Con un’incredibile tenacia il Cavaliere del lavoro Ezio Rivella (nella foto), che ricordiamo promuovere senza battere ciglio il Brachetto d’Acqui da Doc a Docg mentre era contemporaneamente presidente del Comitato nazionale dei vini Doc e amministratore delegato della più importante azienda produttrice di questo vino (conflitto d’interessi, ma scherziamo?) ogni tanto torna alla carica con le sue singolari trovate relative ai più importanti vini Docg italiani.
E’ recentissima, ed è stata testimoniata e pubblicata sul numero 79, gennaio-febbraio 2008, della rivista dell’A.I.S. De Vinis, in un garbatissimo articolo dedicato a “Denominazioni: limiti e virtù” firmato da quel grande giornalista e galantuomo che è Cesare Pillon, la geniale “pensata” di sostenere che “la denominazione dovrebbe prescindere dai vitigni o indicarne un grappolo, a percentuale facoltativa, in modo da permettere al produttore di esprimersi e di personalizzare il suo vino”.
E, ancora di più, di affermare (ma non è già passata l’epoca degli scherzi di Carnevale?) che “se il Barolo potesse utilizzare anche uve Barbera e Syrah uscirebbe certamente di livello qualitativo più elevato”.
Contando fino a cento e cercando di replicare in maniera urbana a simili stravaganti, provocatorie trovate che mirano oggettivamente ad indebolire i più importanti vini rossi Docg italiani i cui disciplinari siano ancora monovitigno (Nebbiolo per Barolo e Barbaresco, Sangiovese per il Brunello di Montalcino) e che fanno ancora più male se si pensa che chi propone il Barolo al Syrah è nato in Piemonte non in California, ho così replicato (leggi) alla trovata rivelliana in questo commento pubblicato nell’ospitale spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommelier.
Come io la pensi l’ho detto, ripeto contando sino a cento e sforzandomi di essere gentile, in questo articolo: volete anche voi dire, con chiarezza e altrettanta cortesia, dicendo la vostra senza degenerare, qual’è il vostro punto di vista?
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0 pensieri su “Barolo al Syrah: ecco perché dire risolutamente NO!”
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Sono assolutamente stupita: tu Franco sei impegnato, come tanti colleghi, in Toscana, ma ben 2 articoli di questi giorni stanno urlando AIUTO per il riconoscimento del terroir dei nebbioli, Barolo, Barbaresco o Brunello. Nessun commento, non una parola!
Cosa sta pensando il tuo pubblico, cosa stanno pensando i produttori di questi vini, e tutti coloro che sprecano infinite parole in polemiche… anche futili, hanno perso la lingua? è finito il fiato proprio ora?
oppure dobbiamo pensare che tutto sommato un bel vino commerciale e facile da bere e proporre al mercato internazionale sia in realtà l’unico recepito?
Non posso credere, non voglio credere che sia così, che ciò che ha proposto Teobaldo Cappellano passi nel più totale silenzio, come un bicchiere di acqua tiepida.
Vogliamo dunque cancellare le forti emozioni suscitate dal carattere dei vini di personaggi come Bartolo Mascarello?
Se gestiamo le nostre tradizioni e la nostra naturale ricchezza come gli ultimi governi hanno gestito l’Italia… beh, allora meritiamo tutto, anche di essere comprati dall’oriente.
Sogno un mondo utopico, con valori e rispetto, mi rendo conto.
Ma non riesco ad accettare, a 52 anni ancora spreco tutto il fiato che ho per dire quello che penso: solo le cose vere hanno la possibilità di passare indenni alla storia, non possiamo e non dobbiamo dare spazio alle imitazioni, non esiste insegnare ai nostri figli che “FINTO” significa ricchezza (in senso lato).
Abbiamo una fortuna incredibile che nasce dalla terra e dalla natura, un miracolo regalato che neppure riconosciamo.
Invece di unirci per preservarlo e far sì che venga sempre rispettato, lasciamo che venga trattato come un prodotto semilavorato, un correttivo, un marchio commerciale!
Sono indignata.
Ma chi è sto “fenomeno” ?
Caspita i commenti latitano da un po’ di tempo a questa parte….
Allora inizio io, un consumatore di vino ma dedito ad attività professionali ben diverse dal vino.
Le parole di Rivella riflettono, mi sembra, un po’ una tendenza degli italiani….le leggi se ci sono e mi limitano allora sono sbagliate e vanno cambiate e rese più permissive (mi ricorda tanto una certa legislatura di un paio di anni fa…).
Sia chiaro io credo che un produttore sia libero di “creare” e “inventare” nel mondo del vino. Nebbiolo e Syrah, perchè no? Ma se si vuole mettere un’altro vitigno nel Barolo, allora si chiami il vino che ne viene fuori in modo diverso, utilizzando un nome di fantasia (ne abbiamo ancora tanta di fantasia o chiediamo a Briscola dei consigli…). Storpiature alla DOCG ce ne sono già tante, inutile perseverare in quella direzione. Troppo comodo cambiare il disciplinare per inseguire i propri scopi e garantirsi comunque quella comoda protezione di un’etichetta che riporta “Barolo DOCG”! Si abbia invece il coraggio di uscire dal disciplinare e vendere un prodotto nuovo, inventato (di nome e di fatto), se proprio uno ci tiene. Ma giù le mani dal Barolo….quello vero!!!!
Saluti,
Roberto
mi chiedo come faccia il Cav. Rivella ad aver ricoperto le varie cariche che ha avuto e non lo ritengo la persona più adatta a rappresentare i nostri vini in Italia e all’estero. Basta con questa gente che é vissuta all’ombra di politiche dirigistiche che niente hanno a che vedere con il lavoro in vigna. Anche se forse in passato ha fatto qualcosa di degno per il vino, é giunto il momento che umilmente si ritiri e vada a godersi la sua pingua pensione.
Onore e merito allora a Gaja, che quando vuole mischiare nebbiolo e syrah (come gli consente teoricamente il disciplinare del Langhe Nebbiolo) non sta li a rompere con i cambi di disciplinare!
Delle due l’una:O il Barolo così com’è non piace e non si vende e quindi cambio nome e zona, oppure se piace e vende perchè cambiarne la composizione! Perchè conservare il nome di qualcosa che non va più bene, secondo lor signori?
La cosa è talmente anacronistica da non meritare quasi un commento.Mi lasci solo dire che permettere la sola presenza di vitigni migliorativi apre alla possibilità di quantità indiscriminate degli stessi nei vini finiti mancando la possibilità di verificare la composizione dei vini aldilà della composizione ampelografica dei vigneti.Poi tornare indietro diventa difficile se non impossibile.Parola di chi lavora nel Chianti Classico.
Buonasera.
L’argomento si presterebbe a infinite discussioni filosofiche alle quali non voglio dare contributo.
Ragion per cui mi limito a un commento stringato:” “.
Buona serata.
PS: Caro Cristiano, solo il legislatore poteva definire quei vitigni “migliorativi”.
Buona serata di nuovo.
Francamente rimango senza parole. Non mi sarei mai aspettato una proposta del genere. Mi sembra un’idea talmente fuori di senno che lascia sbigottito ogni vero appassionato.
Oramai al peggio non c’è proprio alcun limite.