Curiose le degustazioni alla cieca, implacabili, imprevedibili. Veritiere, perché assaggiare senza essere condizionati dalla consapevolezza di quali vini si assaggiano, che, siamo umani, possono essere prodotti da persone che ci possono stare nel core, oppure sulle scatole (eufemismo), è la forma più sincera d’assaggio, ma nello stesso tempo, soprattutto quando si assaggino molti vini, stravaganti nei risultati.
Io parlando di Barolo e Barbaresco sono e mi dichiaro tradizionalista sin nel midollo, e consapevolmente tendo a prediligere, quando devo scegliere, i vini prodotti con vinificazione classica (piuttosto prolungata) e affinati in botti di rovere di medie e grandi dimensioni.
Eppure, come ho già accennato, nella ormai celebrata degustazione londinese di The World of Fine Wine dello scorso 13 dicembre, tasting dove assaggiammo 48 Barbaresco 2004, mi è capitato non solo di “premiare” vini tradizionali che solitamente amo, ad esempio quelli di Rizzi, i Rabajà di Bruno Giacosa, di Cortese e del Castello di Verduno, i Basarin di Fratelli Giacosa e dei Fratelli Adriano, il Montestefano di Serafino Rivella, il Santo Stefano del Castello di Neive, ma di apprezzare, a sorpresa, anche vini di stile dichiaratamente più moderno, sia come vinificazione che come affinamento, come il Barbaresco “base” di Gaja o il Currà di Sottimano.
E’ la legge del blind tasting, bellezza!, che ha funzionato anche nel caso di due vini di un produttore, di due fratelli produttori anzi, di cui non posso che parlare benissimo e dire che mi sono simpaticissimi (ma lo sono davvero).
Li avete mai visti difatti i Varaldo brothers, Rino e Michele, due armadi quattro ante con due mani che se ti brancano ti stritolano? Due fisici da rugbisti, e due persone, sono in confidenza più con Rino, davvero in gamba, che si occupano dell’azienda, tre ettari di proprietà e quattro in affitto, creata come azienda agricola nel 1993, ma sulle solide basi create da Michele Varaldo, una cinquantina d’anni fa e poi da Pier Mario Varaldo.
I loro Barbaresco in genere mi piacciono parecchio, solidi, ben fatti, onesti, godibili, moderatamente moderni visto che nascono anche con l’impiego in fermentazione di rotofermentatori orizzontali, morbidi e rotondi ma senza mai diventare paradossali o assurgere a inusitate spremute di frutta, ma sempre pienamente espressivi del vitigno Nebbiolo e del terroir d’origine.
Generalmente dei due Barbaresco (vedi sito Internet), il Bricco Libero ed il Sorì Loreto, (e poi ce ne sarebbe un terzo, denominato la Gemma) preferisco il secondo, affinato in botti di rovere di Slavonia, sul primo, che si affina per 24 mesi in barrique di Allier, nuove al 30%.
A Londra invece, in questo wine tasting che continuo a considerare una delle più belle e serene e meditate degustazioni fatte negli ultimi anni, il Bricco Libero mi è nettamente piaciuto di più, tanto che (per quanto non tenga ad enfatizzare il riscontro numerico) gli ho assegnato 15,5/20 contro i soli 11,5/20 del Sorì Loreto.
E’ un altro Barbaresco, dei molti affidabili ottimi 2004 che non mi stancherò mai di consigliarvi, che vi segnalo, con le note di degustazione londinesi che dicevano “Dark ruby color. The nose is not perfectly clean, with some wild game and meat notes. The taste is much better, very large, consistent, with a great structure, good balance between solid tannins, fruit and alcohol. Lively acidity. Still young good ageing potential”. E che tradotte in italiano parlano di colore rubino intenso. Naso non perfettamente pulito con note selvatiche e di selvaggina. Al gusto è molto meglio, ampio, consistente, molto strutturato, con un ottimo equilibrio tra tannini ben sottolineati, frutto e alcol, e con una fresca, vivace acidità. Ancora molto giovane con un grande potenziale d’invecchiamento. Beh, sarà anche moderno, i Varaldo brothers useranno anche le “betoniere”, pardon, i rotofermentatori orizzontali (che ho visto in cantina anche da qualche barolista tradizionalista….), e quegli antipatici contenitori che corrispondono al nome di barriques, ma questo Bricco Libero è un signor Barbaresco!
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Semplicemente che una buona parte (ma non tutta, sia chiaro) dei produttori che fanno uso di barrique e macchinari “di sostegno”, sta imparando a farne un uso sempre più oculato, ottenendo risultati più misurati a tutto vantaggio di quel vitigno che, c’è poco da fare, non ha uguali nel mondo. In fondo non sta scritto da nessuna parte che “tradizione” debba significare rifiuto di qualsiasi evoluzione, anche se migliorativa. Sarebbe stupido. Anche i tradizionalisti oggi sanno fare dei Barolo che non aggrediscono più con tannini di una durezza tale da farti accapponare la pelle.
La differenza, a parità di bravura fra moderni (ben fatti) e tradizionali (ben fatti), sta solo nel gusto personale, nel preferire sentire anche qualche spigolo, dei vini nervosi, anche rudi se questa è l’indole di quel vigneto, oppure essere più coinvolti da vini rotondi, suadenti, ammansiti ma pur sempre buoni.
A parte tutto: al Loreto è andata davvero così maluccio? 11,5 per un Barbaresco è un voto decisamente lontano dalla sufficienza.