finezza e freschezza gusto-olfattiva dettata da un corretto bilanciamento alcolico e da un moderato residuo zuccherino che conferisce una buona bevibilità e abbinabilità a tavola”.
Forse il buon Accordini ed il sottoscritto (ma potrei citare un sacco di colleghi, italiani ed esteri, con i quali scambiando opinioni dopo la degustazione ho visto condividere le stesse perplessità e riserve: vedremo se le metteranno nero su bianco nei loro articoli) la vediamo diversamente, ma di vini come quelli che lui ha descritto e annunciato ne ho trovati, ripeto, forse ci capisco poco, forse molti vini, diamo loro la controprova di una nuova degustazione tra qualche mese, erano ancora molto in fieri, visto che tanti erano campioni di botte e molti devono ancora completare totalmente il loro affinamento, e bisognosi di più tempo per esprimersi (ma allora perché degustare in Anteprima a gennaio?), davvero una minoranza, meno del 50 per cento.
Ho visto, invece, oltre alle consuete stravaganze, agli esotismi, alle donne cannone e ai mister muscolo, agli irriducibili che se non concentrano selvaggiamente e non estraggono sino allo spasimo (anche tanti “bei” tanninacci verdi) non sono contenti, ai fenomeni messi lì pour épater les guide et les dégustateurs, agli irriducibili (ditegli che la “guerra” è finita e a fare vini del genere sono solo patetici), anche troppi vini che definirei “piacevolezza zero”, vini con i quali non passeresti mai, nemmeno sotto tortura, dalla fase degustazione campione numero X alla fase “stasera me lo berrei volentieri a tavola con gli amici”.
Vini squilibrati, eccessivi, sgraziati, con residui zuccherini allucinanti (sicuramente qualche produttore ha sbagliato etichetta scambiando dei Recioto per degli Amarone…), con alcol spaventosamente elevati (ma non era solo una costrizione dovuta alla torrida annata 2003?), vini monodimensionali, noiosi, prevedibili, senza sfumature e senza dinamismo, ammassi informi di frutta varia e di marmellata che possono piacere ai teorici del vino frutto che frutta ma non alle persone dabbene che ad un vino nobile e dalla lunga storia chiamato Amarone della Valpolicella e non solo Nero d’Avola o chissà che chiedono, soprattutto visti i prezzi correnti, molto ma molto di più.
Se nel nome dell’estetica e della filosofia dell’Amarone della Valpolicella dominante e gradita ai Pedron la dolcezza da appassimento esasperato deve sconfinare nel dolciastro, nel molle, nello snervato, nel senz’anima e senza eleganza, nei colori che sfiorano la melanzana, nei tenori alcolici da 16 gradi e mezzo o peggio, nella super concentrazione, nella volgarità (mi si consenta il paragone un po’ ardito: molti vini erano sexy e appealing come possono esserlo le tette al silicone di una Pamela Anderson o dell’ennesima starlette cine-televisiva che per avere più successo si gonfia le poppe sfoggiando un’improbabile quarta la cui artificiosità si riconosce immediatamente), nella prevedibilità e nella tristezza noiosa, nella serialità (cambiava il numero del campione ma il vino era sempre lo stesso), nella fiacchezza, nelle acidità furbescamente ribassate per dare ancora più morbidezza morbidosa e rotondità stucchevole, allora alzo le mani e mi arrendo e dico chiaramente che questa Valpolicella non fa per me.
Che non abbiamo quasi più niente da dirci, che non c’è forma di dialogo possibile, all’insegna di quella giusta dialettica che deve esistere tra un cronista del vino che degusta ed ogni zona di produzione, possibile e che quindi è meglio, tanto i miei lettori potranno trovare facilmente altrove abbondanti notizie e valutazioni (forse di tono diverso) su questa zona, che in occasione dell’Anteprima 2005 io me resti a casa e che dedichi il mio tempo ad altre zone che hanno vini ed identità più rilevanti di questa, pur amatissima e splendida, Valpolicella dell’Amarone.
Conclusione, è il caso di dirlo, amara, ma, sperando di aver modo di riassaggiare tutti gli stessi vini il prossimo autunno, se il Consorzio ed i suoi futuri reggitori vorranno concedermi questa prova d’appello (io mi dichiaro sin d’ora disponibile), l’unica conclusione alla quale, in tutta onestà, possa arrivare.
Tutto disastroso pertanto il bilancio della mia degustazione dei 70 Amarone della Valpolicella 2004 di ieri? Niente affatto, perché anche senza rendere noti i punteggi (che riporterò in altrettanti articoli che scriverò per De Vinis e The World of Fine Wine) voglio subito rendere noti in ordine decrescente di gradimento, con valutazioni, in ogni caso, che vanno dall’ottimo al molto buono, i 30 vini (su un totale di 70 però) che mi hanno convinto pienamente e mi hanno fatto pensare, senza esitazione, assaggiandoli, di trovarmi in Valpolicella e non a Bolgheri, Sicilia, Nuovo Mondo o chissà dove.
Vini che mi permetto di raccomandare alla vostra attenzione e al vostro assaggio, di aziende note e meno note, grandi, oppure piccole o addirittura esordienti (alla degustazione, va ricordato, mancavano i vini di produttori come Allegrini, Masi, Dal Forno, Le Ragose, Quintarelli, Fattoria Garbole, Villa Spinosa, Le Salette, Begali, Viviani, Marion, Brunelli, Mizzon, Villa Monteleone, Bolla: accidenti quante assenze significative!).
Questi, per dirla con Veronelli, i vini del mio privilegio, i vini che in una degustazione faticosa, impegnativa, costantemente in salita, sono apparse come altrettante oasi di fresco e di cielo sereno in un orizzonte, quello della Valpolicella dell’Amarone di oggi, corrusco, dove vedere la luce e sul quale nutrire un “ottimismo della volontà”, mi è davvero, e mi dispiace, impossibile. Un bravo a questi defensor della valpolicelliana amaroniana ratio e misura, sui quali questa storica zona può sicuramente fare affidamento.

Amarone della Valpolicella Classico Corte Rugolin
Amarone della Valpolicella Ca’ Rugate
Amarone della Valpolicella Classico Sel. A. Castagnedi Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Villa Rizzardi Guerrieri Rizzardi
Amarone della Valpolicella Classico Castelliere delle Guaite Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Terre di Cariano Cecilia Beretta
Amarone della Valpolicella Classico Gaso San Rustico
Amarone della Valpolicella Classico Tedeschi
Amarone della Valpolicella Classico Tenuta Galtarossa
Amarone della Valpolicella Classico Moropio Antolini
Amarone della Valpolicella Classico Arduini Luciano
Amarone della Valpolicella Classico Bussola Tommaso
Amarone della Valpolicella Classico Vigneti di Ravazzol Cà la Bionda
Amarone della Valpolicella Monte Zovo
Amarone della Valpolicella Classico La Bastia Cà dei Rocchi Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Capitel de la Crosara Montresor
Amarone della Valpolicella Classico Campo dei Gigli Tenuta S. Antonio
Amarone della Valpolicella Classico Monteci
Amarone della Valpolicella Classico Santa Sofia
Amarone della Valpolicella Classico Croce del Gal Benedetti Corte Antica
Amarone della Valpolicella Classico Tinazzi
Amarone della Valpolicella Classico Campomasua Venturini Massimino
Amarone della Valpolicella Musella
Amarone della Valpolicella Classico Nicolis
Amarone della Valpolicella Classico Boscaini Carlo
Amarone della Valpolicella Classico Monte del Frà
Amarone della Valpolicella Classico Fratelli Recchia Enorama
Amarone della Valpolicella Classico Cà Bertoldi Fratelli Recchia
Amarone della Valpolicella Classico Aurum Valleselle Tinazzi

0 pensieri su “Amarone della Valpolicella: perché non possiamo dirci ottimisti

  1. Come si fa a non essere d’accordo con lei sciùr Franco?
    Quest’anno non c’ero per motivi familiari, ma ricordo benissimo le precedenti 6 edizioni fotocopia, dove i migliori produttori sono sempre assenti, dove si assaggiano gran spremute di legni, dove la metà o più dei vini non ha nulla a che vedere con la Valpolicella, dove i produttori si pavoneggiano con i giornalisti, piangono con i presidenti dei consorzi, chiedono contributi a pioggia ai ministri di turno, dove tutto va bene così, ma dove sempre di più pesano quei due numeretti che lei ha declamato all’inizio: 220 milioni il fatturato della DOC Valpolicella (Amarone compreso) e 170 milioni il valore delle giacenze, cioé il vino rimasto in cantina!

    E sarebbe questo, egr. dr. Pedron, il successo?
    Caro Presidente, non basta avere tanti sghei così noaltri podemo far de tutto qua in Valpolicella: ‘na bela azienda, l’enologo al top (e chi sarebbe?), io viaggio solo in mercedes mio figlio anche, se mi mancano le uve so dove comprarle, mal che vada tiro via tutto e pianto solo pinot grigio, vadan tutti in mona io faccio i pantaloni, cossa me ne frega a mi degli altri, mandiamo tutto in america perché lì comprano sai. Questi sono i discorsi che i suoi consorziati fanno nei corridoi del palazzo della Gran Guardia.
    Lei lo sa meglio di me: per fare i sghei ci vuole una vita, ma per perderli basta un attimo…

  2. Sono contento che ti sia piaciuto anche quello della Musella, che avevo assaggiato dalla botte. Ma e’ un Amarone dell’Est, fuori dalla zona classica, le cui uve godono di aria piu’ fresca con le vigne circondate dagli alberi profumati di uno stupendo parco sopra Ferrazze di San Martino Buon Albergo (a proposito, andate a cenare alla Trattoria del Ponte, aperta solo la sera). Pero’ quello che piu’ mi ha stupito davvero e’ la sfilza degli assenti, tra cui l’eccellenza. Sarebbe da capire il perche’, in quanto non vorrei che abbiano individuato dei trend che non gli piacciono e che si siano tenuti distanti per non squalificarsi. Si comprenderebbe meglio la tua sacrosanta incaz….ra.

  3. Mario quel gruppo non era assente solo in questa edizione, ma anche in tutte le altre precedenti. I motivi vanno chiesti al presidente del consorzio, sempre che tutti i produttori aderiscano….

  4. in questo caso devo difendere il Consorzio. In questo elenco di assenti ci sono sia aziende che non aderiscono al Consorzio sia aziende che per libere valutazioni (la partecipazione all’Anteprima é lasciata alla libera valutazione) hanno deciso di non prendere parte all’Anteprima. A Montalcino, ad esempio, sono molto meno numerosi e meno significativi (Soldera-Case Basse a parte) i produttori che non partecipano a Benvenuto Brunello

  5. Verissimo, Franco, per fortuna ci sono ancora le libere valutazioni. Ma fa parte delle libere valutazioni anche anche il fenomeno di ottimi produttori che non aderiscono piu’ ai rispettivi consorzi e che va sempre piu’ diffondendosi, dalla Puglia al Chianti ecc. ecc. proprio perche’ nel mondo del vino italiano c’e’ qualcosa che non funziona piu’, compreso in Valpolicella dove c’e’ di tutto ed il contrario di tutto. Il mondo del vino, come il mondo del calcio, con l’industrializzazione e il marketing sta perdendo valori e virtuosismo. Settimana scorsa ho bevuto con un sommelier polacco un Amarone 1997 di uno dei primissimi piu’ premiati come punteggi del tuo articolo precedente e un terzo della bottiglia ha rischiato di rimanere sul tavolo, sebbene all’inizio facesse intendere rose e fiori, tanto era ancora chiuso dopo 11 anni. C’e’ qualcuno che nell’estrarre esagera, non solo qui, ed estrae ormai non solo mosto fiore, torcolato e bucce, ma anche legno, legno e legno. A me piacerebbe bere il succo dell’uva, non lo sciroppo di rovere, e di uva tradizionalmente locale, che valga cioe’ il prezzo.

  6. Guardate che io non difendo né quelli che non c’erano, né quelli che erano presenti. Sono stanco anch’io, come penso abbiate capito, di questa situazione che non si verifica solo in Valpolicella ovviamente e sono d’accordo con tutti e due nel dire che non é più possibile proporre certi vini sul mercato con la sola scusa che tanto in USA me lo comprano tutto, oppure se c’é qualcuno che mette le bottiglie a più di 100 euro e poi le vende allora lo faccio anch’io perché tanto poi la gente lo compra lo stesso. Soprattutto quando vedo 170 milioni di prodotto fermo nelle cantine e quando so che l’amarone se lo vendono tra produttori a 8.50 euro al litro. Scusate la mia intemperanza, ma….

  7. Francamente a Verona ho trovato quello che mi aspettavo e che è abbastanza frequente in tutte le anteprime: molta mediocrità, assenze pesantissime, una tendenza costante, e un po’ vecchiotta, a produrre vini forse molto coerenti al gusto teorico corrente, ma con pochissimi reali sbocchi di commerciabilità e godibilità. Che poi il prodotto venga venduto tutto in America (a giudicare dalle giacenze, però, non si direbbe), è un fatto che come giornalista mi può interessare come fenomeno economico. Nè posso impedire ai produttori di fare vini “da americani” (o da guide). Ho però il dovere professionale di rilevare questa che, a mio giudizio, è una deriva negativa e pericolosa.
    Crosta ha ragione, c’è qualcosa che non funziona non solo in Valpolicella, ma ovunque. E cos’è questo qualcosa lo sappiamo benissimo. Tutti lo sanno. Il problema è che poi, come giustamente scrive Franco, la stragrande maggioranza delle persone, giornalisti in primis, non lo dicono e non scrivono. E così tutto va ipocritamente avanti.
    A volte penso che dovrebbe esserci più distanza, e più contrapposizione, tra stampa e produttori. Non ostilità, certo, ma aperta diversità delle funzioni. Invece la troppa familiarità, e a volte l’amicizia, tende a creare zone grigie che inducono indulgenza.
    Dal suo punto di vista, Pedron può avere ragione. E comunque fa il suo mestiere. Dal mio, non ha ragione. E io cerco di fare il mio mestiere.
    Quindi dico che, senza assaggiare vini catastrofici, a me il 2004 è sembrato molto simile al 2003, stesso gusto marmellatoso quasi generalizzato, legni invadenti, stucchevolezza diffusa. Anche qualcosa di buono, a volte. Ma soprattutto una mediocrità massificata. Lo stesso trovato a Bolgheri. Lo stesso che, temo, mutatis murandis troveremo in Toscana tra un mesetto.
    Scommettiamo?
    Ciao,

    Stefano

  8. Eh no, Pato, l’anno scorso fu “San” Carlin Petrini a parlare in stile Ziliani, dicendo, per una volta, cose che io vado ripetendo da anni! Non sono certo io a riecheggiare e rimasticare cose che Petrini disse semel in anno… Ci tengo a questa precisazione.
    p.s. sull’Anteprima Amarone 2004 segnalo queste riflessioni di una persona che stimo, Angelo Peretti, espresse sul sito Internet Gourmet: http://www.internetgourmet.it/index.asp?pag=articoli.asp&idr=1334

  9. Caro Paolo mi permetto di integrare le cifre che hai estrapolato:
    24 nuove aziende vitivinicole di filiera nate negli ultimi 6 anni
    Produzione uve Valpolicella per appassimento (Amarone e Recioto) in mln. Kg
    8,2: 1997 – 12,7: 2001 – 16,2: 2003 – 15,9: 2005 – 23,6: 2006 – 25,7: 2007
    Stima bottiglie vendute di Amarone / Recioto della Valpolicella
    1997: 1.558 mln – 2000: 3.302 – 2001: 3.634 – 2003: 4.982 – 2004: 5.751 – 2006: 8.218 – 2007 :8.350
    In pratica produzione triplicata in 10 anni e fatturati cresciuti se non interpreto male di 5 volte. Qui si innestano le cifre che hai già citato te: 170 milioni di euro il valore delle giacenze di Amarone atìfronte di 220 milioni di euro il fatturato complessivo della DOC Valpolicella
    Come sempre mi astengo dal disquisire di qualità e stile ma è poco ma sicuro che nel vino bisognerà cominciare a farci il bagno…….. tanto il resveratolo è una cura di bellezza che risolve tutti i mali. Buona serata

  10. Il bello, come nel Chianti Rufina, è che c’è sempre un bel progetto di zonazione da presentare prima della degustazione, dove si punta l’indice sul benedetto terroir, sulla diversità dei terreni etc…come questa volta e come nel chianti rufina. Poi vai ad assaggiare e, tranne pochi, anzi pochissimi, rispetto al totale, trovi un appiattimento stilistico disarmante verso legno+marmellata oppure marmellata+legno, per altro con versioni reciotizzanti caricaturali. Al che, la domanda sorge spontanea: a cosa servono tre anni di zonazione, di esaltazione delle unità di paesaggio etc…se poi ognuno valorizza quello che gli pare?

  11. servono innanzitutto al professor Scienza e ai suoi collaboratori per fare ricerca e guadagnare robuste (e meritate) parcelle. E servono a molti Consorzi per tentare di rifarsi un’improbabile verginità, per mostrare al colto e all’inclita che si stanno adoperando per fare quella “qualità” che poi le degustazioni dei vini in larga parte non mostrano…
    Accade con certe grandi aziende che hanno fatto soldi facendo vino nelle maniere più disinvolte, che poi si comprano qualche vigneto, magari anche prestigioso, pagandolo una paccata di soldi, per far vedere quale sia la loro idea del vino oggi. Ma come diceva il buon Totò: ma mi faccia il piacere!

  12. Caro Franco;
    Per me i campioni che hanno usato per questa degustazione dovrebbero essere consegnati dai Produttori al Organizzatore/Consorzio, almeno 2 mesi prima della data del evento.
    Questa corsa di produrre Amarone costosi e marmellatosi non penso che sia stata infuocata dal buon Bepi Q., ma bensì da qualcun altro…….a cui tanti hanno cercato di accodarsi a ruota. Poi a quanto mi é stato detto, in Italia non si vende un gran che di Amarone, va di più il Valpolicella Classico o la versione Ripasso. I mercati esteri purtroppo richiedono degli Amarone che siano di gran struttura,frutto,alcool e vaniglia/spezie. E se ha un pò di gusto cioccolatoso, con un po di zucchero residuo e lo offri alle donne, in 5 minuti ti scolano la bottiglia. Per questo posso raccomandare i Produttori interessati di fare 2 Amaroni che siano ben diversi fra di loro, uno barricato e da botte da 25hl. In riguardo alle giacenze di cantina in mia opinione, posso dire che saranno degli Amarone che avranno dei costi molto alti, con qualità discrete, oppure non sanno fare il proprio marketing, perché oggi si affacciano mercati che non ci si penserebbe, tipo Albania, Cecoslovacchia, Turchia, Venezuela, Brasile ecc. ecc. Perciò dico che se c’é un aumento di quantita’ di Amarone ben venga, cosi il cliente finale ha più scelta, i Produttori si riorganizzano e il Consorzio forse chiuderà. Mi sembra che poi la stessa cosa vale per il Brunello, si parla che con l’annata 2004 ci saranno svariati milioni di bottiglie in più. Grazie Angelo

  13. Ciao,
    Bello e sincero il tuo post (un pò lunghetto).
    Fa riflettere…
    Sono stati due giorni di grandi discussioni.
    Ho la testa piena.
    Fra un pò , con lucidità, ti darò le mie impressioni.

    Carlo-

  14. Grazie della stima, Franco. Ricambiata.
    Vorrei intervenire solo perché ritengo che vi sia un misunderstanding nella lettura di un dato, quello delle giacenze. Ovvio che in Valpolicella ci sia un elevato valore di giacenze, ma non per motivi di mancata vendita (anzi! trovare dell’Amarone in cisterna del 2003 è impossibile), quanto perché nelle cantine sono in affinamento le annate 2004, 2005, 2006 e 2007 dell’Amarone, e tali scorte di vino non ancora commercializzabile vanno ovviamente conteggiate nei bilanci aziendali. Sono un patrimonio aziendale, insomma, per semplificare. L’elevato valore di queste giacenze è un fattore economicamente positivo, perché indica il livello della capacità di indebitamento della filiera valpolicellese: di fatto, se vogliono, i produttori della zona sono in grado di chiedere al sistema bancario, se vogliono, prestiti assistiti da garanzia (le scorte, appunto) per valori elevatissimi, il che significa avere in mano una concreta possibilità di realizzare reimpianti, innovazioni tecnologiche o acquisizioni. Ecco perché scrivo ad esempio sul mio blog (http://www.bardoc.it) che, volendo, i valpolicellesi potrebbero esser pronti a comprarsi la confinante doc del Bardolino: chi volesse, può leggere le mie opinioni in merito all’indirizzo qui sotto
    http://www.bardoc.it/2008/01/chi-ha-paura-dei-valpolicellesi.html

  15. Perfetto! Molto centrato! Da quando si misura la capacità di indebitamento in base alle scorte? Non conosco la realtà della Valpolicella ma qui dalle mie parti ci sono centinaia di aziende che hanno fatto investimenti dando in garanzia vino che non hanno venduto nè venderanno mai, con il brillante risultato che la proprietà è di fatto……… delle banche (o banca). E’ fare impresa questo? Mah…..
    Buona giornata

  16. @Alessandro
    3 anni di zonizazzione, infatti, non sono serviti a niente. Sai benissimo che da anni si vocifera di fare la docg solo per la zona classica e che così facendo si avvantaggerebbero i produttori con i vigneti in collina (mi pare giusto), con un nome famoso in testa, mentre gli altri a fondovalle resterebbero a bocca asciutta. Però niente si é mosso e niente si muoverà.

    Ricorderete l’edizione 2004, con l’anteprima dell’annata 2001, quando il Consorzio commissionò un’indagine alla Ispo del prof. Mannheimer e alla GPF& associati sul tema “Amarone della Valpolicella, come ci vediamo e come ci vedono”. Su internet, ovviamente, i dati sono stati depurati, ma chi ha la cartellina, Alessandro ed il sciùr Franco ce l’hanno sicuramente,
    ricorderà che le bottiglie invendute, non le cisterne, nelle cantine erano già 1,6 milioni. Per quanto riguarda il marketing, quasi la metà degli intervistati italiani collocava la Valpolicella al di fuori del Veneto ed il 16% degli intervistati veneti la collocava in un’altra provincia! Mi spiegate a cosa serve commissionare queste profumatissime ricerche se poi il Consorzio non comprende il perché degli scarsi risultati? Dopo 3 edizioni non é cambiato ancora niente. Qui non si tratta di essere malevoli, ma poi quando arrivano le grandinate, come quella dell’agosto 2007, tocca a noi contribuenti mettere la mano al portafogli per risanargli le vigne…

  17. ottime osservazioni Paolo e splendida memoria! Si aggiunga poi che la manifestazione continua a chiamarsi Anteprima Amarone e non Anteprima Amarone della Valpolicella, come Mannheimer ed i vari professori, studiosi e ricercatori intervenuti suggerivano di chiamare sempre il vino. Perché il metodo Amarone viene copiato ormai in tutto il mondo, anche da parte di un’azienda veneta, nel Nuovo Mondo, ma di Valpolicella ce n’é una sola…, unica e inimitabile!

  18. “Non ho dubbi, conoscendo la serietà e la preparazione e la capacità manageriale di Emilio Pedron..”

    io aggiungerei la costanza di andare in Chiesa tutte le domeniche e le feste comandate e quando si va a Roma fare sempre una visita aldilà del Tevere.

  19. Condivido, ahime’, in toto questa triste disamina dell’amico Ziliani , vorrei pero’, olre a sagnalare un’altro ottimo Amarone che e’ Corte Sant’Alda della bravissima Marinella Camerani, fare una piccola riflessione a monte di tutto: gli Amaroni sono mediamente “standardizzati” noiosi e privi di tipicita’?
    Sara’ mica colpa dell’abuso di chimica di sintesi in vigna che costringe a fare uso di lieviti selezionati acquistati da una multinazionale Danese? Oppure sara’ che oltre all’abuso di legno si ecceda con concentratori ,osmosi inversa ,gomma arabica ed altri “trucchetti” che mortificano un grande terroir (e questo senza indagare troppo sulla dubbia provenienza di uve che proprio non sembrano Corvina , Rondinella o Molinara…..)

    Poudzo
    Lucien

    ps un’invito ai bravi produttori segnalati da Franco Ziliani a non mollare.

  20. Ed il Valpolicella bianco cinese che era presente sugli scaffali della PAM dietro p.za Bra, durante i giorni del 37° Vinitaly, se lo ricorda? L’allora presidente di Veronafiere impallidì !
    Ripeto, io non voglio essere maligno, a me dispiace della situazione, ho tanti amici produttori su quelle colline, però vedo che fanno sempre come gli struzzi, i problemi sono del vicino o di qualcun altro. E così facendo non si va da nessuna parte.

    Voglio rammentare un fatto che lei, sciùr Franco ben conoscerà: ricorderete che alcuni anni fa il moscato d’Asti spumante docg era in ribasso, troppa produzione, scarsa qualità, modalità dei consumi cambiata negli anni, milioni di bottiglie ferme in cantina, marketing a livello zero,insomma un prodotto totalmente da riposizionare. Cambiò il vento politico in Piemonte, cambiarono i vertici del consorzio e così decisero di investire per il rilancio. Il 2007 si é chiuso con un boom di vendite, il prodotto é migliorato, c’é una bella campagna pubblicitaria sui media. Bene, bravi, bis! C’é solo un piccolo particolare: quel rilancio é costato quasi un euro a bottiglia ad ogni cittadino piemontese, neonati ed ottuagenari compresi.
    Però noi le bottiglie non le abbiamo bevute…

  21. Non mi dimentico mai gli articoli che hai scritto col cuore, parlando ai cuori, perche’ sono quelli che ti contraddistinguono ed e’ per questo che hai tanti amici sinceri in Italia e nel mondo. A volte scrivi delle… pietre miliari. Ma, come ti ha gia’ detto Roberto Giuliani, sei proprio una bella testa calda… (hurra’ Inter, percio’ senza offesa!).

  22. Grazie Mario, ma ho “la famosa cartella” qui sulla scrivania. L’articolo del sciùr Franco, datato 2002, dimostra che non é cambiato niente. Non ho altro da aggiungere se non ricordare i profumi di un’ottimo Bertani ’95 stappato ieri e con tristezza, che mentre gli altri paesi vanno avanti, noi italiani, grazie ai soliti noti, restiamo sempre ultimi.

  23. Cari esperti, quando parlate di tutti questi numeri ,di enormi fatturati, di apocalittici scenari futuri, di mostri dell’economia. Vorrei ricordare (rientro dalla Francia oggi) quella miriade di piccolissimi produttori di vino, di olio, di salumi che non percepiscono un minimo aiuto, che rischiano, che non vanno in chiesa e neanche a Roma, ma nel piccolo vendono e fanno economia(quella vera del 2+2=4).Io li ho visti a Parigi come a Lille. Io credo ancora a questa economia. Non riesco a capire a qualcosa che è fondato su statistiche , ricerche di mercato, opinioni, consorzi tenuti in vita dallo Stato, ottantenni piemontesi a cui sottraggono 1 euro dalla magra pensione per rilanciare l’Asti Spumante. Se siete così bravi, nell’assaggiare un calice di vino e dopo pochi secondi oltre che riconoscere il “profumo del sottobosco” sapere pure la data di quando è stato imbottigliato, provate ad andare in una cantina della Valpolicella e chiedere il vino sfuso per casa Vi accorgerete che state bevendo l’Amarone. Sono pieni fino al collo, questa è la realtà (e non solo dell’Amarone. Il resto sono tante s…e mentali a cui non credono più neanche gli stranieri. Scusate!!

  24. Caro Franco (non Ziliani),
    lei ha molte buone ragioni e soprattutto molti buoni argomenti, che in gran parte condivido.
    Però fa un po’ di confusione.
    Il vino, o almento buona parte del vino, è un’industria. Questo è un dato di fatto e non da ora. Piaccia o meno (a me piace poco, ma nè la mia nè la sua opinione possono incidere sulla realtà), è così e basta. C’è chi dice un’agrindustria, ma non fa molta differenza. E ciò non significa che la ancora notevole parte “agricola” del mondo produttivo (ma, non se lo dimentichi, priva di effettivo potere) non si intersechi spesso e inteferisca con l’altra, quella industriale. E anche vero pertanto che esiste un “altro” vino, come un'”altra” agricoltura, molto più semplice, degna, difficile, piccola, fatta di persona, di pochi capitali, etc. che non prende sovvenzioni ed è fuori dai “giri”.
    Di questa, il settore vinicolo, che è per definizione un settore molto capitalizzato, rappresenta una percentuale ancor più minoritaria.
    E’ impensabile quindi che una realtà come quella dei grandi consorzi di produzione sia slegata dalle logiche (commerciali, organizzative, finanziarie, distributive, etc.) dell’industria.
    Si tratta di realtà, sì, spesso ricche, ma anche soggette a forti rischi imprenditoriali. Realtà in cui la mentalità tradizionale, ovvero l’attaccamento all’azienda e al prodotto prima ancora che al reddito che essa è capace di produrre, è ormai scavalcata da quella per cui la terra stessa è un mezzo di produzione, fungibile e ricostituibile, spostabile, violabile, cedibile.
    Insomma, è un altro mondo.
    Si può e forse si deve combatterlo, ma far finta che non esita e che non sia ingombrante è proprio impossibile.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  25. Caro Franco,
    é proprio perché conosco bene la situazione e quella miriade di piccoli produttori, che sono i miei fornitori, che urlo nel silenzio per difenderli.
    Se hai letto bene gli interventi di cui sopra, tutti parteggiamo per correttezza, serietà e trasparenza, mentre gli industriali ed i politici non ne hanno affatto. Infatti, non so se lo hai notato, qui sul blog non scrivono mai…

  26. Egregio Tesi

    sono perfettamente d’accordo con il suo discorso.Per me va benissimo che ci siano logiche industriali e di mercato, ma la cosa scovolgente è che nelle realtà da Voi riportate (Consorzi, gruppi etc) proprio questo manca.Ormai neanche il patto-scellerato tra produttori di Vino e Grande Distribuzione(alla faccia del mercato) riesce a salvarli.

  27. Mi piace cosa e come l’ha detto Il sig. Tesi. Al sig Franco, (non Ziliani) vorrei invece chiedere dove trova tutto questo fiume di Amarone in Valpolicella. Già sono stati fatti contratti per quello del 2007. del 2003 e 2004 neanche a cercarli con il lanternino. quello del 2005 e 2006 vengono venduti a 12 euro/litro. Non dico se è bene o un male. Dico solo che i valori sono alle stelle e le giacenze minime.

  28. “del 2003 e 2004 neanche a cercarli con il lanternino..”
    ..io del 2003 almeno sull’etichetta così era scritto ci ho fatto i regali per questo Natale. Di giacenze minime nel vino a me viene da ridere, quando con i soldi di Roma si mettono le vigne pure lungo l’Adige sotto il ponte del Saval
    L’onestà a prescindere mi piace poco!

  29. Ho letto gli articoli su winereport, ed è incredibile leggere le date in cui sono stati scritti! Non mi pare però che io abbia scritto che questo post si sia ispirato in qualche modo all’intervento dell’anno scorso di Petrini. Ho solo voluto farle notare che, almeno in questo caso, i vostri pensieri su quello che è un problema del vino italiano (e non solo della Valpolicella) trovano un punto di contatto. Tutto quì. Il fatto che lei scriveva già dell’argomento nel lontano 2002 è una conferma della sua validità come reporter del vino.

  30. Vede, caro Franco (sempre non Ziliani), anche in questo ha molte ragioni e un po’ di ingenuità.
    E’ vero, anzi verissimo (l’ho scritto proprio qui nei giorni scorsi) che il “sistema” del vino trascina con sè e dietro di sè anche l’informazione vinicola. E che pertanto la stampa (senza con questo, sia chiaro, essere sempre collusa o compiacente, come spesso molto semplicisticamente si tende a credere) è portata spesso a occuparsi di questa realtà economico-industriale. Non c’è nulla di male, del resto: vista dalla mia prespettiva di giornalista, una tendenza, un fatturato, un calo o una crescita delle giacenze, un aumento o una diminuzione dei produttori, o dei prezzi, o degli ordinativi sono notizie. Notizie importanti, visto che riguardano grosse realtà, intere regioni, enormi valori. Poi, come critico, non ho remore a condannare o a criticare gli Amarone marmellatosi o commerciali. Ma le due cose non sono in contraddzione.
    Glielo dico da strenuo difensore del mondo agricolo come valore, prima ancora che come comparto enonomico: il fatto che esistano i piccoli produttori, i piccoli coltivatori (ma anche, mi creda, le grandi realtà e aziende tradizionali di notevoli dimensioni), tutti in difficoltà, negletti e esclusi dai mercati perchè impossibilitati ad adattarsi alle economie di scala o alla circuitazioni di capitale che l’agrindustria di oggi richiede, lo sanno tutti. E’ che, proprio perchè lo sanno tutti (e perchè apparentemente la cosa è del tutto trascurabile nelle sue concrete e pur catastrofiche conseguenze), non è una notizia. E se lo fosse, ne importerebbe (eufemismo) poco a nessuno.
    In questo sta anche la frustrazione della stampa e/o dei giornalisti più attenti, che hanno un campo visivo o un raggio di interesse più ampio di altri: voci che declamano nel deserto.
    E’ triste, lo so. A volte tragico.
    Ma, come dicevo sopra, è così. E non è scagliandosi contro l’industria, o i consorzi, o le organizzazioni vinicole che si può rimediare.
    Altra cosa sarebbe parlare delle organizzazioni agricole, ma questa è una faccenda diversa, che esula da questo blog.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  31. Polverone Amarone. Consiglio a tutti i produttori della Valpolicella di ricercare una maggiore concentrazione e un residuo più percettibile nei propri vini,per aprirsi ai nuovi mercati (vedi Cina e India)
    Ripasso e chiudo

  32. Caro Ziliani,la Sua lucida e sincera analisi degli Amarone e della Valpolicella in genere, è spietata quanto obbiettiva. Il problema sicuramente è che anche qui come altrove si cerca di produrre vini per il mercato con in mente solo ed esclusivamente un profilo organolettico predefinito, presunto come l’unico in grado di accontentare il critico e di conseguenza il consumatore. La situazione in realtà mette in risalto che le denominazioni di origine, salvo pochissime eccezioni, sono alla preistoria molto più di quanto si creda, prendiamone atto. Se gli anni sessanta e settanta hanno visto la commercializzazione di vaste quantità di vino con etichette riportanti denominazioni di origine, il prodotto venduto era atto sì a soddisfare le contingenti necessità di mercato ma esclusivamente dal punto di vista mercantile ossia come prodotto di consumo. Oggi le cose non sono cambiate, semplicemente è cambiato il protocollo di preparazione in nome di una presunta maggior qualità, ma temo, e questo vale per molte altre denominazioni che non hanno raggiunto una maturità territoriale, che alla fine vige una sorta di liberismo tecnico che in barba a qualunque disciplinare di produzione,ci si prefigga di raggiungere,anche in buona fede,solo il più alto livello di presunta qualità. Il prodotto rispecchia le aspettative dei più, ma il territorio dov’è? Hanno senso le denominazioni se non sono riconoscibili,mi domando.

  33. Credo che il commento di Castagno sia da sottoscrivere integralmente, così come la domanda retorica finale. Aggiungo che non solo le denominazioni di origine del vino, ma in generale tutti i marchi nati per attestare la qualità o l’origine di un prodotto agroalimentare (dop, igp, etc) vengono usati ormai da anni esclusivamente come strumenti di marketing, “bollini” pubblicitari destinati a facilitare la commercialibità del prodotto e non a garantirne l’origine e le tecniche di produzione. Pertanto il loro intrinseco valore certificatorio scende a zero.

    Stefano Tesi

  34. Dall’amata Valtellina dove attualmente mi trovo, e con un po’ di fretta, vorrei aggiungere (ma magari qualcuno lo ha pure scritto), che le intenzioni del Consorzio e dei produttori, se non fosse ancora chiaro, sono state evidenti anche dal fatto che per la prima volta la stampa estera è stata coinvolta in massa e le è stato riservato uno spazio particolare anche nei giorni successivi a quanto segnalato nel programma. Non è certo un caso, visto che l’Amarone va per il 75% all’estero…

  35. ho notato una cosa: diversi produttori mi hanno scritto a proposito di questo articolo e mi confermano che é stato letto, anche nei piani alti del Consorzio, e che sta facendo discutere e che lo reputano interessante (qualcuno lo ha definito anche “coraggioso” e salutare e mi ha fatto i complimenti). Bella cosa, che mi fa piacere, ma noto però che nessun produttore, salvo uno, che mi auguro abbia un ruolo importante nel futuro consiglio che prossimamente si andrà ad eleggere nella fase del dopo Pedron (che non si candiderà più alla presidenza: good news), ha pensato di intervenire e dire la sua QUI in questa discussione, piuttosto vivace mi sembra, nata dopo le mie osservazioni. Mi chiedo cosa impedisca loro di dire apertamente, senza timori, quello che pensano. Si é liberi di discutere in Valpolicella oppure no?

  36. Mi scusi sig. Ziliani
    ma quali sarebbero secondo lei i vini “proposti, dove il carattere varietale, anche dopo l’appassimento, che contribuisce ad appianare e livellare le caratteristiche, è piuttosto quello del Merlot, del Cabernet, del Syrah (e qui mi limito senza riferire del puro “sospetto” della presenza di uve che in Valpolicella non crescono) e non quello delle uve che hanno fatto la storia e la nobilitate di questa splendida regione vinicola veneta.
    ” e quali sarebbero poi i vini che lei ha visto (se non ho capito male il suo post) cosi: “Ho visto, invece, oltre alle consuete stravaganze, agli esotismi, alle donne cannone e ai mister muscolo, agli irriducibili che se non concentrano selvaggiamente e non estraggono sino allo spasimo (anche tanti “bei” tanninacci verdi)”.

    Quindi, non volendoli comprare, farebbe anche per questi il nome come ha fatto per tutti quelli ai quali ha dato “bravo”?

    Grazie dell’aiuto, con quello che costa l’Amarone, seguire il suo fiuto per non comprare un prodotto che lega in bocca per via dei tanninacci verdi o con provenienze di uve merlot, syrah ecc ecc mi pare una buona cosa!

  37. al signor Danilo, che si firma mctaveck_dmt su un forum dove mi ha fatto analoga richiesta “prendi in giro”, non ho niente da rispondere. Come ho ricordato al signor mctaveck, sono sempre lo stesso che lui, più un paio d’altri che per il momento tacciono, hanno trattato a male parole sul forum sopra citato. Sono sempre quello che é stato tacciato di fare “insinuazioni” parlando dei Barolo taroccati. A lui e a loro non ho niente da dire. Se vorrò fare, qui, i nomi dei vini che non mi sono piaciuti, che ho trovato scandalosi, come ho spesso fatto con i Barolo ed i Barbaresco, lo farò, ma per mia libera scelta, non perché sfidato a farlo da loro. Do you understand mr. Danilo and friends?

  38. Yes, I perfectly understood ! Just a point is not completely right: please take notice I do not care about your personal taste, at all.
    I’m interested in all the wines that, accordingly your posts here, goes under “tanninacci” label as well as “other grapes than Valpolicella’s ones” label, if I read them correctly.

    Thanks a lot for your reply, very kind of you !

    PS No proper translation is available for me for -acci, in “tannins”, sorry about that.

  39. Caro Ziliani, finalmente! mi fa molto piacere che qualche produttore le abbia riferito come la discussione di questo blog abbia portato uno scossone (fosse anche un sobbalzino, andrebbe bene) all’interno del Consorzio dell’Amarone (realtà che come ho già detto non conosco).
    Mi auguro che la sua prossima visita e tri – degustazione in Toscana stimoli analogo brillante tri – contraddittorio con analogo effetto dove di dovere.
    Buon pomeriggio.

  40. Ci possono essere mille ragioni perché un’azienda non partecipa all’anteprima amarone, ma non mi sembra il caso di condannare tutti quelli che vi partecipano, sono forse dei santi gli altri?
    Quelli che sono usciti dal consorzio magari lo hanno fatto per dei motivi meno nobili di quello che si pensa!
    Il valpolicella ha resa 12 tonnellate ettaro, l’Igt verona ne ha 16, il delle Venezie 19!
    Poco importa se apparentemente nel vigneto c’è poca uva, esistono le vie di comunicazione!
    Qualcuno snobba la manifestazione perché è già arrivato e ha già i sui bei bicchieri e grappoli.
    Quelli puri non vengono perché considerano troppo giovane l’amarone in questa fase.
    Non bisogna fare di tutta un erba un fascio, penso che chi si presenta all’anteprima lo fa perché ha a cuore la valpolicella e ci mette la faccia, quanto amarone viene imbottigliato da sconosciute ditte sia nazionali che straniere e venduto a cifre indecenti, la maggior parte!
    A voi che giudicate, siete proprio sicuri di saper riconoscere la tipicità e il legame col territorio di qualunque vino che degustate?
    un Valpolicellese doc classico!

  41. Come fa a lamentarsi dei recioti scambiati per amarone e poi mettere Bussola tra i migiori… Forse intendava che era il Piu’ dolce……Se lei in non so quanto tempo ha assaggiato 70 Amaroni riuscendo a trova fuori tutto quello che ha scritto…mi congratulo con lei… io sono tecnico decine di anni e ne ho assaggiato BENE solo otto… complimenti.

  42. io ho notato quanto Cà rugate (da bianchisti quali sono) ha fatto un prodotto molto gradevole, tannino, c’era, ma non disturbava, fruttato poco percepito a dire la verità, ma nessuna deviazione sui propionati, cosa che ho sentito in alcuni grandi, anzi nel più grande, che ovviamente non menziono.
    ho trovato altrettanto gradevole, forse deve migliorare ancora un po’, forse migliorerà quando lo metteranno in commercio, anche l’amarone di Cesari, ma i tempi sono maturi ed anche le persone che vi lavorano.
    Sono curioso, l’anno prossimo, di tornare alla rassegna per valutare di persona i miglioramenti di alcuni piccoli (di cui ho percepito un netto miglioramento 2002 – 2004)come quello dei fratelli vaona..
    per quanto riguarda il buffet, in un altro post si parla delle pretese di alcuni nel merito del servizio buffet…effettivamente era scarno… mi ha fatto pena l’inserviente, che non riusciva a tenere i miei ritmi…così al momento opportuno abbiamo lasciato l’evento per un’osteria consona sulle rive dell’adige…

    c’era anche tutto lo staff del “rinocerontesco” quella mattina, ma sinceramente non ne ho capito molto le motivazioni

  43. Thank you for your comments on the current status of one of my favorite wine growing regions. We are seeing more and more Ripasso wines in our market and some are very good while others are bitter and thin.
    I especially appreciate your comments on Hacking your way out of the forest of French and American oak, only to find Pamela Anderson waiting. Bravo……..Guy Stout (Guido)

  44. Pingback: Vino al vino » Blog Archive » Amarone della Valpolicella: perché … | Trentinoweb

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