Il Vigneto Italia è in calo: ma non dovrebbe calare anche la produzione di vino?

La notizia è notevole, di quelle che non possono passare inosservate e fanno discutere: la superficie vitata italiana secondo le più recenti analisi dell’Istat è in calo.
Dal 2000 al 2006 il Vigneto Italia avrebbe perso una superficie di 13.552 ettari pari al 2% del totale nazionale, passando da 692.420 a 678.868 ettari e perdendo per strada, causa espianti, un numero di ettari corrispondenti alla superficie vitata dell’Umbria.
Però, come ho detto in queste riflessioni, pubblicate (qui) nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S., non c’è da farne un dramma o da strapparsi i capelli temendo chissà quali apocalittici scenari.
L’ho scritto chiaramente e lo ribadisco “non è certo il numero complessivo di ettari in diminuzione a rappresentare il vero problema dell’Italia del vino di oggi (forse, paradossalmente ma non troppo, si può e deve dire che di ettari vitati ce ne sono anche troppi e molti in zone sbagliate o prive della vitalità necessaria a giustificarne l’esistenza). Il Problema è capire quali vini produrre, per quali mercati e per quali consumatori, con uno sguardo ampio e una capacità strategica, un’abilità nel delineare e anticipare nuovi scenari che al movimento vitivinicolo italiano, nel suo insieme, fa ancora, purtroppo, difetto….”.
E in questa convinzione sono confortato da altri autorevoli commentatori che pensano che se l’Italia produce il 30% di vino in più (o anche oltre) di quello che consuma, non ci sono alternative possibili, o lo si esporta, o si taglia la produzione.
Mi riferisco a Matteo Marenghi che sull’ottimo sito tecnico Infowine (leggi qui), ha scritto “
Se continueremo a bere i famigerati 48 litri pro capite di vino all’anno, fenomeno più facilmente destinato ad inesorabile decrescita, non possiamo sperare di trovare collocazione nel mercato nazionale a più di 25 milioni di ettolitri. Ovvero la metà della produzione nazionale, perlomeno in annate non tremendamente scarse come questa. Ma ciò è vero solo se gli italiani continueranno a bere italiano, e nel lungo periodo io non mi fiderei molto di questo benevolo assunto! In sostanza il mercato nazionale del vino è destinato a rimpicciolirsi, e conseguentemente, la concorrenza che si instaurerà fra le aziende vitivinicole ne obbligherà diverse alla chiusura. A meno che una quota maggiore di vitivinicoltori, anche se con aziende di modeste dimensioni, non persegua efficacemente la via dell’export, opzione che si appresta sempre di più a divenire un obbligo, pena la matematica impossibilità di piazzare l’intera produzione”.
E mi riferisco inoltre anche all’amico Maurizio Gily, direttore di MilleVigne che nell’attacco di quest’ottimo articolo (leggi) che merita di essere letto con attenzione e su cui ritornerò presto, riferendosi proprio a quanto scritto da Marenghi annota: “
Matteo Marenghi ha scritto in un recente editoriale su Infowine che non ci sono alternative all’allargamento del mercato, cioè dell’export, dei nostri vini e che anche le piccole aziende devono prenderne coscienza e attrezzarsi allo scopo. Impossibile contraddirlo. O meglio un’alternativa c’é, ma nessuno la vorrebbe neppure sentire: ridurre di un 30-40 % la produzione nazionale”.
Vogliamo cominciare a prendere seriamente in considerazione questa ipotesi o si tratta di un tabù sacrilego, di una parolaccia impronunciabile?
E voi, lettori di Vino al Vino, cosa ne pensate?

0 pensieri su “Il Vigneto Italia è in calo: ma non dovrebbe calare anche la produzione di vino?

  1. In linea di principio, e senza una approfondita riflessione, mi verrebbe da dire quel “meno, ma meglio”: che dovrebbe guidare ogni nostra scelta di vita. Poi scattano i paradigmi dell’economia di mercato, e una riduzione della produzione causerebbe un complesso mix dei seguenti fattori: espulsione dal mercato di produttori marginali, perdita di posti di lavoro, riduzione dei profitti e conseguente aumento del cartellino della bottiglia.
    I costi bassi sono figli – pressocchè automaticamente – di grandi tirature.
    Questa battaglia sulla qualità – santa in teoria – si scontra con il terribile esame del mercato. COme la prenderanno i consumatori se i prezzi medi delle etichette se alzeranno ancora?
    E come la prenderanno gli appassionati se i “vini buoni” che tanto ci appassionano, quelli che non costano più di 20€ per intenderci, prenderanno il volo verso i portafogli dei soli portatori sani di SUV?
    Lei cosa ne dice?

  2. Quello della “perdita dei posti di lavoro” e della “riduzione dei profitti” é uno spettro agitato dai difensori, interessati, dello status quo. L’amico Maurizio Gily direttore di MilleVigne mi fa notare questa cosa estremamente interessante: “A proposito dei livelli produttivi su MilleVigne abbiamo sostenuto che se la nuova Ocm avesse abolito sia il saccarosio che i contributi al mcr probabilmente gli stock di vino si sarebbero automaticamente ridotti entro la dimensione della domanda, si sarebbero risparmiati i soldi per estirpare con contributo 175.000 ettari e nel contempo sarebbe salita l’immagine del vino europeo sui mercati mondiali. Era un’ipotesi realistica, ma tanto, come si sa, è stata sconfitta. Ed ha vinto non soltanto il nord, come qualcuno ha detto, ma il partito trasversale, anzi “multilatitudinale” del doping in cantina”. Analisi che condivido al 100%, anzi al 150…

  3. Sarebbe interessante sapere in quali regioni c’è stato il calo, e se i 13552 ettari espiantati sono la somma di piccole e spesso insignificanti superfici coltivate per autoconsumo.

  4. C’è una vecchia e malsana abitudine di credere che dove c’è abbondanza c’è benessere. Questo non è sempre vero, e l’Italia lo dimostra in pieno. La iperproduzione, che sia di vino o di autovetture, comporta seri problemi non solo nelle vendite ma anche negli sprechi e nela produzione di scorie e rifiuti. Produrre meno è un concetto che non piace perché lo si rapporta a “guadagnare meno”, e anche questo è falso, perché più si produce più si abbassa la qualità, inoltre la richiesta è sempre meno incalzante avendo a disposizione grandi quantità di prodotto. Quindi, produrre meno ma meglio è la vera fonte di benessere, perché tiene conto di un fattore fondamentale, la qualità della vita. E’ un obiettivo al quale dovremo tendere per forza se non vogliamo ridurre il pianeta ad una pattumiera.

  5. Buongiorno. Sono un operatore del settore e agisco in Toscana, nel cuore della Toscana vinicola. E’ una banale ovvietà che c’è surplus di produzione, molto in zone non vocate ma tanto anche in quelle vocate.
    Ridurre del 30% la produzione è la sola soluzione per mantenere a giusto livello il famigerato rapporto qualità prezzo: il costo franco cantina di una bottiglia di DOCG è troppo alto (inutile dare la colpa ai rivenditori se poi il prezzo finale risulta fuori mercato). Se le aziende vogliono davvero mantenere questi livelli di prezzo (e non possono fare altrimenti a parte scontistiche suicide) devono necessariamente ridurre il numero delle bottiglie (che cmq in gran numero giacciono invendute in magazzino).
    La crisi 2002-2006 non ha insegnato davvero niente?

  6. Nel ringraziare Franco Ziliani per l’attenzione con cui segue InfoWine, vorrei aggiungere che se allarghiamo l’orizzonte la situazione è potenzialmente ancora più critica.

    A livello mondiale si producono annualmente circa 280/290 milioni di ettolitri di vino, mentre il consumo è di poco superiore ai 220, anche se in moderata crescita.
    Ciò sigmifica che in un’ottica globale ogni anno un quantitativo equivalente all’intera produzione della Francia, piuttosto che dell’Italia di qualche anno fa, è destinato a rimanere invenduto!

    Questo forse può tranquillizzare il consumatore (non certo però i viticoltori italiani) sul fronte prezzi, almeno relativamente ai segmento medio e basso del mercato, ma impone (imporrebbe?) riflessioni serie a chi governa le politiche agricole: ridurre le produzioni potrebbe non bastare, senza l’apertura di nuovi mercati e soprattutto la conquista di nuovi consumatori (cosa tutt’altro che facile e di breve periodo).

    giuliano boni

  7. Se Franco me lo permette, al fine di consegnare un ulteriore spunto di riflessione sul tema proprongo un ulteriore “E voi cosa ne pensate?” rinviandovi ai dieci desideri espressi da Angelo Gaja per il vino italiano, molti dei quali hanno a che fare con il tema oggetto di questo post. Considerati il tema e l’estensore dello scritto ospitato da Acquabuona mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i frequentatori di Vino al vino e lo stesso Franco:

    http://www.acquabuona.it/varie/annonove/diecidesiderigaja.shtml

  8. Mmmmhhh, sarebbe proprio un bel tramonto, ma ho il sospetto che ci vorrà ancora un bel po’ di tempo, soprattutto in quella Toscana storica (quella recente non so proprio come potrà sopravvivere) che aveva le carte per fare grandi cose e se l’è giocate piuttosto male.

  9. Non sarà il caso di metter mano ai nostri disciplinari che sono il riflesso di una visione produttivistica e che non garantiscono la qualità e, a volte, nemmeno l’origine?
    Vi sembrano pochi 80q.li ettaro per un Barolo o un Brunello?
    E dei 120 per la Valpolicella? E questa sarebbe la qualità? Hai voglia poi di parlare di terroir…
    Abbassiamo del 30-40% il limite di produzione e chissà che, finalmente, il vigneto Italia si avvii verso il concetto duro e crudo della qualità nel campo, prima di tutto.
    Ci si dovrà rendere conto prima o poi che c’è qualcosa che non quadra nelle nostre Doc e Docg…

    Alvaro Pavan

  10. Prendo atto, dalla lettura del comemento di Stefano Caffarri, che vendendo a meno di 20 euro a bottiglia non si e’ percepiti come “vini buoni”. Interessante e utile pezzo di informazione.

  11. @Pavan
    una perplessità: abbassare il limite in Valpolicella del 30-40% significherebbe produzione massima consentita 85-75 qli ettaro al pari di un Barolo. Bene, ma questo potrebbe significare anche un aumento del titolo alcolometrico, maggiori concentrazioni, con conseguente rischio di avere anche i Valpolicella base a non meno di 13,5 gradi centigradi. Non so quanto questo sia conveninente, non c’è forse il rischio di avvicinare troppo le diverse tipologie?

  12. Capisco le sue perplessità Giuliani, ma non c’è una diretta correlazione tra resa e titolo alcolometrico. A bordeaux negli anni ’40 si produceva meno della metà di quanto si produca ora e raramente il cabernet sauvignon raggiungeva gli 11°; adesso non è inusuale che si raccolga con un potenziale di 13°. Sono le concimazioni che hanno innalzato il livello degli zuccheri e adesso sta intervenendo anche il fattore climatico.
    A Chateauneuf c’è un limite di 35hl, pieno sud della Francia, e non mi sembra che i vini siano impazziti nel titolo alcolometrico. Personalmente li trovo di una freschezza disarmante rispetto a molti Amarone di pari grado. Credo che puntare davvero alla qualità non rappresenti un pericolo di omologazione ma bensì l’occasione per esaltare le diversità e anche, perchè no, le affinità se ci sono. Ma credo che tra Barolo e Valpolicella siano di gran lunga più evidenziabili le diversità che le affinità. Eppoi, in Valpolicella è tutto un ripasso e dal mio punto di vista tale pratica è un punto debole. Mi vien da dire che un vino da ripasso è in certo qual modo un vino taroccato…
    In ogni caso produciamo troppo, e male anche. I dati parlano chiaro. Mettiamoci in testa che qualcosa nel meccanismo deve cambiare. Se mai avverrà il cambiamento, se optasse davvero e finalmente verso l’obiettivo qualitativo, sarebbe tutto di guadagnato per il vigneto italiano. La qualità, tendenzialmente, distingue più che omologare. Strada difficile da percorrere, ma si sa… è la strada dura e stretta che porta alla vetta…

    Alvaro Pavan

  13. Rispondo a Filippo Cintolesi:
    Ho letto e riletto quello che ho scritto, senza comprendere il Suo commento.
    Io intendevo proprio il contrario: ci sono molti vini molto buoni che oggi costano meno di 20€, soglia psicologica del tutto relativa che divide i vini “abbordabili” da quelli “impegnativi” – o almeno vissuti come tali da consumatore medio e non particolarmente appassionato – e che hanno grandi tirature.
    Mi domandavo, e lo proponevo come spunto di riflessione, se la riduzione di queste tirature potesse in ipotesi alzare il prezzo e renderli quindi meno accessibili di oggi.
    Personalmente le gioie più grandi le ricavo da questa categoria di bottiglie: quindi l’opposto di quanto da Lei percepito.

  14. Dunque, ricapitolando, la logica sarebbe questa: si beve meno vino in Italia, c’e’ sempre piu’ concorrenza, e quindi, per risolvere i problemi produciamo di meno.

    Proverei a riportare lo stesso argomento su un altro settore, per esempio l’automobile. La concorrenza internazionale incalza, la FIAT potrebbe faticare a vendere autovetture in Italia e all’estero, e quindi la soluzione dovrebbe essere quella di…produrre di meno.

    Vi sembra sensato un approccio simile? In quale settore della vita economica si sentirebbe un ragionamento del genere? In nessuno credo.

    In altri settori, tipo nel caso della FIAT, si punterebbe sul design, sulla qualita’, sulle economie di scala, sulla promozione dello stile italiano, sulla ricerca tecnologica, ecc.

    Non sulla diminuzione della produzione. Semplicemente per il fatto che in un mondo globale, se tu produci meno non riuscirai comunque a controllare il mercato con la logica della domanda e dell’offerta, perche’ il consumatore globale, arrivato ad un certo livello di prezzi si rivolgera’ ad altri prodotti che saranno percepiti da lui (non da noi che stiamo qui a scrivere) come equivalenti e sostitutivi. Se l’Italia diminuisce il potenziale produttivo di 100.000 o 200.000 ettari, pensando cosi’ di controllare l’offerta di vino, in altri paesi del mondo quella quota di produzione se la prenderanno altri, tipo Australia, Cile, Argentina (e perche’ no, Cina). Non sono nostri concorrenti? E chi lo ha detto? L’Australia, per es. ha ormai una superfice vitata solo di poco superiore alla Sicilia, che avrebbe potuto essere sul mercato allo stesso modo. E che, guarda caso, e’ piu’ o meno l’entita’ del potenziale produttivo perso dall’Italia negli ultimi anni.

    E poi, chi dovrebbe decidere dove togliere i vigneti? A me, che non bastano neanche per soddisfare la mia richiesta di mercato, oppure alle grandi superfici vinicole che ogni anno vengono destinata alla distillazione con sovvenzioni pubbliche ingenti (400 milioni di euro l’anno in UE). E allora non sarebbe piu’ semplice togliere i contributi e le sovvenzioni che tengono in piedi le eccedenze strutturali e contemporaneamente liberalizzare in modo che chi si sforza di piu’ sulla qualita’ e ha mercato, riesca a soddisfarlo? In altre parole, lasciare libero il mercato di fare piazza pulita delle situazioni che non si reggono in piedi con le loro gambe?

    Per fare si che i vini italiani abbiano successo nel mondo non e’ il supposto (ed impossibile) controllo dall’alto del mercato che serve. Serve maggiore qualita’, maggior rigore anche dei disciplinari (abbassiamo la resa drasticamente, ma diamo la possibilita’ di fare i vigneti nuovi), maggiore promozione internazionale, minore numero delle DOC fatte solo su base politica-clientelare. Insomma, tutto, meno gli interventi stile piano quinquennale sovietico.

  15. Gentile Giampaolo, non per riaprire la piccola polemica che abbiamo sviluppato sulla riforma della OCM vino, anche perché credo che se ci trovassimo a discutere di questi temi faccia a faccia avremmo opinioni molto più simili di quel che pensiamo… Però Lei scrive: “In altri settori, tipo nel caso della FIAT, si punterebbe sul design, sulla qualita’, sulle economie di scala, sulla promozione dello stile italiano, sulla ricerca tecnologica, ecc.”
    Ecco: il problema è esattamente questo. Come si può anche solo pensare che fare agricoltura sia come fare un’auto? (a parte che anche i settori industriali sono sussidiati in modo scandaloso…). Come si può pensare di fare qualità sul cibo ragionando in termini di “economie di scala”? L’agricoltura deve tornare a essere ciò che è sempre stata: contadina. Capisco che ai tanti fighetti che si fan disegnare la cantina da architetti di grido, per puro marketing, questa cosa suoni strana e retrò. Ma la gran parte della ricchezza agricola europea risiede proprio in ciò che consideriamo “vecchio”: il concetto stesso di terroir è qualcosa di molto complesso ma fondamentalmente legato a una “selezione” naturale di specie, pratiche e territori operata dai contadini nel corso del tempo. Il terroir è, per sua definizione, anti-industriale.
    Ripeto per l’ennesima volta: andavano spazzati via gli scandalosi contributi alla distillazione, così come la possibilità di zuccheraggio. Ma allo stesso tempo, prima di liberalizzare i vigneti, andava messo mano a una riforma che spostasse l’asse complessivo dei contributi dalle grandi aziende (il 20% degli agro-industriali ha preso l’80% dei contributi finora) verso le migliaia e migliaia di realtà contadine che, lungi dall’essere “inefficienti”, costituiscono la struttura portante della agricoltura europea e ne garantiscono la superiorità in termini qualitativi rispetto a qualsiasi altra agricoltura. Non solo, ma prima di ogni liberalizzazione all’impianto, va sistemata la questione Consorzi di Tutela. Perché una liberalizzazione selvaggia in un contesto in cui chiunque potrebbe entrare nel mercato e in cui le grandi aziende hanno in mano i Consorzi porterebbe semplicemente alla fine della viticoltura europea che si basa sul principio già troppo trascurato, calpestato e travisato dell’origine.
    Infine, mi lasci dire che ragionare come fa Lei affermando che l’Australia comunque andrà a coprire la mancata produzione dell’Italia mi pare un ragionamento denso di errori economici. Primo: il vino australiano non è un succedaneo dei vini italiani. Secondo: il calo del consumo europeo è ancora lungi dall’essere coperto dall’aumento delle produzioni extra-europee, e comunque, anche se fosse, non ci vedrei nulla di male, il famoso concetto delle “quote di mercato” è qualcosa che deve interessare alla FIAT non ai produttori di vino. Terzo: questi famigerati aggressivi produttori del nuovo mondo sono già in crisi, in primis il Cile dove c’è una drammatica sovraproduzione e la stessa Australia che si è accorta di avere ecceduto negli impianti. Cioé lo stesso errore che Lei vorrebbe, ma so che è in buona compagnia, compisse l’Europa. Al grido: ben venga che gli inefficienti escano dal mercato! Ma, ricordi, l’economia non dovrebbe essere mai un gioco al massacro. Lo vada a chiedere ai contadini cileni che non hanno raccolto l’uva perché i prezzi delle uve sono talmente bassi da rendere troppo costosa la vendemmia stessa.

  16. @Pavan
    premesso che sono d’accordo al 100% sulla sua visione, soprattutto per quanto riguarda l’uso assurdo e ormai generalizzato del ripasso (fra l’altro raramente sulle fecce del Recioto), credo che la resa in quintali/ettaro dica assai poco. Non è forse la resa per pianta a stabilire la vera differenza qualitativa/quantitativa? In pratica abbassare le rese per ettaro non significa nulla se non si tiene conto del numero di piante. C’è una bella differenza fra 2000 e 6000 piante per ettaro. E’ chiaro che con 2000 piante, se queste producono un chilo d’uva, si ha una resa/ettaro bassissima, mentre con 6000 il risultato cambia considerevolmente.
    Quindi, in teoria, 120 qli/Ha potrebbero non essere tantissimi se il numero di piante fosse assai elevato. Ovviamente questo non è il caso per la maggior parte delle aziende della Valpolicella, ma è un dubbio che mi sono posto.

  17. nessuna volontà di “interventi stile piano quinquennale sovietico” con quanto ho scritto. Facevo semplicemente notare che ci sono intere aree viticole la cui unica ragion d’essere é produrre vino destinato alla distillazione oppure alla produzione di mcr. Aree che non si confrontano con il mercato normale, che del mercato se ne strafregano altamente. Sono queste le superfici da estirpare per ridurre la produzione e non trovarci ogni anno con inutili esuberi. Meno finanziamenti e contributi pubblici e più mercato, ecco quello che proponevo e propongo

  18. Buongiorno. dovete perdonare la mia presunzione ma qui “non ci siamo”. Anzi, parafrasando Marcellus Wallace “siamo molto lontani dall’esserci”. Ripasso, Amarone , Recioto, Barolo……..veniamo al punto
    punto 1) Meno sussidi e aiuti (anzi nessun sussidio o aiuto) è quello che tutti noi vogliamo.
    punto 2) Benvenuta concorrenza (sì ai capaci, gli incompetenti devono uscire dal mercato)
    punto 3) Sono righe e righe che leggo di qualità: cosè la qualità?
    chi sa fare davvero qualità nel vino in Italia?
    chi sa fare davvero qualità nelle aziende in Italia?
    chi sa creare valore (che è diverso dal reddito) in azienda in Italia?
    la Fiat, signor Giampaolo, era letteralmente fallita (salvata con per collottola con manovre finanziarie e politiche quantomeno spericolate) perchè faceva macchine di m…… che è MOLTO diverso da fare macchine di qualità (e nella manifattura è facile stabilire standard di qualità) e ne faceva anche molte migliaia in più della domanda di mercato che aveva ulteriormente intasato con politiche di sconto suicide.

    Secondo voi è possibile stabilire standard di qualità per un vino?
    secondo voi è possibile stabilire un target di bottiglie calcolato sulla domanda?
    Ma secondo voi un produttore di vino si è mai preoccupato a monte di fare un vero business plan su un prodotto?
    Buona giornata

  19. Io direi che se il vino si facesse con l’uva, in Italia, non avremmo problemi, così non é purtroppo…
    Per quanto riguarda gli altri paesi, anche loro hanno tanti problemi, in Australia, per esempio, quest’anno, causa la siccità, era più conveniente vendere i diritti di irrigazione che vendemmiare!
    Questo per dire che se intanto cominciamo noi italiani a fare bene i vini, poi li possiamo anche vendere meglio.

  20. Bisogna fare un distinguo quando si parla di vigneti e di vino.Innanzittutto una maggiore superficie vitata non corrisponde necessariamente ad una produzione maggiore, basta vedere la Spagna che ha la maggiore superficie vitata mondiale a cui non corrisponde una produzione proporzionale. Indubbiamente in Italia la produzione di vino si è ridotta moltissimo negli ultimi 20 anni: dai quasi 100 milioni di ettolitri ai valori attuali, ma bisogna anche vedere cosa si produce.
    Il vino racchiude in realtà molti prodotti diversi, a parte le uve destinate per scopi industriali:produzione di MCR e altro. Una parte è rappresentata dai vini Docg, Doc e IGT sfumando dall’alto verso il basso da una logica di mercato legato ai prodotti di lusso e la cui vendità è influenzata dagli andamenti ciclici dell’economia mondiali e finanziari a cui si intreccia l’altra cioè il vino inteso come commodity ossia un prodotto non influenzato da variazioni cicliche significative.Il Tavernello come già tante volte detto in questo blog è il vino italiano più consumato.
    I VQPRD vengono tutelati bene o male da molti anni mentre in un contesto di mercato globalizzato riuscire a piazzare del vino inteso come Commodity sul mercato mondiale con un marchio “made in Italy”,più efficace del marchio INE, potrebbe aiutare molto il sistema Italia enologico: se non altro ammortizzerebbe il comparto da un’eccessiva ciclicità.

  21. Caro Dottori, io, lei e la FIAT abbiamo più punti in comune di quello che si possa pensare. Sopratutto uno: sia io, che la FIAT, che lei presumo, produciamo un prodotto e ci rivolgiamo ad un consumatore, spesso la stessa persona (quindi non “MERCATO”, ma persone) alla quale chiediamo di spendere dei soldi per acquistarlo. La persona deciderà individualmente se vale la pena. La FIAT era un azienda che nonostante i copiosi aiuti di Stato, o forse proprio a causa loro, era ad un millimetro dal baratro. Si è cominciata a salvare quando ha cominciato ad investire sul suo prodotto. Avrebbe fatto meglio a continuare a fare auto di m…a e contemporaneamente ridurre la produzione?

    La stessa cosa dovrebbe fare il vino italiano, concentrarsi sulla ricerca della qualità, a prezzi migliori. Come si fà a fare qualità sul vino, a livello generale e non aziendale? E il punto debole dell’Italia. Dove si esce dalla realtà individuale e ci si deve affidare al “sistema”, siamo nei guai. Le azioni da intraprendere? Conoscenza del territorio (mappatura dell’esistente), ricerca e sperimentazione (cloni, portainnesti, zonazione), riordino del sistema delle Denominazioni di Origine (andando ad eliminare quelle non rivendicate o non rappresentative), disciplinari di produzione rigorosissimi (e non vacui e generici come quelli attuali). E promozione, tanta promozione di qualità.
    Si fa questo oggi? poco o per nulla (a parte casi limitatissimi).

    Le eccedenze? Basta smettere di dare i soldi per mantenerle in vita ed andrano via da sole.

    Tutto questo però deve essere fatto in un contesto di libera impresa. Mettimi delle regole ferree sul come devo produrre, sul dove devo avere i vigneti, e controllami allo sfinimento, ma lasciami libero di intraprendere.

    La realtà oggi è l’opposto: niente libertà di impresa, ma libertà di fare tutto quello che si vuole, di fatto, calpestando regole sul come e dove produrre. Potrei portare infiniti esempi di queste situazioni.

    Le due cose – libertà di impresa e rigore, mercato illiberale e intrallazzi – sono molto più collegate di quello che si pensi.

  22. @ paolo, scusa ma non ti seguo, il vino in Italia non è fatto con l’uva? Stai scherzando o hai dei nomi da fare?
    @ ag, la qualità in un “libero mercato” la decide il consumatore, come succede per qualsiasi altro prodotto dalle auto agli elettrodomstici al pane etc etc.; se fra i consumatori c’è chi preferisce o può permettersi solo il tavernello per me va bene anche il tavernello fatto però senza aiuti, sussidi od altro e nel rispetto delle norme.
    @ tutti Per quanto possa sembrare strano d nessuna parte è scritto che un qualsiasi bene, per il semplice fatto di essere stato prodotto, deve sempre trovare un compratore; allora chi fa il vino buono, quello detto di qualità deve anche pensare al packaging, alla commercializzazione, alla comunicazione etc etc.; se non ha queste possibilità potrà fare il vino più buono del mondo, ma dovrà berselo con gli amici.

  23. @borntowine
    La prima frase che si sente dire negli istituti di enologia é:
    “Il vino si può fare anche con l’uva.”
    Non é una novità, sono anni che sento questa frase.
    In un altro post si parlava di analisi e gascromatografia. Benissimo, quando queste analisi saranno obbligatorie cadranno molti miti e molte teste, a cominciare dalle industrie.
    Chissà perché le analisi non le vuole fare mai nessuno….

  24. @ paolo, Forse c’è qualcosa da rivedere negli istituti di enologia, evidentemente c’è qualche buontempone, o idiota che dir si voglia, di troppo. Il vino si fa con l’uva, questo è quanto, che ci sia qualche delinquente che lo fa ANCHE in altra maniera è possibile, ma non è la norma.
    Decisamente è più frequente che vini pregiati vengano prodotti anche con uve o vini provenienti da altre zone, pratica da condannare ma non è la stessa cosa di cui tu parlavi.

  25. Guarda io non devo convincere nessuno, se tu pensi che anche certi vini pregiati, ogni anno sempre uguali, siano fatti solo come dici tu, sei libero di pensarlo e di comprarli.

  26. Ormai ci sono i kit di aromi sintetici che si possono comprare su internet e che senza alcun controllo che quello della propria coscienza si possono aggiungere a gocce, a cucchiaini, a cucchiaiate o a bicchieri nel vino, a seconda della capacita’ del contenitore e dell’effetto desiderato. Al primo MiWine furono proprio i sommelier dell’AIS che erano venuti a stapparmi le bottiglie di Tokaji e poi sono restati per la conferenza di Lajos Gal, oggi presidente dell’unione dei consorzi ungheresi, a darci la triste notizia. Loro avevano addirittura fatto una degustazione cieca e nessuno, dicevano, nessuno di loro era riuscito a distinguere i vini fatti solo con l’uva e quelli corretti con gli aromi sintetici. In questo senso vi suggerirei di non litigare, nel senso che la realta’ spesso e’ superiore a qualsiasi fantasia ed il regno delle certezze ormai si e’ trasformato nella repubblica del dubbio. Qualcuno, durante una degustazione verticale di Verdicchio, un vino bianco straordinario che, quando fatto come Dio comanda, sa invecchiare benissimo, anche vent’anni, piangeva e non certo per aver bevuto troppo. Ormai sono passati alcuni anni, quindi in commercio c’e’ quello che si vuole e che i NAS non riescono a sequestrare in tempo. Proprio ieri il presentatore televisivo Di Pietro nella sua trasmissione su Rai Uno denunciava che sono passati vent’anni dalla strage del metanolo e ancora oggi non c’e’ un condannato, dopo le decine di morti che ha provocato e le migliaia di avvelenati che sono diventati ciechi o hanno avuto organi interni spappolati. Un invito, cioe’, a chi vuol fare il furbo e guadagnare in fretta sulla pelle altrui. C’e’ veramente da piangere, altro che balle!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *