Non posso che concordare in pieno con il caro amico Fiorenzo Sartore, che bruciandomi sul tempo (e bravo Fio!) nel suo blog (vedi) fa sommessamente notare come la scelta adottata da diversi quotidiani di titolare che Per il New York Times é il Barolo il più sexy commenti ad un articolo (leggi) apparso sul N.Y.T. “sia una interpretazione un po’ libera giacché l’articolo del NYT non usa mai il termine “sexy“.
Io che sono invece molto meno politicamente corretto, del peraltro notoriamente controcorrente e irrituale Fiorenzo, dico invece, senza problemi che questa scelta è una vera e propria bischerata e dimostra quanta cialtronaggine e tanto pressappochismo e su quale dozzinale e volgare ricerca dell’effetto facile basi larga parte del giornalismo italiano.
Basta leggere il lancio dell’AGI “New York, 18 gen. – Il vino più sexy del mondo? Parola del New York Times, é il Barolo. Soprattutto quello che si ha il tempo, la pazienza e l’opportunità di far invecchiare perlomeno dieci anni, perché solo così diventa “austero, maturo e sensuale. A scriverlo è Eric Asimov, il critico ufficiale di vini del quotidiano americano”, per capire come tante testate importanti abbiano potuto poi andare dietro e superare una simile banalità.
Vedi Il Giornale del 18 gennaio (qui) che titola Il Barolo è il vino più sexy, quindi La Stampa, (vedi) che il 19 titolava il proprio commento Corteggiare con il barolo seguita da un sottotitolo altrettanto stupido “Per gli americani è il vino più sexy: si fa attendere come una bella donna”, e poi il Secolo XIX del 18 gennaio (vedi), “Vini: New York Times, “Barolo il più sexy”, e poi, poteva mai mancare Winenews.it?, il sito Internet di riferimento, quello che piace alle aziende che contano, con l’altrettanto geniale titolo (leggi) de “Il Barolo è il vino più “sexy” del mondo. Parola di Eric Asimov, critico del quotidiano statunitense New York Times”, e poi, basta cercare con Google, Affari italiani, quotidiano on line legato al portale Libero di Wind (vedi).
Bene, come Sartore ha fatto bene notare, nel testo originale dell’articolo dell’ottimo Eric Asimov, cronista del vino del New York Times (articolo che potete leggere qui), né tantomeno nel post relativo all’articolo (leggi) del blog The Pour, che Asimov conduce sul sito Internet del New York Times la parola “sexy” non è mai testualmente citata. Eric Asimov aveva invece testualmente scritto raccontando splendidamente la grande esperienza di una degustazione di vecchie grandi annate di Barolo le seguenti parole: “Barolo is often called a wine for intellectuals, and I suppose I can understand why. Something in the tannic austerity of a young Barolo suggests a wine that holds you at a distance, that must be pondered to be understood. But no Barolo lover would ever suggest such a thing. Indeed, among great red wines only Burgundy offers the sort of hauntingly seductive, sensuous, nuanced aromas that make Barolo so profoundly soulful. Call it intellectual if you want, but to me few wines go for the gut like Barolo. Even more so than Burgundy, though, Barolo is a wine of mystery. It is made entirely from the nebbiolo grape, which flourishes almost exclusively in the Piedmont region of northwest Italy. Unlike with pinot noir, cabernet sauvignon and syrah, nobody has come close to achieving a great nebbiolo wine anywhere else in the world. The pleasures of Barolo can remain locked away for years. Some producers have tried to make Barolo accessible at an earlier age, but even so the wines usually require at least a decade of aging before they can really be enjoyed. Nowadays, when few people have the time, space, money or inclination to store wine for years, Barolo and its Piedmont sibling, Barbaresco, can seem almost anachronistic”. E ancora, cercando di trarre le conclusioni da questo istruttivo e raro wine tasting aveva osservato: “In an effort to put the evening in perspective, one person asked, “What have we learned?” “If we drink a lot of Barolo,” the answer came from across the room, “the Giants play really well.” Intellectuals! I remembered what Bartolo Mascarello told me in an interview a couple of years before he died in 2005. “When I open a bottle of Barolo, first I caress it,” he said. I think I know how he felt”.
Proviamo a tradurre il cuore delle parole di Asimov, quelle che hanno scatenato la fantasia di titolisti e articolisti italiani: “il Barolo è spesso definito un vino per intellettuali e credo di capire il perché. In effetti qualcosa della sua austerità tannica, specie quando è giovane, lascia pensare che sia un vino che ti tiene a distanza, che debba essere lungamente meditato per essere compreso. E invece tra tutti i grandi vini forse sono solo i vini della Borgogna capaci di offrire tutte quelle sfumature aromatiche evocative, seducenti e sensuali che conferiscono al Barolo la sua grande anima. Chiamatelo pure intellettuale se volete, ma a me ben pochi altri vini colpiscono in profondità e mi scuotono dentro come il Barolo”.
Parole splendide, che testimoniano la sensibilità e l’intelligenza profonda di Eric Asimov e ne fanno un barolista di primario valore, soprattutto quando scrive che “i piaceri del Barolo possono rimanere segreti e irraggiungibili per anni. E alcuni produttori hanno cercato di renderlo accessibile già in giovane età, anche se i vini normalmente richiedono almeno una decina d’anni d’invecchiamento prima che i vini possano essere pienamente apprezzati. Ai giorni nostri, quando poche persone hanno il tempo, lo spazio, i mezzi economici e la disposizione d’animo e la sensibilità per tenere in affinamento per anni i vini per anni e anni, il Barolo ed il suo fratello Barbaresco possono addirittura sembrare anacronistici”. E quando conclude, ricordando una persona che è nel nostro cuore e che non dimenticheremo mai, il grande patriarca del Barolo Bartolo Mascarello, “che quando si bevono una serie di Barolo veri ci si accorge che i Giganti sono in perfetta forma e stanno bene. Altri che vino da intellettuali! Mi ricordo quel che mi disse in un’intervista Bartolo Mascarello “quando apro una bottiglia di Barolo, per prima cosa la accarezzo”. Ora capisco bene quello che provava e che voleva dire”.
Cosa ha fatto invece la Grande Informazione Istituzionale? Innanzitutto non si è presa nemmeno la briga di leggere quel che Eric Asimov aveva scritto, altrimenti non avrebbe toppato e di brutto scambiando Burgungy per Bordeaux, e traducendo ridicolmente, dimostrando di non capire un tubo di vino, “tra tutti i grandi vini è forse il solo Bordeaux che è capace di offrire quelle sensazioni seducenti” quando invece Asimov aveva scritto “Indeed, among great red wines only Burgundy offers the sort of hauntingly seductive, sensuous, nuanced aromas that make Barolo so profoundly soulful”, in altre parole “E invece tra tutti i grandi vini forse sono solo i vini della Borgogna capaci di offrire tutte quelle sfumature aromatiche evocative, seducenti sensuali”.
E poi presa dalla libido (è il caso di dirlo) di colpire, è andata via sul banale e sul ridicolo, mais oui!, annotando “che fosse il più amato dalle teste coronate ce lo raccontavano da secoli, con il famoso e quasi logoro motto «il re dei vini, il vino dei re». Che sia il più blasonato d’Italia e forse il più apprezzato dagli esperti di tutto il mondo ce lo dicono decine di guide, classifiche e degustazioni comparate. Ma che il Barolo fosse il vino più sexy al mondo, più ancora dello champagne, è davvero una novità”.
E ancora, sempre La Stampa, “Se poi il piacere aumenta con l’attesa, il Barolo allora è un vero maestro di seduzione, visto che può restare sotto chiave anche per anni prima di sprigionare tutta la sua sensualità”. E banalità varie, temperate solo parzialmente – con quel titolo ridicolo dell’articolo “Corteggiare con il barolo” (con la minuscola!) corredato da un sottotitolo ancora più insulso “Per gli americani è il vino più sexy: si fa attendere come una bella donna” – dalla breve intervista a Maria Teresa Mascarello, figlia del mitico Bartolo, la quale ha osservato che “Sexy può essere un termine ironico, ma io credo che il Barolo sia più intellettuale, ma non per questo meno seducente. Forse avrei usato la parola intrigante, definendo sexy qualche altro vino, magari di categoria inferiore”.
Ci sarebbe anche altro da dire, magari interrogarsi sul carattere intellettuale del Barolo, e rifacendosi ad un bellissimo articolo, scritto da Lettie Teague e significativamente intitolato Is Barolo Still Italy’s Greatest Wine?, pubblicato lo scorso settembre su Food & Wine (leggi) e sulla faccia di tolla totale e assoluta di qualche altro produttore interpellato nell’articolo della Stampa, ma questo, mi sono dilungato già abbastanza, lo tratterò in un altro pezzo che conto di pubblicare a breve.
Intanto, non fatevi condizionare dalle scempiaggini sul carattere sexy del Barolo, e lasciatevi cullare, se capite l’inglese, dai due articoli di Eric Asimov, e dal vero racconto, non semplici note di degustazione, ma vere Barolo fairy tales, di quel che quelle vecchie annate, quasi tutte di stile tradizionale, hanno tirato fuori ed evocato, perché il Nebbiolo sa incantare più di una sirena, dopo anni di riposo in cantina.
Ricorra pure a titoli ad effetti e stravaganti l’Informazione Istituzionale: il Barolo ed il Barbaresco veri hanno forza sufficiente per passare immuni attraverso il fuoco della banalità fatta “notizia”.
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Egregio Franco, anche io, come hai letto, ho affrontato l’argomento nel mio blog,qui http://campaniachevai.blogspot.com/2008/01/monicotterando-il-barolo-sexy-ma-non.html
Ma in maniera diversa e sicuramente più superficiale. Diciamo che mi sono fatta trasportare dall’immagine che ha evocato in me un Barolo sexy. Tanto è vero che l’ho accostato a George Clooney. Invero azzardando, dato che la questione diventa assolutamente di gusti. Poi sono andata a raccontare l’incontro sensuale con il vino. Indubbiamente, sexy, credo non sia la parola giusta. Seducente è un’altra cosa. Pensa che il titolo de La Stampa, nel riportarlo, l’ho corretto (passandolo a maiuscolo) commettendo probabilmente un errore a mia volta, ma non volevo che me lo si attribuisse. La tua analisi è molto interessante, sicuramente più seria delle mie divagazioni. E’ sempre interessante confrontarsi, vedere che tipo di personalita’ e riflessioni suggerisce ad ognuno di noi una lettura. E’ un pò come avviene fuori dal cinema con gli amici, dopo aver visto un film. Scopro ogni volta quanto siano differenti le sensibilità, come ciascuno colga, più o meno, alcune note e alcuni accenti. Ci vuole un grande olfatto e un gran palato anche nel cinema, dunque, per capire quale era l’autentica ispirazione, il messaggio dell’autore. Così con il vino. Chissà quanti produttori di Barolo si ritrovano in questa immagine “sexy” del proprio prodotto. Ma come in ogni film, c’è ormai, mi ricordava ieri un’appassionata di cinema, la scena erotica, così forse non dispiace a loro che si pensi al Barolo come sexy, almeno in Italia. Saluti. Monica
Pingback: Barolo, the “sexiest” wine? Eric Asimov mistranslated by Italian news wire « Do Bianchi
certo che sex suona meglio che intellettuale e una donna intellettuale non se la fila nessuno…
A parte giustamente stigmatizzare alcuni comportamente almeno superficiali della nostra stampa, direi cha almeno è stato trovato un modo per parlare un sacco di Barolo e chissà se questa idea del vino sexy non porti interesse maggiore verso questa DOCG?
Anche in Toscana in fondo il Brunello fonda molto del suo fascino con l’immagine del toscano un pò burbero ma affascinante di tante storie da romanzo “under the tuscan sun”!
non é stata una scelta consapevole fatta per giovare al Barolo e per farlo conoscere di più, ma una semplice banalizzazione fatta da una stampa abituata a banalizzare e volgarizzare (e metterci dentro un po’ di sesso, perché tira sempre) le cose. E poi tanta superficialità: bastava leggere attentamente l’articolo di Asimov e non basarsi su un frettoloso dispaccio d’agenzia, per capire che di “Barolo sexy” non si parlava proprio…
Alla fine l’effetto smitizzante c’e', ma sembra quasi involontario…
ciao franco
mi perdonerai se ti do del tu, da assiduo lettore del tuo blog. il post in oggetto e quelli che sono seguiti hanno un valore che va oltre il Barolo che noi amiamo (e che tu hai aiutato a fare scoprire e riscoprire, anche al sottoscritto): denunciano ancora una volta la faciloneria che caratterizza ormai da tempo l’intera stampa italiana; faciloneria e pressapochezza che internet non ha fatto altro che peggiorare, visto che ora il “mestiere” di giornalista consiste principalmente nello scovare on line qualche notizia, preferibilmente suscettibile di doppi sensi pecorecci, e copiarla, riuscendo, se possibile, a sbagliare anche nel copia incolla…
proprio per questo mi permetto una precisazione: l’intero articolo del NYT è giocato sul parallelismo tra la serata di degustazione ed il contemporaneo svolgimento dei playoff di football negli states, con l’ottima performance di Barolo da una parte e dei New York Giants dall’altra: l’ultima frase da te tradotta quindi non si riferisce a presunti “giganti” del vino ma è una battuta; “cosa abbiamo imparato?”, risposta “che se beviamo un sacco di Barolo i Giants giocano bene!”
…prima che qualcuno ne approfitti per commenti taglienti su qualche blog dedicato a spiluccare i tuoi post!…
elio
Grazie Elio per la precisazione. Ero ben consapevole, e me l’aveva fatto notare anche l’amico e compagno d’avventure (prossimamente su questi schermi…) Jeremy Parzen, che la traduzione letterale dell’articolo di Eric Asimov, laddove si parlava di Giants si riferiva alla squadra dei Giants di New York e letteralmente tradotta recita, come hai notato, “cosa abbiamo imparato?”, risposta “che se beviamo un sacco di Barolo i Giants giocano bene!” Ma ho voluto lo stesso, con licenza “poetica”, pensare che i Giganti cui Asimov si riferiva fossero anche i produttori di Barolo le cui strepitose bottiglie avevano reso mirabile la degustazione raccontata nei suoi articoli… Grazie comunque per l’opportuna precisazione
Pingback: Vino da Burde - » Se il Barolo non è sexy, almeno è PUNK?
Caro Franco,
concordo pienamente con la tua analisi, che nulla ha a che fare con la polemica.
Ritengo che questa “superficialità”, sia uno dei più grandi difetti, oltre che causa determinante di molti sfaceli italiani.
Giustissimo prendere le distanze da tale comportamento.
Il vino in genere..ma soprattutto il Re, non può essere banalizzato in questo modo, principalmente per una questione di rispetto, verso la Sua terra, la Sua storia, la cultura che Lo contraddistingue, ma soprattutto per la passione di quei produttori “con i calli alle mani” che credono nella sua identità pura.
Grazie di esistere!!