Berlusconi presenta l’Opa e Fini prontamente zittisce e dice sì…

Ricordate, è storia solo di due mesi fa, me n’ero occupato anch’io (qui e qui) della querelle, che a questo punto è legittimo definire da teatrino della politica, da sceneggiata tipo oggi le comiche, tra Berlusconi e Fini?
Quest’ultimo di fronte alle uscite del boss, padron, del detentore del pacchetto di maggioranza dell’ex Casa della Libertà aveva detto che “comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali” precisando poi: ”da queste mie parole volutamente molto nette voglio che sia a tutti chiaro che, almeno per quello che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi”.
Era l’ultimo episodio di un balletto che comprende episodi come quelli del 26 gennaio 2007, quando (leggi qui) Berlusconi pensando alla successione si era sbilanciato affermando “ Se faremo il Partito Unico delle Libertà credo che quella di Fini sia la candidatura più prestigiosa”.
Invece, cronaca di questi giorni, basta leggere i giornali o sentire i telegiornali (di regime, il che non vuol dire solo quelli targati Mediaset, ma anche quelli delle reti Rai dove la spartizione è tra ossequio alla sinistra e ossequio al padrone e ai suoi famigli) per apprendere che “Addio FI ed AN. Silvio Berlusconi annuncia un accordo con Gianfranco Fini per dar vita a una lista unica, federata con la Lega, che avrà il simbolo del Popolo della libertà, il PDL. Sarà federato con il Carroccio, un partito fortemente radicato al Nord”, ma che si è sempre opposto a far parte del nuovo movimento“. Il Partito del Popolo della libertà, dice Berlusconi,sarà aperto a tutti coloro che vorranno aderire, spero anche l’UDC“.
Alle urne con il Popolo delle Libertà proclama Il Giornale (qui) parlando di due sole liste del Centro Destra: “quella del Pdl (con dentro Forza Italia, An e tutti i piccoli che ci stanno) e quella della Lega. È questa, dopo 48 ore di riflessioni, riunioni e telefonate l’idea che sta prendendo piede a Palazzo Grazioli e che trova la disponibilità di massima di Gianfranco Fini”.
Due sole liste, che comprenderanno i due ex litiganti e la galassia dei transfughi tipo Mastella, dei nesci, dei carneadi, dei zero virgola, prevedibilmente anche il bel Pierferdinando Casini (che ora nicchia e si fa desiderare) e anche Storace, che anche se dice di aver fondato La Destra (sic!) è pronto ad accogliere il richiamo di Arcore, e che al di là del cambiamento del nome della bottega sarà sempre la stessa roba di prima, quella che nel 2001 e nel 2006 ho votato, ma che non mi beccherà più, perché vincano pure, ma not in my name.
Piuttosto, segnalandovi un comicissimo articolo del senatore Guzzanti, il padre di due comici che al confronto fanno piangere, pubblicato oggi – leggi – su Il Giornale, che attribuisce al “fattore mamma” il riavvicinamento tra Gianfranco e Silvio, prendo nota di un fatto semplicissimo, che è bastato che il “litigante” A, Silvio, presentasse la sua Opa (vedi), perché il “litigante” B, Gianfranco, smettesse di ribellarsi, a parole, al capo per accorrere, la coda tra le gambe, ossequioso e silente, alla corte di Arcore, pronto a benedire e accettare (leggi) la nuova alleanza…
Ma che pena questi due “puffoni”!
Ricapitolando, visto che il 14 aprile partirò per Roma per coordinare un evento dedicato ai Barolo di Serralunga d’Alba in programma il 15 aprile (ne parleremo a tempo debito), cosa posso inventarmi di bello per il 13, giorno delle elezioni, per avere validi motivi in più per girare alla larga dalle urne?
Potrei ad esempio fare visita a Baldo Cappellano e Beppe Rinaldi e quel giorno, visto che anche loro penso non abbiano una gran voglia di andare a votare “Uolter”, potremmo prendere una “balla” di quelle giuste a base di Barolo.
Ma alla fine penso che me ne resterò a casa, pensando alla mia utopia di una mia “Destra” che non c’é e “vive” solo nei miei sogni di incontentabile anarchico conservatore…

0 pensieri su “Berlusconi presenta l’Opa e Fini prontamente zittisce e dice sì…

  1. Caro Franco,
    premetto che nulla, nemmeno la vittoria di Uòlter, potrebbe essere peggiore del pericolo che abbiamo appena scampato con la caduta del penoso Mortadella, a mio giudizio la massima sciagura politica del dopoguerra. Ciò detto, non c’è dubbio che il panorama sia bigio. O peggio.
    Il partito trasversale del pensiero unico si profila all’orizzonte: da un lato l’amerikano Veltroni, dall’altro il PdL con i suoi inevitabili alleati, tutti (inclusa la sinistra estrema con il suo massimalismo, messa fuori gioco dall’astuto Walter per fare migliori inciuci con la cosiddetta destra) uniti dalla cieca fiducia nel materialismo.
    Operazione intelligente quella del Pd. E anche apparentemente coraggiosa: fingono di staccarsi da qualcosa che è sempre stata insostenibile – cioè la conciliabilità tra la cosiddetta sinistra radicale e i cosiddetti riformisti -e che era stata alla base del fallimento prodiano, blocco di potere improbabile e reso coeso solo dall’antiberlusconismo militante quanto aprioristico, fingendo di voler correre da soli anzichè riconoscere di dover correre da soli.
    Di là, il patetico teatrino di una “destra” che sa di poter vincere solo se è unita. E che può essere unita solo rinunciando, tranne che nel nome, ad essere “destra”: liberista, perbenista, doppiopettista, consumista, inquinatrice, consumatrice, americanoide, globalizzatrice. Abituata a ingoiare rospi a profusione, pur di rimettere il culo sulle poltrone o di evitare, anche se per questo non si può biasimarla, che sulle medesime ce lo rimettano gli ex, post, paracomunisti e sinistroidi policamente corretti.
    Si rivoltano nella tomba i padri putativi.
    Il tutto nel nome del “mercato”.
    Del resto, il Berlusca è uscito da trionfatore dal contrasto con gli ex alleati, indotti uno dopo l’altro a ritornare all’ovile dalla minaccia di un
    pactum sceleris tra FI e il PD, nel nome di un centrismo opportunista ingannatore, ipocrita e vasellinico.
    Quindi, che prospettive si aprono?
    Prevedo questo (non è che ci voglia molto, in verità). Il PdL stravince le elezioni, ma perdendo pezzi a destra (nel senso di deputati poco affidabili) e incassando l’appoggio non integrato della Lega. Ne consegue che ha bisogno di un’opposizione “comprensiva” (in altri tempi si sarebbe detto consociativa), mentre, da parte sua, per mantenere il proprio elettorato la sinistra radicale dovrà e potrà continuare a fare indisturbata le sue mascherate (marce, fiaccolate, disobbedienze varie) confidando nella bonaria e tollerante simpatia solidale, ma non politica, della sinistra riformista.
    Dopodichè, se la batteranno Veltroni e Berlusconi, variabili apparenti di una medesima zuppa che prevede alternativamente, secondo le circostanze, la minaccia-ricatto del recupero delle estreme l’uno a svantaggio dell’altro.
    Nel mezzo, noi e la mediocrità di una classe politica che è riuscita nel miracolo di emarginare i capaci e integrare i mediocri, in modo tale che nulla possa insidiarla, neppure l’apparato che nel tempo hanno costruito ad hoc affinchè li affiancasse nell’esercizio del potere.
    Siamo fritti? In teoria, quasi. Se non fossimo italiani, lo saremmo di sicuro. Ma essendo italiani, può darsi che potremo contare sul nostro proverbiale “genio” per salvarci.
    Ce la faremo? Io lo spero. Che altro potrei fare?
    Ciao e che Dio ce la mandi buona.

    Stefano

  2. ma siamo sicuri che è tutta colpa di “questi” politici?I “politici” sono la crosta esterna. Ma tutta quella melma di intelletuali a cottimo, di portaborse,di sondaggisti a giornata,di direttori di giornali che dopo la “tolfa” e l’eskimo oggi fumano il sigaro e producono vino,di secessionisti da Roma ma non dai privilegi,di preti, perpetue,spie,di quelli che buttano la “monnezza” dal balcone,dei disoccupati a vita, dei cassa integrati con doppio lavoro, dei direttori di banca che a fine settimana giocano a fare l’usuraio. E se cominciassimo noi a cambiare? Prima che qualcuno commissaria questo Paese, perchè quella è la strada. Essere commissariati !!Non dall’Europa ma dalla comunità mondiale!

  3. Caro Franco-non-ziliani,
    lei dice cose giuste, anzi sacrosante. Ma a chi, se non a una classe politica degna di questo nome, dovrebbe spettare di rimuovere tutti i gentiluomini e i vizi che lei ha elencato? Non certo quella che abbiamo, la quale sia dei primi che dei secondi è, al contempo, ostaggio, complice e causa. Provi a incrinare anche un solo millimetro di quelli che, in un malinteso senso di equità e di giustizia, si chiamano “diritti acquisiti”. Quelli, ad esempio, che garantiscono a volte stipendi tripli o privilegi doppi rispetto al normale, o che, impedendo allo stato il sacrosanto diritto di gestire, nei limiti del ragionevole, i propri dipendenti, vista l’inamovibilità dei medesimi è costretto a pagare milioni di stipendi in più e al tempo stesso ad avere esuberi di qua e carenze di organico di là, mentre la somma degli uni e degli altri coprirebbe abbondantemente il fabbisogno. Le potrei citare l’Alitalia (hub a Milano e personale a Roma, con spostamenti e pernotti pagati dall’azienda e turni di lavoro di otto ore che “impiegano” tre giorni espletati), il personale delle soprintendenze, gli ospedali con più primari che infermieri, lo scandalo dei forestali in Calabria. Per restare in materia enogastronomica le cito un caso portato alla ribalta proprio dal sottoscritto una decina di anni fa, quello dell’elettricista del ministero dell’agricoltura. Che, per sua ammissione diretta fatta al sottoscritto, arrivava con un paio d’ore di ritardo, che tanto nessuno glielo contestava, poi bivaccava cambiando qualche lampadina (40 in una settimana, per sua ammissione), poi verso le 12.30 si intrufolava in qualche conferenza stampa (“…così se magna coi ggiornalisti e poi c’è sempre la bottijetta o quarcosa de bono da porta’ a casa”, ipse dixit) e dopo pranzo era “costretto”, già che era sempre lì al ministero, a restare qualcho ora in più per lucrare lo straordinario. Disonesto lui, sì, ma scandaloso anche un sistema che glielo consente come abitudine.
    Ecco, per tornare al punto, caro Franco. Questo è il marcio d’Italia, al quale forse, un po’ per inerzia e un po’ per rassegnazione, a volte involontariamente contribuiamo tutti.
    Ma noi possiamo fare poco di risolutivo, tranne un’improbabile rivoluzione o una cacciata dei politici che, con il carro di Tespi del loro apparato ramificato e tentacolare, di ciò sono la causa e l’effetto.
    Come qualcuno ha giustamente scritto, del resto (ma per accorgersene spesso basta guardare alle proprie amministrazioni locali), il sistema della politica è fatto per funzionare al contrario: cioè per portare in altro i mediocri, destinati a restare servi del sistema stesso e del capataz che li ha portati a certi posti, e per dissuadere i migliori dall’impegnarsi. Una vera e propria selezione al contrario.
    Quindi, con il finto dualismo destra-sinistra al’italiana, dove vuole che andiamo?
    Saluti e buona domenica,

    Stefano Tesi

    PS: sia chiaro, resto convinto che l’Italia qualcosa di buono ce l’abbia, sennò finora non l’avrebbe scampata, e che anche negli apparati ci siano a volte persone capaci che, grazie alla loro intelligenza e onestà, tengono in piedi la baracca. Ma allora mi chiedo: se tutti facessero ciò che devono, dove potremmo arrivare?

  4. Cari Franco, Stefano, Marco, Filippo, Corrado, Vignadelmar e chiunque altro lo volesse, ma perché non cominciamo a dichiarare con parole semplici qual è l’idea di destra/sinistra o come meglio preferite definirla, di ciascuno di voi (mi ci metto anche io)?
    Appurato, e questo era facile, che non abbiamo in Italia politici veri, seri, affidabili, in nessuna corrente o bandiera, vogliamo chiarire, visto che LORO esprimono cose nelle quali nessuno di noi si identifica, quale sia realmente la nostra idea, filosofia, concezione, si badi bene non ideologia, ma idea di come secondo noi dovrebbe essere questo staterello che perde acqua da tutte le parti. Quali sono i concetti fondamentali con cui si vorrebbe affrontare le tematiche del lavoro, della scuola, della giustizia, delle problematiche etniche, razziali, della violenza, della guerra, della parità fra uomini e donne (parità non solo fuori ma anche dentro una casa) ecc.?
    Sarebbe forse una vera novità, e chissà che non ne esca fuori qualcosa di buono.
    Almeno, invece di limitarci a sparare a zero sulle sconcezze di questi politici arricchiti, di cui ormai abbiamo detto veramente tutto e non sempre con cognizione di causa, chissà che non potremmo scoprire di avere clamorose affinità morali e civili da poter finalmente dire che le direzioni a destra o a sinistra sono REALMENTE obsolete.

  5. Roberto, lanci forse l’idea di un partito molto bipartisan di Vino al Vino? Potrebbe essere un’idea, magari con il nostro 0,01 (qualcuno potrebbe anche votarci), qualche posticino di sottosegretario, un bel finanziamento per un mega blog o sito wine & food, potremmo anche lucrarlo, no? STO SCHERZANDO amici miei! Nel mondo del giornalisti del vino e del cibo (non fatemi fare nomi e cognomi, please) ci sono però “colleghi” che lavorano in questo modo e possono fare le cose che fanno perché ottengono, blandendoli, finanziamenti e sostegni da forze politiche… Ma il wine ed il food, anche in questo periodo elettorale, non dovrebbero percorrere binari distinti e distanti?

  6. Giuliani, per cambiare iniziare da due cose: NESSUNA CERTEZZA- NESSUN DIRITTO ACQUISITO- .Ma questo che dico detto così è pura e folle utopia. Non sarebbe utopia se la cultura-scuola, la famiglia creasse questa mentalità alla generazioni future, ma ci voglioni lustri perchè la cosa si realizzi.”..Ma allora mi chiedo: se tutti facessero ciò che devono, dove potremmo arrivare?” egregio Stefano forse non arriveremmo da nessuna parte ma quanto meno si tornerebbe a creare un equilibrio funzionale per qualsiasi società che è formata da un 80% di persone attive e da un 20% di parassiti, oggi (leggi De Rita Censis) siamo esattamente al contrario.Io opero in tutta Italia, attenzione che allo scandalo dei 10.000 Forestali della Calabria vorrei contraporre i 18.000 dipendenti della provincia di Trento con stipendi molto più lauti. Io all’onestà a prescindere non ci sto. Alla monezza di Napoli resa abilmente visibile e scaricata lì da tutta Italia , vorrei contraporre la merda che si può trovare in certe zone attorno a Padova, sulla Transpolesana in certe campagne di Lodi e dintorni. La cultura di un Paese passa anche attraverso la capacità di isolare e zittire i ciarlatani e non cadere nei loro miseri tranelli!

  7. Plauso scrosciante al solito Ziliani che, senza peli sulla lingua, ricorda a tutti come anche in un settore apparentemente lontano dalle questioni della politica, come il cibo e il vino, le “parentele” politiche ci sono e pesano, eccome se pesano. Personalmente, da uomo di mondo, non me ne scandalizzerei nemmeno poi tanto se, a cominciare dai beneficiati, si avesse il candore e l’onestà di ammetterle come parte vigente del “sistema”. Invece tutti fanno le integerrime verginelle e questo mi nausea.

    Quanto alla proposta di Robero, è ovvio che sono d’accordo. Non da ora, del resto, mi spendo nel sostenere l’assoluta obsolescenza della scansione destra/sinistra e la strumentalità della stessa, utilizzata dalla politica per tenere le briglie su una nazione che non ne può più, costretta com’è a schierarsi con qualcuno solo perchè gli altri sono o paiono peggiori.
    In questo consiste la metapolitica di cui, da anni, sono accanito seguace. E che trova nelle “nuove sintesi”, trasversali e insensibili ai partiti presi delle ideologie codificate, la sua teorizzazione.
    Ci inviti a fissare il tutto in alcuni punti orientativi fermi. Eccoli:
    – Presa d’atto, in tutti i settori (lavoro, razza, cultura, vocazioni, sesso, nazione, origine), delle differenze. Le differenze esistono, ci sono sempre state e ci saranno. Essere differenti non significa obbligatoriamente avere un migliore e un peggiore. Al contrario, sono le cose omologhe che possono essere migliori o peggiori, non quelle differenti.
    – Ripudio quindi, sempre in tutti i settori, dell’egualitarismo preconcetto e della sua degenerazione, ovvero il malinteso senso di parità. Ciò che è diverso non può essere pari. C’è infinita più dignità a essere diversi che non “pari” sulla carta.
    – Ritorno alla sobrietà come principio, prima ancora che come stile di vita. La sobrietà non è pauperismo. Sobrietà è dare valore alle cose che ne hanno e negarlo a quelle che non ce l’hanno. L’opposto della sobrietà non è il pauperismo, ma il consumismo.
    – Smascheramento dell’inganno della “crescita” secondo cui la crescita economica (quindi lo sviluppo basato sull’allargamento della merce disponibile e dei mercati e perciò sulla necessità di omologare il numero maggiore possibile di persone in un unico commercio determinato dai bisogni indotti dal marketing “globale”) è il bene e, di converso, ma mancanza di crescita è il male. Una volta il contenimento dei consumi era una virtù che tutte le classi sociali praticavano come valore etico, prima ancora che come prassi economica. Ora invece si cerca di far passare per buono il contrario e si “incentiva” il consumo. In base a questo principio, secondo cui il benessere si misura in quantità di beni consumati, da un lato tutti hanno la costante percezione di essere poveri, in quanto incapaci di acquistare tutto ciò che il mercato impone, e dall’altro, di conseguenza, esercitano continue rivendicazioni economiche. Una volta soddisfatte le quali, corrono a spendere tutte le risorse ottenute, in un circuito senza fine.
    – Sul presupposto della pari dignità e non della neutra quanto utopisitica “parità” tra popoli, culture, razze e religioni, applicare il principio che i modelli non si esportano e che, nella naturale osmosi che da sempre regola nel mondo il traffico di idee, merci, usi, costumi, etc. occorre che i clicli e i ritmi di integrazione tra le diverse componenti del pianeta segua un ritmo naturale.
    – Applicato all’Italia, significa: abolizione delle sacche ideologiche di impunità (sindacali e politiche, politicamente corretto, etc.), reintroduzione del principio della politica come servizio e non come strumento di potere, rimozione delle incrostazioni partitiche, restituzione alla scuola del suo naturale ruolo selettivo e formativo, ridando prestigio al ceto docente e filtri rigorosi a quello discente, inversione dell’abominio in base al quale chi lavora si mette in tasca 10 ma chi lo assume paga 20, rispetto delle differenti culture regionali pur nell’ambito di un’indiscutibile unità nazionale, recupero dell’italianità intesa come valore aggiunto e come culturale portante della realtà mondiale.
    Potrei continuare ma mi fermo qui.

    Adesso tocca a voi…

    Ciao,

    Stefano

  8. Franco-non-ziliani,
    ho postato prima di leggere il suo intervento, ma come vede non siamo molto distanti. Anzi.
    I miei erano solo esempi e sono d’accordo che è facile puntare il dito dove è facile indurre a puntarlo. Anch’io giro ovunque e di schifi ne vedo dappertutto, anche nella mia presunta (molto presunta) Toscana felix.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  9. Cari belli,
    ogni popolo ha il governo che si merita. E come diceva il ghibellin fuggiasco: ogn’erba si canosce per lo seme.

    Che dirvi? Che mi sento orfano del partito d’azione? E’ vero, ma preferisco ora come ora rannicchiarmi nel mio apparente localismo e cercar di cambiare le cose a partire da me e attorno a me. La Toscana -verissimo- e’ tutt’altro che felix e la sua dirigentsja tutt’altro che meritevole di un affresco come quello del Lorenzetti. Al contrario sembrano riuscire alla sinistra scempi che neppure nei sogni piu’ selvaggi della piu’ democrista delle amministrazioni (sono giusto reduce da una infocata riunione tenutasi ieri a Gaiole sull’affaire delle cave di Montegrossi). Toscana infelix dunque, e tuttavia. Tuttavia nessuno mi levera’ di capo che se c’e’ stato qualcosa nella storia di cui il nostro Paese puo’ andare fiero, questo qualcosa e’ targato Etruria. In questo senso (solo in questo) puo’ aver ragione l’altrimenti delirante assunto antiparitario di Tesi: che ganzi come “noi” ce n’e’ stati pochi, e ci dispiace per tutti gli altri. 😛

  10. Rispondendo molto seriamente alla domanda esortazione di Giuliani dico che sarebbe per me sufficente mettere in pratica l’esatto contrario di quello che, al solito lucidamente, propone, enuncia ed annuncia il Sig.Tesi.
    L’Italia avrebbe un immediato scatto di reni, un risveglio subitaneo del proprio sapere collettivo, un inimmaginabile “grande balzo” !!!
    Caro Tesi, ci dica come la pensa su tutto. Dall’Abbecedario alla Zolla. Faremo l’esatto contrario, però le saremo eternamente grati per averci detto cosa non fare!!

    Ciao

  11. Caro vignadelmar,
    non vorrei dar vita ad altre inutili polemiche. Lei è liberissimo di pensarla come vuole, anche in modo diametralmente opposto al mio.
    Roberto Giuliani ci ha esortato a dire come la pensiamo, io ho tentato di rispondere. Se la mia risposta non la soddisfa, ne prendo atto. Dica la sua. Capisco però che criticare e contestare sia più facile che argomentare. Forse voleva solo essere ironico, ma non mi pare che sia il suo mestiere. Io esprimo il mio pensiero (se mi viene chiesto, anche dall’abbecedario alla zolla, perchè no?), non il mio sapere. Lei esprima il suo. Ma non cerchi di strumentalizzare ogni cosa, per trasformare ogni discorso in una baruffa.
    Come ho già scritto, intelligenti pauca. Lei è ingelligente, quindi non ha bisogno di molte spiegazioni.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  12. Io non strumentalizzo niente, ho detto come la penso.
    Se poi per lei dire che la penso all’opposto di come la pensa lei sia essere provocatorio, sia non argomentare o sintomatico di una mia voglia di far baruffa…beh, è un problema suo.

    Ciao

    Ah, io non sono solamente intelligente, sono anche decisamente geniale. Prossimamente, poco alla volta le elencherò anche le tantissime altre eccelse qualità che mi compongono.

  13. Memento, vignadelmar, hai a che fare con un infallibile job detector. Chissa’, dev’essere collegato in tempo reale con l’Agenzia delle Entrate e controlla automaticamente l’attivita’ economica autorizzata dell’interlocutore. Ironizzatore da parte tua… non ci arisurta, sorry.

  14. Caro vignadelmar,
    se le cose stanno così ritiro l’intelligente, mi tengo i miei problemi, resto in attesa di conoscere le qualità eccelse di cui parla e confermo che l’ironia non è il forte nè suo nè del dittero che a lei cerca di accodarsi.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  15. Tesi, non credo che tutti abbiano il tempo o la voglia di stendere una sorta di “manifesto politico” come ha fatto lei su questo blog, e non credo che sia neppure così necessario. Questo non rende comunque meno interessanti le cose che lei ha scritto alcune delle quali – come il discorso della decrescita e soprattutto il concetto di “pari dignità” – sono tipicamente di sinistra. Non posso fare a meno di ricordarglielo, con buona pace delle sue argomentazioni relative alla fine della “scansione destra/sinistra”. Per quanto riguarda l’invito di Roberto, credo che mirasse più che altro a interrompere l’ormai intollerabile cantilena sulle colpe dei politici priva di intenti costruttivi.

  16. Caro Arturi,
    le do in parte ragione sul “manifesto politico”. Nel senso che, come tutte la trattazioni complesso, anche certi ragionamenti richiedono lunghe argomentazioni, probabilmente poco adatte a questo contenitore. Probabilmente è vero anche che Roberto intendeva più interrompere la cantilena che sollecitare dissertazioni politologiche, ma ciò non toglie che al mio sproloquio si possa rispondere succintamente.
    Quanto al resto, lei continua a dividere tra cose che sono di destra e di sinistra. Su questo non posso seguirla. Primo perchè la scansione e l’accaparramento dei temi che lei fa mi pare arbitrario (la decrescita argomento di sinistra? Io non direi proprio), secondo perchè, trovando appunto tali scansioni tremendamente superate e inutili, non vedo dove stia la differenza. La bontà delle idee sta nelle idee stesse e non nella parocchia che, presuntamente o meno, le ha partorite.
    Ad ogni modo, mi fa piacere rilevare come con lei si possa dissentire anche senza trascendere e senza che ogni parola altrui venga usata per polemizzare.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  17. Visto che Roberto Giuliani ha fatto anche il mio nome, citando coloro che avrebbero dovuto indicare una agenda politica, intervengo con ritardo per dire semplicemente che non mi pare questo lo spazio più adatto. Anche perché, con tutto il rispetto per i commentatori di questo blog, la questione della contrapposizione Destra/Sinistra e del suo presunto superamento è già stata ampiamente dibattuta negli ultimi anni da filosofi, economisti, politologi molto più quotati. Oltre tutto sentire affermare che la teoria della decrescita non è di sinistra mi porta a pensare che la disputa sia solo nominalistica e cioé non riferita ai valori e ai principi primi della filosofia politica. Nel caso concreto è del tutto evidente come la teoria della decrescita dovrebbe contaminare trasversalmente tutti gli apparati partitici, di destra e di sinistra, poiché solo in questo modo avrebbe un impatto potente. Ma è altrettanto vero che le basi teoriche di questo pensiero, cioé una maggiore uguaglianza, un approccio critico al “lavoro” come variabile economica, il rifiuto di un legame diretto fra livelli di benessere e Prodotto Interno Lordo, il problema della comunicazione nella produzione di bisogni economici e sociali, sono valori e principi che fondano, almeno dal ’68 in avanti, una certa sinistra (non quella del PCI ieri o del PD oggi), a partire anche da certe riflessioni della Scuola di Francoforte. Poi è chiaro che se Tesi vuole chiamare topo il gatto è libero di farlo.

  18. Caro Dottori,
    potrei seguire il suo filo logico, pur senza condividerlo, se lei alla fine non si contraddicesse da solo. Prima dice che il principio di decrescita dovrebbe contaminare trasversalmente tutti gli apparati politici, cosa condivisibilissima e che io stesso, me ne darà atto, sostengo da tempo. Poi, sempre giustamente, critica l’approccio “nominalista” alla questione, altro argomento che come avrà letto sostengo con convinzione. Infine, però, ascrive senza esitazioni i principi della decrescita al pensiero “di una certa sinistra” (e facendo quindi già distinzioni all’interno di una distinzione) e attribuendoli oltretutto alle riflessioni della Scuola di Francoforte. Opinione che contesto. Ma non è questa, come lei dice, la sede per dibatterne.
    Ma se le cose stanno come sopra lei ha esemplificato, chi è il gatto e chi il topo? E chi gioca a confonderli? Ho l’impressione che lei dia troppe cose per scontate.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  19. Arturi, la “pari dignita’” e’ “di sinistra”? E che cosa sarebbe la “dignita’”? Soprattutto quando viene “parificata” dopo attenti distinguo volti a scongiurare l’aborrita “parita’”? Parita’ significa parita’ di DIRITTI. Uguaglianza significa “uguaglianza di fronte alla legge”. Null’altro. Allora che facciamo? Togliamo la parita’ di diritti e l’uguaglianza di fronte alla legge per consolarci con la pari “dignita’”? Mooolto di sinistra questo, oh yeah..
    Decrescita. Ma siamo sicuri di avere presente le cose di cui parliamo? Abbiamo idea di quello che succede all’economia mondiale quando non dico che il prodotto decresce, ma gia’ quando cresce “di meno”? Vogliamo forse dire che il modo di produzione capitalistico non va bene? Siamo sicuri? Ma che sono capitato, su un foglio dell’ultra sinistra di quarant’anni fa? Avete un’alternativa? Che non sia quella data dalla repubblica dei filosofi, possibilmente.

  20. Caro Cintolesi, non è (purtroppo) questo il luogo adatto ad approfondire in maniera adeguata argomenti tanto complessi. Mi limito a dire che mi sembra evidente come il concetto di decrescita, che rappresenta la negazione di alcuni dei principi alla base del liberismo e del capitalismo, non possa che essere considerato di sinistra.

    Lo stesso vale per il concetto di pari dignità, che mira a rimuovere l’odiosa discriminazione tra chi ha e chi non ha, tra chi sa e chi non sa e – soprattutto – tra chi può e chi non può.

    Un esempio per tutti? Quello della pari dignità tra lavoro e capitale – perdonate la terminologia vetero, ma non venitemi a dire che non è di sinistra… – che dovrebbe (dovrebbe)rappresentare la ragione fondamentale dell’esistenza di un’organizzazione sindacale.
    Senza il riconoscimento della pari dignità l’eguaglianza e la parità rimarrebbero chimere.

    Non mi avventuro nell’ambito dell’ultimo tema da lei toccato, quello relativo ai limiti del modo di produzione capitalistico, perché mi pare arduo intavolare una discussione a riguardo su “Vino al vino”, se non altro per ragioni di spazio e di tempo. Immaginerà perfettamente come su questo io la veda in maniera differente da lei, pur rispettando il suo punto di vista tutt’altro che campato in aria, e come non mi pare che questi siano temi da “foglio dell’ultrasinistra di quarant’anni fa”. Dovrebbe dirle qualcosa a riguardo l’interesse per il concetto di decrescita manifestato da Stefano Tesi, uno non esattamente sospettabile di simpatie verso la famiglia dei gruppi extraparlamentari degli anni ’70.

  21. scusate, ma per tagliare la testa al toro e mettere d’accordo Tesi, Arturi, Cintolesi, Dottori, il sottoscritto, magari anche C.M. dalla Danimarca e altri, ho trovato lo slogan “politico” giusto: Cchiù pilu pe’ tutti! Siete d’accordo, do you agree, scendiamo in campo anche noi, con un accordo bipartisan, con questo programma… di governo?

  22. Arturi, io non ho difficolta’ a considerarmi (anche) marxiano, tanto per chiarire i propri riferimenti. Vorrei dire che il concetto di decrescita non e’ di sinistra affatto, a mio avviso. E’ nella migliore delle ipotesi una nobile chimera. Puo’ essere molto peggio a voler pensare anche un po’ male (che e’ peccato pero’ spesso..). Questo quanto fondamento teorico. Quanto ai suoi effetti pratici non mi pare che oggi sia dato vedere motivo per non considerarlo una catastrofe di proporzioni epocali.

    “Pari dignita’” continuo a ritenerlo generico e anche vuoto. Rovescerei i termini da lei impostati: e’ la pari dignita’ che rimane un vuoto e impreciso proclama se non la si specifica e la si circostanzia. IL caso specifico della pari dignita’ fra lavoro e capitale e’ paradigmatico: nel momento stesso in cui si ammette dignita’ al capitale, il lavoro ne perde. Inutile illudersi.

    Il mio richiamo al foglio dell’ultrasinistra degli anni sessanta era chiaramente (o forse non cosi’ chiaramente e me ne scuso) una ironica (anche auto-ironica) provocazione, dal momento che in piu’ d’uno di quei fogli potrei trovare tutt’ora spunti validissimi in cui riconoscere parte del mio pensiero.

    Circa l’ultimo suo riferimento, o per meglio dire pietra di paragone, mi lasci dire che lo trovo ben poco significativo. Certa generica critica anti-capitalistica la possiamo trovare anche nel Mein Kampf, se per questo, e addirittura si potrebbero tracciare paralleli fra certa retorica dell’ultradestra e dell’ultrasinistra dai tardi anni venti in poi. Tutto questo non e’ una novita’.
    Mi pare un fatto che il modo di produzione attuale e’ capitalistico in ogni angolo del globo (ed e’ ormai da molti decenni), che il capitalista sia un privato, che sia un pubblico di azionisti, che sia lo Stato (e magari uno Stato che attinge al rosso e alle falci e ai martelli quanto a iconografia). Non solo: ammesso che si vedano all’orizzonte segni dell’avvento futuro di un diverso modo di produrre (ed e’ difficile, non dico impossibile, concedere), anche ammesso cio’, dubito che la cosa possa essere “within the scope” della politica non dico fattibile su Vino al Vino, ma anche nazionale, o se per questo pure continentale. Sono cioe’ un po’ perplesso circa l’inclusione di queste visioni di massimi sistemi nei programmi politici. Si tratta di amministrare la cosa pubblica, solo questo, e scusate se e’ poco. Farlo bene (secondo principi generali e priorita’ ormai stabilite sul piano teorico da quasi duecento anni e oggi quasi unanimemente condivise) sarebbe gia’ tutto un mondo.

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