Pin up d’antan in etichetta per vendere vino: anche questo è marketing?

Beh dai, non possiamo mica lamentarci se facciamo un confronto tra la Duca di Salaparuta che come ho scritto (leggi) ha scelto di dotarsi di una spettacolare testimonial per il lancio del proprio Brut Riserva, realizzando una raffinata campagna pubblicitaria, e quanto fatto da una sorta di joint venture californiana tra wine e show business, che per cercare di vendere dei pintoni da un litro e mezzo di “delicious Bordeaux blend of cabernet sauvignon, petite verdot, syrah and malbec (…)a beautiful, rich wine with flavors of black cherry, vanilla and a touch of chocolate. The light tannins and medium body give way to a long, fruit filled finish” é ricorsa nientemeno che una celeberrima ma ormai stagionatissima pin up!
Invece, come ha ben sottolineato (vedi) l’ottimo wine blog neozelandese Serious about wine – ovvero Wine Packaging, Design & Marketing Inspiration – poiché per alcuni produttori ed enologi “quel che appare in etichetta è più importante di quel che c’è dentro la bottiglia”, eccoci di fronte a questa malinconia e patetica più che scandalosa trovata (forse pensata per sessanta-settantenni un po’ bavosetti, nostalgici degli anni Cinquanta in cui le Blond Bombshells come Marylin Monroe e Jane Mansfield avevano fatto battere, forme generose tutte curve abbondantemente svelate nelle foto, i loro cuori) che vede sulle etichette dei vini far “bella” mostra di sé una delle bombshell d’antan, ovvero Mamie Van Doren, al secolo Joan Lucille Olander, nata nel 1931 (sito).
Immagini, come dice impietoso Serious about wine, che ritraggono Mamie sia quando aveva 21 anni ed era uno splendore, sia oggi, che diciamo non è più quella di una volta, abbondantemente e pesantemente ritoccate, anzi “Photoshopped“.
Mi sembra quasi maramaldeggiare e sparare sulla Croce Rossa, le immagini sono eloquenti e danno già abbastanza tristezza, bollare questa trovata delle Mamietage labels come le definiscono, etichette che presentano una parte che si può strappare (peel away) e rivela, come in uno strip tease, le un po’ stagionate grazie di Mamie.
E altrettanto inutile parlare dei vini, da uve della Alexander Valley imbottigliate dalla Armida winery (sito) di Healdsburg in California.
Se vorrete Enjoy the Spirit of Hollywood e dotarvi di queste “limited edition bottles of the Mamie Van Doren Collection of wines”, sul sito Internet dedicato (vedi) nonché su sito e myspace blog di Mamie (vedi e vedi ancora) potrete trovare, nel caso, tutti i dettagli utili.
Se gli Hollywood’s Golden Age of the 50’s, con l’annuncio della sexual revolution vi intrigano, ovviamente a scopo intellettuale, perché siete dei patiti del cinema e del costume dell’epoca, prego accomodatevi ed i tre magnum magnum con le etichette di Mamie, che potrete eventualmente farvi individualmente numerare e dedicare, saranno vostri a soli 300 svalutatissimi dollari.
Sono gli States, certo, amerikanate, un marketing del kitsch e del cattivo gusto, ma non mi stupirei più di tanto se in Italia prima o poi qualcuno “sbattesse” in etichetta le fascinose Pampanini, le Mangano o le Loren, o piuttosto la Cicciolina o la povera Moana Pozzi, magari su un Frascati, un Lambrusco o su un’esuberante Falanghina: cosa non si fa, al giorno d’oggi, per vendere!

6 pensieri su “Pin up d’antan in etichetta per vendere vino: anche questo è marketing?

  1. Caro Franco,
    da buon italiano sai che nei nostri connazionali il viagra ideologico è assai più efficace di quello farmacologico e che da noi le icone della politica (vedi la pertinace enfasi con cui si tiene in vita un simbolo per contenuti e significati stradefunto come la falce e il martello, e/o l’orrore mediatico che suscitano gli ormai inoffensivi fasci littori inalberati da qualche nostalgico ultraottuagenario) hanno la meglio perfino su quelle del sesso.
    Per questo dubito che le sexy-etichette del vino possano trovare da noi un significativo spazio, mentre è assai esplicita la circostanza che le etichette dedicate a Hitler, Mussolini, Stalin, Lenin, Togliatti, Guevara, Castro e via cantando abbiano suscitato a lungo non solo l’interesse dei sociologi, ma soprattutto quello dei consumatori, decretando il successo commerciale del prodotto.
    Ciò premesso, credo che nessuno possa oggi dubitare che, e non da oggi, quella del vino sia un’industria a tutti gli effetti e che pertanto anche ad essa gli strumenti del marketing, signorine discinte incluse, possano e in qualche misura debbano essere applicati.
    Non credo ci sia da meravigliarsi, se non nella stessa misura in cui la gente passa i weekend al centro commerciale anzichè al museo o al mare e in cui i pensionati vanno a passeggiare all’hard discount invece che ai giardinetti. La nostra è una società consumistica di cui tutto ciò che è istigazione al consuno in quanto tale, cioè gratuito, è parte integrante. Nascondersi dietro alla foglia di fico che esistano minuscole nicchie in cui, anche nel settore del vino, tutto ciò non è vero, significa mettersi il prosciutto sugli occhi.
    La settantasettente Mamie messa in posa sexy su una bottiglia di orrido vino simboleggia perfettamente l’avvenuto e definitivo trapasso del vino stesso nel novero dei prodotti di largo consumo.
    Indignarsene mi parrebbe esagerato. E’ solo molto ovvio, molto triste e molto lontano dai miei, e immagino i tuoi, valori di riferimento.
    Del resto, in un mondo in cui il non consumare, equivalente al risparmiare, è proposto non come un modello di stile di vita da imitare ma come un disvalore da combattere, che vuoi aspettarti? Vedrai che anche dai noi, nella società omologata, il vino autoerotico si ritaglierà il suo bello spazio commerciale così come le creme antirughe per gli uomini, gli spettacoli di spogliarello per le donne, il Dolcetto con la macedonia, i bambini con due mamme e nessun babbo e viceversa, etc.
    Rassegniamoci. E soprattutto teniamo duro finchè ce la facciamo. Senza allusioni leghiste, visto l’argomento, eh?
    Ciao,

    Stefano

  2. Caro Stefano, lo confesso subito, prima che qualche “spiritoso” arrivi a dirlo, seppure scherzosamente. Ho pubblicato queste etichette, un clamoroso esempio sexy-kitsch, molto più kitsch che sexy, per migliorare l’audience, per aumentare il numero delle visite e titillare gli istinti più bassi dei miei lettori, oltre che i miei, ovviamente… 🙂 Perché l’uomo, anche se ascolta Bach e legge Dante e Shakespeare e Goethe, é una bestia… 🙂

  3. Non ne dubitavo, non ne dubitavo. Lo diceva anche Bearzot, no? “L’uomo non è di legno”. Potrebbe essere l’avvio di una bella inchiesta sulle etichette-kitsch, sexy o non sexy che siano.
    A presto,

    Stefano

  4. Sciùr Franco, questa é una pura operazione commerciale sullo stile del vino di Elisa di Rivombrosa che vendono ai turisti nel castello di Aglié (TO)….di marketing non c’é traccia.

  5. buongiorno, ho incontrato casualmente questo interessante spazio dedicato al vino.ci sono tantissime notizie ed informazioni , bravi.
    a proposito di etichette vorrei segnalare un prodotto che avevo visto in california e che adesso è in vendita anche in Italia, è un adesivo che permette di staccare l’etichetta in modo semplice ,per chi fosse interessato http://www.ricordodelvino.com

    grazie e vi seguirò con attenzione

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