I vini dell’epifania: bollicine d’antan per sognare

Dopo tante discussioni da cittadino, prima che da cronista di Bacco, torno a parlare di vino cogliendo l’occasione per ringraziare pubblicamente i miei cognati Leo, mio “personal trainer” (da poco) nella sua palestra Progetto Work in Progress (sito), e Paolo, dirigente di banca in un’importante banca tedesca a Milano.
Ci sarebbe anche un terzo cognato, Gino, già mio compagno di scuola ai tempi del liceo, ma per quanto bene gli voglia nei discorsi enoici che seguiranno lui c’entra poco, perché lui, che è un genio della matematica ed un ingegnere, di vino continua a capirci pochino, anche se con pazienza stiamo cercando di portarlo sulla via del bene…
Perché ci parli dei tuoi cognati, obietterà qualcuno, temendo che finisca per parlare anche del mio edicolante (che il vino lo apprezza) o del mio barbiere? Ne parlo, dei cognati, ed è per questo che li ringrazio, perché è grazie agli incontri conviviali che ogni tanto facciamo, con mogli, figlie e suocero, che il sottoscritto ha modo di estrarre dalla sua cantina (che in verità sarebbero due…) vini, soprattutto in grandi formato, magnum e jeroboam, oppure normali bottiglie di grandi annate, che difficilmente avrebbe occasione di stappare.
Bene, questi ripescaggi, non dall’oblio, ma dal profondo buio e dal silenzio delle caves, diventano talvolta delle vere e proprie rivelazioni, anzi, è il caso di dirlo in questi giorni, della epifanie.
Dirò di più, per dirla con Montale,
che nella sua poetica (leggi) “aveva intuito che gli oggetti potevano inviare dei segnali da decifrare e che in essi ci fossero dei significati profondi da cogliere” e che pertanto bisognasse cercare “la verità nel dettaglio” queste bottiglie talvolta si rivelano delle agnizioni, portando ad una rivelazione esistenziale, ad una sorta d’illuminazione lirica.
Bene, di queste rivelazioni le due ultime occasioni d’incontro – e di stappatura – ce ne hanno offerte diverse, visto che a Santo Stefano abbiamo delibato, se la memoria non mi tradisce, un magnum di godibilissimo, fresco, pimpante Franciacorta Blanc de Blancs di Cavalleri, una Barbera d’Alba 2003 di Vajra, un energetico Rosso di Montalcino 2005 (uno dei più grandi Rosso da me mai bevuti) di Gorelli Le Potazzine, e poi, dello stesso produttore, un Brunello 1999, quindi un fantasmagorico indimenticabile Brunello di Montalcino 1998 del Poggione e restando al 1998 ancora un perfetto, equilibrato, carezzevole Barolo riserva Bricco Boschis Vigna San Giuseppe di Cavallotto, prima di varie ed eventuali rappresentate da Barolo Chinato (ancora di Vajra) e un whisky Bowmore di 35 anni.
Alla vigilia dell’Epifania invece, per festeggiare le nostre adorate… Befane (mia moglie e le sue tre sorelle, oltre alla moglie di mio cognato), abbiamo deciso di celebrare il rito del risotto. Preparato, ovviamente, ça va sans dire, utilizzando il riso.. più buono che ci sia, ovvero il Carnaroli, ma nemmeno il Carnaroli normale (qui), bensì il Vintage (qui) coltivato in purezza ad Arro di Salussola nella Baraggia Biellese da Carlo Zaccaria, agricoltore e blogger(leggi) e dalla sua famiglia e stagionato oltre un anno.
Per un risotto super, preparato per una dozzina di persone, deciso che doveva essere un risotto al vino, ecco recuperato dalla cantina numero uno, dove riposava da alcuni anni, un Jeroboam della pregiatissima Cuvée 2000 (millesimato 1995) preparata dalla Ferrari di Trento per i grandi festeggiamenti per l’arrivo del Nuovo Millennio.
Abbondantemente utilizzato per la preparazione del risotto (diciamo che ne è andato via quasi un buon litro) questo bel Trento Doc, che all’epoca della sua comparsa sul mercato veniva descritto in questo modo “colore giallo paglierino chiaro e sfumature di giallo verdolino, perlage fine e persistente, buona effervescenza. Al naso rivela aromi intensi, puliti e gradevoli che si aprono con note di mela e acacia seguite da note di banana, lievito, brioche, limone, litchi, pera e pompelmo. In bocca ha buona corrispondenza con il naso, un attacco effervescente e fresco comunque equilibrato, buon corpo, sapori intensi, piacevole. Il finale è persistente con ricordi di pera e limone”, ha accompagnato muy bien la risottata, proponendosi alla degustazione, con i suoi dodici anni di vita ben portati, con un paglierino oro squillante con riflessi oro antico, un naso molto complesso con note di pasticceria, pan brioche, cioccolato bianco, una punta di tartufo, e poi agrumi, molto vinoso ancora nella sua struttura gagliarda, molto ricco, pieno, persistente, sorprendentemente “croccante”, ampio e talmente buono, anche se con una liqueur robusta e un’abile “concia” tesa a realizzare, riuscendoci, una cuvée importante anche se un filo di freschezza inferiore a quella che mi sarei aspettato da un metodo classico base Chardonnay trentino. Splendida, elegantissima la confezione, un vero e proprio “scrigno” in legno di ciliegio, con tanto di scatoletta dove conservare il tappo.
Ottima soddisfazione, e già una rivelazione niente male, ma poiché avevamo ancora sete e c’erano alcune insalate sfiziose e cosette varie prima di passare alle carni e ai rossi, che per la cronaca sono stati un goloso, rotondo succosissimo (ne scriverò presto) Colli Tortonesi rosso Pertichetta 1999, ovvero una Croatina in purezza firmata da quel genietto che è il buon Walter Massa a Monleale, quindi due Barbaresco, il Montestefano 2001 della
Cá Növa, molto buono ma… ed il trionfale, immenso Pajorè Suran Rizzi, capolavoro della famiglia Dellapiana a Treiso, avevo preparato e tenuto alla giusta temperatura un’altra “bollicina” in grande formato.
Questa volta niente Trento, ma Franciacorta, ed un magnum di una selezione ancora più rara e spavalda quasi nel suo voler sfidare il tempo, visto che si trattava nientemeno, come ho ricostruito oggi tramite Internet,
una Cuvée 1990 di Franciacorta Brut RD, con la sigla RD a significare Recentemente Degorgiato. In altre parole una selezione della produzione di una vendemmia particolarmente pregiata, quella che si suole definire “una grande annata”, che per parecchi anni viene lasciata in cantina a maturare sui propri lieviti, cosa che questa Cuvée 1990 Franciacorta Brut RD del Mosnel, confezionata esclusivamente in formato Magnum, un’edizione unica nel numero limitato di 300 bottiglie, ha fatto per ben 14 anni.
Non conosco, lo chiederò nei prossimi giorni a Lucia e Giulio Barzanò, oggi anima del Mosnel, l’esatta composizione di questo vino, che con ogni probabilità vedrà lo Chardonnay dominare con una quota significativa di Pinot bianco ed una piccola parte di Pinot nero.
Ricordo, al momento di brandire il magnum e di stapparlo e osservando l’etichetta che si presenta con uno sfondo nero con scritta dorata verticale, quasi in forma di una pennellata che ricorda le diciture riportate nelle lavagnette che spesso si trovano in cantina accanto alle cataste, che non pensavo che questo Franciacorta avesse una storia così speciale.
Pensavo piuttosto alla mamma di Lucia e Giulio, quella splendida persona che è stata
Emanuela Barboglio Barzanò, scomparsa qualche mese fa, per anni l’anima del Mosnel avendo dovuto farsi carico alla morte del padre, quando aveva solo diciott’anni, della conduzione dell’azienda di famiglia, trasferendosi dalla città, dove viveva, a Camignone, “contribuendo, dopo un iniziale periodo in cui l’azienda fece alcune esperienze in campo zootecnico, a delinearne la piena vocazione vitivinicola, con l’impianto dei primi vigneti specializzati e nel 1968 con l’adozione della neonata DOC Franciacorta per i propri vini”.
Ricordavo bene gli incontri avuti con questa vera gentildonna, dal primo quando con estremo garbo “protestò” per i giudizi non molto positivi dati ad un suo Franciacorta nell’ambito di una degustazione fatta per una rivista la collaborazione alla quale non ricordo certo come il momento più alto della mia attività di giornalista…
Da questo cordialissimo scambio telefonico e poi epistolare di opinioni scaturì la prima di una lunga serie di visite al Mosnel, quella bella azienda franciacortina che
deve il suo nome ad un antico toponimo dialettale d’origine celtica che significa “pietraia”, cumulo di sassi e che rende l’idea del lungo e faticoso lavoro di bonifica effettuato dai monaci cistercensi provenienti dall’abbazia di Cluny in Borgogna, che a poca distanza dalla cantina, nel borgo di Rodengo, fondarono una magnifica Abbazia e si resero protagonisti dell’introduzione della cultura della vite dissodando i terreni della zona”.
E nacque, anno dopo anno, la mia idea (condivisa anche da parecchi altri) del Mosnel come di una delle più vere e interessanti realtà produttive di Franciacorta, come dimostrano l’intera gamma dei vini tra cui spicca, bevuto proprio a Capodanno nella sua versione 2004, l’ottimo Franciacorta Rosé Pas Dosé millesimato Parosé.
Come definire la mia sorpresa quando non appena stappato il magnum e trovato un tappo in perfetto stato e versato il vino non nella flute ma addirittura nel Calice Meraviglia messo a punto da quel genio che è Donato Lanati mi sono trovato di fronte – ecco l’agnizione!, ecco le temps retrouvé proustiano, l’epifania! – ad uno Champagne, pardon, ad un Franciacorta tra i più buoni ed in splendida forma che mi siano capitati nella mia lunga esperienza di degustatore-bevitore?
Un vino, diciassette anni la sua età anagrafica, quasi irreale nella sua freschezza, colore paglierino verdognolo brillante, luminoso, multiriflesso, un naso freschissimo floreale (netti i profumi di lilium e di gladiolo), sapido, nervoso, scattante, dove una spiccata mineralità scandiva il ritmo vivacizzando un bouquet caratterizzato da note di alloro, accenni di cioccolato bianco, di crosta di pane, una leggerissima speziatura, una vena di mandorla intrigante.
Che vino fantastico, signori miei, una volta passati al momento topico della beva, salato, lungo, dalla persistenza verticale e viva, pimpante, pieno d’energia, dal nerbo spiccato, croccante, perfettamente pulito, incisivo, “croccante” nel suo modo di disporsi sul palato, vino di assoluto carattere e spiccata personalità!
Un Franciacorta importante, strutturato, ricco di corpo, ma tutt’altro che “gnucco” e difficile da bere, come accade talvolta anche con i più noti e celebrati millesimati franciacortini, ma un vino splendidamente vivo, integro, che si è fatto golosamente bere, anche se il magnum (i cognati guardavano già ai rossi debitamente stappati) non è stato vuotato.
Così buono che, scusate, ora vi saluto e me ne vado a bere un bel bicchiere, visto che il “fond de la buta” me lo sono portato io a casa… Prosit cari amici, e buon anno!

0 pensieri su “I vini dell’epifania: bollicine d’antan per sognare

  1. Caro Franco,
    non ho ancora impegni nè per il Santo Stefano del 2008 nè per la befana del 2009.
    Qualora sorelle e cognati andassero a sciare e tu non volessi rischiare di sentirti solo nelle copiose stappature, tienimi in considerazione…
    Un abbraccio,

    Stefano

  2. Chi ben comincia… e mi pare che abbia iniziato tutt’altro che male. Io mi sono limitato ad un pranzetto leggero, leggero, dopo un capodanno a Monforte d’Alba, dove il Barolo scorreva a fiumi, o quasi. Ho postato qui alcune foto. Un pò d’invidia, Ziliani? Buon anno.

  3. ho visto le foto su http://tagliatellevaganti.splinder.com perchè nel suo commento non appare alcun link attivo e devo complimentarmi. Invidia? E perché mai, sono contento con lei per il suo Capodanno e per la compagnia. L’unico rammarico é di mancare dalla Langa da fine settembre. E per me, come dicevo qualche giorno fa al telefono a Baldo Cappellano e Maria Teresa Mascarello, é mal d’Africa, pardon, saudade di Langa!

  4. in effetti la sua descrizione del “mal di Langa” che é una sorta di “mal d’Africa” al Barolo e ai tajarin, mi convince appieno. Anch’io mi sono letteralmente innamorato delle terre del Barolo e del Barbaresco dalla prima volta che le ho visitate. E ci torno ogni volta già con la nostalgia che mi prende quando sono ormai sulla strada di casa

  5. Mi associo nell’elogiare il Rosso delle Potazzine ( Gorelli esalta al meglio le caratteristiche del Sangiovese in quel di Montalcino).A livelli di questo vino, metterei il Rosso di Montalcino 2005 di Fossacole. Sempre qualità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *