Riforma Ocm vino: impossibile essere soddisfatti!

Qualche tempo prima di Natale è stata approvata, dopo un lungo ed estenuante lavoro di trattative (leggasi compromessi, in molti casi nemmeno molto dignitosi) la riforma dell’Ocm vino che regola per i prossimi anni a livello comunitario il mercato del vino in Europa.
I risultati cui si è arrivati sono a dir poco deludenti e l’impressione diffusa è che non si sia voluto cambiare nulla per lasciare le cose come sono e per non turbare/intaccare gli interessi di molti. Sicuramente non dei viticoltori più seri. Sicuramente non dei consumatori.
Di questa riforma autentica occasione perduta per cambiare davvero le cose, parlo in questo articolo (leggete qui) pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. Associazione Italiana Sommelier. E voi cosa ne pensate? 

0 pensieri su “Riforma Ocm vino: impossibile essere soddisfatti!

  1. Sembra incredibile che faccia cosi’ fatica a farsi strada la nozione per cui il miglior aiuto al settore del vino (a qualsiasi settore produttivo) e’ nessun aiuto. Di questa famosa riforma mi interessava soprattutto un punto, la durata dell’attuale regime medievale dei diritti d’impianto. Ebbene sembra proprio che dovremo cuccarci questo sopruso ancora per piu’ di dieci anni (e’ evidente che se ci sara’ un periodo in cui l’attuale regime vincolato sopravvivera’ “in ambito nazionale/regionale”, noi in Italia ce lo beccheremo per intero).
    Eppure non sarebbe difficile da immaginare: pianti viti e vinifichi chi vuole, ossia chi puo’, dopo di che chi ha filo tessera’.

  2. E noi continuiamo a pagare questa gente che perde anni di tempo per concludere nulla?
    E’ tutto un “verifica fra cinque anni”, “monitoraggio fra tre anni” ……campa cavallo!
    Una sola cosa buona riesco a vedere: l’obbligo di vinificazione di DOC e IGT nelle zone di produzione: ma sarà poi vero? Non è che anche lì ci sono eccezioni e verifiche “fra 10 anni”?

  3. perbacco, possibile che la scandalosa riforma dell’Ocm vino partorita dagli euroburocrati non scateni la discussione che meriterebbe? Aveva proprio ragione chi annotava, credo ieri, che é ancora lontano il risultato di innescare su questo blog, con temi di dibattito seri come questi, le discussioni e gli interventi (a volte un po’ logorroici) in serie che nascono invece quando Franco se la prende con i politici altoatesini con stipendi da nababbi o con i politici alla monnezza campani… perché queste “enoriflessioni” serie non appassionano e non nuovono la discussione?

  4. Mario, lo zuccheraggio non tocca l’Italia. In che senso abolirlo (per i paesi dove e’ ammesso) produrrebbe gli unici “seri effetti tangibili” che possiamo sperare?

  5. Le questioni sono complesse e gli interessi che si intecciano talmente intricati che i legislatori stessi si devono essere resi conto che non era possibile districarsi da un ginepraio simile senza combinare inconsapevolmnete qualche ingiustizia o disastro economico a qualche parte in causa,non vedo altra spiegazione.E’fin troppo facile invocare norme liberiste,in cui in teoria il buon senso indicherebbe la strada più logica seguire ma quali sarebbero poi le conseguenze?Questo è il nocciolo della questione ed anche il motivo per cui un argomento del genere apparentemente non appassiona,qui davvero bisogna essere degli equilibristi abilissimi per dibattere simili questioni seriamente senza rischiare di cadere nella banalità.

  6. Verissimo, Cristiano, bisogna essere degli abilissimi equilibristi; ma non sono sicuro che il rischio in caso di perdita dell’equilibrio sia semplicemente quello di cadere nella banalita’; ho l’impressione che l’altro rischio presente sia quello di suggerire ricette per il disastro economico di qualche parte in causa. Va detto pero’ che quando un settore va ristrutturato (e mi pare che siano in parecchi a sostenere che il settore del vino abbisogni di una sterzata) in genere non si guarda troppo in faccia alle vittime che si creano, e non c’e’ bisogno di essere Margaret Thatcher per questo.
    Sarebbe interessante pero’ cercare di dare una risposta seria e approfondita alla tua domanda su “quali sarebbero poi le conseguenze” di una strada iperliberista. Veramente, mi chiedo anch’io: chi avrebbe da perderci e perche’?

  7. E’ stato un compromesso al ribasso. La bozza della commissaria europea era discreta, e si cominciava a mettere mano a due enormi distorsioni: la fine del regime dei diritti di reimpianto (che ormai sembra prorogato ad altri 10 anni sostanzialmente) e la fine degli aiuti alla distillazione che assorbono qualcosa come 400 milioni di euro l’anno e che in sostanza hanno perpetuato delle produzioni di bassa qualita’ che in assenza di questo contributo sarebbero probabilmente gia’ scomparse. La storia dell’arricchimento con zucchero o MCR non ha nulla a che vedere con la qualita’ presunta dei vini, ma e’ anch’essa un braccio di ferro sui contributi. Chi se ne frega dell’arricchimento in realta’?
    Il problema vero, della viticoltura ma anche e sopratutto dell’agricoltura in generale sono i contributi. Sono il male che impedisce a questo settore di diventare sano e trasparente. Si pensa di fare bene ma si soffoca un settore cosi’ vitale. Un piccolo esempio, un mio conoscente che ha un azienda in cui in pratica lavora solo lui e fa grano, a giorni ricevera’ il suo contributo annuale di oltre 100.000 euro, con i quali portera’ l famiglia in vacanza in qualche isola tropicale. Ha senso tutto questo?

  8. Ha ragione chi sostiene che è molto difficile affrontare problemi simili in un blog. Si rischia di fare molta confusione. Una parola, però, la voglio dire di fronte a queste tensioni iper-liberiste. E la voglio dire da agricoltore che ha sempre criticato la Politica Agricola Comunitaria, nonché la riforma dell’OCM vino (partecipando anche una manifestazione a Montecitorio il 17 marzo scorso e diffondendo alcuni appelli contro la stessa).
    E’ assolutamente folle credere di poter avere una agricoltura di qualità senza sussidi pubblici. Il problema della PAC non sono i sussidi ma sono le modalità con cui essi vengono erogati, che rispondono alle forti pressioni di lobby degli agro-industriali più che agli interessi dei consumatori e dei piccoli agricoltori (che sono tuttora la struttura portante dell’agricoltura in Europa). Reclamare a gran voce il liberismo in agricoltura, cioé equiparare il cibo alle altre merci, è come chiedere di consegnare le chiavi della nostra alimentazione a grandi gruppi che produrranno cibo al più basso costo possibile. Certo, rimarranno le nicchie dei cibi “locali”, “biologici”, “tipici”, che però saranno gestite dagli stessi gruppi per accontentare una fascia di mercato alta, con prezzi inavvicinabili per la gente comune. Certamente la PAC costa alla collettività ed ha generato forti distorsioni. Non è lontanamente il migliore dei mondi possibile. Ma ha anche frenato l’uscita dal mercato di centinaia di migliaia di contadini che producono tuttora un cibo sano e di qualità.
    I problemi dell’ultima OCM vino sono molteplici. Ma certo non possono essere banalmente ricondotti alla mancanza di una impronta liberista. Anzi mi pare che, per quanto concerne le pratiche in cantina, il problema sia esattamente l’opposto. Si può reclamare a gran voce la completa libertà di impianto, come fa Filippo Cintolesi, e potrei anche essere d’accordo su questo punto. Ma allora bisognerebbe vietare tutta una serie di pratiche enologiche che invece sono state fortemente liberalizzate: il liberismo a senso unico, infatti, porterebbe semplicemente all’impianto di vigneti in pianura, irrigui, con alte produzioni per ettaro, tanto poi in cantina si può arricchire, truciolare, immettere sostanze aromatiche, ammorbidire, equilibrare e costruire vini accettabili a prezzi concorrenziali sui mercati internazionali. Che è poi esattamente la strategia dell’attuale commissario. Tanto il vino è una merce come le altre, no?
    L’attuale riforma sarà anche un compromesso al ribasso ma certe pressioni “contadine” hanno perlomeno raggiunto l’obiettivo di ridurre l’impatto iniziale della riforma (erano previsti 400.000 ettari di espianti). Indovinate dove si sarebbbe spiantato… In pianura? O sui ripidi gradoni valtellinesi tanto cari a Ziliani?

  9. Io credo che la bozza iniziale di Marianne Fischer Boel potesse non piacere, ma aveva l’indubbio merito delle idee chiare e delle scelte logiche.
    Basta aiuti che fanno produrre tanto vino che nessuno berrà, basta zuccheraggi e, coerentemente, basta aiuti a chi produce MCR; basta col regime dei diritti di reimpianto e basta con il divieto di mettere in etichetta il vitigno da cui si ricava il vino, se questo è un vino da tavola. A la guerre comme à la guerre, au marché comme au marché.
    Sì ma poi chi lo dice ai produttori di mosto? Ai barbabieticoltori? Ai produttori di vini DOC che, non dimentichiamolo, dovrebbero essere di Qualità, oltre che prodotti in Regione Determinata e invece, si avvantaggiano di un nome che tira (Nebbiolo, ad esempio) per buttare sul mercato centinaia di milioni di ettolitri di vino che non può competere con un buon vino da tavola, fatto con criterio in quelle stesse regioni o addirittura fuori.
    Insomma, anche questa volta trionfa il gusto del compromesso e per carità: è lecito. Ma la smetta il presidente nazionale di Coldiretti di lagnarsi, visto che sono suoi soci anche i produttori di uve da taglio e di mosto, i barbabieticoltori e i vignaioli delle DOC da damigiana, o peggio, da autocisterna.
    Dov’erano lui e la sua associazione quando, con una scelta cui molti, affrettatamente plaudirono, venne creata la DOC Piemonte, in una regione che orgogliosamente decise di fare a meno della IGT? Piccolo particolare, quella DOC copre una piccola parte del sud Piemonte ed ha fornito un nome di sicuro appeal ed una DOC paracadute alle zone già più tutelate (in tutti i sensi) del panorama enologico pedemontano, lasciando fuori i due terzi della regione, scippandoli del nome… di tutta la regione!
    IL succo o la morale è sempre lo stesso: il compromesso che non piace è quello che non dà abbastanza alla lobby che si (auto)presume più forte, non quello che concede ai più deboli.

  10. Che piacere leggere il “mio” ottimo Michele Fino, già editorialista di WineReport e oggi impegnato Assessore all’Agricoltura in quel di Saluzzo, intervenire con un commento che condivido (e ci mancherebbe) dalla A alla Z! Quanto a Corrado, mi pare di capire che una forma di Agricoltura di Stato, a forte controllo statale, pianificata, con sussidi pubblici, con programmazione delle produzioni, non gli dispiacerebbe. Ma questo modello non é già clamorosamente fallito nei Paesi dell’ex blocco sovietico? Suvvia, senza arrivare al liberismo selvaggio, un po’ di sana economia di mercato, con un intelligente e non invadente controllo ministeriale (se al ministero ci fossero veramente degli esperti, invece di persone che io stesso giudicavo esperte e in questa vicenda dell’OCM vino si sono mostrate innanzitutto degli abili mediatori di interessi vari…) che regoli strategie e progetti, non stonerebbe proprio!

  11. Filippo Cintolesi, grazie dell’appunto. Bisogna ricordare che non stiamo parlando di una riforma italiana, ma europea e che lo zuccheraggio nell’europa centrale e’ ammesso per tutti i vini. Per i VQPRD andrebbe secondo me evitato, perche’ e’ inutile e si usa solo per i vini deboli, piuttosto che declassarli. Ci sono degli ottimi vini tedeschi che non superano gli 8 gradi, ci sono vini al confine tra Austria e Cechia che senza zucchero arrivano gia’ a 13. Lasciamolo pure per i vini da tavola (tra cui gli IGT), ma selezioniamo un po’ meglio i VQPRD, questo e’ quello che proporrei. Non leggo pero’ tue osservazioni alla seconda parte del mio brevissimo commento, quindi spero nella tua approvazione…

  12. Corrado Dottori, ovviamente io auspico l’abbattimento di protezionismi e corporativismi in agricoltura, non certo quello di una regolamentazione avente come fine la tutela della salute e della qualita’. Liberta’ di impianto si’. Licenza di chiamare vino un intruglio, ossia di frode in commercio, chiaramente no.

    Incidentalmente, a proposito di vigneti in posizioni di fondo valle, sono in grado (non ora che’ mi trovo fuori sede, ma la prossima settimana si’) di pubblicare qualche foto di vigneti ATTUALMENTE esistenti (quindi impiantati e condotti nel regime vincolato) in posizioni che definire di fondo valle e’ un eufemismo. Posso segnalare la loro posizione gia’ ora, descrivendola. Nel territorio del Chianti Classico, tanto per fare un esempio, si vada lungo la provinciale 408 da Pianella a Gaiole. Poco dopo Pianella, sulla sinistra si potra’ ammirare praticamente lungo il fiume Arbia un bel vigneto (piu’ o meno in corrispondenza, dall’altro lato, ovviamente in pendio e a solatio, di San Giusto a Rentennano). Si prosegua e dopo circa un chilometro se ne vedra’ un altro (piu’ o meno in corrispondenza, sull’altro lato, sempre in pendio e a solatio ovviamente, dei vigneti di Rocca di Montegrossi). Se si vuole raggiungere il colmo, si percorra la magnifica strada che da Vagliagli porta a San Fedele e poi a Radda, passando per l’Aiola. Dopo San Fedele, poco prima di arrivare a San Giusto in Salcio, in una buca totalmente a bacìo, sulla destra lungo il borro, si trovera’ uno stretto e lungo vigneto che io mi domando quante ore di sole diretto veda (in questa stagione probabilmente si conteranno i minuti). Sarei curioso di sapere che strada prende l’uva di quelle vigne. Chissa’ quanti altri esempi (quelli citati si trovano nello spazio di pochi chilometri) sarebbe possibile fare.
    Come si vede l’attuale regime blindato non garantisce assolutamente nulla, al contrario impedisce ai non pochi che dispongono di terreni in posizione vocatissima, di coprirli adeguatamente di viti in modo da poter raggiungere una massa critica di vino che li possa rendere dei partecipanti al mercato plausibili, anziche’ doversi accontentare di francobolli di quote di impianto che ne fanno dei microbi.
    Lasciateci liberi di fare, e di comunicare, con l’unico vincolo della VERITA’ (ma che sia enforced veramente!), e vedrete che la qualita’ media di vino, e con essa la forza del settore, salira’.

  13. Franco, posso capire che parlare oggi di politica economica, di fronte al pensiero unico neo-liberista, cioé alla ideologia del terzo millennio, risulta tremendamente difficile. Una ideologia-religione per cui ormai chiunque provi a fare un ragionamento un pò differente è subito tacciato di “comunista”. Persino il premio nobel Stigligtz, che tutto è fuorché un comunista/socialista, tanto è vero che si studiano i suoi libri nei primi corsi dell’Università Bocconi. L’economia non è bianco o nero. Non è tutto mercato o tutto Stato. Persino l’economia più libera del mondo, quella statunitense, ha un mercato che è incredibilmente corretto o, se preferite, distorto da una infinità di sussidi o incentivi. Perché si danno gli incentivi alle case automobilistiche e non si dovrebbero dare agli agricoltori? Credo che un cibo sano sia importante quanto una macchina meno inquinante (In realtà Veronesi sostiene che è molto più importante ciò che mangiamo rispetto a ciò che respiriamo…)
    Io non ho parlto di “programazione” né di “pianificazione”. Il mercato è molto più bravo dello Stato a organizzare e coordinare la produzione. Ma il mercato necessita di sostanziali aggiustamenti necessari ad impedire, ad esempio, la fuoriuscita di quella miriade di piccole aziende che sono veri e propri presidi del territorio (in montagna, nelle colline più dure, in quelle nicchie produttive che sparirebbero, ecc). Sul fatto che siano scandalosi gli aiuti sui mosti concentrati e sulla distillazione credo che siamo tutti d’accordo. Ma questa è proprio un’altra questione, è una questione industriale, non agricola. E poi, per carità, se si vuole liberalizzare tutto il settore, ben venga. Ma non lamentiamoci poi di avere una agricoltura come quella degli Stati Uniti (quasi totalità di OGM, scomparsa di prodotti locali, cibo stile McDonald’s per la gran parte della popolazione, a parte i ricchi che possono mangiarsi il buon cibo italiano o francese… però distorto dagli aiuti di Stato!). In ogni caso, capisco l’ironia, ma no, il sistema sovietico centralizzato proprio non mi piacerebbe. Mi piacerebbe l’opposto, cioé che parte del potere decisionale in agricoltura tornasse da Bruxelles ai territori, nei Comuni, là dove vi sono i problemi e le ricchezze.

  14. PS Al mio messaggio precedente: Filippo Cintolesi scrive: “l’attuale regime blindato non garantisce assolutamente nulla, al contrario impedisce ai non pochi che dispongono di terreni in posizione vocatissima, di coprirli adeguatamente di viti in modo da poter raggiungere una massa critica di vino che li possa rendere dei partecipanti al mercato plausibili”… Questa mi pare un pò forzata, basta andare in certe zone della Langa o della Toscana per vedere come si è impiantato davvero ovunque nelle zone “vocate”. Dovrebbe, io credo, esistere anche una cultura della bio-diversità che salvaguardi la coe-esistenza di diverse colture, specie e sistemi. Per quanto riguarda la “verità”, lasciamo perdere. Si fa fatica oggi a capire cosa ci sia in un vino, figuriamoci lasciando “liberi di fare” come suggerito.

  15. E’ sorprendente vedere come alcuni da una parte affermino che il “mercato è molto più bravo dello Stato ad organizzaree e coordinare la produzione” e dall’altra però poi ci informino che senza lo Stato mamma noi consumatori (eh sì, perchè anche chi produce lo è) saremmo talmente raggirabili che le famigerate lobbies ci darebbero quello che vogliono loro, e non quello che vogliamo noi.
    E’ un mondo, quello del sig. Dottori, dove il consumatore, il cliente insomma, non conta nulla, è soggetto passivo e costretto a sorbirsi quello che decidono le grandi lobbies (di nuovo loro, magari non lo so, ma sono una grande lobby anche io o Cintolesi).
    Premesso che parlando di agricoltura di grandi lobbies se ne vedono sopratutto tre Coldiretti, CIA e Confagricoltura, e che sono tutte impegnate a difendere i sussidi con i quali non pochi si comprano l’auto nuova o vanno in vacanza ai tropici, bisognerebbe forse credere di più in un mercato dove è il consumatore che comanda ed orienta la produzione. Gli OGM (che io non condanno a priori, tanto per aggiungere ancora di più il dubbio che faccia parte della lobby dei cattivi) non sono passati in Europa proprio perché i consumatori non li vogliono, e non lo Stato.

    E’ poi un classico quello che vede chi parla di libertà di mercato (che forse il sig. Dottori repelle, così come il pensiero dominante neo-liberista che avrebbe conquistato l’Italia, ma che purtroppo rimane solo una teoria qui da noi, Bersani docet!) essere accusato di voler la mano libera per gli “intrallazzi” e miscugli. Non viene forse il dubbio che sono proprio i posti dove il mercato è più libero quelli dove il rispetto delle regole è più fattivo e le punizioni, oltre ad essere dure sono anche effettivamente comminate, vedi USA e vedi UK.

    Lascio per ultimo un classico del nostro genere: senza i sussidi all’agricoltura le campagne sarebbero abbandonate e il territorio andrebbe incontro al dissesto. A parte che il nostro territorio, sussidi o meno, è già dissestato che di più in alcune zone non si potrebbe (specie le più favorite dai sussidi, si noti la coincidenza), il compito di uno Stato civile sarebbe quello di investire risorse per salvaguardare il territorio con questa specifica finalità, e non quello di dare soldi alle imprese, che poi dovrebbero…e non fanno. Sa il sig. Dottori a quanti miliardi di euro ammonta il budget agricolo europeo? Si usino quei soldi per fare una politica di territorio vera e propria (e magari altre cosette del tipo: ricerca, stato sociale, sanità, ecc.)e non per dare oboli a personaggi che producono migliaia di qli di grano con un dipendente, oppure milioni di hl di brodo di castagne chiamato vino e fatto pagare al contribuente 20-30 euro ad hl per distillarlo. E così via ogni anno.

  16. Non e’ una questione ideologica, ma pratica. Gli aiuti all’agricoltura producono un’agricoltura bisognosa di aiuti, non e’ il contrario. E gli aiuti per la distillazione o sui mosti concentrati sono solo all’apparenza una questione industriale: producono effetto proprio sulla gestione agricola del territorio.
    Io sono d’accordo che l’agricoltura in molte situazioni e’ critica e a rischio di scomparsa. Ma occorre chiedersi se quando e perche’ va tutelata. Occorre cioe’ individuare con chiarezza il valore aggiunto da salvaguardare: ambientale, per esempio; paesaggistico, per fare un altro esempio; socio culturale, per farne un terzo. Enucleando con chiarezza il contenuto “altro” di certe agricolture si dovrebbe essere in grado (1) di selezionare quali meritano uno sforzo da parte della collettivita’ e quali no e (2) i mezzi intelligenti per far giungere tale sforzo ai reali titolari di questo beneficio. Io non sono tanto sicuro che “il mercato” (che non sono poi altro che “i consumatori”, salvo che “mercato” suona cattivo, mentre “consumatori” suona buono) non sia in grado di premiare l’agricoltura “meritevole”, ovviamente se si lascia questa in condizioni di esprimersi. Sforzi di controllo e di regolamentazione dovrebbero cioe’ essere fatti per tutelare produttori a rischio e consumatori (ossia il mercato) dalle frodi, dalla paccottiglia della finta-nicchia da autogrill, dalle appropriazioni indebite di marchi territoriali,eccetera. Si obblighi alla tracciabilita’ TOTALE. Si obblighi alla trasparenza TOTALE. E si abbia fiducia in questo famoso mercato che altri non siamo che noi tutti.
    Detto da una persona che non ha problema a considerarsi comunista, ma soprattutto libertario. E’ da un pezzo che mi sono convinto che “comunista” e’ il movimento verso l’erosione dello “stato”, non quello opposto verso il suo consolidamento. Ma qui siamo veramente molto off-topic, come dicono quei comunistacci degli usenettari.

  17. La faccenda dei diritti di reimpianto sembra prendere la brutta piega come quella delle quote latte…
    Il piano UE era già debole dall’inizio, non si definisce che cosa é il prodotto vino e dove va piantata la vite, così aumentano solo i dubbi e di conseguenza la confusione. Non stupisce anche il fatto che essendo il rapporto industriali del vino-viticoltori, in Italia, in rapporto di 3 a 1circa, siano sempre accontentati i primi. Infatti non si é neanche lontanamente accennato ad una difesa del consumatore, dichiarando la composizione in etichetta p.e., lasciando vendere a chiunque le porcherie più ignobili fatte senza l’uva.
    Da un ministro laureato in agraria, docente universitario di agraria, consulente di NOMISMA, mi sarei aspettato di più.
    Vorrà dire che la prossima volta non lo voteremo…

  18. Non riesco a capire perché per discutere su temi complessi e importanti si debba sempre per forza di cose essere polemici ed aggressivi. Non mi pare di aver detto nulla di eretico. Ho anzi esordito dicendo che sono stato e sono in prima fila per lottare contro questa PAC e questa OCM vino e, in generale, contro una certa politica agricola comunitaria. Non so se si possa dire la stessa cosa di chi è intervenuto fin qui. Non difendo in alcun modo le Associazioni di categoria, anzi ritengo che siano uno dei cancri del sistema agricolo attuale. Ho citato Stiglitz, non Lenin. Ho parlato della superiorità del mercato nell’organizzare la produzione. Mi pare, dunque, di non poter essere ulteriormente accusato né di maoismo né di corporativismo.
    Il sistema è sbagliato nel suo complesso. Ma non è con la liberalizzazione completa che si risolverebbero i problemi, anzi. A parte che sono citati come virtuosi casi emblematici come la Gran Bretagna che ci ha ammorbato con la Mucca Pazza o gli Stati Uniti, dove si portano in tribunale agricoltori bio accusati di non aver pagato royalties su sementi che sono state contaminate dai vicini OGM. Ma è anche evidentemente falso e tendenzioso il fatto che i nostri territori non abbiano beneficiato di misure, finanziate con la PAC, destinate alla salvaguardia delle aziende “residuali” o delle produzioni di qualità. Vi sono molti esempi di progetti buoni e di misure interessanti. Molte delle quali destinate ai giovani, ad esempio. Dopodiché si può discutere finché si vuole sulla applicazione a livello regionale, sulla corruzione, sulla burocrazia, ma questo è un altro discorso.
    Per esempio, nella mia regione, le Marche, le misure sul biologico e anche quelle sul basso impatto ambientale hanno prodotto ottimi risultati sul piano della salvaguardia del territorio, sebbene ci sia ancora moltissimo da fare.
    Infine: questa idea del potere ai consumatori mi piace davvero. Peccato che i consumatori, dati alla mano, bevano principalmente Tavernello, comprino formaggi industriali, facciano la spesa in supermercati dove spesso la qualità è solo una generica promozione. Attenzione a identificare il mercato genericamente con i consumatori. Il mercato è una istituzione sociale complessa che risponde a logiche complesse. E che necessita di un approccio serio e scientifico, non di facili ideologie. La non-riforma attuale non è una soluzione dei problemi ma è molto meglio della prima bozza della commissione, davvero scandalosamente imposta e sostenuta dalle lobby industriali. Quelle che evidentemente si vuole far finta di non vedere.

  19. Mi trova pienamente d’accordo, Corrado.
    Per quanto riguarda i consumatori, preferirei che fossero informati nel dettaglio su tutto e resi quindi consapevoli di intossicarsi o meno, piuttosto che spacciargli per sublimi DOC o IGT varie, per rimanere nell’ambito del vino.
    Vorrei anche che tutti sapessero cosa fanno veramente gli europarlamentari nelle varie commissioni UE.
    Tanto per fare un esempio la UE, non avendo ancora stabilito a livello europeo, cosa sia la montagna, rinvia da anni la decisione agli stati membri. Ciò concede alla Spagna di fare i formaggi di alpeggio a 270 metri…
    L’unica battaglia che abbiamo vinto negli ultimi anni é stata quella contro il Sudafrica per l’uso del termine grappa, riconosciuto come sinonimo italiano di acquavite, ma per il resto non si é ancora definitivamente stabilito cosa é la pasta, il passato di pomodoro etc. etc. , figuriamoci !
    Ma quanto gli diamo (noi tutti) di stipendio agli europarlamentari?

  20. forse un po’ di aggressivita’ da parte mia c’e’ stata, e me ne scuso. Il fatto e’ che quando sento parlare di critica al neo-liberismo selvaggio, in un paese come l’Italia che e’ al contrario la patria del corporativismo e dove il consumatore e’ sempre venuto da ultimo, mi si rizza il pelo sullo stomaco.

    Sono pienamente d’accordo con Cintolesi quando dice che il mercato siamo noi, i consumatori siamo noi. E non si puo’ far passare da sprovveduti i consumatori solo perche’ ci sono quelli che bevono il tavernello. Primo perche’ non tutti sono, o sarebbe meglio dire siamo, cosi’. Secondo perche’ per alcuni e’ una scelta e per altri una necessita’, ma il tavernello non ha mai preteso di essere quello che non e’, e per alcuni va bene cosi’. Magari non saranno tanto eleganti come quelli disposti a spendere 40 o piu’ euro per qualche vino rigorosamente figlio delle terra, fatto da veri contadini puri e duri che, ca va sans dire, non sono interessati tanto alla pecunia ma alla ricerca dell’armonia cosmica.

    L’Italia e’ un paese buffo, dove tutti vogliono il bene dei consumatori, e per quello non li considerano abbastanza maturi per esercitare il diritto/dovere di scelta. Molto meglio che decida lo Stato, senza che ci impicciamo tanto.
    Lo stesso vale per gli imprenditori. Ma che ne vogliono sapere loro di cosa produrre, quanto e dove. Meglio che sia lo Stato a decidere. Ma non preoccupatevi, tanto alla fine quelli furbi, gli imprenditori che la sanno lunga, la via la trovano lo stesso. Siamo gente di mondo noi.
    Com’era quella frase? Alcune Nazioni sono liberali ma repressive, e altre come la nostra autoritarie ma permissive.

  21. Corrado Dottori, chiedo scusa ma il PS mi era sfuggito.
    Una forzatura sostenere che non si permette di impiantare a sufficienza nei territori vocati? Lei cita la Toscana. Bene, la pro loco del comune di Gaiole in Chianti ha appena fatto uscire una carta dei vigneti del comune, dalla quale e’ possibile rilevare anche a occhio che la superficie vitata coprira’ si’ e no il 10-15% dell’estensione del territorio comunale. Non lo definirei avere impiantato un po’ ovunque. In compenso si e’ impiantato in zone assurde, in riva ai borri, nello stesso comune. Io (sempre in quel comune) mi ritrovo con una quota di diritto ridicola solo perche’ il precedente conduttore aveva lasciato andare fallite viti di un impianto promiscuo per una superficie cinque o sei volte superiore a quella che sono riuscito a vedermi riconosciuta. Il principio per cui mi viene vietato di impiantare? Che poi avrei difficolta’ a vendere il vino? Ma lasciate che sia io a preoccuparmene, che’ se voglio usarlo per farci il bide’ sono affari miei.
    Quanto alla verita’, curioso ragionamento il suo: siccome a stento oggi sappiamo cosa finisce nel vino, dovremmo caldeggiare ulteriori regolamentazioni su come farlo? Io dico invece: ognuno faccia il vino come vuole, e pretendiamo di controllare la veridicita’ di quello che di quel vino viene detto. Io ho molta piu’ fiducia in una societa’ che si assume le responsabilita’ delle proprie decisioni, che in una che fa finta di proibire tutto per poi permettere sottobanco di tutto.

  22. …E però Cintolesi non è che si possa fare politica economica guardando a interessi particolari o solo alla propria zona… Non è che la Commissione Europea può far le le leggi per salvaguardare ai diritti di Cintolesi. Basta guardare Montalcino o la Valpolicella con l’Amarone o la Langa… O la Champagne… Si sta parlando in generale di una politica Europea e nelle zone vocate si è impiantato veramente in modo massiccio, sino a forzare anche i disciplinari. Per quanto concerne gli impianti abusivi è opportuno ricordare che la situazione italiana non può essere presa a modello: altrove il sistema in vigore ha funzionato e la regolamentazione ha portato a una razionalizzazione del settore e a un miglioramento degli impianti (penso al grande sviluppo del sud della Francia ad esempio). Qui in Italia invece ci si lamenta che c’è troppo vino in circolazione, che la gente beve sempre meno, che esista la distillazione di crisi (che significa che si produce troppo). E poi, però, si piantano vigneti abusivi e e si richiede la liberalizzazione, perché il mercato si autoregola. Ma avete presente l’impatto di un amento del potenziale viticolo in un momento come questo? Con prezzi delle uve al livello attuale? (Certo si potrebbero citare i prezzi del Chianti o del Barolo o del Brunello… Ma questo significa fare un discorso di rendita, non di libero mercato. Sfruttando il valore aggiunto di un nome, di una denominazione. E i prezzi del dolcetto, del negroamaro, del verdicchio, del nero d’avola, ecc.?)
    Tutti i dati del 2007 parlano chiaro: con la riduzione della produzione generalizzata in Europa finalmente i prezzi delle uve saranno in salita e molti vigneron ricominceranno a vedere il reddito. Ripeto: con la riduzione della produzione, dovuta alla stagione. Perché purtroppo la contrazione della domanda è un fatto incontenstabile che prosegue da anni, e non è completamente compensato dalla crescita delle esportazioni.
    Ricordo, per il gusto del divertissement, che la regolamentazione dei mercati nel mercato vinicolo non è pratica inventata dalla bolscevica Commissione Europea (peraltro governata dalla destra) ma che già all’epoca dell’Impero Romano, e per più di duecento anni, fu in vigore il divieto di impianto di nuovi vigneti a causa dell’esubero di produzione vinicola.
    Come ho detto sopra, peraltro, non sono nemmeno contrario ad una liberalizzazione dei diritti. Ma una riforma tale dovrebbe essere accompagnata dalla ferrea restrizioni delle pratiche enologiche e da una vera e definitiva riforma del sistema dei Consorzi, per impedire che con la chance di impiantare ovunque si sputtani quel poco di credibilità che è rimasto alle DOC/AOC. Il problema è che questo ultimo punto è probabilmente irrealizzabile.
    Quanto alla verità: premesso che se esistesse il migliore dei mondi possibili avremmo un regime basato sulla autocertificazione e controlli severi sul prodotto, a campione, è scontato osservare come nelle etichette è regolamentato di tutto tranne che gli addittivi chimici utilizzati. Persino per la solforosa viene equiparata con l’ipocrita frase “Contiene solfiti” il produttore che ci mette 150 mg e quello che non la utilizza proprio. Qui nessuno vuole più regole (figuriamoci il sottoscritto): si vuole però un minimo di decenza, che se si usano i trucioli lo si dichiari. E così per la gomma arabica e per gli altri centinaia di coadiuvanti oramai generalmente utilizzati dai “fabbricanti di vini”. Non mi sembra alterare il mercato.

  23. beh, considero un bel risultato questo ampio e articolato e intelligente dibattito che si é sviluppato, qui, sulla controversa riforma Ocm vino. Di discussioni così animate sul tema non ne ho lette molte altre su giornali istituzionali e siti paludati… Ma questo, come direbbe qualche… é solo un blog!

  24. Dottori, io non pretendo di ragionare di politica economica fermandomi alla mia realta’. Semplicemente porto esempi dalla realta’ che conosco meglio, ritenendola abbastanza emblematica e rappresentativa. Non sono i diritti di Cintolesi, ma quelli di migliaia di persone come Cintolesi, che intendo fare presenti. In realta’ credo sia un diritto di tutti poter coltivare quello che si ritiene di poter coltivare, senza ledere nessun interesse collettivo. E mi rifiuto di considerare un legittimo interesse collettivo quello che vuole proteggere un interesse economico tramite l’impiego di una pratica che e’ sostanzialmente un aggiotaggio istituzionalizzato.
    Fra l’altro, gli impianti in riva al fiume che ho citato non sono affatto abusivi.
    Il fatto di dover prendere a esempio autorevole la politica economica dell’impero romano (noto esempio di governo moderno e liberale) la dice lunga. Potremo anche proporre il corso forzoso della moneta, perche’ no? E magari di questo passo arriviamo alla riforma di Diocleziano e vincoliamo ciascuno al suo mestiere.
    Mi pare invece che a considerare piu’ da vicino e piu’ caldamente il problema della verita’, ci si avvicini al cuore del problema. E gli esempi che porta lo confermano. E’ essenzialmente un problema di trasparenza e di onesta’ (intesa come sincerita’ commerciale).
    Infine, mi perdoni, ma non ci vedo nulla di contrario al libero mercato nel fatto che il prezzo delle uve del Chianti Classico sia in controtendenza con quello delle uve “al livello attuale” cui allude lei. Quella che lei chiama “rendita” non e’ altro che il risultato della domanda-offerta applicata a un materiale che evidentemente ha i numeri per poter spuntare dei prezzi piu’ alti.
    Sono proprio queste dinamiche di tendenze e controtendenze a indirizzare correttamente la produzione la’ dove c’e’ piu’ domanda. O per ragioni di qualita’ o per ragioni di limitata offerta disponibile. Il regime dei diritti d’impianto semplicemente e’ suicida, nella misura in cui impedisce di lavorare a chi avrebbe motivazione economica a farlo. Guardi che se un impianto non conviene non viene mica fatto, a meno ovviamente che non ci siano “incentivi” strani che falsano proprio quella sana dialettica domanda-offerta e che rendono palatabile finanziariamente un’opzione che sarebbe fallimentare se lasciata al solo giudizio dei consumatori.
    Con questo io non dico certo di consentire di devastare il territorio (da un punto di vista idrogeologico paesaggistico, eccetera). Dico che i vincoli all’impianto di una coltura o di un’altra devono essere SANI: devono cioe’ avere come oggetto di tutela un vero interesse collettivo, e non un privilegio di corporazione a numero chiuso.

  25. Aggiungo una riflessione sul cosiddetto “liberismo” e sul problema della trasparenza. In ogni settore alimentare e’ obbligatorio indicare nell’etichetta gli “ingredienti”. Perche’ cosi’ non deve essere anche per il vino? Io trovo una mostruosita’ che da un lato si vieti di zuccherare il vino (e perche’? e’veleno lo zucchero? perche’ e’ consentito aggiungerlo ai soft drinks, alle conserve alimentari, a qualunque cosa.. ma non al vino?), dall’altro pero’ non solo non si rende obbligatoria l’indicazione di tutti gli ingredienti finiti nel vino, ma addirittura la si vieta (col pretesto della “turbativa del mercato”).
    Invece io dico: lasciamo liberi i produttori di aggiungere al vino qualsiasi ingrediente non dannoso ritengano opportuno: zucchero, etanolo, coloranti, aromi, gomma arabica, qualsiasi cosa. Ma sia reso obbligatoria l’indicazione per filo e per segno di cosa e’ stato impiegato per arrivare alla tale bottiglia. Decideranno poi i consumatori. Scommettiamo che funzionerebbe? Del resto, se per caso i consumatori preferissero bersi milioni di ettolitri di un intruglio fatto con le polverine a mezzo euro il litro piuttosto che bersi il vino “genuino” a dieci euro a bordolese… che male ci sarebbe?

  26. “Del resto, se per caso i consumatori preferissero bersi milioni di ettolitri di un intruglio fatto con le polverine a mezzo euro il litro piuttosto che bersi il vino “genuino” a dieci euro a bordolese… che male ci sarebbe?”.
    Evviva il libero mercato, allora. Evviva il consumatore sovrano, libero di fare le scelte migliori incurante di ogni turbativa di mercato. Alla faccia di tutti gli sforzi per la cultura del bere e del cibo, inondiamo il mercato di bibitoni, che peraltro si portano dietro proprio quelle devastazioni ambientali che diciamo di voler evitare.
    Inutile proseguire nel dibattito, credo. Mi pare ovvio che gli ideologi del laissez faire e del naturale equilibrio degli “animal spirits” non abbiano alcun dubbio e vivano di certezze granitiche. Beati loro.

  27. Peccato che Illasi, ridente località della Valpolicella est o allargata sia lontana da Bergamo, altrimenti giovedì 17 alle 18 avrei accolto l’invito della azienda agricola Adolfo Sabaini, che non conosco, a partecipare all’incontro con il vice ministro delle Politiche Agricole Guido Tampieri che aggiornerà i presenti sulla nuova OCM vino. Mi sarebbe tanto piaciuto andare a cantargliene quattro su come i politici italiani, ministro compreso, abbiano fatto ben poco per tutelare, a Bruxelles, gli interessi dei viticoltori italiani e abbiano accettato, di fatto, una riforma OCM all’insegna dell’immobilismo. Una vera occasione perduta come l’ho definita. Beh se qualcuno é in zona giovedì 17 e vuole andare a parlare con vice-ministro e assessori regionali e provinciali che saranno presenti oltre alle organizzazioni di categoria provinciali, lo faccia, é una buona occasione per farsi sentire. Sempre che in questa strana Italia sia ancora possibile dire ad un esponente della Casta che non si é d’accordo su quello che fa…

  28. Ma mi faccia capire, Dottori! Veramente lei ritiene che se i consumatori ADULTI e CONSENZIENTI -nel pieno delle loro facolta’ mentali (che fino a prova contraria un adulto possiede)- si volessero sciroppare beveroni a buon mercato, lo Stato, la Societa’, Lei, o chissa’ quale altro Alto Consesso di Illuminati della Repubblica dei Filosofi avreste il diritto di impedirglielo? Ma in nome di quale astratto per non dire astruso principio? Ma di quale “turbativa di mercato” va parlando? Ma quale entita’ metafisica sarebbe questo “mercato” secondo lei? Ma cosa c’entrano i “bibitoni” con le “devastazioni ambientali”? Fino a prova contraria si devasta molto meno l’ambiente a fare una bevanda con acqua zuccherata e colorata e magari aromatizzata con segatura, che non a fare il vino genuino (magari “elevato” in fusti di rovere), se questo deve essere l’argomento principe.

    Non c’e’ alcun dubbio! Evviva il consumatore sovrano! Che significa evviva il CITTADINO sovrano. Sissignori. E ci mancherebbe anche! Dovremmo forse gridare invece “Evviva il nostro grazioso e illuminato sovrano che pensa cosi’ amorevolmente alla nostra educazione ed elevazione spirituale e ci protegge da noi stessi”?
    A me pare che di “ideologi” questa discussione ne registri sicuramente uno, che non sono io. E di una ideologia (ma sarebbe meglio dire di una dottrina) che definire medievale e’ postdatarla di parecchi secoli, come il suo illuminante esempio di politica economica degli imperatori romani ha rivelato. Beato lei che di spiriti ne ha solo di iperuranici.
    Lei ha una visione tristissima e sfiduciata dell’essere umano, inteso proprio come individuo. Le dedico queste parole, scritte da un comunista, con l’augurio di meditarle:


    Galileo: … Io credo nell’uomo, e questo vuol dire che credo alla sua ragione! Se non avessi questa fede, la mattina non mi sentirei forza di levarmi dal letto.

    Sagredo: Allora stammi a sentire: io non ci credo. In quarant’anni di esistenza tra gli uomini, non ho fatto che constatare come siano refrattari alla ragione. Mostragli il pennacchio fulvo di una cometa, riempili di inspiegabili paure, e li vedrai correre fuori dalle loro case a tale velocita’ da rompersi le gambe. Ma digli una frase ragionevole, appoggiala con sette argomenti, e ti rideranno sul muso.

    Galileo: Non e’ vero. E’ una calunnia. Non capisco come tu possa amare la scienza, se sei convinto di questo. Solo i morti non si lasciano smuovere da un argomento valido!

    Sagredo: Ma come puoi confondere la loro miserabile furbizia con la ragione!

    Galileo: Non parlo della loro furbizia. Lo so: dicono che un asino e’ un cavallo quando vogliono venderlo, e che un cavallo e’ un asino quando vogliono comprarlo. E questo per la furbizia! Ma la vecchia donna che, la sera prima del viaggio, pone con la sua mano rozza un fascio di fieno in piu’ davanti al mulo; il navigante che, acquistando le provviste, pensa alle bonacce e alle tempeste; il bambino che si ficca in testa il berretto quando lo hanno convinto che piovera’, tutti costoro sono la mia speranza: perche’ tutti credono al valore degli argomenti. Si’: io credo alla dolce violenza che la ragione usa agli uomini. A lungo andare non le sanno resistere. Non c’e’ uomo che possa stare inerte a guardarmi, quando io [prende in mano un sasso e lo lascia cadere a terra] lascio cadere un sasso e dico: questo sasso non cade. Non c’e’ essere umano in grado di far questo. Troppo grande e’ il potere di seduzione che emana dalla prova pratica; i piu’ cedono subito, e alla lunga tutti. Il pensare e’ uno dei massimi piaceri concessi al genere umano.

  29. Avevo reputato inutile proseguire nel dibattito. E però con che diritto, senza conoscermi e basandosi solo su alcuni messaggi, Lei Cintolesi sente il diritto di metterla sul piano personale giudicando “tristissima” addirittura la mia visione dell’essere umano? Per tralasciare una certa pedanteria nella citazione, di cui comunque La ringrazio. Vede, giudicare le persone senza conoscerle generalmente provoca grossi errori di valutazione. Se mi conoscesse, sarebbe sorpreso, credo, di che cosa io pensi in politica e nella vita (sempre che Lei mi reputi capace di avere un pensiero). Per esempio che proprio non sono mai stato comunista. Ma non è assolutamente questa la sede per parlare di me, anche perché sarebbe noiosissimo. In ogni caso, solo per puntualizzare, la mia citazione relativa all’Impero Romano era, come ho scritto in modo chiaro, solo un divertissement, una notazione curiosa e leggera in un contesto troppo serioso. Certo a chi crede nelle magnifiche sorti e progressive della Ragione e dei Lumi il riferimento ad una grande civiltà classica non può che far sorridere. Ma tant’è. Ripeto, vedo che la Sua fede nel mercato e nel consumatore/cittadino è tale da far apparire Von Hayek quasi un socialista. Ma mi laci concludere con una battuta: non è mia l’idea di un mercato metafisico, semmai Sua. Si legga le condizioni restrittive in cui è stata dimostrata matematicamente l’esistenza della “mano invisibile” da Arrow nel 1954. E vedrà che proprio quello è un mercato metafisico che non sta nella realtà delle cose, cui forse si può solo tendere. La mia idea di mercato è quella di una istituzione sociale, reale, che sta nella storia, fatta di uomini imperfetti, a volte irrazionali. Che spesso sbagliano e che, purtroppo, non sono uguali né nella distribuzione delle risorse né in quella delle conoscenze. Che non hanno le certezze che Lei, e con Lei tutto il seguito di fondamentalisti del mercato, dimostra di avere. Una Istituzione che, molto semplicemente, spesso fallisce nel garantire il bene dei cittadini (legga Stiglitz e le sue ricerche su a-simmetrie informative, azzardo morale e sviluppo dei mercati futuri).
    Ci sarebbe molto, molto altro da dire sul tema OCM e Politiche Europee. Statistiche, numeri, tendenze. Ma mi fermo qui e La saluto, sperando che possa al più presto trovare quei diritti di impianto che Le servono e che l’Unione Europea Le nega.

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