Ancora sul “Barolo sexy”: chiamata di correo per la stampa italiana dagli States

Anche dagli States arriva prontamente, grazie ai tempi veloci consentiti da Internet, una chiamata di correo nei confronti dell’inaccuratezza di cui ha dato prova la stampa italiana (e La Stampa tra questi) nella vicenda, raccontata ieri (vedi), del Barolo che sarebbe “sexy” secondo il New York Times anche se l’autore dell’articolo in oggetto “sexy” il Barolo non l’ha mai definito.
A pronunciarla è l’amico, uomo di cultura, traduttore professionista e valido wine blogger, con il suo Do bianchi (vedi), Jeremy Parzen che in questo post (leggi) intitolato Barolo, the “sexiest” wine? Eric Asimov mistranslated by Italians news wire, nota, riferendosi al dispaccio dell’agenzia AGI e all’articolo della Stampa, che “Evidently, neither the AGI reporter nor Fiori took the time to verify what Eric had actually written”, ovvero che evidentemente né i giornalisti dell’AGI né il cronista della Stampa Roberto Fiori si sono presi il tempo di verificare quel che Asimov aveva effettivamente scritto.
Ha però avuto (parlo di Fiori) tutto il tempo, con una pensata che suona come un oggettivo anche se probabilmente involontario sostegno ad un’operazione di marketing, di esprimere, in chiusura di articolo, “Soddisfazione, quindi, anche perché il New York Times con il Barolo ci ha preso gusto: solo qualche settimana fa, in un lungo articolo in cui elencava i tanti mali dell’Italia, tra le poche cose positive citava proprio il vino più nobile delle Langhe. Un ottimo presupposto per gli oltre 10 milioni di bottiglie dell’annata 2004 che dal primo gennaio sono state lanciate sul mercato dopo i tre anni di invecchiamento. Ma il consiglio è di tenerle in cantina ancora per un po”.
In effetti nel suo articolo, In a Funk, Italiy Sings an Aria of Disappointment (leggi) pubblicato lo scorso 13 dicembre sul New York Times, Ian Fisher, scrivendo “But it does have Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo — all symbols of style and prestige. What Italy has is itself, and many believe that the future rests in trademarking mystique into “Made in Italy” aveva inserito il Barolo, accanto alla Ferrari, alla Ducati, a Renzo Piano, a Gucci, tra gli italiani “simboli di stile e prestigio”, ma non credo che in quanto tale il Barolo abbia di certo bisogno di operazioncine a mezza via tra il marketing e la pubblicità come il definirlo “sexy”, quando “sexy” non è proprio e soprattutto tale non è mai stato definito dal New York Times.
La correttezza dell’informazione, che è sicuramente cara ad un direttore rigoroso come Giulio Anselmi, non si può di certo conciliare con episodi di giornalismo trasandato come quello di cui La Stampa è stata suo malgrado protagonista.

0 pensieri su “Ancora sul “Barolo sexy”: chiamata di correo per la stampa italiana dagli States

  1. Caro Franco,
    ho seguito divertito questa faccenda, abbastanza surreale, del Barolo sexy. Facendosi prendere dal moralismo ci sarebbe fare una tirata memorabile contro l’approssimazione, la scarsa professionalità, il mancato rispetto delle più elementari norme giornalistiche che quest’episodio riflette.
    Eppure, per una volta, non me la sento di dare più di tanto la croce addosso ai colleghi.
    Perchè se da un lato è certamente ingiustificabile la negligenza da parte di chi, per mestiere, ha la funzione e il dovere di informare, e quindi di fare opinione, dall’altro so bene come funzionano le redazioni dei giornali. E in base a questo posso dire che lo strafalcione non ha un solo colpevole.
    Sia chiaro, non voglio fare la solita retorica, tanto cara a qualcuno, secondo la quale le responsabilità sono sempre “del sistema” e altre simili banalità.
    So però, ad esempio, che il vino è materia, se non da specialisti, da giornalisti navigati e preparati. Come noto, sono arcicontrario all’idea di un giornalismo a compartimenti stagni, in cui lo specialista di Inter non parla mai di Milan o Roma e men che meno di sport diversi dal calcio. Però per affrontare certi argomenti bisogna un minimo intendersene, se si vuole evitare di scrivere sciocchezze. O documentarsi bene prima di scrivere.
    Ebbene, credo che a nessuno che anche solo un po’ mastica di vino sarebbe venuto in mente di prendere per oro colato che il Barolo sia un vino sexy o che tale possa essere definito. Qualche dubbio gli sarebbe almeno dovuto venire, al collega de La Stampa e quindi avrebbe dovuto verificare meglio. E, se non a lui, il dubbio sarebbe dovuto venire al redattore che ha “passato” e titolato il pezzo, oppure al caporedattore, al direttore, insomma a qualcuno. I giornali, e soprattutto i quotidiani, è vero che vengono fatti in fretta e con frenesia, ma è vero anche che sono anche soggetti a una gerarchia interna di controlli che, prima che formali, sono naturali, a volte istintivi. Le cose ci si dicono, si discutono, se ne parla e se ne sente parlare agli altri mentre ne parlano, insomma è difficile che una notizia sfugga del tutto e che passi direttamente dalla mente del giornalista alla carta stampata. Quindi, nel caso di specie, lo svarione va attribuito forse a una catena di negligenze e di sfortunate coincidenze più che al singolo collega firmatario dell’articolo.
    Aggiungo, tornando al punto iniziale dell’organizzazione interna delle redazioni, che è proprio dallo scarso rispetto delle competenze individuali e dall’abitudine a considerare tali competenze irrilevanti che nascono certi errori. E’ vero, lo sottolineo, che come cronista devo essere in grado di scrivere di tutto e di occuparmi con soddisfacente competenza di tutto, ma è vero anche che il mio capo, se sa di avere tra i suoi cronisti un giornalista più esperto (ad esempio) di vino di un altro, deve avere l’obbligo, l’intuizione e anche il buon senso di affidare a lui il pezzo sul Barolo: sarà più facile che l’articolo riesca meglio e senza errori. Sembra ovvio, ma non lo è. Anzi, accade di rado.
    I giornali del resto sono famosi per avere le persone sbagliate nel posto sbagliato. Per restare al “nostro” Giornale, ti sarà noto il caso di Nicola Crocetti, esperto e cultore di poesia (di cui poi è diventato editore e che ha ricoperto incarichi per conto di importanti enti culturali internazionali), che nell’indifferenza/inconsapevolezza generale ha trascorso la sua intera carriera facendo il redattore ordinario nella redazione esteri.
    Ecco perchè ti dico che come appassionato di vino il caso del Barolo sexy mi fa arrabbiare, ma come giornalista mi fa sorridere. Il che non toglie che la sciocchezza sia colossale.
    Un episodio per tutti, accaduto a me. Anni fa un importantissimo settimanale mi chiede un pezzo di attualità su certe speculazioni edilizie in Chianti. Io attacco così: “Sciascia diceva che il mare ha il colore del vino. Presto noi potremmo dire che il Chianti ha invece il colore del cemento”. Mando il testo e dopo mezz’ora mi chiama allarmatissimo il caporedattore: “Come? – esordisce – Sciascia ha detto questo? Ma sei sicuro? Quando? Le agenzie non ne parlano!”. Inutile ricordare che la mia era ovviamente una citazione letteraria e che Sciascia era pure morto da anni.
    Così, tanto per fa capire come spesso vanno le cose…
    Ciao e a presto,

    Stefano

  2. citazioni letterarie? Ma Stefano, sei proprio un incorreggibile sognatore-provocatore pensando che nell’era della disinformazione diffusa (dovuta anche alla comodità e alla velocità della Rete) sia ancora consentito, in un articolo di quotidiano, fare citazioni del genere… meglio ricordare quello che hanno blaterato Mastella-Berlusconi-Prodi-Di Pietro o la starlette di turno che racconta che la prima volta a letto lo spasimante di turno fa…cilecca! Mala tempora currunt…

  3. Sì, Franco, hai ragione, forse mettere un briciolo di cultura negli articoli è inutile. E anche aspettarsi che il caporedattore le colga. Ma, in verità, che almeno sapesse che Sciascia era morto e che pertanto dall’aldilà non poteva rilasciare dichiarazioni alle agenzie, ci contavo!
    Eppoi spesso le citazioni il lettore le coglie eccome. Sono i colleghi che talvolta faticano. E come ho detto, la colpa non è neppure tutta loro…

  4. Benissimo, caso risolto! Concordo con Stefano Tesi sulla caoticità, lo scarso rispetto delle gerarchie e dei compiti, magari la frustrazione con la quale si può lavorare nelle redazioni. E’ forse la voglia di vedere le cose più colorate, e colorite, di quelle che sono, di fare il colpo gobbo che ti collochi proprio dove dovevi essere (lo dico in generale e non per il caso specifico), che induce a vedere una cosa più sexy (o rock) di quella che è. Il mio non è un intento giustificatorio. L’errore c’è. Non sarà il Barolo ad essere sexy (e comunque non è questo che Asimov voleva dire), ma il vino si, magari. Passatemela! Lo sostenevo nel mio post. Per finire una battuta sciocca: Insomma chi ha letto questo pezzo di Asimov, diciamo a Napoli, “si è fatto un film”. E, magari, di fantascienza. Saluti

  5. a proposito di Barolo sexy, franco leggi l’ultimo nato australiano a base nebbiolo recensito da Wine Spectator…

    SOME YOUNG PUNKS Nebbiolo-Shiraz South Australia Quickie! 2006 90 $20
    A supple, velvety texture and plush, generous flavors—reminiscent of plum and dusky spices—make this a distinctive, welcoming red worth paying attention to. Drink now through 2012. 140 cases imported. Red. —H.S.

    Allora il Barolo è sexy o punk?

  6. Salve a tuttiVorrei fare una precisazione e mi riferisco a chi ha criticato aspramente l’articolo di Wine Spectator , in quanto molte persone “credono di sapere” l’inglese Il termine “punk” usato dalla rivista Wine Spectator non significa “punk” come lo intendiamo noi italiani (punk come modo di vestire o ascoltare musica punk).In inglese il termine punk significa anche: “beginner”, vale a dire un principiante/debuttante, un giovane uomo.Tornando all’articolo della celebre rivista americana. Wine Spectator non si azzarderebbe a dire assurdità come certi giornalisti/cronisti italiani (vedi Fiori); usa il termine “punk” per far capire che sono vini giovani(notare la data di produzione dei vini: 2006) e “debuttanti”sul mercato vinicolo, che hanno ancora strada da fare.Inviterei a leggere meglio oltre le righe prima di fare commenti inappropriati.CordialmenteMiriam

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