Va bene, mi hanno scritto diverse persone, hai dato ennesima prova della tua ben nota “pars destruens”, criticando le cose che non ti sono garbate, quanto alla deriva stilistica dei vini, nella degustazione dei 70 Amarone della Valpolicella 2004 di cui hai parlato domenica (leggi), ma, tanto per capire, come deve essere secondo te un’Amarone della Valpolicella 2004 degno di questo nome?
Domanda legittima e risposta semplicissima, elementare direi, dev’essere un vino che si fa bere bene, che quando l’assaggi ti fa venire voglia di passare alla fase della beva, equilibrato, elegante, multidimensionale, bilanciato in tutte le sue componenti, con tutti gli elementi al punto giusto, senza che né la frutta, né l’alcol, né i tannini, oppure la componente dolce (esaltata ancor più dall’appassimento) prevalga.
Vi ho già indicato nomi e cognomi dei vini che più mi sono piaciuti (e non costringetemi, please, a nominare quelli che invece mi sono piaciuti meno o addirittura profondamente dispiaciuti o peggio…), e non ho problema, anche se rimando per un racconto dettagliato all’articolo che scriverò presto per De Vinis, con le note di degustazione di 25-30 vini, a girarvi, proprio come ho fatto dopo la degustazione di Barbaresco 2004 dello scorso dicembre, le note di degustazione di alcuni vini a mio avviso particolarmente buoni.
Uno di questi, ironia della sorte, proprio mentre si parla (leggi) di un crescente interesse dei produttori della Valpolicella per le vigne del confinante Bardolino (per farne cosa non si capisce bene…) è proprio opera di un produttore simbolo del Bardolino, di più, di una cantina storica che, riporto dal suo sito Internet (vedi)“nasce dall’unione di due antiche realtà vitivinicole veronesi: quella dei Conti Guerrieri proprietari di una secolare tenuta con vigneti e cantina in Bardolino e quella dei Conti Rizzardi che avevano acquistato i loro vigneti a Negrar già nel 1678 e costruito la storica cantina di Pojega poco dopo. La piccola tenuta di Dolcè in Valdadige è stata sempre accorpata all’azienda Guerrieri di Bardolino. La proprietà di Soave, con vigneti e cantina nel centro della zona classica, a Costeggiola, è stata acquistata nel 1970. L’azienda è oggi una realtà vitivinicola presente nelle quattro zone classiche di produzione dei vini veronesi: Bardolino, Valpolicella, Soave, Valdadige”.
Sto parlando, lo si sarà capito, dell’Amarone della Valpolicella 2004 dei conti Guerrieri Rizzardi, ma non del più celebrato (soprattutto dalle guide) cru Calcarole, bensì dall’elegantissimo Villa Rizzardi, 13 mila bottiglie che dovrete aspettare sino ad ottobre per potervi aggiudicare.
Istruttiva la vicenda dei Guerrieri Rizzardi i cui vigneti furono acquistati nientemeno che nel 1450 a Bardolino, nel 1670 in Valpolicella e nel 1970 a Soave, vigneti “tutti situati nelle migliori locazioni del DOC Classico, riconosciute in modo particolare per esposizione e terreno”.
Il Villa Rizzardi, che personalmente giudico tra i cinque migliori Amarone della Valpolicella 2004 che ci siano stati proposti sabato, nasce da un’attenta selezione di uve, Corvinone e corvina al 70% più un 30% di Rondinella Molinara e Barbera, provenienti da 15 ettari di vigneto a pergola semplice e doppia posti su terreni bruni rossastri con argilla su roccia calcarea. Vino di impronta classica, che nasce senza ricorsi a fruttai tecnologici, l’appassimento si svolge difatti in cassette di legno e su arele in canniccio nei fruttai di Pojega, con un affinamento di 36 mesi in botti di rovere di Slavonia e francesi da 25 ettolitri.
Il mio amico Angelo Peretti, nel suo già citato articolo dedicato ai migliori assaggi di sabato pubblicato su Internet Gourmet (vedi), l’ha così descritto: “Al naso il frutto deve ancora esprimersi in toto. Ma c’è. E tanto. Ciliegiona. Mora. In bocca è un po’ dolcetto, adesso (ma non zuccheroso, questo no), ma c’è bella trama tannica, morbida e distesa, di quelle che affascinano. E l’alcol è in rilievo, ma c’è anche freschezza, e dunque equilibrio. E il tannino non è ancora fuso, ma dovrebbe integrarsi in una materia di tutto rispetto. Gioca sulla fruttuosità e sulla morbidezza. E ha lunghezza di tutto rispetto. Dovrebbe diventar gran cosa con l’affinamento”.
Io invece sabato degustandolo, con grande piacere, ho annotato: “colore di buona intensità, ma senza eccessi, naso molto elegante, dolce il giusto, fragrante succoso, dove cogli nette la liquirizia, la prugna, la ciliegia ben matura, un accenno di spezie. In bocca è ricco, pieno, ben polputo, di una dolcezza ben calibrata che non tende a stancare, con tannini ben sostenuti che mordono ancora e devono quietarsi, ma ci sono perbacco!, con una freschezza d’assieme, un equilibrio, una vivace articolazione, unite ad un’acidità viva, che fanno pensare ad un vino in grado di abbinare piacevolezza (ma senza essere piacione e ruffiano) e capacità di lunga evoluzione nel tempo. Insomma uno di quei vini da comprare, mettere in cantina e gustare, al loro meglio, dopo alcuni anni”.
Avvertenze queste, mi sembra banale dirlo, che dovrebbero costituire la regola e non l’eccezione per un vino non qualsiasi, ma che si chiama Amarone della Valpolicella e non Novello di Amarone, e che per appartenere davvero al novero dei grandi vini rossi del mondo deve ancora darsi da fare e risolvere, prima che diventino drammatiche e ne condizionino gli esiti, le proprie contraddizioni…
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Complimenti un’articolo veramente interessante