A proposito di Benvenuto Brunello: o della moralità dell’informazione

A proposito del Benvenuto Brunello, che imperversa ancora oggi, con una giornata riservata agli operatori, segnalo quello che ha scritto oggi un significativo assente alla manifestazione (cui erano però presenti carneadi vari, professionisti del week end a sbabo, fafiuché, gente che è arrivata all’ultimo momento tanto per farsi vedere o assaggiare qualche vino e poi magari dire la sua o c’ero anch’io, per curare le pubbliche relazioni, raccogliere pubblicità, blandire le aziende che contano…), Paolo Massobrio nella sua Notizia del giorno, rassegna stampa golosa, disponibile anche nel sito Internet del Club di Papillon (vedi).
Il testo dice:
Grande festa a Montalcino con un 5 stelle per l’annata 2007 che andrà in commercio nel 2012. L’Ad di Fiat Sergio Marchionne ha partecipato alla cerimonia che assegna ogni anno il rating. Alla degustazione dell’annata 2003 che entra in commercio quest’anno, hanno partecipato oltre 100 giornalisti (ma alzi la mano chi ha letto un commento sul valore di quell’annata che ci potremo bere subito)”.
Nella “Cartolina a me stesso” Massobrio è andato giù ancora più duro: “Mi guardo allo specchio anche stamattina… e senza la sbronza di Brunello da smaltire. Roberto e Alberto, collaboratori di Papillon, sono andati a Montalcino a provare i Brunello dell’annata 2003 (io e Marco siamo stati a casa). E sono tornati delusi. Eppure qualche giorno prima avevamo letto che a Montalcino era già venduta la metà del vino. Ora, ieri, quasi in modo matematico, s’è poi letto che l’annata è a cinque stelle. Ma si riferiva alla vendemmia 2007, non all’annata che entra in commercio: vallo a spiegare alla gente.
Su Il Tempo di Roma e su questa newsletter ho scritto a chiare lettere che bisogna stare all’erta: mi ha insospettito quell’annuncio in pompa magna del Brunello già venduto. E non avevo torto. Come da copione è infatti poi uscita la notizia del Brunello  miglior vino d’Italia nel mondo e via di questo passo.
Che dire? Io faccio il gesto del chapeau a chi cura l’immagine del Brunello. E chapeau pure a chi li paga: il loro scopo è raggiunto.
Ma nessuno si turbi se un giornalista vuole fornire ai suoi lettori non immagine, ma sostanza, e magari una lettura un poco smaliziata della comunicazione.
Com’è l’annata 2003 del Brunello? Tolto il blog di Franco Ziliani (link) è difficile leggere da qualche parte dei commenti in tale direzione. Ma stiamo parlando di vino, non di moda. Il vino non è soltanto immagine, se lo appuntino a Montalcino, perchè se si pecca di troppa immagine si rischia il boomerang. Come titolava quel film di qualche anno fa? “Sotto il vestito niente”? No, lì almeno un bel “corpo” c’era. L’annata 2003, mi dicono, non ha nemmeno quello”.
Ringrazio Massobrio per il riconoscimento a quello che ho sinora scritto (ma molto à la volée senza alcuna pretesa di sistematicità e di dare uno spessore critico a quelle che sono solo semplici prime osservazioni) e per il link a questo blog.
Io non faccio altro che dire (e scrivere) quello che penso. E lo stesso faranno gli amici Roberto Giuliani ovvero il sito Internet Lavinium ed il blog Esalazioni etiliche (vedi e vedi), Alessandro Franceschini (la rivista dell’A.I.S. della Lombardia L’Arcante oltre a De Vinis e Lavinium), Gigi Brozzoni (Seminario Veronelli), Pierluigi Gorgoni (Spirito di vino), Leonardo Romanelli, colleghi esteri di specchiata onestà e serietà come Juancho Asenjo, Kerin O’Keefe, Nicolas Belfrage, Jens Priewe, Richard Baudains, Kyle Phillips, ed altri ancora di cui mi sto dimenticando il nome. Altri, che magari hanno trovato l’annata 2003 molto deludente, preferiranno fare i.. pesci in barile, diranno che il 2003 non era poi così malaccio, troveranno più lati positivi che negativi.
Tanto per quieto vivere, perché i Consorzi e le grandi aziende occorre tenerseli buoni, o solo perché magari a loro quei 2003 senza eleganza, con poco frutto, tannini verdi, poca complessità, poca brunellesca grandezza, sono piaciuti, o perché non sapendo né leggere né scrivere (cosa che per alcuni vale davvero) preferiscono lodare che criticare.
Ma questo, Massobrio, non lo scopriamo oggi, é il giornalismo del vino italiano, una comunicazione che ti esalta la presenza a Montalcino dell’amministrazione delegato della Fiat Marchionne, il gemellaggio con tanto di sponsorizzazione spinta della nuova 500 con quella casa automobilistica torinese che tanti soldi (in sovvenzioni varie) nei decenni è costata agli italiani, che parla del Benvenuto Brunello come di un “evento internazionale” che esalta ed enfatizza gli aspetti più marginali, di colore.
Quelli che magari la “grande stampa” dei quotidiani e la televisione riprenderanno e sottolineeranno. A loro, di raccontare che il Brunello di Montalcino 2003, che si fregia – vergogna! – di un giudizio di quattro stelle (proprio come le grandi annate 2001 e 1999…), sia piccola cosa, che molti vini erano francamente impresentabili, deludenti, piccoli, arrangiati alla meglio, non frega nulla.
Loro non fanno giornalismo dalla parte del lettore-consumatore, non avvertono quest’obbligo di correttezza nei confronti di chi spende e compra. Loro fanno comunicazione e pubbliche relazioni, qualcosa dove il concetto di qualità è solo un optional…

0 pensieri su “A proposito di Benvenuto Brunello: o della moralità dell’informazione

  1. c’era una nota vedova, che continua imperterrita a fare quello che faceva quand’era in vita lui, ma con minori risultati credo… So di parecchi produttori che qualche barrique (o carato) gliela compravano per rispetto di quel grande uomo del vino che é stato (soprattutto prima che nella sua vita facesse irruzione quella signora…), e che oggi…

  2. Per una volta mi tocca dare ragione a Massobrio e pure a Petrini (…é un modo di nani e di ballerine…) !!
    Mi piacerebbe sentire cosa ne pensa il conte Marone Cinzano, presidente del Consorzio, se mai avrà voglia di scrivere qui due righe.
    Ancora di più mi piacerebbe che fosse per una volta coraggioso come il suo parigrado conte di Saluzzo, che nel lontano 1971,a causa di una grandinata, disse ai suoi clienti: ” Mi dispiace, ma quest’anno non venderò il vino perché non é all’altezza del suo nome.”
    E parlo di Chateau d’ Yquem Lur Saluces se non ricordo male…

  3. Se posso sottolineare…. Franco, posso?
    “A loro, di raccontare che il Brunello di Montalcino 2003, che si fregia – vergogna! – di un giudizio di quattro stelle (proprio come le grandi annate 2001 e 1999…), sia piccola cosa, che molti vini erano francamente impresentabili, deludenti, piccoli, arrangiati alla meglio, non frega nulla”.
    Bravo. Questo e’ parlar chiaro.
    Il fatto e’ che stiamo entrando in un’era di arrostimento delle temperature. Gia’ Beppe Rinaldi a Barolo qualche anno fa aveva ben detto che bisognera’ produrre vini non piu’ dalle solite vigne storiche che stanno gia’ dimostrando sofferenza da clima tropicale, ma piuttosto da una selezione di uve mischiate anche con quelle delle vigne piu’ fresche (“l’attuale clima del vigneto Brunate va sempre più peggiorando e dà un vino piatto, riscaldato, a cui bisogna dare fragranza con i frutti di un vigneto più fresco come Le Coste). A Montalcino il 2003 e’ stato quasi da Tunisia, non so se si salveranno appena appena i vigneti piu’ alti in quota, comincio a pensare che se nessuno dice pane al pane e vino al vino non si troveranno soluzioni al peggioramento qualitativo negli anni a venire. C’e’ qualcuno che si vuole abituare ai vini da 14,5 gradi? Quelli reali, intendo, perche’ in etichetta non tutti sono gia’ cosi sinceri? Quando un Sangiovese raggiunge la maturita’ troppo presto per il troppo caldo, con uno stress idrico della pianta che va a produrre grappoli di uva ormai passa, si puo’ parlare di quattro stelle o di quattro stalle?
    Se i vignaioli di Montalcino non cominciano a prender provvedimenti, fra qualche anno i loro vini somiglieranno a degli amaroni.

  4. con il conte Marone Cinzano, attuale e nuovo presidente del Consorzio, persona che merita rispetto e suscita importanti aspettative, dovevo avere un colloquio in azienda, una visita con degustazione (così mi promise) di qualche vecchia annata. Poi la visita é saltata, perché all’ora del nostro appuntamento da Col d’Orcia doveva arrivare un ministro. E quindi, ancorché se ministro di un governo decaduto, ho dovuto cedere il passo. Siamo rimasti d’accordo di trovarci presto, con più calma, per una franca chiacchierata su molte cose e penso che le cose che ho scritto qui e altre che sto per pubblicare on line sul sito dell’A.I.S. saranno utili promemoria per la discussione…
    @ Francesco. Certo i tannini erano tanti, invadenti, aggressivi, ma erano soprattutto tannini verdi e immaturi, con colori pronunciati e cotture evidenti, con frutta già al livello di frutta cotta o di marmellata. Venata di legno: allegria!

  5. Ricordo ancora con diletto, nel 2004, la desolante scena di un “rappresentante” che voleva a tutti i costi entrare nonostante lo spazio fosse riservato ai giornalisti, trattando le addette all’ingresso come pezze da piedi e gridando inviperito. Scena degnamente conclusa con un bel “Non sono giornalista, e ne vado fiero”. Al che io ho detto: “Ma perché vuole entrare comunque? Non può venire nella giornata riservata ai rappresentanti?”. Ma lui rispose solo, di nuovo: “Sono contento di non essere un giornalista”.

  6. beh Tommaso, anche quest’anno di presunti “giornalisti” ce n’erano parecchi anche nelle giornate riservate alla stampa. Anche qualcuno che si aggirava cercando di vendere barrique… o personaggi che non si capiva perché fossero lì e perché mai fossero stati invitati…

  7. A proposito di come la stampa ha riportato l’Evento “Benvenuto Brunello”.
    Resto del Carlino di sabato 29 febbraio, pagina 39, dedicata ai motori (come la 38).
    In basso a sinistra, dodici righe, oltre al titolo (“Benvenuto Brunello”) ed al sottotitolo (“Un altro premio per la 500”) che si chiudono con la frase: “A ritirare il premio per la Fiat ci sarà addirittura l’ad Sergio Marchionne, che potrà assaggiare il Rosso di Montalcino, un vino giovane che si abbina con qualsiasi tipo di portata”.
    Non c’è firma.

  8. Franco, hai scritto: “Certo i tannini erano tanti, invadenti, aggressivi, ma erano soprattutto tannini verdi e immaturi, con colori pronunciati e cotture evidenti, con frutta già al livello di frutta cotta o di marmellata. Venata di legno: allegria!”… forse, no so, era già visto (previsto), un po’, tre anni fa, con l’assaggio del Rosso di Montalcino 2003? a proposito, mi potresti dire se il disciplinare del brunello stabilisce un livello minimo dell’acidità totale? sono curioso…comunque, suvvia! Pasqua quest’anno ci viene presto, facciamo un bel po’ di spring-cleaning, via con prodi! (o via con berlusca! se preferisci), e soprattutto, via, via con ‘ste barricches! ci farà bene! e godiamo il nostro agnello arrosto con un bel rosso 2006

  9. Io non sono esperto di niente e tantomeno di vino, ma siamo così sicuri che tutta questa commedia che si fa intorno al vino ( per me ormai eccesiva)di esperti, amministratori delegati, stilisti,annate già vendute, altre già prenotate prima di impiantare la vigna, enologi, giornalisti, giornalai etc. possa fare vendere più vino all’estero?Oppure la lezione che turisti tedeschi o inglesi hanno dato negli anni passati a località turistiche italiane, e che ancora paghiamo, non ci è bastata?Quello che non riesco a capire è dove si vuole arrivare!

  10. Caro Franco,
    come tutti ben sappiamo, a Montalcino (anzi quasi ovunque) sono da tempo in preda a una sorta di sindrome mediatica. E’ vero, l’informazione è spesso approssimativa, talvolta propagandistica e in certi casi fuorviante, ma una ragione per cui ciò viene tollerato, o perfino incentivato, c’è: paga. Tutti parlano di Brunello, tutti lo conoscono, pazienza se talvolta si fa confusione tra le stelle attribuite all’ultima vendemmia e la valutazione del Brunello in uscita. Tanto, poi, se anche ad annate come il 2003 si danno 4 stelle, qual è il problema?
    Ecco spiegato il progressivo abbassarsi delle soglie alla “frontiera” della stampa: todos caballeros o quasi nella “press arena”. Ti pare realistica la presenza di 100 giornalisti. Sarei curioso di vederli uno per uno.
    Stando così le cose, ovvio che poi, giustamente mi verrebbe da dire, i pochi esclusi si risentano: perchè io no e tanti altri (giornalisti, psudogiornalisti, pubblicitari, copywriter, rappresentanti, venditori, sedicenti, etc.) sì? Paradossalmente, quel tipo che si è vantato di non essere un giornalista aveva ragione: tra gli accreditati, qual’era la percentuale di giornalisti?
    Intorno e dentro a questo, il “sistema” che ruota intorno alla propaganda di Montalcino e del Brunello ci sguazza. anche a discapito, sia chiaro, delle tante persone serie che ancora vi si trovano. Le quali poi giustamente diffidano della stampa in genere e danno la stura a sciocchezze irriflessive come accaduto di recente proprio su questi schermi.
    Ciao,

    Stefano

  11. Tutto vero Stefano, si rischia però, a breve, di arrivare ad un punto di rottura fra consorziati favorevoli a tali manifestazioni e non favorevoli. Col rischio che poi nascano 3/4 manifestazioni simili, ed é già successo per altri vini, dove i 3/4 presidenti di turno giureranno che quella autentica e seria é solo la manifestazione che lui presiede e allora i giornalisti, gli operatori ed i clienti si divideranno in 3/4 frange, alla ricerca di quel vino che nel frattempo non c’é più per mille altri motivi.
    Finché qualcuno, a capo di qualche ente-organismo-baraccone di stato, non si sveglierà un giorno ed annuncerà al mondo che il vero Brunello non é quello fatto col Sangiovese, ma quello tagliato col Merlot….

  12. non capisco la tendenza degli enologi, quelli veri, ad andarsene da Montalcino e venire in Franciacorta e nel soave. Escludendo la motivazione economica, che non è giustificata nei casi che conosco personalmente, perchè?

  13. Per discernere villeggianti e manovali il consorzio dovrebbe fare una cosa molto semplice: richiedere, al momento dell’accredito, un copia degli articoli dedicati all’evento l’anno prima.

    Non mi sembra nemmeno difficile.

    E meglio di sicuro di richiedere la tessera dell’ordine: tanti giornalisti non ce l’hanno, e tanti PR si

  14. Per Paolo: può darsi che il rischio ci sia, ma è un problema dei produttori e non dei giornalisti. I giornalisti, per fare il loro lavoro, in mancanza di occasioni organizzate i vini da assaggiare dovrebbero andarseli a cercare da soli, come si faceva una volta. Il sistema delle anteprime è comodo, ammettiamolo, e tutti ne approfittiamo volentieri. Ma purchè, almeno per quanto mi riguarda, non rappresentino un condizionamento. I produttori e i consorzi si mettano d’accordo, io non credo che la stampa debba influoire sulle loro decisioni in materia di politica commerciale, promozionale e di pr. Facciano quello che credo e io mi adeguerò.

    Per Annibali: in realtà la cosa è ancora più semplice. L’invito è una cosa volontaria e chiunque ha il diritto di invitare a casa propria chi vuole, ci mancherebbe. Anche nani e ballerine. Solo che, se sa fare il suo lavoro, dovrebbe pure chiedersi se la presenza dei nani è compatibile con quella delle ballerine. I consorzi invitino dunque chi vogliono. Ma poi non si lamentino se le degustazioni si trasformano in un caos, se il parterre è pieno di scroccatori, venditori, consulenti, se i costi lievitano, l’organizzazione diventa incontrollabile, etc: li hanno invitati e ammessi loro! Bastava non invitarli, selezionare. So che non è facile, ma le scelte vanno fatte, in ogni campo. Ci sono professionisti pagati per farlo. Non si può pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca.
    Non si tratta dunque di galloni, di tessere odg o di “pubblicato”. Si può essere ottimi giornalisti anche senza essere tromboni del settore e senza avere conseguito l’iscrizione all’ordine (per quello che ci vuole: si iscrive praticamente chiunque). Mi inviti solo se l’anno precedente ho pubblicato? Mi sembra deontologicamente scorretto e inccettabile. E poi, come tutti i giornalisti ben sanno, la pubblicazione di un pezzo non la decide il giornalista ma il direttore o la struttura, dopo che il pezzo è stato scritto. Se come giornalista ricevo un invito, è indispensabile cortesia rispondere e, se possibile, accettare. Dopodichè le cortesie finiscono. Se presenzio, è mio dovere essere serio, attento, rispettoso, educato. Non approfittare dell’ospitalità, comportarmi in modo professionale, ringraziare sempre e comunque. A questo punto mi sento libero di dire quello che penso e, se lo ritengo opportuno e giornalisticamente interessante, di scriverlo. Ma scrivere non è un obbligo. Anche perchè non dipende solo da me. Un obbligo è scrivere la verità, se devo scrivere. Quindi il criterio del “pubblicato” è il più sbagliato e fuorviante che ci sia per garantire la serietà delle presenze giornalistiche a una manifestazione.

    Saluti,

    Stefano Tesi

  15. e no Stefano, se si é delle persone moralmente a posto, si accetta di essere invitati, di passare cinque giorni ospiti dei vari Consorzi e dei produttori associati (che spendono dei bei soldini per ospitarci), solo se si ha già in partenza, la certezza che si scriveranno comunque degli articoli. Siano critici, positivi, soffietti, poco conta, ma articoli. Senza questa certezza o se si va sapendo già in anticipo che poi si scriveranno due righe (magari scopiazzando dai comunicati stampa, come fanno alcuni “colleghi” inopinatamente invitati), onestà e correttezza vorrebbero che si restasse a casa. Almeno io la penso così, io che vengo sempre invitato ogni anno nonostante le mie critiche (ma anche i miei complimenti) non li risparmi e dica sempre la mia fregandomene se poi i presidenti ed i direttori dei Consorzi e i produttori influenti (da alcuni dei quali non mettono volutamente piede da anni, a Montalcino, in Chianti Classico e a Montepulciano) se la prenderanno. Io faccio il giornalista, e come te non curo le pubbliche relazioni di nessuno…

  16. Infatti il problema é solo dei produttori. Sarebbe il caso di gestire meglio l’organizzazione all’interno dei consorzi, invitando anche chi si vuole, ma pretendendo che le bottiglie di tutti siano sui tavoli, visto che ci si presenta al mondo con una denominazione. Invece alle anteprime non é così: a Verona metà dei produttori non sono mai presenti, a Montalcino qualcuno snobba la manifestazione e bisogna cercarlo in azienda, etc. etc. Non sono l’unico che preferisce assaggiare i Brunelli nel loro stand al Vinitaly. Gestire male le anteprime porterà ai soliti asti fra produttori col rischio, per il prodotto vino, che nasceranno 2-3 manifestazioni analoghe. E quale sarà poi quella vera?

  17. Caro Franco,
    per una volta sono in totale disaccordo con te. E’ una questione (http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=11693) sulla quale in già altre sedi mi ero espresso in passato.

    Il tuo pensiero, in verità, è molto diffuso tra i giornalisti ed è il sintomo di quella sorta di complesso di inferiorità di cui la categoria soffre a causa delle frequenti (e spesso giustificate) accuse di opportunismo: se accetto un invito, “devo” scrivere. Mentre se so di non poterlo fare, o se non ne sono sicuro, o se devo scrivere solo poche righe, non devo accettare. Ma è una convinzione sbagliata, basata su presupposti sbagliati.

    Il primo presupposto sbagliato è che partecipare a un evento stampa sia, a prescindere, un piacere o un godimento. Il secondo, conseguente, è che, trattandosi di un piacere, il tempo e le energie che gli dedichi non abbiano valore, quindi siano “a perdere” e non costituiscano già di per sè una forte “remunerazione” dei soldi e degli sforzi di chi ti invita, aldilà della quantità di righe che scriverai. Il terzo è che l’evento a cui sei invitato sia a priori giornalisticamente interessante e quindi meritevole di approfondite cronache.

    Ma non è affatto così. Anzi, è il contrario.

    1) Così come nessuno è obbligato a invitarmi, così io non sono obbligatoverso chi mi ospita , nè tale devo sentirmi, a riferire dell’evento. Mi sento obbligato, certo, alla gratitudine, a un corretto comportamento e a una coscenziosa partecipazione, questo ok. E, giornalisticamente, mi sento in obbligo verso il lettore o il giornale che mi accredita, se ce n’è uno, a riferire e a valutare se e come scrivere un articolo. Saranno, però e innanzitutto, i contenuti giornalisticamente rilevanti dell’evento, e poi le inevitabili gerarchie all’interno del giornale alle quali io avrò riferito ciò che ho visto, a stabilire se e cosa verrà effettivamente pubblicato. Ovviamente a mia firma e sotto il mio controllo.
    2) Se così non fosse – e come in altri settori già accade – gli inviti alla stampa, soprattutto quelli che comportano ospitalità e spese (ma, torno a dire, nessuno è obbligato a ospitarmi o a invitarmi), sarebbero fatti solo in funzione del “ritorno” garantito all’ospitante e computato in base al numero di pagine pubblicate o pubblicande. Con buona pace dell’indipendenza dell’informazione, dell’autonomia dei giornalisti, etc.. Che da parte di chi invita ci siano aspettative è logico è giusto. Che ci siano pretese, no.
    3) Così come non obbligo nessuno a invitarmi, e ci mancherebbe, nè tantomeno sollecito di essere invitato, così nessuno può dunque porre condizioni alle modalità della mia partecipazione. Ma stiamo scherzando? Se promettendomi un megaevento mi invitano per una settimana a seguire una boiata io dovrei convincere il mio direttore a sprecare sette pagine per parlare di una boiata (anche a prescindere dal pessimo feedback per l’organizzatore)? Ma nemmeno per idea. Mi arrabbio per il tempo che mi hanno fatto perdere e non scrivo una riga. Chi organizza una conferenza stampa o una manifestazione sa benissimo che i giornalisti hanno anche ben altro da fare e che la loro semplice partecipazione è da accogliere comunque con gratidine.
    4) Aggiungo che il mio tempo, come quello di tutti, è prezioso. Pertanto, accettando un invito (e più la durata è lunga, più è vero), anch’io faccio una grande gesto di cortesia verso chi mi invita, appunto perchè gli dedico il mio tempo (e, se non mi vengono pagate, le spese legate al viaggio, lo spostamento, etc.) e le mie energie. Perciò occorre che la gratitudine sia biunivoca e che il metro della stessa non sia affatto “la pubblicazione” di un articolo. Quando accetto un invito non mi sento per nulla nella posizione di chi approfitta ma, al massimo, in quella di chi, ricevendo con una mano, con l’altra restituisce presenziando. Per me viaggiare, muovermi, partecipare, ascoltare, intervistare, assaggiare, prendere appunti, stare lontano da casa è un lavoro e un costo. Questo è il regalo che faccio a chi cortesemente mi invita. Non mi sento affatto in una “vacanza” per la quale devo ricambiare.
    5) Nota bene che scrivo questo andando contro il mio apparente interesse materiale perchè, in quanto free lance, se impiego per esempio cinque giorni alle anteprime e poi non “piazzo” neanche un articolo, non incasso una lira e ho perduto il mio tempo. Ma ciò non può essere più importante della mia dignità professionale e del rispetto della deontologia professionale.
    6) E’ vero che molti giornalisti/pr si fanno invitare e partecipano non per raccogliere notizie e per fare eventuali articoli, ma per fare i loro affari e seguire i propri clienti a spese altrui, ma questo riguarda la loro coscienza e chi li invita.
    7) E’ proprio questo – cioè essere credibili, competenti, affidabili e seri – e non il “pubblicato” che garantisce a quelli come te, magari spesso scomodi, di essere comunque invitati alle manifestazioni. E guai se così non fosse.

    Tutte queste fisime, però, si hanno solo nei settori presuntamente “goderecci” del giornalismo (viaggi, enogastronomia, moda, motori, sport, cultura, etc.) e non in altri, appunto perchè spesso molti di noi soffrono di quel complesso di inferiorità di cui parlavo sopra.
    Ma provati a far muovere un cronista di nera, un inviato, uno degli esteri, senza che ci sia la “notizia”: ospitalità o meno, ti mangiano (giustamente) vivo. Loro ti offrono il loro tempo e tu li ripaghi con il nulla. Altro che “pubblicati”. Ti mettono il lista nera e non verranno mai più a una tua iniziativa.

    Credo che di tutto questo si debba prendere coscienza proprio per evitare che, basandosi sul malinteso, chi organizza le anteprime dei vini pensi a un’equazione “più invitati = più pubblicato” di sapore vagamente clientelare, senza preoccuparsi invece dei contenuti della manifestazioni, che alla fine sono o dovrebbero essere invece la notizia e quindi l’oggetto stesso del giornalismo.

    Scusa lo sproloquio, ma credo che la questione sia importante e mi sta molto a cuore.

    Ciao,

    Stefano

  18. Buonasera.
    Prendo rapido spunto per lanciare una proposta un po’ “oseè”, come dire…., più pratica: e se TUTTE le 3 anteprime toscane fossero concentrate in un’unica sede (non una tensostruttura) e in un lasso di tempo un po’ più “ristretto” (non 8 giorni)?
    Buona serata.

  19. @ag
    Ipotesi improbabile. E’ normale che ogni denominazione voglia rimanere nel proprio territorio, poiché queste anteprime portano comunque molta gente in loco, se si spostasse tutto che so a Firenze, chi andrebbe a visitare un’azienda di Montepulciano o Montalcino? Chi andrebbe a dormire o a mangiare così lontano?
    E poi i giorni sono otto ma divisi fra giornalisti e operatori, che non potrebbero essere presenti contemporaneamente, sia perché hanno scopi diversi sia per problemi di spazio.

  20. Buongiorno.
    Caro Roberto, so da solo che l’idea è improbabile, io per primo l’ho definita oseè.
    Ne parlavamo giusto ieri sera a cena con un amico produttore (uno di quelli che non hanno bisogno nè di Benvenuti nè di Collection nè di Vinitaly grazie alle proprie capacità) ma il motivo dell’improbabilità è diverso. E si riferisce solo ad un gentlemen agreement con gli “imprenditori” locali (Firenze in questo caso ne sarebbe esclusa perchè Colection o non Collection per albergatori e ristoratori fiorentini cambia poco o nulla) e per la cronaca, ovviamente, la sede non sarebbe,appunto, Firenze.
    Quello che ne è venuto fuori ieri sera è che il livello di queste manifestazioni DEVE essere tenuto alto sia nelle giornate dei giornalisti ma soprattutto in quelle degli “operatori” con una ACCORTA selezione degli uni e degli altri e con servizi all’altezza.
    Buona giornata.

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