Domenico Clerico , vuoti di memoria ed il Barolo “sexy”

Barolo, you sexy thing?
So benissimo che quella del legame tra consumo di pesce perché ricco di fosforo ed effetto positivo sull’intelligenza e sulla memoria è una leggenda metropolitana priva di fondamento scientifico, ma voglio ugualmente suggerire a Domenico Clerico di consumare molto pesce, (che male comunque non gli farà) dopo aver letto quello che ha dichiarato al giornalista della Stampa (leggi) che lo intervistava sul presunto carattere “sexy” del Barolo oggetto di questo post (vedi) e di quest’altro (leggi).
Deve avere seri problemi di memoria il produttore del Ciabot Mentin Ginestra e del Pajana, per dichiarare, senza arrossire: “Finalmente un giornalista che ha capito qual è l’essenza del Barolo. Il nebbiolo è un vitigno che ha una storia tutta sua e un carattere inconfondibile. Non può essere paragonato a nessun Cabernet, al massimo al Pinot Noir che nasce in Borgogna. Certo che è un vino sexy, perché è affascinante come tutte le cose difficili da raggiungere e conquistare”.
Forse è stato sulla luna in questi anni, oppure si è distratto e non ha letto le cose che ad esempio il sottoscritto (decine di articoli, che hanno fatto tanto discutere in Langa e anche altrove), hanno scritto del Barolo, il vero Barolo, stravolto dai modernisti e dagli innovatori spinti, e non sa della difesa strenua, nella quale diciamo che mi sono impegnato, a sostegno dei produttori della migliore tradizione (in larga parte protagonisti della degustazione di cui parla nel suo articolo sul New York Times Eric Asimovleggi) e nel suo blog The Pour (leggi), dell’identità storica del Barolo, che qualcuno voleva far diventare ben altra cosa…
Capisco che Eric Asimov ed il New York Times siano importanti e che blandirli con un apprezzamento che lo pone in pole position per il “lecchino d’oro” 2008, venga naturale per chi vende e ha bisogno di vendere molto negli Stati Uniti ed è generalmente trattato molto bene dalla stampa specializzata Usa (Wine Spectator, tanto per non far nomi).
Ma queste cose, che “finalmente” il sor Clerico “scopre” (ma che bravo!) nelle parole del wine writer Usa, siamo in tanti ormai ad averle dette, scritte, ripetute, in tutti i modi e tutte le salse, anche quando certi produttori di Langa, con le loro scelte discutibili presentate e celebrate come moderniste quando invece erano solo stravaganti e in qualche caso… beh, lasciamo perdere per carità di patria e umana pietas, stravolgenti, al Barolo e al Nebbiolo non dimostravano proprio di crederci tanto…
Prendiamo atto pertanto, per l’ennesima volta, che a determinati produttori di Langa tipo Domenico Clerico la memoria storica e le idee chiare su quel che è successo nel mondo del Barolo negli ultimi vent’anni fanno difetto. O che per comodità, confidando nell’oblio collettivo, e proclamando la parola magica “scurdammoce ‘o passato” fanno finta di dimenticare, perché non conviene proprio per loro rivangarne i dettagli.
Ma se non hanno memoria, o prendano dosi massicce di fosforo o qualcosa che faccia bene alla loro memoria labile o che stiano zitti e che soprattutto non vengano a ricordarci, visto che c’è chi per fortuna ricorda bene tutto e distintamente (quello che è stato, chi è stato, cosa ha fatto – cose ricordate anche in questo recente intervento vedi), che “il nebbiolo è un vitigno che ha una storia tutta sua e un carattere inconfondibile. Non può essere paragonato a nessun Cabernet”.
Non siamo stati noi, ma qualche amico e sodale di Clerico (e chissà perché?) a proporre di modificare il disciplinare del Barbaresco (pensando poi di estendere la stessa identica operazione al Barolo), autorizzando l’utilizzo di altre uve (leggasi Cabernet, Merlot e altri vitigni franciosi).
Se credevano così fermamente nel Nebbiolo, nella sua magia, nella sua unicità, perché hanno taciuto, perché hanno fatto finta di niente quando Qualcuno (ma solo a titolo personale oppure anche per conto terzi ?) voleva fare dei grandi vini base Nebbiolo albesi, inimitabili e grandiosi (e chiamateli pure sexy se la cosa vi garba) l’ennesima succursale dello stile californiano e parkeriano e di una sensibilità tutta bordolese?

17 pensieri su “Domenico Clerico , vuoti di memoria ed il Barolo “sexy”

  1. Beh c’é da felicitarsi per il ritorno all’ovile di una delle tante pecorelle smarrite, che negli anni Novanta affermavano pubblicamente che il Nebbiolo non poteva bastare (e non pensavano al Barbera come additivo) per fare un Barolo che si potesse vendere sul mercato americano e che piacesse a Parker e Wine Spectator. Ora dicono di aver “riscoperto” il Nebbiolo, ma hanno una bella faccia di tolla, lasciatemelo dire!

  2. Caro Franco;
    Purtroppo non e l’unico !
    Sabato sera ho aperto l’unica bottiglia di Barolo Cerequio 1996, firmata R. Voerzio, di colore cosi scuro e un palato da Nebbiolo e non Nebbiolo che fino al ultimo sorso mi ha fatto rimanere perplesso, da confondere anche un neofita. Vera delusione !
    Grazie
    Angelo

  3. In una recentissima e lunga chiaccherata che ho avuto (assieme ad altre 7 persone) con il Giove Tonante dell’Enologia Italiana, quell’Angelo Gaja che molti criticano, si è parlato naturalmente anche dei Barolo Boys/Innovatori di Langa.
    Ebbene Gaja non ha avuto alcun accenno polemico nei loro confronti (in verità non ne ha avuti per nessun collega), anzi ha affermato dietro una mia precisa domanda che sono anche stati utili a capire determinati problemi o che in ogni caso da queste diverse strade interpretative che si avvicendano in Langa ne è nata una sinergia proficua utile a tutti.
    Dico questo perchè trovo laicamente criticabile il fatto che ci si scagli contro un Produttore reo di aver tentato nuove strade e che forse adesso ha capito di aver ecceduto in qualcosa e fa marcia indietro. Cosa dovrebbe fare, abiurare pubblicamente ? Cospargersi il capo di cenere e percorrere la strada che va da Barbaresco a Barolo sulle ginocchia ?
    Insomma, ha investito nel cambiamento la propria Azienda, sarà stato pur libero di fare quello che più gli pareva ( a patto di rimanere sempre entro i parametri del rispetto della legge e dei disciplinari vigenti ) ?? O no ??
    Non vorrei cioè che i più teoricamente liberali siano poi enologicamente i più immobilizzatori….persino nelle Aziende altrui !!!

    Poi, caro Franco, conosciamo benissimo il rispettivo amore per il Barolo e per il Barbaresco, però le abiure e Torquemada lasciamole indietro nella storia !!

    Ciao

  4. caro Luciano, non si pretendono abiure e percorsi a Canossa, anche se un po’ di penitenza non farebbe di certo male, ma un po’ di umiltà quello sì, soprattutto se si sono percorse strade sulle quali solo per carità di patria preferisco tacere. Invece certi “piromani” pretendono invece di atteggiarsi a “pompieri” e a salvatori di una patria che invece sono stati loro, con il loro modo di fare, a mettere in serio pericolo. Sono smemorati, pretendono che altri lo siano? Peccato che qui c’é uno che ricorda bene tutto e non é disposto a tacere soprattutto se loro fanno i furbi ed i tracotanti… perché non tacciono, che farebbero migliore figura?

  5. Al simpatico Vignadelmar dico che, a prescindere dalle affermazioni di Gaja che considero in questo caso quantomeno discutibili (cosa dovrebbe significare che questi produttori “sono stati utili a capire diversi problemi”? Forse saranno stati utili a lui…), mi sembra giusto ricordare che il signor Ziliani stava “sulle barricate” in difesa del vitigno nebbiolo, del Barolo autentico e della tradizione di Langa – assieme a pochi colleghi e a produttori del calibro di Bartolo e Mauro Mascarello, Beppe Rinaldi, Giovanni Conterno e Baldo Cappellano – quando gente come il protagonista di questo post sperimentava, in compagnia degli altri “Barolo boys” scorciatoie di ogni tipo mettendo di fatto in pericolo il migliore vino italiano (o perlomeno quello che io considero il migliore) per fini strettamente commerciali. Ora, di fronte a certe affermazioni dello stesso produttore penso che Franco abbia il pieno diritto di gridare al “coraggio” dimostrato da Altare, pur senza pretendere abiure. La storia ha del resto dato pienamente ragione – come sta facendo anche il mercato internazionale – a chi si è schierato in difesa del Barolo tradizionale, non per mero conservatorismo o scarsa visione prospettica ma per amore autentico nei confronti della Langa, della sua gente e della sua cultura, di cui il Barolo e il nebbiolo rappresentano una parte importante.

    @ Angelo: Partendo dalla vigna per arrivare fino alle strategie di marketing passando per le pratiche di cantina, la visione del Barolo di Roberto Voerzio non ha nulla a che fare con quella espressa da Altare & C. Roberto è sicuramente il più moderno dei tradizionalisti e il più tradizionale dei modernisti, ma non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di “giocare” con uve diverse dal nebbiolo. Troppo innamorato di questo vitigno e della sua terra per farlo. Non ho avuto modo di assaggiare il Cerequio del ’96 al quale lei fa riferimento, ma sono certo che i millesimi da me degustati (’98 o ’99, non ricordo con certezza, poi 2001 e 2003) sono 100% nebbiolo, come il 2004 – dotato di una salda struttura tannica, terroso e opulento, quindi inconfondibile figlio di questo grande cru – che ho assaggiato giusto qualche sera fa. Voerzio è uno che la differenza la fa in mezzo ai filari. Inoltre non ha l’abitudine di cercare scorciatoie in cantina: ha scelto una strada tutta sua (non sempre tradizionale, questo è vero, come l’utilizzo esclusivo della barrique sta lì a dimostrare) ma ha sempre rifuggito pratiche come l’osmosi inversa, la microssigenzione e le macerazioni brevi, marchio di fabbrica di alcuni produttori del cosiddetto “nuovo corso” del Barolo.

  6. Penso che non possano tacere, Franco, perche’ molti di questi fedifraghi hanno le cantine da svuotare e da qualche altra parte, dove per esempio non sanno bere ma misurano la qualita’ del vino a seconda del prezzo della bottiglia e degli articoli dei soliti pennivendoli, le debbono pur vendere le loro bottiglie, no?

  7. “compagno” Arturi, quando parli di Barolo andiamo d’amore e d’accordo molto più che quando parliamo di politica. Come mai?
    Penso che se ci trovassimo seduti ad uno stesso tavolo davanti ad una bottiglia di Barolo (o di Brunello) di quello vero tu andresti d’accordo anche con il buon Stefano Tesi…

  8. Hehehe, non lo escludo, non lo escludo.
    Comunque lasciamoli dire questi poveri produttori, anche loro sbattuti tra mode, tendenze, necessità (diciamolo!)commerciali. E noi facciamo il nostro ruolo di cronisti tenendo buona memoria di chi dice cosa per rinfrescargliela al momento opportuno.
    Ciao,

    Stefano

  9. Mah Franco, io credo che alla fine le persone riescano a rispettarsi, e magari anche a essere amiche, a prescindere dalle idee politiche. Basta trovare un comun denominatore e avere voglia di sforzarsi un poco: io ho un grande amico (amico nel senso pieno della parola) che vota a destra, è un dirigente di azienda e si dichiara anticomunista. Però condividiamo passioni e valori che ci aiutano a superare gli steccati ideologici. A volte si discute, ci si arrabbia pure, poi finisce lì. Certo, né io né lui arriviamo a fare cose che caratterizzano certi personaggi a destra o a sinistra, altrimenti sarebbe proprio dura…Ma tra persone oneste (anche e soprattutto in senso intellettuale) e intelligenti io credo sia possibile. Mi piace ricordare a questo proposito le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

    Su Tesi non saprei sinceramente cosa dirti, non saprei neppure se una bottiglia di Col d’Orcia, Biondi Santi o Soldera sarebbe d’aiuto. Sicuramente siamo andati tutti e due oltre le intenzioni, però credo che con lui le distanze siano davvero notevoli, molto più che con te. Poi magari dipende anche dal modo in cui uno si pone: io sono stato con lui parecchio “velenoso” e lui non mi ha risparmiato nulla, insulti compresi. Credo che questo non sia il migliore dei viatici…ad ogni modo non penso che tra noi ci siano un buono e un cattivo: siamo solo due persone che la vedono in maniera tanto tanto (ma proprio tanto) diversa su molte questioni.

    Per quanto riguarda l’andare d’accordo con te, mi sembra chiaro che il grande amore che condividiamo per la Langa e i suoi vini sia un “collante” davvero eccezionale. E poi, mi si permetta di scriverlo, io credo di non esagerare se affermo che la Langa, il Barolo e il Barbaresco – vale a dire un mondo che amo profondamente, nota bene – ti debbano qualcosa per ciò che hai scritto, per come hai lavorato e per la passione che hai dimostrato in questi anni. Non sei di sinistra? E che dovrei fare, non riconoscere i tuoi meriti per questa ragione? No grazie, non è mia abitudine. Ad ogni modo, vedrai che ci si troverà presto da qualche parte in Langa davanti a una bottiglia di Barolo: ma qualcosa mi dice che non sarà un Ciabot Mentin Ginestra, chissà perché…

  10. Caro Franco,
    non credo ci vogliano la sfera di cristallo o un premio Nobel per capire che il sistema di economia di carta sul quale si è vissuti per troppo tempo sta pericolosamente scricchiolando. I nodi stanno venendo al pettine e, una dietro l’altra, tutte le bolle speculative stanno scoppiando: l’agriturismo, il vino, il mattone. La crisi dei mutui è già una realtà e chissà succederà quando faranno boom i sovraccarichi pilastri del credito al consumo. Non credo sarà molto “sexy”. Ero e rimango convinto che quando un settore produttivo diventa troppo “finanza” e troppo poco “sostanza”, i rischi siano grossi. E’ la stessa sindrome perversa che porta i produttori a concepire il vino come un prodotto industriale al quale applicare certi criteri di innovazione fuori misura che hanno in realtà solo in fine di intensificare la spirale del consumo. Da qui, per tornare al tema, anche l’abitudine a rilasciare dichiarazioni surreali e a cogliere qualsiasi occasione per fare marketing, con la complicità spesso interessata della stampa di settore e non, che dà loro spazio e onori.
    Credo che un sano realismo, una buona dose di pragmatismo e il recupero dei valori di sobrietà che (mi illudo?) ancora permeano il mondo agricolo e ciò che ne fa parte (dubbio atroce: il mondo del vino è ancora “agricolo”?) siano indispensabili per garantire la sopravvivenza di ciò che amiamo. Sennò, è dura.
    Ciao,

    Stefano

  11. ancora una volta non posso che essere d’accordo con te Stefano, sottoscrivo e sono felice di poterti incontrare venerdì e sabato a Verona per l’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004. Che Dio e Bacco ce li mandino buoni (meglio degli stracotti 2003 dell’anno scorso…)!

  12. Caro Arturi,
    è il primo commento sul vino scritto da Lei che io leggo, sicuramente perché mi sono perso i precedenti, e da toscano appassionato di Langa sono molto d’accordo con quanto detto.Sono stato a trovare alcuni anni fa Voerzio, e pur non essendo un appassionato dei suoi ultimi vini, al mio gusto i suoi vini anni ’90 li trovavo superiori, ho potuto constatare la cura maniacale nel vigneto con potature, mi diceva, che arrivavano a produrre solo 8oo gr. di uva per pianta. Non lo ritengo assolutamente un produttore che cerca scorciatoie, ma anzi ha portato avanti la sua filosofia con determinazione impiegando molti anni, mi diceva, prima di cominciare ad avere soddisfazioni economiche.
    Il mio amore verso il nebbiolo mi porta sicuramente verso le grandi vecchie bottiglie fatte da grandi vignaioli che a mio modo di vedere superano la diatriba modernisti/conservatori e che allora potevo comprare visto che oggi i prezzi stanno diventando per me proibitivi. Per questo motivo circa un mese fa ho bevuto un Barolo Riserva Vigna Rionda 1982 di Bruno Giacosa che era di una profondità,di una eleganza e di una soavità che ha lasciato di stucco alcuni amici con i quali la ho condivisa
    Cordiali saluti

  13. Quando penso,o sento parlar di Nebbiolo, mi viene automatico il detto,
    l’erba del vicino è sempre la più verde, dico questo perchè ne sono
    convinto,che i nostri cugini d’oltralpe un vitigno così ce lo invidiano
    ed i suoi frutti avrebbero un ben altro eco nel Mondo,e questo lo dico e
    lo penso perchè in campo enogastronomico,ci sono sempre stati maestri,
    noi abbiamo fatto di tutto per imbastardirlo,e spersonalizzarlo, come
    se valore di un vino è dato dal colore, basta vedere sino ad alcuni
    anni fa,i vari vini del meridione che fine facevano.

    Lino

  14. Interessanti questioni sollevate dall’ultimo commento di Stefano Tesi, le quali credo che meriterebbero ciascuna una serie di appositi post. La questione del leverage, ossia quando un settore diventa molto finanza e poco sostanza, per dirla con le sue parole: credo sia difficile non essere d’accordo sul timore dei rischi che aumentano a dismisura, come sanno fra gli altri anche gli speculatori sui futures. Ma il punto che forse e’ piu’ importante e’: possibile farne a meno? E’ possibile che un settore produttivo, se si esplica in un mercato libero, riesca a fare a meno di uno dei piu’ importanti aspetti del funzionamento capitalistico, cioe’ quello di tendere a far funzionare “i soldi degli altri”?
    Connessa chiaramente a questo punto e’ la questione successiva: e’ il settore vinicolo un settore agricolo o industriale? E’ il vino un prodotto agricolo o industriale? Io amo sempre ripetere che il vino e’ un prodotto agricolo, ma so benissimo che non e’ vero, e devo ringraziare l’economista Stefano Cordero di Montezemolo per avermi aperto definitivamente gli occhi. Amo pensare questa cosa non vera nel senso che prendo quell’assunto (che so essere falso) come uno sprone, un programma etico e comportamentale. Uno stile. Una sfida (impossibile) a cercar di farlo essere vero. Ma, appunto, so benissimo che e’ falso, come del resto chiunque puo’ vedere prendendo in considerazione la catena di produzione del valore: da dove proviene la maggior parte del valore aggiunto in una bottiglia di vino al consumatore finale? Dalla terra? Ovviamente no, proviene dai massivi investimenti di carattere industriale (anche la parte di logistica del commercio e’ in realta’ industria, industria dei trasporti per lo piu’) che portano dal grappolo d’uva staccato dalla pianta al vino finito. Basta prendere in considerazione il prezzo dell’uva sulla pianta e paragonarlo a quello del vino che da quell’uva deriva.
    Credo che sarebbe doveroso e sano per tutti noi arrivare ad ammettere questa forse triste, ma purtroppo non meno ineludibile verita’.

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