Ma il lavoro rende davvero liberi ? Ripensando agli operai morti della Thyssen-Krupp

Siamo qui a discutere e accapigliarci, anche di domenica, di Slow Food, di Carlin Petrini aspirante Santo, delle divisioni tra destra e sinistra, di Ocm vino, di Barolo taroccati e di controllori ed esperti che hanno fatto il gioco delle tre scimmiette, di munnezza che copre la Campania, degli amici degli Schuetzen che non emettono scontrini fiscali e vorrebbero andarsene da Roma, poi uno, che se l’era perso, legge, su segnalazione di un lettore che ringrazio, questo articolo (leggi), perfetto, agghiacciante nella sua eloquenza, tragico per lo scenario, umano soprattutto, che descrive, e le parole, tutte le parole, sembrano tutte inutili, sprecate, banali…
Si parla della strage continua, silenziosa, implacabile, dei morti sul lavoro in Italia, degli operai morti, dopo immani sofferenze, nel rogo della Thyssen-Krupp di Torino, di quelli che sono restati e hanno visto i loro compagni di lavoro morire e non hanno potuto far niente se non piangerli.
Si parla della rabbia di una categoria, gli operai, usata, strumentalizzata, tradita, non tutelata, da politici di ogni colore,  se viene ancora, nel 2008, non nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale mandata al massacro, e si finisce con il pensare, senza voler essere irriverenti, senza alcuna volontà di scandalo, a quella terribile frase scritta sul cancello d’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, Arbeit mach frei.
Ma questo lavoro, questa idea del lavoro che prevede e non demonizza, come dovrebbe, il sacrificio continuo di tante vite umane, questo lavoro che all’alienazione, alla rabbia, all’insicurezza, aggiunge anche la paura (quella di non riuscire a salvare la pelle ogni volta che si entra in fabbrica o in un cantiere) che senso ha accidenti, e rende davvero liberi?

0 pensieri su “Ma il lavoro rende davvero liberi ? Ripensando agli operai morti della Thyssen-Krupp

  1. Gli incidenti sul lavoro si evitano solo con un profondo rispetto per tutti quelli che in quel posto ci lavorano. Quando ero responsabile della produzione della Sampisar di Porto Torres ho avuto un giorno 3 pantere dei CC che sono entrate in stabilimento, ne sono scesi una decina di CC che hanno bloccato ognuno dei miei operai e me, ci hanno distanziati e hanno cominciato a far domande. Dopo un’ora sono entrati da me in ufficio e gli ho chiesto come mai questo casino. mi hanno detto che era prassi normale, poiche’ per ben otto anni non avevamo denunciato alcun incidente sul lavoro e avevano avuto il dubbio che nascondavamo qualcosa. E si complimentarono con me, dicendomi che i miei operai avevano una grande opinione di me, perche’ sempre facevo di tutto per evitare che si facessero male. Il che e’ vero. A volte la buona volonta’ non basta, ci vuole anche fortuna, ma quando manca la buona volonta’ per evitare gli incidenti ed un rispetto per gli altri perlomeno uguale a quello che si ha per se stessi, l’incidente sul lavoro e’ un crimine. Sono passati 12 anni, con i miei operai di allora ci scriviamo gli auguri di Natale, nessuno si e’ perso, quando uno ha fatto un trasloco lo abbiamo trovato lo stesso (vero, compare Cunzata?), siamo molto legati come lo siamo stati sul lavoro. Abbiamo lavorato insieme ad evitare che anche uno solo si facesse male, a volte ho rischiato io di persona per non far rischiare uno di loro (2 viole: per pulire un silos con il buon Sanna e per pulire una cisterna con il buon Arru) e in ogni caso non si puo’ piu’ rischiare. Il buon senso e’ fondamentale, altrimenti e’ una strage.

  2. Per non parlare poi del tanto lavoro nero, sommerso nella sicurezza e nella dignità di essere umano.
    In tanti cantieri edili, in tanta agricoltura purtroppo esiste ed è un’altra grave causa di incidenti o di torture morali.
    Ne sono ben consapevole.

  3. TORINO – Un’analisi riservata interna sulla situazione politica italiana, sulle reazioni sindacali e sociali e sull’atteggiamento dei media all’indomani del rogo della ThyssenKrupp che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre è costato la vita a sette operai. Il documento — cui contenuti, se confermati, sembrerebbero testimoniare meglio di qualunque altro materiale l’atteggiamento assunto dalla casa madre tedesca nei confronti delle sue filiali italiane e in particolare dell’acciaieria torinese in via di dismissione — è stato sequestrato giovedì scorso a Terni nel corso delle perquisizioni sia in fabbrica sia nelle abitazioni private dei tre massimi dirigenti italiani (l’amministratore delegato Harald Espenhahn, Gerald Priegnitz e Marco Pucci) del gruppo già iscritti per omicidio e disastro colposo nel registro degli indagati. Nella nota, redatta in tedesco o forse tradotta in questa lingua proprio per renderne più rapida la lettura a tutti i manager interessati, si analizza la storia e la realtà della città di Torino, dove esiste — registrano i funzionari ThyssenKrupp — «una lunga tradizione sindacale di stampo comunista », e dove già negli anni precedenti alla tragedia le «condizioni ambientali» apparivano sfavorevoli al mantenimento dell’attività produttiva. Non mancano i cenni remoti alla storia italiana e torinese degli «anni di piombo», nei quali chi firma l’analisi ricorda come alcune delle pagine più sanguinose del terrorismo brigatista siano state scritte proprio a Torino ad opera dell’eversione.
    Poi si passa a esaminare la situazione dei 20 giorni di dicembre che hanno fatto seguito alla tragedia, durante i quali il sacrificio degli operai, le loro condizioni di lavoro, le dichiarazioni di dura condanna da parte delle istituzioni e delle forze politiche e sindacali italiane hanno occupato le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Ai vertici aziendali che dalla casa madre di Essen, in Germania, hanno evidentemente richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto relatore dell’analisi trasmette i propri commenti.

    Gli operai sopravvissuti al rogo e i compagni di lavoro delle vittime «passano di televisione in televisione » e vengono rappresentati «come degli eroi». Un fatto, quest’ultimo, particolarmente sgradevole, che impedisce ogni possibile misura di censura o di richiamo a questi testimoni, che sono ancora e a tutti gli effetti dipendenti della società, ma che in questo momento sarebbe inopportuno colpire sul piano disciplinare, anche se non si esclude di poter prendere in considerazione questa ipotesi per il futuro, dopo un’attenta analisi degli aspetti formali e delle rassegne stampa cartacee e televisive. Infine, nella lettera ritrovata all’interno di una valigetta nelle perquisizioni, si traccia anche un affresco della situazione politica italiana in generale, facendo notare come lo stesso governo guidato da Romano Prodi, che attraverserebbe comunque un periodo di «crisi», possa trarre vantaggio dall’estrema attenzione dei media sul rogo di Torino, che può esercitare, se non altro, un ruolo di calamita capace di distrarre l’attenzione dei lettori e dei telespettatori da altri e più urgenti problemi di politica interna.

  4. Quello sopra è un articolo del “Corriere” firmato da Vera Schiavazzi. Invito tutti, e in particolare uno tra i frequentatori di questo blog a riflettere sull’opportunità di offendere e deridere la tradizione comunista italiana. Come rappresentante sindacale della Fiom – Cgil, mi sento ovviamente orgoglioso di fare parte della “storia sindacale di stampo comunista” che tanto infastidisce i responsabili di questo orrendo massacro, gente che privilegia il profitto e gli interessi del capitale (sissignori, ho scritto proprio così, “capitale”) rispetto alle esistenze dei lavoratori e delle loro famiglie.

  5. Caro Arturi,
    se non stessimo parlando di cose serie direi che, con il suo monomaniaco complesso di persecuzione, lei è semplicemente “palloso”, come si usa dalle mie parti. Siccome invece proprio non riesce a scindere la ridicola faziosità ideologica dall’assennatezza e dalla terzietà necessarie per discutere di questioni concrete, mi verrebbe da dire che lei è più che altro uno sciocco. Mi scuso con lei e con tutti per la crudezza, ma la sincerità me lo impone.
    Passando al punto, la mia opinione è che l’argomento sia delicatissimo e scivoloso. Quello della sicurezza è uno degli snodi cruciali del più ampio tema della regolamentazione del lavoro in Italia, un settore che soffre di tali viscosità e apriorismi – non escluso, con buona pace di Arturi, quello dell’operato sindacale – da rendere spesso la materia ingestibile, incastrata com’è tra parallele questioni previdenziali, sociali, economiche e fiscali.
    In generale credo che, se il sistema recuperasse l’efficienza perduta in assurde burocrazie e alle imprese fosse risparmiata una parte di balzelli fiscali, essendo in cambio loro imposto di investire quanto risparmiato nel miglioramento in misure di prevenzione, tutto il paese farebbe un grande passo avanti. Trovo che, come qualcuno fa, ridurre tutto all’avidità e al menefreghismo dei “padroni” (laddove eccelle, per evasione, anche e soprattutto il sistema delle cooperative) sia altamente riduttivo e miope. Trovo anche il tema della sicurezza sul lavoro sacrosanto, ma viziato da un apriorismo classista, frutto delle distorsioni ieologiche di cui sopra, per è “lavoro” solo quello operaio o comunque il lavoro operaio è più lavoro degli altri. Non vedo perchè se un operaio di fa male nel trasferimento casa-fabbrica lo si consideri un infortunio sul lavoro e me mi faccio male io mente vado a fare un’intervista, non lo sia.
    Quanto all’interrogativo di fondo, se cioè “il lavoro rende liberi”, io non lo credo affatto. Il lavoro è entro certi limiti una necessità dettata dalle esigenze di sopravvivenza; un po’ oltre, è un bisogno dettato dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita; oltre ancora è il modo indispensabile per restare in linea con gli standard della cosietà in cui si vive. Se ciò sia giusto o meno, non lo so. Ma non mi pare un grande libertà.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  6. Bravo, Marco. Io ero della FILCEA-CGIL con Sergio Cofferati quando abitavo a Milano. Le reazioni “televisive” non ci sarebbero state se non fossero morti, bruciati vivi, con giorni e giorni di dolorosissima agonia, dei colleghi di lavoro. E meno male che sono state solo “televisive”. Io sono contrario alla pena di morte, ma c’e’ anche chi non lo e’. In certe culture, che non condivido, c’e’ la legge del taglione, altro che la legge della televisione. Tyssen deve solo dimostrare la sua innocenza in materia di prevenzione e, se non ci riesce, pagare i danni. Ovvio che poi scegliera’ di andare a produrre acciaio in Thailandia, dove non ci sono leggi e tribunali come i nostri. Ma anche laggiu’, al primo incendio, alle prime morti, perfino quegli operai thailandesi reagiranno e pretenderanno leggi e prevenzioni a livello accettabile. Lo spazio sara’ sempre minore ogni giorno che passa per chi se ne frega della vita umana, per chi prende alla leggera quello che puo’ avvenire in prodduzione. e pensare che basterebbe solo del buonsenso…

  7. Ecco Franco, avevo appena finito di scrivere il commento che trovo altri insulti (palloso, sciocco)indirizzati alla mia persona. E’ corretto questo? E’ civile? non ci trovi proprio nulla da ridire?

    p.s.- Tesi, lei sta parlando di cose – mi riferisco alle relazioni industriali e sicurezza sul lavoro nelle industrie metalmeccaniche – che non conosce neppure lontanamente. E si vede. E sta dando spettacolo, glielo garantisco, sta rendendosi ridicolo. Ed è vergognoso che lo faccia prendendo spunto da una tragedia come quella della Thyssen, il che la qualifica definitivamente.

    Come mi pare di avere già scritto, lei ha un futuro come cabarettista. Passo e chiudo, Grande Statista Qualunquista: io e lei non abbiamo più nulla da dirci.

  8. Bravo Arturi, taccia. Era ora che lo capisse. Io non ho offeso nessuno, ho solo detto ciò che lei rende evidente con le sue farneticazioni patetiche. E si vergogni al posto mio: io ho espresso il mio parere sul punto in discussione, lei sarà anche il massimo esperto mondiale di “relazioni industriali e sicurezza sul lavoro nelle industrie metalmeccaniche” (se così fosse, saremmo messi bene…), ma resta qualcuno che blatera e frigna, secernendo rancore personale e non portando rispetto all’argomento serissimo del dibattito, che per essere trattato richiede un equilibrio di cui lei non è capace. La verità non è mai offensiva. Stefano Tesi

  9. Ma è possibile che Stefano Tesi non riesca mai a scrivere qualcosa di intelligente o di motivato? Secondo me dev’essere un genio, come uno che riesce a sbagliare tutti i pronostici della schedina del totocalcio… Solo un genio può esprimere il nulla assoluto, secondo me… tanto di cappello al sig. Tesi secondo cui se gli operai muoiono è perché la povera multinazionale proprietaria della fabbrica deve pagare le tasse…

  10. @ Mario: Mi scuso con te, ma non avevo letto prima il tuo commento. Io credo che i 32 (trentadue) estintori non funzionanti, il fatto che alcuni dei lavoratori morti fossero alla quarta ora di straordinario e il fatto che quella linea fosse prossima alla chiusura definitiva ci dicano tutto riguardo alla colpevolezza o meno dei vertici dell’azienda tedesca. In Italia, come tu hai sottinteso, siamo dotati di una legilazione assai seria riguardante la sicurezza. Le mancanze sono di ordine burocratico e soprattutto culturale. E riguardano sempre le aziende – portate a privilegiare le esigenze produttive e la redditività rispetto a qualsiasi altra cosa -e molto spesso i lavoratori, che vivono le norme come uno scomodo impiccio. La vicenda torinese ha molti, troppi colpevoli, primi tra i quali coloro che continuano, in sede di trattativa per i rinnovi contrattuali, a richiedere l’allungamento dell’orario di lavoro, maggiore flessibilità e un salario maggiormente legato agli incrementi di produttività. Dall’altra un governo che manifesta sdegno nelle dichiarazioni ma poi, oltre a non fare molto per migliorare le cose, adotta misure che – come la detassazione dello straordinario – non hanno proprio nulla a che vedere con la sicurezza. Ha pesanti responsabilità anche il sindacato, responsabile di un generale (anche se non completo) calo di attenzione verso il tema in oggetto. Non condivido infine, e me ne dispiaccio, il tuo ottimismo: continuo a vedere quotidianamente qui, nella città della strage, violazioni ripetute alle norme di sicurezza. E ho visto, al di là del cordoglio di circostanza, una città che ha rimosso in fretta la tragedia. Purtroppo.

    @ Franco: Senza entrare nel merito della tua riflessione (potrai immaginare come a mio avviso quella dal lavoro salariato sia una dipendenza che ha molto della schiavitù) mi preme sottolineare quanto sia azzeccato – anche se non so se intenzionale o meno – il tuo riferimento ai lager nazisti, dal momento che l’azienda tedesca finanziava il Partito Nazionalsocialista e costriva armi per l’esercito hitleriano. Si dice (ma non so quanto sia vero) che costruisse anche i forni destinati al tragico utilizzo che tutti conosciamo.

  11. Marco Arturi, nell’azienda di cui ero responsabile della produzione e della sicurezza per un mese e mezzo avevamo fatto i turni a ciclo continuo senza riposo (7 settimane…), ma di otto ore per squadra. Eravamio tutti d’accordo. Era gia’ fuori da ogni schema sindacale. Eppure per 7 settimane non si e’ ammalato nessuno, non si e’ fatto male nessuno e gli operai (noi impiegati no) hanno avuto 500 euro di premio. Ma ti devo confessare che abbiamo preso tutte le precauzioni possibili, che certe notti sognavo che suonava il telefono e mi esplodeva il cuore, che abbiamo tirato fino alla fine ed e’ andata bene cosi, ci ha aiutato il buo Dio o la dea fortuna per chi non ci crede. Ma turni di 12 ore non ne ho mai autorizzati. Io ho fatto 26 ore di fila in stabilimento, ma da impiegato, quindi senza toccare i macchinari. Un operaio dopo 8 ore va mandato a casa e se si vede che non e’ in forma va mandato a casda prima, al massimo se e’ ancora pimpante puo’ restare ancora un po’ in attesa di sostituzione ma non puo’ essere messo in schema un suo impiego costante oltre le otto ore. bisogna avere attenzione per il primo tesoro dell’azienda: le persone. Che vengono prima del secondo tesoro dell’azienda: le macchine. Gli straordinari ci sono, ma sono appunto straordinari, e non ordinari. Non condivido il tuo pessimismo, ma qui bisognba ricordare Antonio Gramsci, che da’ il giusto valore al mio ottimismo ed al tuo pessimismo. Ma ci vogliono entrambi. Stammi bene e continua a batterti, ne vale sempre la pena. Ti mando una forte stretta di mano (in ricordo di Alasia, Pugno, Fausto, ecc.)

  12. Ci mancava solo l’anonimo raglio di enyo ad arricchire il coro e a dimostrare, come al solito, di non aver capito nulla (a meno che, naturalmente, non dipenda dal fatto che non sa leggere). Guardo e passo, ormai rassegnato all’inutilità di qualsiasi replica, e li lascio crogiolarsi nelle loro carminie convinzioni.
    Mi scuso con tutti gli altri, in primis al titolare del blog, se ho involontariamente dato la stura alle scempiaggini dei suddetti.

    Stefano Tesi

  13. Stefano Tesi, ho letto i suoi interventi e credo che si debba rispettare anche il suo modo di pensare, quindi la prego di continuare a intervenire. Non ha nulla da scusarsi, siamo tutti adulti e vaccinati e di fronte a sette morti orribili che hanno scosso la coscienza di tutti dall’ultimo arrivato al presidente della Repubblica siamo un po’ nudi. Perche’ con loro e’ come se fosse morto qualcosa dentro ciascuno di noi. ma bisogna reagire, nessuno ha il Vangelo in tasca (magari!) e non e’ assolutamente facile trovare soluzioni. Occorre pero’ capovolgere l’approccio al problema, bisogna insegnare alla gente fin da bambino a non farsi male e a ribellarsi a chi non presta attenzione alla sicurezza. Ho degli operai in Norvegia. Se lei leggesse le lettere che mi scrivono! Un paradiso! Eppure anche li ci sono dei padroni, ma hanno una cultura diversa, per loro e’ normale che chi non fa tre giorni di corso sull’antinfortunistica con esame finale vero non possa nemmeno entrare in stabilimento neanche per una visita…

  14. Caro Crosta,
    grazie per le sue parole e il suo intervento. La prevenzione, ha ragione, è un fatto anche culturale e, in tal senso, da noi le carenze sono trasversali abbracciando la parte datoriale, le maestranze, le forze sindacali e quelle legislative. Credo, come ho già detto, che il concetto di prevenzione dagli infortuni dovrebbe entrare nell’abc di chiunque esattamente come, col tempo, c’è entrato quello di previdenza. Allargando però il campo in tutte le direzioni e tipologie e non limitandoci, come spesso si tende a fare, al lavoro manuale e/o industriale. Anche perchè, con la tecnologia e la mobilità, il rischio sul lavoro si è esteso sia nella casistica che nell’incidenza sociale. Basti appunto pensare ai pericoli connessi alla sola mobilità, che a tutti gli effetti è entrata a far parte del “lavoro”. O a quelli legati al lavoro in agricoltura, un settore che conosco bene.
    La mia personale esperienza di free lance (mi occupo tra le altre cose di reportage socioculturali dai luoghi disagiati del mondo) mi ha messo di fronte a situazioni drammatiche in cui il giornalista è stato letteralmente mandato allo sbaraglio senza la minima consapevolezza (sua e del committente) dei rischi che correve e senza che esistesse alcuna “rete” in grado nè di prevenire incidenti, nè di risarcire. Ho assistito a contingenze tremende. Tanto per fare un esempio, la Sgrena è andata in Iraq con l’accredito del Manifesto, ma senza alcuna polizza assicurativa, nè propria nè del giornale. E le garantisco che in posti come quello (ma anche in qualsiasi altro angolo del globo), si può farsi parecchio male anche a prescindere dai sequestri. Il fatto è che farsi male lavorando è facile anche in luoghi teoricamente molto meno rischiosi.
    Personalmente sono fatalista e tendo pertanto ad attribuire al destino una certa parte della responsabilità delle cose che succedono, ma ovviamente so benissimo che questa non può che essere una causalità residuale. Resto in ogni caso convinto che l’eccessiva burocratizzazione, con i relativi costi, sia una delle concause che contribuiscono a rendere le aziende spesso del tutto o in parte inadempienti sul versante della prevenzione. E però anche vero, ancorchè impopolare da dire, soprattutto in momenti di forte tensione emotiva come questo per i fatti di Torino, che la leggerezza, l’impreparazione, il menefreghismo e una certa abitudine all’impunità da parte dei dipendenti giocano talvolta un ruolo non secondario nel verificarsi degli infortuni.
    L’esempio norvegese da lei citato mi sembra ineccepibile: norme severe, impianti a norma e corsi preparatori obbligatori per tutti, certo; ma anche test seri e esami veri che mettano alla prova l’avvenuto apprendimento teorico e pratico da parte del lavoratore. Tali che, in caso negativo, consentano realmente di impedire lo svolgimento dell’attività lavorativa e/o l’applicazione di sanzioni a chi non segue le regole. Altrimenti è difficile creare un sistema efficace di prevenzione.
    Buona serata,

    Stefano Tesi

  15. Si, e’ vero che in Norvegia da quello che mi scrivono i miei colleghi saldatori e controllori della Qualita’ in cantiere per la costruzione del terminal e del gasdotto sotto il mare (con relative piattaforme…) si impedisce lo svoòlgimento dell’attivita’ lavorativa anche se uno si toglie il casco o gli occhiali o i guanti, visto da lontano con un cannocchiale. La sicurezza e’ un problema di tutti. Se uno si fa male, ci sentiamo colpiti tutti. Pero’ le devo suggerire di spiegare meglio quel concetto di impunità che ha appena accennato. Le faccio un esempio concreto. Se mi fossi messo le cuffie mentre segavo alla sega a nastro come prevedevano le norme antinfortunistiche durante una visita ispettiva, per non sentire il rumore deella lama in corsa, mi sarei tagliato la mano destra con tutte le dita. Questo per fortuna venne capito benissimo dall’ispettore del lavoro che avrebbe voluto darmi una multa e che invece scrisse un rapporto. Che propose una soluzione diversa. Ci volle tempo. Oggi (anzi, per la precisione, sabato 12 gennaio 2008) sono passati quindici anni ed ho avuto la sorpresa (sconvolgente, glielo giuro!) di vedere in un negozio applicata proprio quella soluzione per tagliare le costolette dal carre’ di maiale. Sono rimasto a bocca aperta! Funziona davvero! Ma sono passati 15 anni. l’importante e’ che si sia capito che la mia non osservanza delle regole non era da punire, ma da studiare per trovare una soluzione che andasse bene all’operaio ed alla macchina per non farsi male in due.

  16. Facevo riferimento all’impunità, sentimento molto diffuso in Italia, soprattutto tra le maestranze di qualifica più bassa, pensando al fatto che spesso l’obbligo di rispettare certe norme di sicurezza (come, in altri contesti, il codice della strada) viene da un lato spesso percepito come una forma coercitiva a cui implicitamente sia lecito ribellarsi o inedempiere; mentre dall’altro, come tale, appare privo di una reale sanzione. Ne consegue una situazione di responsabilità disuguale, in cui l’azienda va giustamente contro a gravi sanzioni in caso di mancato rispetto delle norme di sicurezza, mentre il lavoratore tende a ritenersi parte lesa anche quando tutto o parte della responsabilità dell’infortunio è sua.
    Il caso è frequentissimo in agricoltura (me ne occupo da molti lustri), dove accade che sia letteralmente impossibile obbligare certo personale alla prevenzione antinfortunistica, salvo poi trovarsi sotto accusa se si verificano incidenti.

  17. Stefano, quindi rientra nella casistica di quello che ho fatto anch’io, non mettendo le cuffie. Ma l’Ispettore riconobbe che avevo ragione perche’ era li a due passi e ha potuto capire che con le cuffie antinfortunistiche non avrei potuto sentire il runore della lama che si muoveva, gli occhi la vedevano ferma, la mano destra me l’avrebbe mangiata. Non sempre il mancato rispetto delle norme di sicurezza da parte dell’operaio e’ senza ragione. per questo ci vuole grande sorveglianza, ma anche grande capacita’ di comunicare e di recepire i messaggi che la manodopera ti lancia. Io prima di fare il direttore responsabile sono stato assunto come operaio, ho lavorato in turno, anche la notte, per conoscere i miei futuri operai. Ho visto cose che non avrebbe visto un altro con la camicia, la cravatta e la puzza sotto il naso. Ecco perche’ ti posso confermare che se si vuole gli incidenti sul lavoro si possono evitare, oppure ridurre decisamente, visibilmente, ai minimi termini. Sette bruciati vivi, ti rendi conto? La magistratura stabilira’ tutto, ma perche’ sempre… “dopo”?

  18. Quoto 100% Mario Crosta
    Quoto 100% Marco Arturi

    per quanto riguarda il sig. Stefano Tesi credo che un’ora di lavoro in fabbrica non l’abbia mai fatta in vita sua. Ad ogni modo scrivere che un interlocutore è :
    ” lei è semplicemente “palloso”, come si usa dalle mie parti. ” solo perchè esprime un parere diverso, non mi sembra troppo corretto; e poi ancora :
    ” Siccome invece proprio non riesce a scindere la ridicola faziosità ideologica dall’assennatezza e dalla terzietà necessarie per discutere di questioni concrete, mi verrebbe da dire che lei è più che altro uno sciocco.”, per poi scusarsi per la crudezza delle affermazioni….!!
    Poi sinceramente trovo che fare politica ed ideologia spicciola, sulla morte di 7 ( sette ) giovani ragazzi, sia a dir poco vergognoso, cosi’ come dimostra uno scarso senso della parola ” Democrazia ” quando impone ad Arturi, in termini perentori ” Taccia ” o tira in ballo ” il raglio ” di una persona che non la pensa nello stesso modo.
    Mi consenta, come direbbe il Cav., ma questa volta caro Stefano lei ha toppato, forse meglio che parli di vino o di cosa’altro si occupa, ed impari a rispettare le persone se vuole essere rispettato.
    Roberto Gatti

  19. invito l’ultimo commentatore che rivolgendosi a Stefano Tesi afferma “lei ha toppato” a leggere (e cercare di capire) i vari interventi di Stefano Tesi, prima di trinciare qualsiasi conclusione

  20. Ho espresso in maniera civile ed educata il mio pensiero, in base a quanto ho letto sopra, mentre non ho visto da parte del titolare di questo blog, la stessa solerzia nel richiamare il sig. Tesi ad un maggior rispetto degli interlocutori.
    Quoto ancora 100% Mario Crosta, Marco Arturi, Enyo;
    fino a quando c’è ne sarà concessa la facoltà. Qualora questo non fosse piu’ possibile in futuro, e spero vivamente di no, mi adeguerò di conseguenza, ancora ad oggi Evviva la Democrazia del Popolo Italiano, anche se orrendamente calpestata da questi lutti, e non certamente per colpa della classe Operaia.
    N.B. di Ziliani: no comment…

  21. al commentatore che chiede che gli sia concessa “la facoltà” di commentare, dico di non preoccuparsi, che qui la libertà d’espressione é sempre stata garantita. Gli dico anche che nel caso questo luogo non gli garbasse, può sempre ritirarsi nella ridotta del suo sito (toh, gli faccio anche un po’ di pubblicità così é contento: http://www.winetaste.it) dove centinaia e migliaia e decine di migliaia di lettori, magari anche i Winetaste Partners, potranno delibare, anche senza la possibilità di commentarli e di dire cosa ne pensino, perché é un sito e non un blog, i suoi pregiatissimi interventi in materia di vino.

  22. RIFLESSIONI A FREDDO SU UNA
    STRAGE ANNUNCIATA
    Passata l’onda emotiva suscitata dalla strage di lavoratori alla Thyssenkrupp, sopita la rabbia dei lavoratori, cessate – per fortuna – le ipocrite esternazioni del ceto politico e di quello imprenditoriale e la finta indignazione dei vertici confederali, bisognerebbe riflettere – a mente fredda – sulle morti sul lavoro e per il lavoro.
    La prima domanda che sento di dovermi porre é: queste morti (centinaia e centinaia all’anno) sono direttamente dipendenti dal clima odierno di totale deregolamentazione del mondo del lavoro, dai ritmi e dagli orari crescenti, dalla precarietà – in ogni senso – dell’impiego?
    Non ho sottomano tabelle e statistiche, ma mi sentirei di rispondere di no.
    Ricordo abbastanza chiaramente i primi anni ’50 a Genova. I lavori di riempimento del tratto di mare su cui sarebbe sorto lo stabilimento siderurgico dell’Italsider eseguiti con una tecnica da omicidio premeditato: quella dei “cassoni”, una sorta di campane pneumatiche, aperte al di sotto, che venivano calate sul fondo del mare con i lavoratori dentro per predisporre il fondale al riempimento. Ricordo il dolore e l’orrore di tante morti, la rabbia impotente del quartiere proletario dove vivevo. Mio padre che diceva a mio fratello: “Piuttosto che andare a lavorare lì è meglio patire la fame”. Poi negli anni successivi (prima la fase di ricostruzione, poi quella dello sviluppo economico) le tantissime morti in quello e negli altri stabilimenti genovesi (e nel resto d’Italia e nel resto del mondo civile e democratico: qualcuno ricorda Marcinelle e i lavoratori italiani morti in miniera?). Ancora – negli anni ’70 – il fiume inarrestabile degli “omicidi bianchi” testimoniato dalla stampa extra-parlamentare. E poi, negli anni successivi fino ad arrivare all’oggi, ancora morti, ancora incidenti, ancora, ancora… Ripeto, non ho statistiche sottomano, però non è sempre necessario giocare con tabelle e statistiche per percepire delle evidenze di fatto.
    La seconda domanda – collegata alla prima – è: tragedie come quella della Thyssenkrupp sono imputabili alla debolezza del movimento dei lavoratori, alla perdita della sua capacità di controllo sulle condizioni di lavoro, all’indebolirsi – in generale – delle sue capacità di lotta?
    Anche qui mi sentirei propenso a rispondere no. Durante i mitici anni ’70 non ricordo reazioni apprezzabili alle stragi sul lavoro. Certo eravamo decine di migliaia in piazza per la morte di un operaio. Ma quello era un “morto doc”, era Guido Rossa, colpito dalle BR per aver testimoniato a carico di un compagno di lavoro… Per il resto i combattivi CdF ci facevano scendere in piazza per aumenti e contratti. Per le condizioni di lavoro, poco o niente (a parte il cordoglio per le vittime), al massimo la richiesta di monetizzare i rischi, nella miglior logica “redistributiva” come la definisce W.B. in un suo recente articolo per UN.
    La terza domanda – e veniamo all’oggi – è divisa in due parti: le tragedie come quella di Torino possono essere direttamente imputabili alla scarsa preparazione tecnica dei lavoratori (pochi giorni di “formazione” e poi via in produzione) e/o all’inosservanza delle misure di sicurezza?
    Anche qui rispondo di no. Non c’è competenza o esperienza che possano proteggere da condizioni di lavoro proibitive. Lavoratori anziani, operai provetti sono stati falciati dagli omicidi bianchi esattamente come i neofiti, ieri come oggi. Sulle misure di sicurezza ci sarebbero poi da fare tutta una serie di considerazioni, mi limito per ora a rimarcare quello che tutti quelli che hanno avuto esperienze di lavoro – in fabbrica come nei cantieri – sanno perfettamente: l’inosservanza è determinata dai ritmi e dalle condizioni imposte dall’organizzazione del lavoro e dalle esigenze di “produttività”. Personalmente posso testimoniare che l’armamentario previsto per i lavoratori siderurgici (casco, scarponi, indumenti protettivi vari) avrebbe impedito quasi ogni movimento agli addetti agli altiforni ed ai laminatoi, con l’aggravante di temperature ambientali vicine ai 50 °C. Del resto basta considerare quello che è sotto l’occhio di tutti: le condizioni di lavoro di edili e ponteggiatori. Casco, imbragatura, moschettoni e corde di sicurezza candiderebbero il muratore “protetto” al licenziamento immediato per scarsa produttività.
    La quarta domanda, infine, è: possono le leggi sulla sicurezza (attuali o future) salvaguardare dalla pericolosità di certe condizioni di lavoro? Ovvero è sufficiente la corretta applicazione di norme rigide a garantire sicurezza?
    La risposta è ancora no. Siamo di fronte ad un apparato essenzialmente mistificatorio che mentre non incide minimamente sul dato strutturale dell’esasperata intensità produttiva (e come potrebbe?), scarica le sue conseguenze necessarie e nefaste sulle inadempienze e l’imprudenza delle vittime.
    Terminate le domande, passo alle brevi riflessioni.
    La prima è che le morti e le stragi sul lavoro sono un attributo strutturale dei processi produttivi. Sono implicite e scontate. Sono il prezzo da pagare alla logica del profitto. Non è possibile immaginare lavoro “pulito” in una concezione delle attività produttive malsana, dove il lavoratore è semplicemente un attrezzo o, al più, un macchinario, del quale ci si prende cura solo in termini di utilizzo spinto ad esaurimento (o alla rottura), convenienza e facilità di rimpiazzo.
    La seconda è che gli omicidi bianchi sono solo la punta dell’iceberg, le malattie professionali invalidanti e/o mortali fanno (e sempre hanno fatto) strage di lavoratori in misura ben maggiore, anche se con minore impatto mass-mediatico.
    La terza infine, molto banale anche se spesso dimenticata, è che il lavoro in sé, nella società e nella produzione capitalista, è costante annichilimento di vita umana, esaurimento delle risorse psicofisiche del lavoratore, riproduzione del capitale a cui è totalmente subordinata (in modo quasi incidentale) la riproduzione della forza-lavoro, in quanto, appunto, solo forza-lavoro e non vita umana.
    Guido Barroero USI-AIT LIGURIA

  23. Grazie 1000 per la pubblicità.
    Ho riscontrato che è veramente impossibile dialogare, senza scadere nella polemica piu’ sterile. D’altronde nulla di nuovo sotto il sole : tutta roba vecchia.
    Se poi qualche lettore volesse esprimere il suo parere, è riportata a caratteri ben visibili, la email riferita al mio sito, per cui ognuno ne ha facoltà. Poi è cosa risaputa e nota che ogni sito internet, è ben diverso per concezione, da ogni blog.
    Questo per suo chiarimento.

  24. Ringrazio il signor Gatti per aver fatto notare ciò che a me sembrava evidente: nella logica di una discussione anche aspra il ricorso sistematico all’insulto è indice di scarso rispetto nei confronti degli altri (del diretto interlocutore, ma anche di chi è abituato a vedere su questo blog confronti anche accesi ma mai così sgradevoli) e delle loro idee. Personalmente, in un anno e passa di frequentazione di “Vino al vino” ho sempre espresso tranquillamente le mie idee, sostenendo discussioni anche “vivaci” senza che mai uno che sia uno dei miei interlocutori sentisse il bisogno di darmi dello stupido, dell’estremista, del livoroso o di bollare le mie idee e le cose che scrivo come “scempiaggini”. E senza che io arrivassi a deridere – per reazione, chiaramente, e senza mai scendere comunque a certi livelli – il mio interlocutore come mi sono trovato, senza alcun piacere, a dover fare (e qui colgo l’occasione per scusarmi sinceramente con tutti gli altri) in questi giorni. Questo è un fatto. E di questa cosa mi è testimone proprio Franco Ziliani, persona dalle idee vicine a quelle dell’autore degli insulti sopra riportati ma dal livello di tolleranza indubbiamente più elevato e da tutt’altro grado di educazione.

    Ringrazio quindi nuovamente il signor Gatti e dico a Vignadelmar, Dottori, Enyo e quanti altri si sono trovati in questi ultimi giorni a intrattenere piacevoli discussioni con un lettore in particolare di riderci sopra: chiunque sia dotato di un minimo di buon senso sa che le loro non sono scempiaggini. Come del resto non lo sono neppure quelle del caro amico e collega di Ziliani, che sarebbe sicuramente una persona piacevole con la quale interloquire – pur nell’ottica di una legittima diversità di opinioni – se solo non fosse carica di spocchia e di odio per qualsiasi cosa o persona che abbia qualcosa a che fare con il comunismo, la sinistra o anche solo questo centrosinistra che, anche se lui finge di non saperlo, non ha niente, assolutamente niente a che spartire con le prime due categorie.

    P.S. – Signor Gatti, per quanto riguarda il “taccia”, l’ho immediatamente seppellito sotto una grassa risata, ché non sono avvezzo a prendere ordini da nessuno, diversamente da altri.

    Adesso vi lascio perché io, che mi sono sentito dire che “non porto rispetto all’argomento serissimo del dibattito”, devo andare ad organizzare uno sciopero per rivendicare il diritto dei lavoratori metalmeccanici a un salario appena dignitoso e a lavorare in sicurezza. A non più di un paio di chilometri dal forno crematorio della linea cinque della Thyssenkrupp.

  25. Caro Gatti,
    leggendo i suoi incomprensibilmente astiosi interventi (non mi sembra ci siamo mai incrociati prima su queste pagine nè altrove e della cosa, alla luce delle sue parole, mi rallegro) desumo che lei ragiona nello stesso modo dissennato con cui usa le maiuscole: le quali, lo dice la grammatica italiana e non io, si usano solo per i nomi propri e non per sottolineare enfaticamente il valore etico di parole e concetti.
    In tutta onestà poi, e con lo stesso rispetto che ho per chiunque, non vedo perchè aver lavorato in fabbrica dovrebbe rendere certe persone più degne o qualificate di altre e quindi perchè mi rinfacci di non averci trascorso neppure qualche ora. Lei, poi, che ne sa? Comunque, se lei lo a fatto, a giudicare da ciò che dice e come non resta da chiedersi perchè non ci sia rimasto, nonchè sperare che lo faccia presto.
    Le scuse che ho fatto erano rivolte agli altri frequentatori del blog, costretti a sorbirsi le nostre lagne (più le sue che le mie, spero) e non certo ai sue due comparagni (crasi tra compari e compagni) di sventura ideologica. E’ comunque sotto gli occhi di tutti che sono stato io a essere “democraticamente” (“d” minuscola, se lo ricordi) attacato per le mie opinioni e non il contrario.
    Vorrei fermarmi qui per avere il piacere di non aver più a che fare con lei, ma non posso tacere un’ultima puntualizzazione: o lei non sa leggere o dovrebbe spiegare a me, nonchè a chi altro, annoiatissimo, ci legge, quando e come io avrei fatto “politica e ideologia spicciola sulla morte di sette giovani ragazzi”. Questi sette morti (il fatto che fossero giovani può essere un motivo di dolore in più, ma non vedo la differenza se si fosse trattato di sessantenni) meritano, come tutti i morti, lo stesso rispetto degli altri. Qui si discetta del problema degli infortuni sul lavoro, non dei morti più morti degli altri. Non ci sono morti di serie A e di serie B. Solo quelli come lei, accecati dal paraocchi e imbevuti di ideologia anche quando vanno dal barbiere, fanno delle differenze.
    La lascio alle sue etiliche divagazioni e la saluto cordialmente.

    Stefano Tesi

  26. Caro Crosta,
    sì, condividevo il tuo punto di vista, ma volevo anche sottolineare come talvolta il comportamento “non regolamentare” del dipendente non sia dettato da un illuminato buonsenso, tendente a migliorare in pratica (come nel tuo caso delle cuffie) ciò che in teoria si vuole sancire, ma una voglia di disobbedienza o di semplice menefreghismo che spesso rende disarmato il datore di lavoro, il quale ha difficoltà ad “obbligare” concretamente il dipendente ad rispettare le norme stesse. Butto lì un esempio a caso preso dall’agricoltura: la maschera per proteggere gli occhi e il viso durante il lavoro con una motosega o un decespugliatore. E’ come il casco per gli adolescenti in scooter: fa caldo e alla fine non la si porta, o la si porta con la visiera sollevata, rendendone vano l’uso. Se però succede qualcosa di brutto, è difficile che il dipendente passi dei guai, mentre ne passo io per omesso controllo. Eppure il mio mestiere non dovrebe essere di fare da sceriffo agli operai, cosa che potrebbe essere tacciata di comportmaneto antisindacale. In pratica, in sostanza, le cose sono spesso più sfumate e complesse che in teoria.
    Sia chiaro, si parla in generale e non nello specifico, quindi non mi riferisco al caso di Torino. E’ vero, è surreale dover parlare delle cose sempre “dopo”. Ma il prima come ho detto è sempre complesso e articolato e io vorrei comunque vedere le conclusioni della magistratura prima di dare colpe personali troopo generiche.
    Saluti,

    Stefano

  27. Scusi, Gatti, mi sento un po’ in causa quando quota Marco e me al 100%. Nella CGIL ce l’abbiamo messa tutta, mi creda, ma non basta. Come i miei titolari (i “padroni”) sempre ce l’hanno messa tutta, e infatti ci e’ sempre andata bene. Io adesso lavoro in cantieri di costruzione di impianti chimici e centrali termiche in Polonia da 12 anni. Safety First e’ scritto sui cartelli, e in effetti la Sicurezza da noi ha poteri straordinari, anche di buttare fuori dal casntiere chi vuole, solo se ha il sospetto che non rispetti le norme di sicurezza. Lo so perche’ tre anni fa ho dovuto piangere in ginocchio con l’ing. Pavan della Tecnimont (un uomo eccezionale, una vera sicurezza, 5 milioni di ore di lavoro in un cantiere senza un incidente) per far rientrare il mio amico Zbigniew Kepinski allontanato per essersi tolto gli occhiali per leggere un disegno sull’impianto. Doveva prima tornare in ufficio. Sul posto non era consentito togliere gli occhiali… Non sto esagerando, sig. Gatti. A volte sembriamo esagerati. Ma non c’e’ nulla di esagerato per evitare gli incidenti. E le malattie. Bisogna mettere al primo posto la sicurezza, istruire il personale a prerstare i soccorsi, ad evitare le situazioni di pericolo, a segnalare senza paura, anzi premiandoli, i problemi. Noi davamo 200 euro per ogni segnalazione. La busta paga deve comprendere una parte legata alla sicurezza, diciamo il 10%, tanto per cominciare. Cioe’ se nel corso del mese non si sono ricevute note di demerito da parte degli ispettori della sicurezza, la paga rimane la stessa. Se ti hanno beccato una volta a fare il furbo, mettiamo senza casco, 10% in meno. E la seconda volta, fuori dal cantiere! Alla terza, licenziamento. Bisogna essere severissimi, anche con i nostri colleghi, per il bene delle loro famiglie che non sanno che il loro papa’ rischia la vita a volte da irresponsabile, per far vedere… che sa lavorare. Percio’ non ho nulla contro Stefano Tesi, anzi! Abbiamo bisogno anche di pareri diversi da quelli ormai codificati, standardizzati, perche’ non c’e’ nulla che va evitato in fatto di sicurezza del lavoro. Anche Stefano Tesi ha detto cose molto interessanti, basta aver voglia di leggerle, come ne ho avuto voglia io. Non litigate sulla sicurezza, mi dia retta. Non serve a nessuno, anzi squalificherebbe la discussione. Abbiamo bisogno di tutti.

  28. Stefano, ognuno di noi se lavora in un gruppo di persone deve anche fare, costi quel che costi, in tema di sicurezza, lo sceriffo di se stesso e degli altri. A me e’ capitato una volta sola in 37 anni di lavoro di andare a staccare l’interruttore generale di uno stabilimento perche’ quattro coglioni che ci lavoravano non ci sentivano a smettere seduta stante di lavorare in condizioni che ritenevo pericolose e ridacchiando da scemi non si decidevano di applicare le procedure per una fermata dello stabilimento senza danni alla produzione. Certo, bisogna essere coscienti della responsabilita’ che ci si assume, perche’ interrompere una produzione e’ sicuramente un danno. Bisogna essere ben preparati per decidere se e’ un danno che purtroppo va provocato onde evitare tragedie. I VVFF lo fanno, e fanno scuola, l’hanno certamente fatta anche a Torino alla Thyssen, percio’ attendo il seguito delle indagini per capire meglio, il processo, la sentenza. Si fa in fretta a etichettare di criminale questo o quello, di irresponsabile questo o quello, mentre bisogna capire che la sicurezza sul posto e’ compito di chiunque si trovi in quel posto. Compito, non optional, ho scritto compito! Di fronte al pericolo l’autorita’ in stabilimento non e’ ne’ il capo, ne’ il padrone, ne’ il sindacalista, ma il proprio istinto di sopravvivenza. Chi lo reprime poi rischia di far la fine di quei nostri sette colleghi, poveretti, troppo stanchi per non bruciarsi la vita, ma nessuno si e’ preso la briga di mandarli a casa. A questo nessuno la coscienza bruciera’ in eterno.

  29. @Mario
    bravo Mario, nel tuo intervento delle 13:54, sebbene su una tematica diversa hai espresso pacatamente qualcosa di simile a ciò che ho scritto nell’ultimo intervento del post su Petrini. Abbiamo bisogno di tutti.

  30. @ Roberto
    grazie. Non e’ che concederesti magari un po’ della tua proverbiale saggezza anche al difficile tentativo del comune amico Franco di sopportare quelle frecciatine e quel tentativo costante di rissa che i tuoi amici da una manciata d’anni residenti in Alto Adige (ma che si spacciano come se fossero degli altoatesini di lunga tradizione) ormai distribuiscono a piene mani come al solito anche qui? Abbiamo bisogno di tutti anche a Bolzano, ma non capisco come mai si litighi per affermare il loro primato della conoscenza di una zona proprio da parte di chi non c’e’ nemmeno nato e vorrebbe invece bagnare il naso perfino a chi la conosce meglio di loro, o che quantomeno non ha sugli occhi le stesse fette di speck…

  31. @Mario
    se ti riferisci a étranger, l’ho conosciuto e ci ho passato alcune ore insieme, e ti posso assicurare che è una persona in gamba, ha il solo limite (che è lo stesso di Franco) di essere una testa calda. Tiene tiene e poi si butta nella rissa (si fa per dire).
    Però credimi, lui è andato in AA/Sudtirol parecchi anni fa e ha studiato a fondo le problematiche etniche e non solo della regione, perché fa parte del suo mestiere. Non è né andato a fare il turista né a fare “altro”. E’ un impegno che si è preso, ci lavora da anni, conosce i politici locali personalmente e l’aria che si respira nelle diverse zone altoatesine (perché come ben saprai fra Bolzano, Merano e Bressanone, solo per dire tre città importanti che conosciamo, la storia è ben diversa). Questo non vuol dire che non possa sbagliare, la diplomazia non è forse il suo forte, ma mi sembra abbia sufficiente intelligenza e perseveranza in quello che fa, che io apprezzo perché il fine è assolutamente condivisibile.
    Sulla questione evasione direi che le statistiche, lo sappiamo bene, vanno prese sempre con le pinze. proprio ieri, mi sembra sul TG di Italia1, dicevano che in Italia nel 2007 il settore dei commercianti ha registrato il record dell’evasione toccando il 69%. Questo, stando alle statistiche dovrebbe significare che quasi due su tre non rilasciano scontrino fiscale. A Roma, su decine di bar, ristoranti e negozi di abbigliamento, fino ad ora mi è capitato un paio di volte.

  32. Faccio mie le parole di Mario Crosta che, in questa triste vicenda, cercano di mantenere la discussione sull’unico piano accettabile da tutti: quello di fare tesoro degli errori commessi (nessuno è immune) e di usare sempre il buon senso, finalizzandolo al miglioramento in materia di sicurezza antinfortunistica.
    Non ho certo l’esperienza di Crosta, ma essendomi occupato come responsabile della sicurezza, da una ventina d’anni, di queste tematiche in magazzini frigoriferi ad ammoniaca, assicuro che tenere basso il livello di rischio richiede una costante ed impegnativa opera di analisi, formazione ed informazione, unita a controllo puntuale ed a tanta fortuna.
    Il problema si accentua poi in misura notevole in occasione di interventi spot realizzati da ditte esterne, le cui maestranze devono venire spesso marcate a uomo.

    Trasformare la sicurezza in un dibattito ideologico, da qualunque parte la si voglia interpretare, contribuisce più ad inasprire gli animi che alla soluzione dei problemi.

  33. Toselli, sei forte! Meriti una dritta: le cabine con i contatti elettronici e con i fusibili vanno raffreddate da ventilatori adatti. Dai 47 ai 50 gradi di temperatura ambiente come accade in meridione in alcune giornate anche sotto le tettoie, i frigoriferi lavorano come gli “attributi” su una lama di rasoio per cio’ che concerne la sicurezza. Bello quel tuo “marcare a uomo”… rende perfettamente l’idea. Ma in agricoltura ci sono purtroppo non solo gli uomini, ma anche i bambini che finiscono sotto i trattori. In agricoltura e in edilizia ci sono troppi ragazzini, maltrattati, malpagati, assolutamente ignoranti di ogni loro sacrosanto diritto, non educati alla sicurezza, e nei laboratori clandestini cinesi quando uno muore non lo denunciano nemmeno e lo seppelliscono in gran segreto per dare il suo passaporto ad un altro poveraccio, che si somigliano tutti. Madonna, che grande problema che abbiamo da risolvere!

  34. ringrazio il fraterno amico Roberto Giuliani per i suoi saggi interventi, ma temo che nell’ultimo abbia un po’ esagerato (capita anche alle persone equilibrate come lui) allorché scrive, riferendosi anche a me “ha il solo limite (che è lo stesso di Franco) di essere una testa calda. Tiene tiene e poi si butta nella rissa (si fa per dire)”. Testa calda non credo mi si addica, preferisco polemista in servizio permanente effettivo…

  35. Quello della sicurezza sui luoghi di lavoro diventa un “dibattito ideologico” quando (come regolarmente accade) i datori di lavoro trascurano l’importanza della vita dei lavoratori rispetto alla redditività e al profitto. L’incredibile, insostenibile, incivile, ingiustificabile cifra di millequattrocento morti all’anno non lascia alcun dubbio a riguardo. Come non lascia dubbi la realtà emersa dai primi sopralluoghi effettuati dall’Asl in Thyssen: 32 estintori non funzionanti, oltre 160 violazioni delle norme di sicurezza, accertamento di notevoli differenze tra le disposizioni adottate a Terni (stabilimento che continuerà a produrre) e quelle adottate a Torino, impianto prossimo alla chiusura. E’ chiaro che, come io stesso ho scritto, anche il Governo, il sindacato e gli stessi lavoratori hanno grosse responsabilità nella mancata risoluzione di un problema contaddistinto da un grosso deficit culturale, sul quale mi sembra di trovare quasi tutti concordi. Ma mi pare evidente che le maggiori responsabilità non si possano non attribuire a chi fa di tutto per mantenere il livello salariale a livelli insostenibili, chiedendo nel contempo maggiore flessibilità e più straordinari e risparmiando sull’adozione delle misure di sicurezza. Mi piacerebbe infine che in questo ragionamento venisse presa in considerazione la variabile precarietà, condizione che regolarmente costringe il lavoratore ad accettare quelsiasi cosa (orari prolungati e rischi inclusi) nella speranza di vedersi assumere definitivamente o quantomeno prolungare il contratto: una statistica ha evidenziato come l’incidenza degli infortuni sia 5 (cinque) volte superiore in presenza dei contratti “atipici”.

  36. Egr. Sig. Tesi,
    le assicuro che nelle mie parole non c’è alcun astio, ma solo indignazione, per le offese che lei ha espresso nei suoi primi interventi, verso persone che la pensano in maniera diversa da lei. La tolleranza delle idee altrui è sintomo di saggezza e di ” Democrazia “, una parola che riscrivo con la D maiuscola appositamente, in quanto nessuno di noi ha il dirito di abusarne e/o approfittarne. Ma mi creda, io non la conosco assolutamente, ed il giorno che deciderò di andare a lavorare in fabbrica, ne sarò lieto ed orgoglioso, ma sicuramente non verrò a chiedere il suo parere e/o autorizzazione. Ma al di la delle polemiche, che a mio avviso sono sempre sterili, se i problemi seri come quello dibattuto, non vengono affrontati con pacatezza d’animo, senza ideologie di parte, si rischia di non portare alcun contributo alla giusta causa che, credo sia quella della tutela dei lavoratori ( non solo quelli in fabbrica, ma in ogni dove ). Con cordialità e senza problema alcuno, buona serata.
    P.S. ) @Ziliani
    Per quale motivo ha tagliato l’ultimo mio intervento, nel quale rispondevo a lei per l’affermazione sulle migliaia e migliaia ( scritto con sarcasmo gratuito ) di lettori del mio sito ?
    Risposta di Ziliani: di pubblicità (gratuita) – e lei sul suo sito credo che i banner pubblicitari non li regali – ne ha già avuta fin troppa con la segnalazione del suo spazio Web su questo blog. La generosità non é infinita…

  37. il mio intervento sugli operai “caduti” alla Thyssen-Krupp non voleva assolutamente innescare alcun dibattito ideologico. Mi premeva solo rendere omaggio al loro sacrificio ed esprimere il mio sgomento per queste morti annunciate. Ma nella polemica, a volte un po’ eccessiva, che si é innescata, questa mia intenzione é passata in second’ordine. La ribadisco qui, con forza, con lo stesso smarrimento e orrore che queste morti, che questo sistema del lavoro che comporta morti sul lavoro a ripetizione, non può che suscitare in ogni persona dabbene

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