Eataly: tutto buono, pulito e giusto, però…

Fino ad ora, come si è visto (leggi), solo note positive relative alla mia prima visita ad Eataly e all’incontro quasi “coup de foudre” (in senso intellettuale ovviamente!) con Oscar Farinetti.
Le osservazioni ascrivibili alla voce “attivo” continuano nel parlare dello “oggetto” e del “contenitore” Eataly, che è davvero splendidamente food friendly, accogliente, bello da vedersi e da vivere, che non è solo e non dimentica MAI di essere un luogo dove si deve fare food business, perché ci lavorano qualcosa come 240 persone ed il costo del lavoro è di 6 milioni di euro (su un fatturato del primo anno di ben 31 milioni), ma è un posto dove ci si può anche andare per imparare qualcosa. Il che in un negozio di alimentari, o in un supermercato, seppure elegante come questo, non accade di frequente.
Avendo girato con attenzione Eataly in lungo ed in largo, aggirandomi per circa un’ora in solitudine tra i banchi, le postazioni, i ristorantini tematici, la parata da Bengodi di cose buone e golose, prima che l’anfitrione venisse ad accogliermi e rendesse la mia una visita con Accompagnatore, mi sento di dire che questo luogo nasce da un’attenta, ragionata, e non casuale riflessione e che coglie l’obiettivo, fortemente voluto, quasi ostentato, di promuovere una cultura del cibo.
Questo anche in un luogo che si presenta come un supermercato, speciale, certo, dove i carrelli ed i cestini sono realizzate con bottiglie di plastica Pet giudiziosamente riciclate e recuperate, dove viene ricordato, con una marea di eleganti e chiari cartelli didascalici piazzati in ogni dove, che “mangiare è un atto agricolo”, che nutrirsi bene non è mai una scelta casuale, che si può contribuire alla difesa dell’ambiente scegliendo un packaging, un prodotto, una confezione, il terminale di una filiera con i passaggi ridotti al massimo, invece di altri.
A Eataly si può venire e ho visto tanta gente accorrere, guardandomi intorno, anche solo per curiosare, perché questo mega food store è trendy e di moda, perché l’atmosfera è piacevole, perché si possono leggere i giornali e le riviste disponibili, sfogliare i tanti libri di argomento food & wine in vendita nello spazio libreria, usufruire dei preziosi consigli di quel grandissimo ristoratore che è stato Renato Dominici della Carmagnole di Carmagnola, che oggi, a 82 anni portati con gagliardia, si mette ancora in gioco fornendo consigli su tutto l’universo del cibo, della cucina, della gastronomia, ai visitatori.
Inoltre tanti gastrogolosi ed enogastronauti vengono in questo posto perché ci si può collegare gratuitamente ad Internet e navigare (anche su questo blog) attraverso 8 postazioni Apple, scelte perché “vorremmo essere diversi alternativi, vincenti e soprattutto innovativi” come il gigante informatico di Cupertino in Silicon Valley.
Se l’idea madre di Eataly era quella di proporre al popolo dei golosi curiosi, di quelli che non si accontentano di mangiare ma vogliono conoscere e riflettere su quello che mangiano, insomma ad una fetta di quegli appassionati del wine & food che in questi anni hanno seguito San Carlin da Bra e la sua opera, un luogo dedicato, speciale, che parafrasando il Vangelo secondo Petrini è bello, appealing e gastronomicamente corretto, bene si può dire che il risultato sia stato splendidamente raggiunto.
La quantità di persone che ho visto mercoledì scorso gremire i vari Ristorantini tematici, (La pasta, il pesce, i salumi e i formaggi, la carne, le verdure, la pizza e la focaccia, della birra e agrigelateria), dove si può mangiare anche un solo piatto, accompagnato da una ricca selezione di vini al bicchiere e di birre spendendo cifre ragionevolissime, e aggirarsi tra gli scaffali e gli allestimenti scenografici e ben curati che accolgono prodotti di ogni provenienza e qualità (molti anche provenienti dalla gastro-galassia di aziende dell’impero Farinetti: le carni degli allevamenti della Granda, le acque e le bibite della Lurisia, le paste del Pastaio di Gragnano, i pelati Afeltra, le birre della Baladin, i salumi dell’Antica Ardenga, le robiole di Roccaverano dell’Agrilanga, le grappe di Montanaro, i prodotti di pasticceria di Luca Montersino, ecc. ecc. ne sto dimenticando sicuramente qualcuna) arriva ad Eataly con curiosità e forti motivazioni.
Fornite anche da un’organizzazione, ben collaudata, attiva, entusiasta, che, basta visitare il sito Internet (leggi), tutti i giorni o quasi, fornisce pretesti, stimoli, provocazioni per tornare al Lingotto e accorrere a degustazioni, presentazioni, cene a tema, incontri con gli autori, i cuochi, i produttori. Perché come si legge sul sito Internet (vedi) si può comprare, mangiare, imparare, partecipare ad eventi, su prenotazione, programmati con largo anticipo e ben presentati sul sito, seguire corsi di enogastronomia, imparare tutto sui prodotti dei Presidi di Slow Food, assistere a degustazioni letterarie, incontrare “i grandi”, ma soprattutto, ecco la formula vincente, ci si sente parte di una comunità che non solo mangia, ma respira, pensa, discute, vive, di cibo e di vino, che considera giustamente l’enogastronomia Cultura. Materiale se si vuole, con connessioni e risvolti finanziari ed economici, ma sempre cultura. Molto di più di tante carabattole e sciocchezzuole spacciate per “cultura”.
Chi viene ad Eataly è come chiamato a partecipare ad una sorta di rito laico goloso, ad una celebrazione della grandezza e della ricchezza di significato del wine & food, è spinto a socializzare e socializza anche facendo la fila, in maniera civile si spera, conversando amabilmente di tagli, di cotture, di tessitura delle carni, al banco del macellaio, dove volutamente non è stato previsto il numerino con l’ordine di servizio che troviamo dappertutto.
Tutto bello, buono, pulito e giusto, dunque, una riuscita sintesi di informale e di autorevole, di ironico e autoironico, di alto e di basso, di materiale e di sublime, un insieme che il suo patron orgogliosamente definisce “onesto ma furbo”.
Riuscito il tentativo di realizzare una vetrina rutilante ma friendly dei costosissimi e leggermente snob (ma suvvia diciamolo!) prodotti dei presidi Slow Food, che, voglio fare un po’ di demagogia spicciola, non so quanti metalmeccanici torinesi si possano permettere, e di tentare di divulgare al popolo goloso la “gioiosa” novella che per mangiare e bere cose di grande qualità occorre allargare il portafoglio e pagare dei bei soldini.
Però, e qui comincia la parte di segno negativo, caro nuovo amico Oscar, e partono le mie perplessità, che non posso nascondere, visto che faccio il giornalista indipendente e non l’agit prop o il propagandista o il… consulente strategico, tutta questa mirabilia, questa scienza golosa, questo regno della cuccagna realizzato, come orgogliosamente mi hai fatto notare, senza nessun contributo pubblico (beh la Regione Piemonte una paccata di soldi li aveva già elargiti, in finanziamento, al tuo amico Carlin…), ha un risvolto della medaglia che non mi convince.
Un prezzo da pagare davvero molto alto quello chiesto al consumatore finale, che in questo paradiso degli appetenti e di coloro che vivono anche per mangiare, e bene, si trova di fronte a prezzi sostenuti e, lo dico non scientificamente, perché dovrei fare una rilevazione comparativa del prezzo dello stesso prodotto ad Eataly e in una gastronomia di Torino o Milano o Roma, ma avendo più volte strabuzzato gli occhi davanti ai cartellini, più alti della media o comunque oggettivamente elevati.
Caro Farinetti, lo so benissimo che la qualità dei tuoi pomodori pelati Il miracolo di San Gennaro Afeltra sarà sicuramente stupefacente, ma 3,80 euro per una scatola da 800 grammi non sono briciole, come i fusilli tirati a mano del Pastaio di Gragnano (altra azienda tua) a 9,80 euro per 500 grammi sono una cifra davvero alla portata solo… del Farinetti di turno o di qualche ricco professionista della Torino bene, magari imparentato con la famiglia Agnelli…
Ho già parlato del mitico pomodoro Ferrisi, in vendita ad Eataly a 25 euro al chilogrammo (ma sul suo sito Internet – vedi – è possibile l’acquisto on line al costo di 28,50 euro per cinque chilogrammi, che aggiungendo i 15 euro della spesa di spedizione sino ai 10 chilogrammi, portano ad un totale ancora robusto ma più umano di 8,7 euro al chilogrammo, non 25…), ma riconoscendoti che il pane, molto buono, costa il giusto, anzi meno, che tanti prodotti preparati in loco, dalla pasticceria ai prodotti da forno sono proposti a cifre ragionevoli, che nei ristorantini tematici si può mangiare e bere senza svenarsi, non posso non rimanere stupefatto, visto che i prezzi li conosco perché la spesa la faccio io in casa Ziliani, per quello che ho visto.
Ad esempio per i numeri che mi sono annotato relativi alla fantastica, coreografica bancarella della verdura, per le melanzane viola a 4,50 euro al chilo, per le zucchine normali a 4 (7,50 euro quelle fiore del Lazio), per i peperoni rossi a 4,50 (e nemmeno quelli spettacolari e supremi di Carmagnola).
Sono rimasto sorpreso per il Parmigiano Reggiano di 36 mesi di stagionatura proposto a 23,50 euro al chilogrammo (in promozione a 21,80 il giorno della mia visita) nonostante la quantità che prevedibilmente viene smerciata. Sorpreso perché sabato dal mio formaggiaio di fiducia già citato nel primo articolo (Ol Formager di Bergamo – sito – che Eataly ben conosce e che è uomo probo vicino a Slow Food) ho acquistato 3,2 chilogrammi di un Parmigiano Reggiano da 36 mesi da portare a Londra lunedì pagandoli 53 euro circa, ovvero 15,80 euro al chilogrammo e non 21,80 o 23,50… Quando vuoi, la prossima volta, se ci sarà, te ne porto un pezzo e facciamo una prova comparativa tra il “mio” ed il tuo Parmigiano per vedere quale sia migliore e quale il rapporto prezzo-qualità vincente…
Potrei citare un sacco di altri casi dove la qualità è sicuramente super, degna di un Peck – dove il Parmigiano Reggiano da 40 mesi costa 40 euro – di un Fauchon o di un Salumaio di via Montenapoleone. Qualità che non ho motivo di dubitare sia super, anche se la prossima volta, da San Tommaso, mi piacerebbe chiedere a Farinetti di poter fare una prova giornalistica speciale, magari in compagnia di un esperto di mia fiducia, poter passare ai vari banchi e procedere ad assaggini di formaggi, salumi, ecc. per poi scriverne e valutarne la qualità in relazione al prezzo..), ma super anche il prezzo, tale da rendere Eataly, che per il momento è trionfante, di moda, trendy, figo (accidenti ha sedotto anche me!) appannaggio esclusivo, per quella voce vendita prodotti che è quella nettamente preponderante nel fatturato, degli happy few.
Non solo i Farinetti e gli aspiranti tali, ma professionisti, popolo della partita Iva con redditi elevati, un pizzico di food radical chic che non guastano mai, e quei “ricchi e agiati buongustaiche come scriveva recentemente il Guardian a proposito di Carlin (vedi), lo idolatrano per la sua promozione dell’alta qualità del cibo.
Il che in inglese, senza frasette perdute misteriosamente per strada, recita “idolised by rich and leisured foodies for promoting high-quality, small-scale farming and organising a relaxed life around long lunches”.
Dobbiamo dunque intenderci: qual’é il popolo, sicuramente trasversale, di Eataly, e a chi si rivolge questo rutilante food store?
Sicuramente a chi ama la qualità del cibo e può spendere, lo ripeto, sto soprattutto parlando di chi si porta a casa le tante cose buone e golose poste in vendita in maniera ammiccante e irresistibile, non di chi affolla i ristoranti e gli spazi di aggregazione, meno, credo, a chi (e perdonami questa tirata populista un po’ qualunquista, ma anche un filo realista se me lo concedi), deve fare i conti con stipendi e potere d’acquisto (relativo) che non contemplano, purtroppo, il culatello a 79,80 al chilogrammo, il Castelmagno a 36,20, il trionfale Patanegra iberico bellota pura ghianda a 84,80, il pomodoro Ferrisi a 25 euro, le lenticchie di Ustica a 6,20 euro per 500 grammi e le tante cose buone sicuramente stre-pi-to-se ma care, che tu ed i tuoi collaboratori avete selezionato e imbandite in quell’angolo di Bengodi che è Eataly
.
Come avrete visto ho evitato accuratamente di parlare della parte vino, che è importante e va trattata, conto di farlo presto, dopo ulteriore riflessione.
Su questo tema, che è centrale, considerando che Oscar Farinetti non è più un outsider o un semplice “dilettante” o un produttore… della domenica, ma un soggetto importante
, proprietario di Borgogno, socio al 50% di Serafini e Vidotto in Veneto, proprietario della Brandini, ex Cavagnero, di La Morra, proprietario dell’azienda San Romano a Dogliani, proprietario delle Cantine del Castello di Santa Vittoria, co-proprietario della Monte Rossa, possibile futuro co-proprietario di… top secret, vedremo di riflettere attentamente, sine ira ac studio.
Perché l’incontro con Oscar è stato splendido, la bottiglia di Barolo 1982 di Borgogno perfetta (a quando un bis con altre annate tipo 1989, 1985, 1964, 1971 ?), l’atmosfera di Eataly stregante, ma qui non siamo disposti a fare sconti a nessuno, anche se appealing, simpatici e grandi imprenditori oggi anche produttori di Barolo di stampo classico.
Non si chiama forse Vino al Vino, perché dice pane al pane e vino al vino, questo blog?

80 pensieri su “Eataly: tutto buono, pulito e giusto, però…

  1. Caro Franco,
    le conclusioni (in realtà le pirme deduzioni) a cui sei arrivato andando a Eataly e dopo aver conosciuto il suo ideatore, evidenziano un fenomeno che non è certo appannaggio solo di Farinetti o Slow Food. Il concetto “qualità elevata/prezzo elevato” è un concetto legato al business e privo di qualsiasi morale o concezione umanitaria. E’ figlio di questa società, dove avere la macchina costosa e veloce conta più del fatto che inquina 5 volte più di una utilitaria. Però la mancchina costosa e veloce c’ha di serie una decina di airbag e sistemi di sicurezza che, giustamente, salvaguarderanno la vita delle persone agiate che, spesso e volentieri, se ne strafottono di regole della strada e di multe (basta guardare le varie audi, bmw, mercedes che sfrecciano a oltre 200 orari ogni giorno) e non sanno cosa sia il rispetto degli altri. Le stesse persone che, con una certa regolarità, amano passare le loro giornate nei posti trendy e alla moda, possibilmente costosi e apparentemente alternativi, non si sa bene a cosa. Le stesse persone che mangiano male ma si nutrono bene perché fa tanto figo, e possono permettersi alimenti più sani ed evitare di acquistare prodotti da supermercato la cui qualità, lo sappiamo bene, è ben lontana e tutt’altro che rassicurante.
    Il caro Farinetti guarda in alto, come il caro Montezemolo che, non lo dimenticherò mai, in un’intervista televisiva, poco dopo l’avvento dell’euro, disse che i negozi Ferrari non erano cari e che una t-shirt a 100 euro è un prezzo normalissimo e alla portata di tutti.
    E’ bello crogiuolarsi in un mondo del genere e spacciarsi per alternativi, senza rendersi conto che è proprio questa “cultura” a spaccare il mondo in due, con le conseguenze che possiamo vedere e sentire ogni giorno della nostra normalissima vita.
    Aggiungo, caro Franco, che la bottiglia di Borgogno che hai gioiosamente bevuto, e le prossime che ti auguro di bere, nella tua vita (ma anche mia quando capita e di tutti quegli altri che si occupano di scrivere di enogastronomia e sono riusciti a entrare negli “ambienti giusti” per meritarsi simili divertissement) senza dover spendere alcunché (cosa che fa inevitabilmente piacere ma ci allontana dal mondo reale di “Vini al market”, una delle rubriche di lavinium pià lette in assoluto, non certo da gente facoltosa e “trendy”), rappresenta perfettamente questo modello, in cui c’è chi gode e chi sta a guardare morendo di invidia, sperando un giorno di far parte di quell’élite.
    Altrimenti Berlusconi, figlio di questo tempo, chi lo avrebbe votato?

  2. Franco, in questo pezzo hai messo un paletto sui prezzi. Ma se sono soltanto i prezzi a preoccuparti, allora non ci metterai molto ad avere carte scoperte da Farinetti ed a renderti conto di come li formano a Eataly, a partire dal PREZZO SORGENTE CHE SECONDO ME ANDREBBE INDICATO SEMPRE. Bisogna pretendere trasparenza. Io ho abitato a Milano per molto tempo, non andavo quasi mai al ristorante, non potevo essere dunque un cliente stabile di Peck, pero’ le poche volte che sono andato da Peck a comprare ci lasciavo volentieri lo stipendio, perche’ trovavo cose favolose che nessun altro aveva a Milano. Escluso il pesce, che trovavo al mercato del sabato di Lambrate ad un prezzo migliore da un amico pugliese che certi pesci se li faceva arrivare in aereo dalla Thailandia e dalla Sardegna e quindi non era certamente secondo a Peck. Il problema e’ che una struttura cosi grande che riunisce tanti prodotti di cosi alta qualita’ all’inizio non si ripaga se non tiene i prezzi alti, ma secondo me dovrebbe scendere virtuosamente pero’ mano a mano che le spese di avviamento vengono recuperate, magari anche tramite sponsor. Non sto difendendo Eataly perche’ abito a Bielsko-Biala in Polonia, non ci sono mai andato e forse non ci andro’ mai, quindi “non me ne po’ frega’ de meno”, ma ti invito soltanto a non temere l’incontro con Farinetti sul campo. Tu puoi far molto sia con le critiche che con i consigli, perche’ non c’e’ bisogno di stare dalla parte del fornitore o dalla parte del cliente, basta stare, e tu lo sai fare benissimo, dalla parte del miglior rapporto possibile tra fornitore e cliente. Questa e’ la modernita’. Non aver nessun timore, Franco, qualcuno questo compito se lo deve pur prendere e non e’ compito ne’ da lecchini ne’ da signorno. Ci vuole proprio uno come te. Per questo magari verra’ fuori un cavolfiore, ma provaci almeno!

  3. Auff!…fino a metà di questo post pensavo di aver sbagliato blog…credevo di essere finito nel sito promozionale di Eataly!! 🙂 Poi l’impennata sui prezzi…sospiro di sollievo!! (la polemica di Ziliani è come una droga…si rischia di andare in crisi di astinenza!) 😉 Và ricordato, però, che dietro a certi tipi di prodotti (a volte veramente rari) c’è il lavoro di un agricoltore o un allevatore che, per quanto alti siano i prezzi, non verrà mai ripagato del sacrificio fatto per produrre o allevare. Oggi la qualità di un certo tipo, purtroppo, si paga.
    Anche lei, tempo fa, si stupiva positivamente per un Barbaresco a circa 20 euro in cantina (Cascina delle Rose). Effettivamente per un vino di quel livello è davvero un ottimo prezzo. Una bottiglia del genere ,però, per un metalmeccanico torinese (e non solo), è inarrivabile allo stesso modo di mezzo kilo di pomodori Ferrisi!

  4. Se i prezzi sono alti, anche in rapporto alla qualità, è sufficente non comprarli !!!
    Può sembrare una battuta, invece è una grande verità.

    In ogni caso il confronto sui prezzi andrebbe fatto sul medesimo identico prodotto e produttore acquistato in due punti vendita diversi.
    Altrimenti ci si inerpica nel ginepraio del gusto personale e sulla personale percezione del caro o del non caro senza nemmeno sfiorare una presunta scientificità d’indagine.

    In ogni caso in un’ economia di mercato a decidere se i prezzi di un tale esercizio siano adeguati o meno lo danno i clienti che accorrono o non accorrono ed i bilanci di fine anno.
    Senza considerare che nella percezione complessiva di ognuno di noi non contano solo qualità e prezzo ma anche immagine, piacevolezza, simpatia, etc etc etc….
    Il resto sono chiacchere, anche interessanti, ma chiacchere.

    Ciao

  5. Davvero interessante la lunga e complessa ma esaustiva analisi del “mondo Eataly”, soprattutto per chi vuole farsene un’idea lontano da agiografie marchettare.
    Quindi, a conti in tasca fatti.. devo gioire del mio Parmigiano Reggiano da 36 mesi, per di più da agricoltura bio, pagato 13,20 euro/Kg grazie al locale GAS (Gruppo di Acquisto Solidale)civitanovese??

  6. Pur da “indesiderato” mi permetto una veloce considerazione riguardo i prezzi – di Eataly o altri
    punti di vendita -. E´ restrittivo, se non addirittura fuorviante mettere l’ occhio di bue solo sul prezzo al dettaglio come tale.

    Come consumatore – ma in realtá anche come fornitore – io sarei
    piu´interessato a sapere se il ricarico applicato é quello di cui mi posso “fidare”.

    Faccio un esempio: Il Miracolo di San Gennaro costa euro 3,80. Ci sará sempre qualcuno per cui 3,80 eurozzi saranno sempre molti, altri per cui saranno troppo e pochi ancora per cui 3,80 euro per 800 grammi di pomodoro “vanno bene”.

    Quindi si potrebbe dire che non é che le cose cambierebbero di molto se il Miracolo costasse 3,- o 5,- euro.

    Quello che invece cambia, se io mi devo sentire sicuro nel portare i miei acquisti ad un commerciante X, e il sapere se il suo é un ricarico equilibrato, con il guadagno spalmato su tutta una serie di prodotti validi, agricoli e di qualitá che raccolga (i miei ) consensi.

    Detta in soldoni: se i pomodori miracolati costano, come credo, 2,-/2,50 euro la scatola, il prezzo al dettaglio di 3,80 é accettabile. Se invece costassero 0,75 og 1,- euro il prezzo di 3,80 non sarebbe altrettanto accettabile.

    Non é che il commerciante debba rendere improvvisamente conto al cliente dei proprii ricarichi, (ipotesi comunque interessante e fattibile) ma sono convinto che non passa piu´di qualche mese prima che il consumatore si accorga se
    il punto di vendita pratica una politica di prezzi equilibrata – e quindi conveniente – o no. E questo indipendentemente da i prezzi e dalle punte di picco di alcuni prodotti.

    Inoltre: il prezzo e´anche un segnale che il commerciante manda al consumatore. Puo´darsi che
    Eataly – o altri – preferiscano avere come clienti persone che prioritano la spesa alimentare rispetto che so, a cilindrate o telefonini, e quindi sono piu´disposte, anzi liete, a digerire che una scatola di “pummarole” costi 3,80 euro.

    Puo´darsi infine che il commerciante faccia scelte a lunga gittata e prerisca pagare qualche centesimo in piu´al fornitore X che ha avviato un discorso di produzione buono, giusto e pulito
    piuttosto che spremere il fornitore fino all’ ultimo centesimo di sconto pagando prezzi all’ osso.

    Tu dirai che, sí tutto bene ma 7.350 vecchie lirette per neanche un chilo di pomodori sono sempre una cifra fuori dalla portata anche di un gastrobenevolo consumatore come Ziliani e del suo budget familiare.

    Beh, hai naturalmente ragione ma la disponibilitá economica del singolo non inficia il discorso
    di cui sopra. Specie se, come spero, Eataly offra anche altri buoni pomodori in iscatola meno miracolati.

    Ed allora riserverai la spesa dei 3,80 euro a quel giorno in cui vuoi essere buono con te stesso,
    quell’occasione particolare che merita il prodotto particolare etc etc, ben sicuro del fatto che
    3,80 sono sempre tanti euro ma che il prodotto caro non é.

  7. anch’io, che leggo e commento al volo da Londra, dalla redazione di The World of Fine Wine, dopo una bella ed istruttiva degustazione di 27 Franciacorta Docg di diverse annate (dal 2004 al 1999: chi ha vinto? non ve lo dico, vi basti solo sapere che il nome del winner non sara’ una sorpresa, mentre quella di chi e’ arrivato secondo o terzo invece si’) sono sorpreso dal numero molto contenuto dei commenti. In verita’ me ne aspettavo di piu’, ma diamo tempo a tutti, anche agli interessati magari, di calibrare una reazione e una risposta…
    bye bye, ci sentiamo mercoledi’ o se riesco domani sera appena tornato a casa (ma perche’ dovrei tornare? Londra e’ cosi’ charming…(

  8. Un primo commento ad una anno di distanza dall’apertura di Eataly e a 6 mesi di distanza dal primo post sull’argomento.
    L’equazione che monsù Oscar tanto sbandierò agli inizi (cibi buoni=giusti prezzi) era un bufala. Le interviste rilasciate alla stampa ed ai quotidiani economici hanno solo grattato un pò d’intonaco, ma la realtà é un’altra: una struttura del genere che spende 6 milioni di stipendi (sempre che sia vero) non si regge in piedi con 31 milioni di fatturato ed un 30% dichiarato di ricarico. Mi dispiace, ma la matematica non é un opinione. Lo dico perché opero nel settore e conosco i prezzi alla fonte. Poi chi ci va o chi non ci va, se é di moda o meno, sono cose che mi interessano poco. Farinetti ha individuato un target, per ora ha fatto centro e bisogna riconoscere che é stato bravo, quindi gli faccio tanto di cappello.

  9. Franco, per favore, non ti lamentare del numero dei commenti, che dal mio commento delle 9 e 48 ho dovuto aspettare fino quasi adesso per leggermi e leggere quelli degli altri, che sempre figurava la fatidica frase “nessun commento”. Ma poi quello che conta non e’ la quantita’ ma la qualita’. Ma se proprio lo desideri posso scriverti 10 pezzi di un ragionamento in 10 commenti in successione, non ne avrei difficolta’…

  10. Il diretto interessato faticherà a farsi una ragione del fatto che sia io a dirlo, ma a mio parere vignadelmar ha ragione.
    Se ritengo che il prezzo che mi viene richiesto per un prodotto sia “caro”, o troppo caro per le mie tasche, basta non comprarlo. Questa è la prima norma di salvaguardia. E’ vero, viviamo in un’economia di mercato ed è il mercato che fa le regole, lasciando al consumatore (che orrida parola) l’almeno apparente libertà di scegliere. Tutto è relativo, quindi anche la priorità che attribuisco a certi acquisti e il valore economico che attribuisco a certi prodotti.
    Il punto è che il prezzo di un prodotto non lo fa solo la qualità (peraltro si possono fare anche prodotti pessimi che nascono carissimi, vedi certi vini), ma pure l’insieme di stimoli (marketing, gusti personali, contesto, psicologia) che circondano l’oggetto e da cui tutti, anche i più scafati, sono condizionati (è un po’ lo stesso discorso delle degustazioni alla cieca o in chiaro). E’ una delle caratteristiche del consumismo. Non vedo però che differenza ci sia, allora, tra il consumismo di chi ha il macchinone e veste griffato (tipologie verso le quali non ho alcuna simpatia) e quello, più snob, di chi ad esempio spende i propri soldi in “consumi” dall’allure culturale più elevata come libri, teatro, grandi vini e cibi raffinati quando questa è comunque un’apparenza e non una sostanza. Mi sembra uno snobismo ancora più grave. E mi pare che il risentimento di gran parte di coloro che non possono permettersi certi acquisti dipenda non tanto dall’impossibilità di godersi la qualità, quanto le apparenze che certi prodotti conferiscono a chi li consuma. Non vedo dunque, viceversa, perchè uno che ha il Suv e gli abiti di Armani non possa avere la sensibilità, il gusto e la cultura di un pensoso gastronomo in eskimo. Non è questo una sorta di classismo al contrario?
    Il caso di Eataly mi sembra calzare perfettamente come esempio del caso. E’ un banalissimo centro commerciale, ma ben vestito, politicamente corretto, apparentemente “democratico”, perchè dà a tutti l’opportunità di assaggiare cose altrimenti introvabili a prezzi magari a volte elevati ma comunque non del tutto inarrivabili. Dove insomma almeno ogni tanto qualche sfizio ci si può togliere. Si dà così l’illusione dell’avvento di una “qualità di massa”. Alla fine, però, se i clienti non comprano anche Eataly chiude. E con esso di dissolvono le illusioni “sociali” di aver portato l’uguaglianza qualitativa sulle tavole di tutti.
    Detto questo però, caro Roberto, che c’entra Berlusconi? Non vedo molta differenza tra lui e gli intellettuali in cachemire o i riformisti con la barca che, alla fine, si riempiono la bocca col “mercato” e aizzano ai consumi esattamente come lui.
    Ciao,

    Stefano

  11. intanto salutami tom stevenson…
    e poi sinceramente non vedo tutto questo problema dei prezzi…anche alla conad davanti a burde ci sono pomodori a 1,5 euro e altri a 10 euro al kilo. Va da sè che anche io non tutti i giorni comprerò quelli da 10! Ma con un minimo di cultura gastronomica e una sbirciata all’etichetta capisco se risparmio magari non risparmio di salute e quindi scelgo volentieri i 10 euro, magaru rinuncio all’ennesimo DVD.
    Il problema semmai è quello più ampio di slowfodd ovvero che ormai tradizione e legame al territorio e rispetto della natura fa rima con costoso e impraticabile ai più, spesso anche per una legislazione che obbiettivamente favorisce GDO e big players e penalizza i piccoli produttori. Certo eataly magari esagera in un certo senso ma almeno come vetrina ha senso e lo ha anxora di più come parco didattico. Poi è ovvio che la spesa lì ce la fanno solo gli agiati e i ricconi: per fortuna che a noi rimangono iniziative come l’orto di inverno http://parcodeibuoi.com/ .

  12. Gentile Ziliani, mi sembra che il suo post sia stato fatto un po’ con il freno a mano tirato. Probabilmente si tratta di una scelta voluta per stimolare i commenti dei suoi lettori, se così fosse, non mi sottraggo all’invito.
    Il punto è: cosa si pone di essere Eataly? Se si tratta di una struttura che vuole replicare in quel di Torino, in maniera più grande e moderna, quello che a Milano rappresenta Peck, probabilmente il negozio enogastronomico migliore d’Italia e forse oltre (quest’estate sono stato a Parigi da Fauchon e le assicuro che Peck è di categoria superiore) allora il Sig. Farinetti, in una logica imprenditoriale di realizzazione e massimizzazione del profitto, ha tutta la mia ammirazione, magari avessi avuto io le risorse finanziarie e gli agganci giusti per fare una cosa del genere! Ma il punto è che questa struttura si vuole ammantare, come si evince dal sito e dalla consulenza strategica di Slow Food, di finalità sociali, culturali, … ed allora la musica cambia. Perché come dicono loro, “il buon cibo avvicina le persone, crea comunione tra i diversi strati sociali, aiuta a trovare punti di vista comuni tra gente di diverso pensiero” ma il processo di condivisione è direttamente proporzionale alla disponibilità economica e la qualità diventa una discriminante tra chi se la può permettere e chi no. Perché e bello avvicinare il produttore e il consumatore tagliando la catena di mezzo ma poi se ricarichi i prezzi di 4-5 volte (come nel caso da lei riportato dei pomodori) e sei socio di colossi della distribuzione come le coop allora questi grandi vantaggi a monte e a valle della filiera io non li vedo. Perché diffondere la cultura è lodevole ma non è per tutti perché i corsi giustamente costano (a propsito cosa ne pensa l’AIS dei corsi di degustazione?) e così anche gli “aperitivi con il produttore” che magari i vini dell’incontro li offre.
    Insomma, per non dilugarmi troppo, se Eataly vuole porsi come supermercato dei cibi di qualità, anzi dicamo anche di lusso (è forse un peccato pronunciare questa parola per i radical chic e i talebani della qualità estrema?) chapeau al Sig. Farinetti, ma se si vanta di affermarsi come un’istituzione alla quale ormai manca solo il patrocinio dell’Onu e la benedizione di Al Gore, beh, allora può riferire al suo nuovo amico che, per quanto mi riguarda, amesso che la cosa interessi, l’anello al naso me lo sono tolto da tempo.

  13. La matematica non è una opinione soprattutto per le mie tasche, infatti i prezzi nella maggior parte dei casi, riferiti a stessi prodotti, è leggermente minore che in molti negozi di Torino, io ci vado almeno una volta a settimana e non sono sicuramente un “agiato e riccone” (magari). Dipende sempre per cosa si intende per “prezzi giusti”. Giusti per il produttore? Per il consumatore? E’ chiaro che un Roccaverano –vero- sarà più caro che un’altro caprino come è chiaro che se vado a comprarlo direttamente dal produttore, lo pago meno e qui do ragione a chi dice che basta andare direttamente in cascina. Però, bisogna andarci. E sui pomodori, non ci sono dubbi, sono cari, ma quelli di Ferrisi a Torino li trovi a prezzi esattamente uguali, ieri pomeriggio, ad Alba (Cn) mi sono preso lo sfizio di cercarli e li ho visti a 23,50 euro al kilo. Io non li acquisto di sicuro. Se proprio voglio un pomodoro, lo trovo anche a due euro. Sarà pure un “banalissimo centro commerciale” ma io alla Esselunga di Caprotti non ho mai visto i ragazzi (dipendenti), nella pausa, magiare quello che gli pare, ovviamente gratis. Agli aperitivi con il produttore, io ho partecipato alcune volte e non sono così sicuro che i vini siano offerti, tant’è che ho visto con i miei occhi “recuperare” alcune bottiglie negli scaffali. Magari saranno stati “offerti” a monte. Forse. E comunque a questi incontri si mangia pure.
    Ziliani, non ho capito quando scrivi di “gastro-galassia di aziende dell’impero Farinetti” e poi citi alcune aziende, Antica Ardenga, Agrilanga, Montanaro, Montersino, ecc. Cosa c’entrano.
    Loris

  14. @Stefano
    Berlusconi ha fatto leva con i suoi manifesti propagandistici in tutta Italia sulle frustrazioni della gente, proponendo un’immagine dell’uomo che sa fare affari in qualunque settore e che ha come unico obiettivo il proprio arricchimento. E ha avuto successo. L’ambiguità di certa gente di sinistra, per quanto deprecabile, non ha nulla a che vedere con questo argomento.
    Ho citato Berlusconi perché è stato l’unico ad esprimere pubblicamente quello che molti hanno sempre desiderato diventare. Non è Berlusconi il centro del mio intervento ma la dimostrazione di come ciascuno di noi ha prodotto questa realtà, Berlusconi ne è stato e forse ne è ancora il portavoce e l’esempio supremo. Chi lo ha votato, e non mi riferisco ai pensionati e ai poveracci che si sono illusi di avere chissà quali miglioramenti, crede davvero in un mondo dove gli affari vengono prima di qualsiasi valore, dove il denaro è la massima aspirazione.
    Berlusconi è stato votato da molti consapevolmente e non “tappandosi il naso” o perché a sinistra non voteranno mai. Questa è la nostra realtà e Eataly ne è la perfetta applicazione, un negozio di alta moda alimentare, di cui sinceramente non c’era bisogno.
    Sarebbe molto più utile che il cibo, elemento fondamentale per vivere, fosse sano, prodotto senza sostanze tossiche o dannose, e non venisse considerato alla stregua di un gioiello di lusso, che certamente non è indispensabile avere.

  15. Lo slogan di Eataly al suo sorgere era “qualità ad un prezzo sostenibile”. Ergo: noi di Eately facciamo le cose giuste e tutti gli altri no.
    E’ uno slogan, ma la dice lunghissima sull’impostazione snob del businness poolitically correct di sinistra che è ovviamente un movimento di denaro come tutti i businness ma qui bisogna venderlo come equo, corretto e giusto.
    Per tutti i commercianti comuni mortali il prezzo finale viene determinato non in base alla suggestione e all’appeal della struttura ma in base come minimo ai parametri di settore. Tralasciando fenomeni di sciacallaggio, direi che il prezzo deve essere giudicato in modo più sereno e senz’altro competente dal consumatore, ma fare qusto diventa imbarqzzante quando ti trovi dentro ad un sistema in cui ti senti scemo se non capisci che certi pomodori devono costare 25 euro al chilo.
    Molti negozi specializzati, molte enoteche professionali e aggiornate offrono i medesimi prodotti di Eataly e non c’è bisogno di avere un assortimento mega per essere capaci di svolgere un buon servizio ai consumatori. Anzi. Più una struttura è gtande più costa e più ha bisogno di mediazione ideologica e suggestione mediatica per accreditarsi. Pensate solo ai titoli di certa buona stampa se a vendere i pomodori a 25 euro al chilo fosse stato chiunque altro invece che Eataly. Tanto di cappello per l’idea imprenditoriale, ma anche rabbia e tristezza per come i tanti appassionati del gusto in fondo subiscono le suggestioni dello show businness piuttosto che essere sedotti dalla bellezza della cultura e dall’impegno di tanti e tanti e tanti “bottegai” professionisti, vera spina dorsale non speculativa del nostro paese.

  16. Che stess con sti pomodori , se li volete fateveli mandare tramite corriere altrimenti vi comprate quelli da 2 o 3 euro (ci sono anche ad eataly) . E comunque è vero che a torino li trovi a quei prezzi. Nessuno dice che certi prodotti li trovi solo li , ci mancherebbe , ma bene o male io trovo che certi prezzi sono effettivamente un pò più bassi , i produttori non sono ancora morti ed a me come consumatore occasionale va bene così. In matematica non sono mai stato forte quindi preferisco lasciare ad altri fare i conti, tanto sono tutti bravi. Ho visto anche il negozio di milano e cacchiarola , li risparmi ancora di più , rispetto ai negozi del centro. Che poi sia un negozio alla moda mah . probabilmente siamo tutti dei pecoroni rimbecilliti , perche la “moda” la facciamo noi. Me compreso. Tutti , intendo dire quelli che ci vanno , per carità , non mi permetterei mai di estendere a tutti il “pecoronismo”. Si dice cosi? Boh.

  17. @ patrizia
    l’ho già scritto , quei pomodori , ti ripeto a torino li paghi proprio quello e chissà perchè la stampa non se ne mai accorta . Ci voleva Ziliani. Mi raccomando , il freno tirato è pericoloso , si rischia di sbandare , meglio una guida veloce ma controllata.

  18. ma va la Ziliani , quale difensore d’ ufficio , ci sei stato più te ad eataly in un colpo solo che io in tutte le volte che sono andato. Mi sono trovato bene e lo dico. Altri no . Puoi capire cosa incasso. Altri incassano , non io. ciao

  19. Franco, ti ripeto la mia proposta se collaborerai con Eataly: prezzo sorgente indicato sui cartellini. Quando le informazioni sono corrette, nessuno puo’ interpretarle piu’ a modo suo, pro o contro, ma ci si affida alla legge di mercato, che e’ inesorabile. Ti faccio i miei migliori auguri e sento che riuscirai a fare davvero il meglio.

  20. caro Mario, ogni eventuale ipotetica “collaborazione” non dipende certo da me ed é nella mente degli dei o dei demiurghi e deus ex machina come il patron Farinetti, che non so ancora come abbia preso quanto ho scritto. Da un sms che mi ha mandato lunedì mattina mi sembra bene, più di alcuni suoi difensori a spada tratta più realisti del re. Io non ho alcun potere o volontà di poter entrare nelle questioni che tu indichi, per il momento, a fine marzo, mi limiterò a condurre la presentazione di un libro a Eataly, alla presenza dei due autori e poi, vista la sintonia sulle barolesche questioni che ho con Farinetti (torno a chiamarlo per cognome e non per nome, altrimenti qualche pirla, ci sono sempre, magari dice che mi sono allargato…) vedremo se ci sarà il modo di passare dalle belle parole e intenzione espresse, complice una buta di Barolo Borgogno 1982, ai fatti. Io sono disponibile, ma, ripeto, non dipende da me che sarò sempre e solo un ospite a Eataly…

  21. @ Farina – Ma certo che Giuliani è demagogico: ha il coraggio di dire le cose semplici semplici, così come stanno…

    @ Mario Crosta – Caro Mario, il prezzo sorgente sta a Eataly all’incirca come la Legge 194 sta a Giuliano Ferrara

    @ Patrizia e Diego – Condivido pienamente i vostri commenti, anche se nel caso di Patrizia (quando parla giustamente dell’”impostazione snob del businness poolitically correct di sinistra che è ovviamente un movimento di denaro come tutti i businness ma qui bisogna venderlo come equo, corretto e giusto” lo faccio con grande amarezza): ciò che è più contestabile in Eataly è proprio la pretesa di attribuirsi finalità socioculturali alle quali può credere solo chi ha “l’anello al naso”.

    @ Franco Ziliani: Farinetti non avrà preso manco una lira di soldi pubblici, ma avere Slow Food e i media dalla tua non è un vantaggio da poco. Resto comunque in attesa dei tuoi commenti sull’enoteca.

    @ Roberto Giuliani – Caro Roberto, il discorso sarebbe lungo e complesso quindi mi limito a ricordarti che il Lingotto, già luogo simbolo dell’identità operaia, è oggi il luogo simbolo della resa di buona parte della sinistra italiana. Veltroni non lo ha scelto a caso per lanciare il progetto del Partito Democratico e abiurare per intero la cultura della quale è figlio, pronunciando dal palco del centro congressi frasi come “Il lavoro così come lo conosciamo è finito”. Peccato che poi, giusto qualche mese dopo, sette ragazzi brucino a pochi chilometri di distanza, in una fabbrica. E che il Pd proponga poi a uno dei sopravvissuti un seggio in Parlamento. Senza vergona, dato che nel “Comitato dei saggi” (dove c’è il buon Carlin Petrini, amico di Farinetti) e nella Costituente del Pd non c’è neppure l’ombra di un operaio. Dove poteva sorgere l'”equivoco Eataly” al quale fanno riferimento Patrizia e Diego? Immagini un luogo migliore?

  22. Ma la validità della teoria del prezzo sorgente è tutta da dimostrare! Sul prezzo net-net si applicano i costi di struttura che in generale sono variabilissimi da caso a caso e poi la “ideale” percentuale di ricarico che deriva dallo specifico studio di settore. Inoltre conta anche il volume generale d’affari che può generare economie di scala tali da favorire un prezzo più basso, ma credo che sia sotto gli occhi di tutti che le mega-strutture commerciali ormai costano così tanto che il prezzo del prodotto al consumo è non solo spesso più alto che nel libero mercato tradizionale ma anche – e questo è palesemente grave – spesso sperequato rispetto alla qualità. Eataly ha ribaltato questo ultimo punto caricando visibilmente i prezzi, onde non correre il rischio di scendere con la qualità e andando anche a colpire l’immaginario di chi ha il portafoglio ricco di soldi e suggesitoni di ruolo. Secondo me è del tutto inutile invocare l’esposizione del prezzo nascente se non si conoscono tutti i dati economici in cui il prezzo stesso si inserisce!!! L’unica cosa che si può dire è che la boutique di Torino è nata come tale, sapendo benissimo che per sopravvivere vendendo certi prodotti bisognava colpire una precisa fascia di mercato, finanziariamente e culturalmente in grado di sostenere tutto il castello. Questa è la ricetta-base di Eataly, che è poi anche anche la linea di galleggiamento necessaria per ogni progetto imprenditoriale. Il grave è, da parte di certi personaggi del circo Eataly & Co, è invece vendersi come dei benefattori, spacciare il loro prezzo come “equo, solidale e giusto”, esplicitamente bollando tutti gli altri operatori del comparto e proponendosi come salvatori della patria. Businness ben fatto,per carità, ma nessun valore etico, per favore!!!

  23. @patrizia
    Ma sei così sicura che eataly abbia caricato visibilmente i prezzi??? Lasciamo stare per favore i pomodori. Ma basta farsi un giro per alcuni negozi di torino e la differenza si nota. Mi pare talmente semplice.
    Antonio , D.d’U.

  24. @ Patrizia
    Io non ho nessuna teoria di prezzo sorgente da dimostrare a nessuno. Dico soltanto che e’ un’informazione che ad un cliente di prodotti di qualita’ andrebbe data. Punto. Guarda che Angelo Gaja una volta mi scrisse il prezzo sorgente di un Barbaresco al litro non imbottigliato ed io (che sapevo che i suoi costavano poi franco cantina imbottigliati 4 volte e mezzo tanto) non mi sono assolutamente scandalizzato. perche’ avrei dovuto. Tutta la tiretera che hai giustamente sciorinato e di cui ti ringrazio e’ l’essenza del business, indiscutibile dal punto di vista di un’impresa privata (che non e’ un ente di beneficienza o un’associazione non a scopo di lucro). Ma l’informazione corretta arricchisce la conoscenza, perche’ non di solo pane vive l’uomo.

  25. Io non riesco a capire perchè in questo Paese ci mette paura affrontare il mercato e perche un consumatore deve essere considerato suddito e non cittadino e cliente e molto spesso un demente che deve essere “aiutato” a scegliere.Il discorso del “prezzo alla sorgente” , delle vendite “dal produttore al consumatore” della eliminazione di passaggi detti superflui, a mio avviso, nascondono l’arretratezza del ns. Paese e del nostro modo di fare economia.Due notizie per farmi meglio capire : leggevo ieri che negli ultimi 4 mesi la produzione industriale ha subito una brusca frenata in tutti i settori meno che nell’elettricità e nel gas, guardacaso 2 settori protetti dove ancora chiamano il consumatore utente e non cliente.Leggevo un cartello su una vetrina di una farmacia che pubblicizzava una miracolosa crema contro l’impotenza, attenzione no un porno-shop o una rivista per “soli uomini”, ma la Farmacia operatore super-protetto dalla concorenza, non per garantire la produzione o la ricerca di un farmaco o la garaznzia di una vendita corretta di medicinali, ma per vendere zoccoli, creme , profumi e altro. A mio avviso per fare funzionare un mercato ci voglioni imprenditori intrapredenti, regole poche definite e severe, concorrenza. A me non importa sapere quanto paga i pomodori Oscar, a me cliente, importa sapere a che prezzo li vende. Se ritengo che la qualità , il servizio , la disponibilità costante del prodotto, l’informazione, siano correti rispetto al prezzo esposto acquisto altrimenti passo oltre. Esiste un giudice migliore del cliente?Non capisco neanche l’intreccio cultura -cibo. Certi cibi possono essere acquistati solo da chi culturalmente è all’altezza. Cosa vuol dire? Quel baccalà di giornalista che ieri sera al TG è andato dal macellaio di Torino dicendogli” vendi le bistecche di maiale a 6,50/ kg e i maiali in stalla costano 1,50″ il macellaio , con la saggezza di chi lavora e si alza la mattina alle 5, gli ha risposto” se riesci a portarmi le bistecche a 1,50/kg ne acquisto 3 quintali, ma portamele e poi mi verrai a criticare il prezzo di vendita”.Se la paura si somma alla stupidità siamo alla frutta.

  26. Antonio, finiscila con questo tuo esagitato essere realista più del re dicendo “ma sei così sicura che eataly abbia caricato visibilmente i prezzi??? Lasciamo stare per favore i pomodori. Ma basta farsi un giro per alcuni negozi di torino e la differenza si nota”. Io non conosco i prezzi dei negozi di Torino, ma conosco i prezzi e faccio io la spesa e molti prezzi che ho visto a Eataly (e non parlo di vino) di molti prodotti alimentari mi sono parsi, come ho scritto, molto cari. Farinetti mi ha promesso, tramite un suo collaboratore, di farmi conoscere i meccanismi attraverso i quali si formano. Appena potrò dire qualcosa di più lo dirò, ma basta (a meno che tu non sia un consulente, cosa che non credo) difendere in questa maniera un po’ bambinesca Eataly da ogni accusa. Eataly é quella cosa stupenda ma con qualche zona d’ombra che ho cercato di raccontare e di cui lo stesso patron Farinetti ha preso atto senza problemi. Vuoi lamentarti tu quando non si lamenta lui?

  27. franco non Ziliani, non so cosa sia il “prezzo alla sorgente”, io chiedo soltanto di mettere il prezzo sorgente sui cartellini. Secondo lei dovrebbe o non dovrebbe esserci l’informazione di dove e’ stato pescato il pesce che si compra in pescheria? Se a lei non importa del prezzo sorgente, a me potrebbe non importare dove e’ stato pescato. Non le pare che abbiamo entrambi diritto ad un’informazione maggiore? Sull’intreccio cultura cibo… beh ho citato una frase del Vangelo. Vogliamo mettere in discussione anche quello? Allora mi dica: a lei interessa il vino come espressione di un territorio oppure solo come bevanda?

  28. Esatto, Patrizia, nessun valore etico anche da parte di Slowfood che ha perso totalmente credibilità. E anche sulla presunta alta qualità di certi prodotti c’é molto da ridire.

  29. Solo una piccola specifica: il prezzo è sempre inserito in un contesto. Ripeto: ciò che non si accetta relativamente da Eataly & Co. è identificare una operazione imprenditoriale geniale quanto a dimensioni (ma non nuova in sè) con una soluzione benefacente e, appunto, equa solidale e giusta. E’ businness, punto e basta.
    L’altra faccia della medaglia è educare il consumatore a non consegnarsi al venditore di turno mettendo il cervello nel sacco, ma di avere rispetto del sacrosanto diritto-dovere di ogni operatore a fare reddito e quindi a praticare dei prezzi coerenti con i suoi costi. Inoltre il consumatore deve per forza avere conoscenza obiettiva di quello che vale la qualità. Altrimenti siamo sempre nel campo delle cento pertiche, vale a dire il prezzo altro è sempre un furto il prezzo basso è sempre giusto, l’inverso è solo snob.

  30. Porto allora l’esempio (grazie, Patrizia) di un altro contesto, perche’ si capisce meglio il rapporto vero tra qualita’ e prezzo ed il rapporto percepito. Quando lavoravo alla Pneumatici Clement di Milano, avevamo dei tubolari (le gomme dei ciclisti) in tela di cotone ad un certo prezzo. la ricerca ci porto’ a confezionare dei tubolari migliori con tela in poliestere. Il costo di produzione era inferiore, anche se il prodotto era di qualita’ superiore. Ricordo che la direzione decise di metterli in vendita ad un prezzo piu’ alto, nonostante costassero di meno, altrimenti il cliente avrebbe percepito una qualita’ inferiore. ma di esempi del genere nell’industria ce ne sarebbero a bizzeffe. Se Gaja dovesse cominciare a vendere il suo Barbaresco a poco piu’ del prezzo della Cantina dei Produttori, secondo voi, sarebbe ancora “le roi” o comincerebbero in molti a sospettare che sia in realta’ peggiorato anche il suo vino?

  31. @Mario
    non c’è dubbio che un’azione del genere da parte di Gaja, oggi, insospettirebbe tutti. Gaja NON può scendere di prezzo semplicemente perché dovrebbe giustificare il motivo per cui fino ad oggi è costato cifre fuori misura. A meno che non inizino i saldi di fine stagione… 🙂

  32. Allora porto un ‘esempio anch’io: la Raschera d’alpeggio si trova in zona di produzione (in latteria a Frabosa) a 12 euro al kg. e allo stesso prezzo al mercato di p.ta Palazzo a Torino. Com’é che da Eataly costa 22 ed é quella banale del caseificio, pur avendo la DOP e la benedizione dello Slowfood?

    P.S.
    Domenica ho aperto una bottiglia da 37 euro che é stata un anno sotto i faretti a luce alogena e l’ho dovuta svuotare nel lavandino…

  33. Egregio Crosta in nome della tracciabilità si stanno facendo le più grandi porcate. A me il vino interessa come bevanda, se poi dopo averlo bevuto( io non sono un intenditore)mi dicono che è fatto nel territorio x mi può stimolare la curiosità di andare a conoscere quel territorio. Bisogna ritornare a fare i prodotti non fare le carte, le burocrazie, le DOP le DIP, etc. Il Prosciutto Sauris che mentre lo mangi evoca le dolci colline friulane in realtà la maggior parte viene stagionato a Norcia e dintorni da ottimi norcini stagionatori. Io sono dell’idea che più burocrazia molto spesso equivale a più imbroglio. Sbaglierò!!

  34. Scusa Paolo ma non puoi fare di tutta l’erba un fascio, certo che il Raschera d’alpeggio è Dop e la zona è Frabosa (Cn), ma quale sarebbe il banale caseificio? Sono più o meno 25-30 le aziende che producono il Rsachera d’alpeggio e alcuni (solo alcuni) proprio a Frabosa, ma ti garantisco che non sono per nulla tutti uguali, anche a Cuneo ne trovi a 10-11 euro come lo trovi a 24 euro al kg, se poi è stag. 2 mesi invece di 4-5 le cose cambiano ancora. E se viene stagionato in pianura (perchè è possibile) anzichè ad oltre i 900 metri, si cambia ancora. Anche il Roccaverano è un Dop e in teoria stando al disciplinare dovrebbe essere tutto uguale me in realtà non è così. E poi il raschera di Occelli a 10-12 te lo sogni. Non so se sia giusto o sbagliato, ma le varianti sono tante.
    Giuro, sul vino, non interverrò.
    Ps. Ziliani, non ho visto alcun accenno al mio commento del 12-02 alle 12.59.

  35. Caro Franco,
    non me ne volere ma ascoltami quando ti dico che per dire che il prezzo di un determinato prodotto è caro devi prima sapere tutto di lui.
    E’ ovvio che alcuni prodotti nei locali di Torino costano meno rispetto a Eataly ma è assolutamente lo stesso prodotto, stesso produttore, stesso invecchiamento, stessa annata etc etc etc??
    Questo devi chiarirlo, perchè se non è lo stesso IDENTICO prodotto il tuo ragionamento è privo di senso scientifico.
    E poi, soggettivamente per me e per te è caro, mentre per uno con il tenore di vita maggiore del nostro magari non è caro. Il “caro” in senso assoluto non esiste. Altro discorso sarebbe discutere della qualità dei prodotti commercializzati ad Eataly….ma prima di parlarne bisognerebbe almeno provarli.
    Dico questo perchè secondo me questo tuo post di “accuse” ad Eataly mi sembra così poco sostanzioso da sembrar voluto per non passare, assolutamente ingiustamaente, come neo asservito a Farinetti.
    E poi un liberale come te che fa i conti ad un imprenditore…..che vuoi fare, passare alla sinistra arcobaleno???

    Ciao

  36. lungi da me, anche se ho pubblicamente dichiarato che non voterò mai più per mister promesse a vanvera, pensare di passare alla sinistra, che sia arcobaleno, paleo comunista, da compromesso storico con gli ex democristiani (ex?) tipo PD, o chissà come. Non ho però le fette di salame, magari di qualche presidio, sugli occhi e non ho scritto questo post, che vedo con piacere sta suscitando molta attenzione e coinvolge molti, per pararmi il culo (scusate il francesismo) e per bilanciare la mia dichiarazione di aperta simpatia, che confermo, per O.F. Post poco sostanzioso? Acciperbacco, faccio nomi di prodotti con tanto di prezzi, parlo del Parmigiano Reggiano di 36 mesi che costa molto di più e non credo valga di più, anzi del Parmigiano Reggiano del mio formaggiaio, che ho portato a Londra ai miei amici editor (che ne vanno pazzi) e che lunedì sera abbiamo gustato prima della cena con un paio di Franciacorta e con un fantasmagorico e costosissimo Champagne, la Cuvée R. Laloui 1998 di Mumm (una boccia da andare via di testa: please Oscar non te la perdere tu che puoi permettertela). Parmigiano che ha retto benissimo anche su un paio di Bourgogne not bad, Gevrey Chambertin 1er cru Les Cazetières 1993 e Clos de Bèze 1993 di Armand Rousseau che il mio amico editor Neil Beckett ha tirato fuori dalla sua cantina. E che hanno fatto mirabilie, fino a quando non ho tirato io fuori il colpo a sorpresa che ha steso tutti, un superbo Vin Santo 1995 di San Giusto a Rentennano. Tornando a noi dopo questa digressione, non faccio semplicemente i conti ad un abile e bravissimo imprenditore, da giornalista che ragiona nell’ottica dei consumatori ho affermato che questo posto bellissimo “benedetto” dai consulenti strategici di Slow Food non é un posto che tutti si possono permettere, anzi. Tanti ci possono venire in visita, possono mangiarci la pizza, comprare il pane, togliersi ogni tanto lo sfizio di qualche galuperia, ma la maggior parte della gente che ha uno stipendio ed un reddito normale non può considerarlo il posto dove andare normalmente a fare la spesa. Chiaro il ragionamento anche per un comunista non pentito come te (che ama i vini di Gaja)?

  37. Eccolo il punto: Eataly non è per tutti. E qui allora una punta di perfidia mi viene d’obbligo. Ma tutto il gruppo che ha trovato la propria apoteosi in Eataly e Slw Food non era di quella parte che voleva che l’accesso al bello e al buono fosse “popolare”? Allora il famoso slogan ” la Coop sei tu” è per tutti quelli che hanno soldi a livello “normale” e che devono accontentarsi del nazional popolare polletto o pomodoro a grappolo, limitandosi a sbirciare dalle vetrine del Bengodi il meglio della produzione alimentare italiana? A cosa ha portato, per davvero, la distribuzione di massa? A rovesciarci in tavola un oceano di mediocrità lasciando i prodotti e i produttori migliori ai soliti eletti e nella solita nicchia. Come contraddizione feroce non c’è male. E dicamocelo, compagni: un po’ di lusso vi piace proprio….tanto, lo dicevano i romani “pecunia non olet”….

  38. E’ chiaro ma cosa vuoi dire ??

    Il parmigiano portato da te a Londra sarà stato eccezionale e meno costoso di quello visto da Eataly ma chi ti dice che quello di Eataly non fosse molto più buono?? Li hai provati entrambi ??
    Insisto nel dire che forse hai ragione a definire non alla portata di tutti determinati prodotti di Eataly ma per definirli cari vanno paragonati ad altri di medesima qualità ed a volte anche ad alcuni di pessima qualità venduti CARI in altri esercizi che frodano il cliente sprovveduto e/o disattento.
    E poi mi permetto di dire che mica devi comprare tutto e sempre da Eataly ! magari ci vai per una cena particolare, un evento, un ingrediente che non trovi da altri, mica ti obbliga il medico !!!
    Questo della volontarietà secondo me è il punto determinante; se uno trova il posto per lui conveniente, accattivante, simpatico, da promuovere, etc etc etc, è libero di andarci. Altrimenti può continuare ad andare dal pizzicagnolo sotto casa.
    Il termine caro poi è così soggettivo e generico che mi invoglia ad un altro esempio. Quando vado a mangiare da Vissani pago il menù grande 155 euro esclusi i vini, ebbene per me non è assolutamente caro. Mentre trovo mostruosamente cara la pizzeria sotto casa che propone una fetida, inmasticabile ed indigeribile pizza a “soli” otto euro !!!!
    Ciao

  39. vignadelmar é proprio per quello che nel mio secondo intervento ho proposto a O.F. una speciale verifica assaggio, come quella che abbiamo fatto alcuni anni fa a Milano, da Peck, dopo la chiusura, in occasione della presentazione alla stampa di una speciale annata (o forse era addirittura il mitico Rosé?) di Krug. I banconieri a disposizione di noi giornalisti e noi che bevendo Krug in quantità potevamo abbinarci dalla mortadella al culatello ai vari formaggi, ai salami, verificando contestualmente se quel determinato prodotto in vendita a prezzo… da Eataly fosse veramente di qualità suprema oppure no. Dai Oscar vengo con un paio di persone di mia fiducia e scelta (una veramente glamour) e tu dai istruzioni perché io possa piluccare e assaggiare e trarre le mie conclusioni. Lavoro da assaggiatore cronista, roba che se fosse ancora un gastronomo serio (?) dovrebbe fare uno che si spaccia ancora come il Savonarola della buona tavola e invece fa le comiche in televisione…

  40. Ho visto che il dibattito su Eataly si sta spostando ad una gara a chi trova il prodotto chic a prezzo minore. Ma il punto è un altro: Eataly sui prodotti che vende può anche farci un ricarico di 100 volte il prezzo di acquisto e non c’è nulla di male, è una sua legittima e libera scelta commerciale e chi vuole li acquista.
    Ciò che è criticabile è che un’attività con ovvi fini di lucro, garzie anche a sponsor notevoli, sembri quasi un think-tank di filosofi e filantropi perchè alla fine trattasi di puro business, nulla di più e nulla di meno.
    Per me Farinetti e i fratelli Stoppani (quelli di Peck), tutti imprenditori che suscitano la mia ammirazione, stanno sullo stesso piano.

  41. Non lo so se Patrizia, se ci sei già stata, comunque e questo è un mio parere, se eataly non è per tutti, amcora meno lo sono certi negozi che vendono più o meno gli stessi prodotti, capovolgendo il discorso posso dire che -un pò più per tutti che altre botteghe-. Questo facendo una media dei prezzi di tutti i prodotti, non simili, ma identici.
    Ciao

  42. Patrizia, ai compagni piacciono le cose belle e buone della vita: è stata la propaganda anticomunista a fare di tutto perché si credesse il contrario. Solo che i compagni avrebbero piacere se l’accesso alle sopracitate cose belle e buone non fosse appannaggio di pochi. Le pare contraddittorio (o in qualche modo sbagliato) questo? Le segnalo infine che, malgrado qualcuno continui a pensare il contrario, Farinetti e Carlin non sono dei compagni. Manco per niente. Può essere che lo siano stati un tempo, io questo non lo so, vivevo altrove. Ma del resto anche Giuliano Ferrara lo è stato. Quello stesso Ferrara tanto osannato in questi giorni da Veltroni, che è arrivato addirittura a mutuare da una sua battuta molto famosa a Roma, dovevo vivevo all’epoca, lo slogan “Si può fare”, facendone una sorta di “We can” all’amatriciana.

    Ribadisco che la mia critica a Eataly – che è un posto ben fatto, ben progettato, utile e interessante – è centrata sulla pretesa natura di istituzione culturale e luogo di socializzazione che Farinetti & friends hanno tentato (anzi, sono riusciti a) attribuirgli. Poi, almeno per quanto mi riguarda, rimane in piedi l’aspetto dei “conflitti di interesse” da molti (primo fra Tutti Franco Ziliani) attribuiti a Mr. Oscar con speciale riferimento al suo ingresso roboante nel mondo dei produttori vinicoli e alla sua contiguità con Slow Food/Pollenzo e con gli estensori della guida per eccellenza, quella dei tre bicchieri; restano ancora inevasi, infine, i dubbi già dibattuti su questo blog relativi ai – qui in Piemonte chiacchieratissimi – meccanismi contrattuali che legano Eataly ai suoi fornitori, specialmente per quanto riguarda il settore vino.

  43. bravo Arturi quando si parla di vino e di queste cose io e te, che negli anni Settanta-Ottanta ci saremmo presi a sprangate (in verità, come accadeva di solito, io venivo menato e non menavo, facevo l’intellettuale di destra, quindi oggettivamente “fascista”, e non menavo di certo le mani…) andiamo d’amore e d’accordo. Come vado d’accordo e non mi stupisco (anzi un po’ sì…) con Patrizia. Lo spinoso tema della presenza dei vini a Eataly e dei meccanismi contrattuali, dove entra in gioco il “consulente strategico” con il suo grande potere, non l’ho ancora toccato, ma prima o poi dovrò pronunciarmi.
    Devo invece ancora una risposta a chi ieri mi chiedeva:
    “Ziliani, non ho capito quando scrivi di “gastro-galassia di aziende dell’impero Farinetti” e poi citi alcune aziende, Antica Ardenga, Agrilanga, Montanaro, Montersino, ecc. Cosa c’entrano?”. C’entrano perché tutte realtà produttive sono a proprietà, completa o parziale o joint venture, Farinetti, come lui mi ha raccontato nel corso del nostro lungo e piacevole incontro. Queste realtà producono ottimi prodotti alimentari, dalle paste ai pelati, alle acque, ai salumi, ai formaggi, ecc. che sono presenti sugli eleganti scaffali di Eataly. Sono partecipazioni al 50% o meno (20% nel caso della birra Baladin), ma tutti segni dell’attività imprenditoriale di Oscar, che produce, vende, fa cultura del cibo e del vino. E poi finanzia le pubblicazioni (guide) di un editore che giudica e parla di questi prodotti. Ecco cosa voglio dire quando parlo, soprattutto per i vini, di “conflitto d’interessi”. Possibile che l’unico al quale si imputi questo conflitto sia quel venditore di illusioni del Berlusca?

  44. Sig:Arturi,
    la prego di non prendere questa domanda come provocatoria: “quali sono questi meccanismi contrattuali che legano Eataly ai suoi fornitori, specialmente per quanto riguarda il settore vino?” .
    Lo chiedo perchè è ovvio che se un acquirente compra da te 10 bottiglie o ne compra 10.000 i meccanismi contrattuali cambiano, così come le condizioni di vendita, di acquisto, tempi e forme di pagamento, possibili esclusive etc etc etc, ma questo è quello che succede normalmente nel mercato. Quì sembra di capire invece che sotto ci sia dell’altro.

    Ciao

    p.s. poi quando Franco scriverà dell’enoteca mi ripropongo di dire qualcosa….tipo che alcuni vini in vendita erano un po’ cari rispetto allo stesso identico vino proposto da altre enoteche.

  45. La pasticceria Montersino pappa e ciccia con Farinetti????? Ma sei sicuro di aver capito bene?
    Non discuto di Lurisia , 20% baladin , gragnano ecc ma Montersino mi è nuova.

  46. dai miei appunti, scritti man mano che Farinetti parlava, leggo: Lurisia proprietà 100% – Carni La Granda 50% – Afeltra pastificio in Gragnano 100%, Antica Ardenga – Massimo Pezzali 50%, Luca Montersino pasticceria 50%, Baladin 20%, Montanaro grappa 100%. E mi sono sicuramente dimenticato qualcosa. Sarà bene che Antonio P. alias un certo “blog” si informi meglio visto che a Eataly é o dice di essere di casa…
    Noto piuttosto una cosa interessante e curiosa: questi due post su Farinetti hanno sollevato un vivace e credo interessante dibattito, ma un blog che fa (o dovrebbe fare) tendenza ed é (o aspira ad essere trendy) accuratamente li ignora, giudicando evidentemente quello che ho scritto io e quello che commentate voi, poco interessante… Mah! Anche un giornalista che oggi ha dato la “notizia” dell’entrata al 33% in Monte Rossa e dell’ipotesi Fontanafredda (che io avevo ipotizzato tra le righe, senza fare nomi, la cosa la sapevo da giovedì scorso quando me ne hanno parlato ad Alba) si é stranamente “dimenticato” di citare questo blog. Curiosa anche questa smemoratezza…

  47. Alias un bel niente e io non ho mai detto di essere di casa a torino , ti ho chiesto di Montarsino non perchè abbia chissà quali frequentazioni ma semplicemente perchè Montarsino ha la pasticceria ad Alba e lo conosco e non sapevo nulla. Anche Baladin conosco e visto che l’hai citato ti dico che era più esatto scrivere: Baladin-distribuzione. Ecco , le mie conoscenze sono finite. Comunque quella dell”alias me la devi spiegare , senza mezze frasi però, ciao

  48. AntonioP, ma chi vogliamo prendere in giro? lo sanno anche i bambini che lei e un altro commentatore a questo post sono gli animatori di un blog che si ispira al food, ma in maniera trash e rendendo omaggio (ci prova almeno) ad un noto programma di Rai Tre… Suvvia… Io però questa “roba” che spesso mi cita non la cito perché non mi va proprio di farle pubblicità…

  49. Ma allora sei pappa e ciccia con zaccaria , anche lui su sdg ha tirato in ballo questa menata , ho già scritto un email a zaccaria e spero l’abbia capito . Io non voglio prendere in giro nessuno ma se ragioni così ziliani sei proprio un bambino . Ma dammi un solo motivo perchè dovrei prendere in giro qualcuno . Zaccaria sa quel che faccio se poi non ci credete pazienza. Non insisto perchè non penso possa interessare ad altri.

  50. @Loris
    Quale erba e quale fascio?
    Io parlo di produttori che portano le vacche in alpeggio e poi a fine stagione consegnano le forme alla latteria del paese o personalmente le vendono nei vari mercati della regione, p.ta Palazzo comprese. Non mi risulta che Peppino Ocelli abbia le vacche, né che faccia la transumanza. Siccome ha un caseificio e compra il latte e mi fermo qui, non può fare che un prodotto da caseificio. Spiegatemi come mai quel formaggio d’alpeggio costa meno che quello di caseificio che si trova da Eataly. A sentirvi parlare sembra che Ocelli sia rimasto il solo margaro in piemonte, scusate , ma questa é aria fritta dello Slowfood. Ditemi anche quali sono le caratteristiche organolettiche che renderebbero il burro di Ocelli, presente anche nella GDO, il miglior burro italiano. Ma in una malga ci siete mai stati?

  51. Paolo, con certi “fenomeni” il discorso é inutile: come dicono a Roma “so’ de coccio”! La cosa ridicola é il loro ergersi a pasdaran e “guardie armate” di Eataly, ad inflessibili censori di ogni critica, mentre il padrone di casa ha tranquillamente ed intelligentemente accettato le mie critiche e per il momento (ma credo che in questi giorni sia molto impegnato, se la storia dell’acquisto in cordata della Fontanafredda é vero) tace. E non viene qui, come certe mosche cocchiere, a puntualizzare e rompere le scatole. Perché certi commenti non sono commenti, sono solo fastidioso ronzare di mosche…

  52. Vorrei anche ragionare su questo fatto: Eataly in meno di un anno é diventata la seconda camera del consiglio regionale del Piemonte, così come Porta a Porta é la terza dello Stato. Sindaci, assessori, governatori, qualunque iniziativa passa da lì o per raccontarla o per celebrarla. Monsù Oscar viene invitato al forum Ambrosetti di Cernobbio, penso sappiate cos’é e non solo per parlare della sua creatura. Come mai ci sono impreditori come il monsù Pautasso che fatturano anche 5 volte di più e danno lavoro a 1000 persone, ma non vengono mai menzionati e nelle loro officine ci passa solo qualche monsignore di campagna per l’annuale benedizione? Improvvisamente l’ enogastronomia ha assunto tutto questo valore sociale? E’ diventata la panacea per tutti i mali? O c’é un particolare vento che tira a suo favore?
    Ragionamo un pò anche su questo e non solo dei prezzi.

  53. “..ma tutti segni dell’attività imprenditoriale di Oscar, che produce, vende, fa cultura del cibo e del vino. E poi finanzia le pubblicazioni (guide) di un editore che giudica e parla di questi prodotti. Ecco cosa voglio dire quando parlo, soprattutto per i vini, di “conflitto d’interessi”….”Egregio Ziliani se il completamento di una azienda passi pure attraverso la comunicazione non ci vedo nulla di male, lo fanno in molti.Se poi l’editore prende pure soldi pubblici(come quasi sempre accade)il discorso cambia, ma io non acquisterei mai una guida finanziata da chi deve essere giudicato.Questo è un Paese costruito sul “conflitto d’ interessi” alimentato da caste , corporazioni e burocrazia.
    A mio avviso è molto meno grave quello del Berlusca rispetto a quello di un magistrato inscritto al sindacato politico di appartenenza(Magistratura Democratica,unicost etc.)schierati politicamente.Non è un gravissimo “conflitto d’interessi” ( io direi anche di coscenza) giudicare la libertà di un uomo che politicamente non la pensa come Te? Giudicare è di per se un atto di grande arroganza, pensiamo quando questa funzione viene fatta da un uomo non al di sopra delle parti ma schierato.Sarebbe un discorso lungo e molto amaro da fare.

  54. @Paolo

    Ti rispondo Paolo, si, in malga ci vado spesso, anche in quella di Occelli, forse a te non risulta che abbia vacche, ma invece e proprio così, questo in località Mongrosso – Frabosa Soprana. Qui esiste proprio una sua azienda, con tanto di vacche e pascoli, quindi essendo a circa mille metri, non fa nemmeno la transumanza, inoltre coordina La Casera che è una cooperativa di malgari, guarda caso scelti tra quelli con pascoli più alti (1500 m)e meglio esposti. Potenza della “grana”? Forse si. E di stagionatura non parli? Quello della latteria di quanti mesi è? Due, quattro, cinque? E qual’è il produttore? Occelli, è anche l’unico stagionatore del Consorzio Raschera DOP in “altitudine”, in Valcasotto (Cn). Continuo a citare lui, perchè quello di Eataly è il suo ed stagionato cinque mesi. Pensa, ma probabilmente lo saprai visto che ti occupi, almeno credo, di questi generi, che il prezzo cambia se la forma è la classica quadrata o tonda. Probabilmente sarà aria fritta, tutto è possibile, ci saranno altri stagionatori più bravi, e ci saranno sicuramente formaggi migliori e meno cari, ma se mi fai un paragone, fammelo almeno con il medesimo prodotto. Perchè, per me il termine caseificio, dice poco. Difficilmente è prodotto in officina. Scusa la battuta. Il prezzo è alto? Forse si, però costa quello in tutti i posti dove l’ho visto, euro più euro meno. Basta comprarne uno simile. Grazie Ziliani per il “fenomeno” e anche per l’altro riferimento, credo fosse proprio riferito a me. Ti ho già risposto per email qualche giorno fa.

  55. Loris guarda che puoi adurre tutti i motivi che vuoi, ma la sostanza non cambia, il suo é meno buono degli altri ed é più caro. Stop. Spiegami poi cosa ci fanno le autocisterne targate francesi davanti al suo caseificio. Comunque evitiamo di fare santi subito gli amici dello Slowfood, perché così non andiamo da nessuna parte. Allora ognuno difende i suoi interessi e non c’é dialogo e possiamo anche andare tutti aff…. Io non ho neanche lontanamente citato da chi compro ed a quanto lo vendo, perché non voglio farmi pubblicità e dovreste ringraziare la mia coerenza. Non l’ho fatto con te e non l’ho fatto nemmeno con altri in precedenti post. Ho detto che a Torino si trovano Raschere (quadrate) d’alpeggio più buone e meno care. Potrei citarti anche altre decine di tipologie di prodotti, ma non voglio fare sterili polemiche sui prezzi e basta. Però non venitemi a raccontare che Ocelli é un santo e che Farinetti é un beato! Cerchiamo di essere realisti, il 27/09/06 su Repubblica apparve un articolo che citava Eataly così: ” Il 15 di novembre aprirà il primo megastore del gusto in Italia. I prezzi di vendita? Sostenibili e quindi più bassi rispetto ai circuiti commerciali tradizionali. Il segreto sta tutto nel saltare la distnbuzione intermedia fra produttore e centro commerciale…”
    Queste sono balle, ma non mi interessano! Interesseranno semmai la federconsumatori e Mister prezzi. Se a Farinetti va bene vendere così, faccia pure. Io vorrei discutere con tutti e non solo con te, sul perché nel 2008 la cultura e l’ enogastronomia devono essere solo di sinistra, dato che l’inizio dei lavori é stato approvato da un governo regionale di sinistra, con un sindaco di sinistra, inaugurato col beneplacito di un presidente del consiglio di sinistra e con la benedizione di un Lazzaro (Petrini) che é di sinistra, promotore del nuovo partito della sinistra, nonché penna di Repubblica. Qualcuno mi spieghi come mai i soci di monsù Oscar si chiamano Cordazzo, Soldi(Coop) e Petrini e che, guardacaso, il secondo negozio italiano si aprirà a sorpresa a Bologna (il corner di Milano al -1 di Coin fa ridere). Ditemi a chi apparteneva in precedenza quel terreno a Bologna e spiegatemi anche come in ex-area industriale (Lingotto) si é ottenuto un permesso di edificabilità per fare un residence nel parcheggio dei dipendenti di Eataly, quando, in precedenza, a cordate di imprenditori seri , ma non di sinistra, il sindaco ed il governatore avevano chiuso loro la porta in faccia. Nessuno aveva ancora avuto il coraggio di scriverlo qui, ma lo scrivo io. Facciamola finita di starnazzare come tante massaie inviperite e parliamo un pò di cose serie.

  56. …comincio ad avere il vago sospetto che O.F. sia vagamente pentito di avermi invitato ad Eataly, perché quello che ho scritto nel secondo articolo e soprattutto molti vostri commenti stanno aprendo un “vaso di Pandora” che forse avrebbe preferito restasse chiuso. O che questo piccolo blog, che però é seguito e fa opinione (oh yes!), non contribuisse ad aprire… mi spiace per lui ma questo é il mio modo di intendere il giornalismo e di non guardare in faccia o farmi “comprare” da nessuno. Anche da un imprenditore in gamba e da una persona che umanamente considero di grande simpatia…

  57. Paolo, io non faccio santo SF, Farinetti e nemmeno Occelli (quest’ultimo ancora meno, dato che lo conosco da trent’anni). Ho solo scritto che se devi farmi un paragone fallo almeno con lo stesso prodotto. Ma sei sicuro che a Bologna, quando aprirà -non a sorpresa- non farà anche ridere li? E se invece facesse ridere anche li? Sul Lingotto la storia la conosco, ma tu hai semplificato un pochino e poi l’entourage di OF non è mica fatto solo di sinistrose figure, anzi spazia molto a DX, ma forse hai ragione te, finiamola di starnazzare.
    Ziliani fai un salto su tagliatellevaganti, ho fatto un copiaincolla (non ho voglia di scrivere) a riguardo del furto subito da Rivetti ( La Spinetta) – Barolo 2003-
    Buona serata

  58. interessante segnalazione Loris, ecco il link a quanto hai scritto:
    http://tagliatellevaganti.splinder.com/post/15943628/Barolo+2003%2C+rubato+a+Rivetti
    avrei due modi diversi di commentare questo furto del vino di Rivetti, lo chiamo vino, perché il Barolo é ben altra cosa.
    Ma evito entrambe e mi sto autocensurando, perché poi dite che scrivendo certe cose sono cattivo, sporco e canaglia…
    certo che se é per berle, quelle bottiglie, quelli che le hanno rubate meriterebbero una bella visita dallo psichiatra…

  59. Abbia pazienza sciùr Franco se ogni tanto alzo la voce, mi scuso. Vorrei fosse chiaro a tutti però che, usando una metafora, Eva Henger é sì una bellissima donna, ma non venitemi a raccontare che é ancora vergine!

  60. Loris, per piacere, ti metti a fare il torinese falso e cortese con me? Finiamole con queste manfrine che sono anche più vecchio di te. Sai i nomi? Falli, come ho fatto io. Non ti riparare dietro ad un monitor.

  61. Sul tuo blog affermi di essere torinese! Allora significa che sei un contaballe e che quindi non sai proprio niente delle operazioni immobiliari che ci sono state, ci sono e ci saranno al Lingotto. Hai i nomi dei suoi amici di destra? Esistono? Allora falli, altrimenti taci che è meglio, perchè qui io non sto starnazzando.

  62. @ Paolo
    Non so se il punto esclamativo è una indicazione di quando alzi la voce, ma con me non serve, ci sento benissimo. Ho anche modificato il mio profilo nel blog, avevo scritto “Torino” semplicemente perchè trascorro più tempo in questa città che in provincia di Cuneo, dove sono nato e vivo. Ritengo comunque che non sia necessario essere del posto per conoscere certe notizie, d’altronde tu conosci persino le targhe francesi delle autobotti davanti al caseificio (quale, dove?) di Occelli. Quindi sulle operazioni immobiliari del Lingotto, posso saperne meno di te, come te e forse più di te (ma chi sei un’amico di Bosio?). Le tue curiosità, mi dispiace non sarò certo io a soddisfarle, e quando mi scrivi che tu hai fatto i nomi, onestamente mi fai un po’ sorridere, perchè hai citato persone che anche il mio cane sa chi sono, cosa fanno e di chi sono soci e comunque, dato che hai fatto una lista di “sinistre” figure politiche, potevi anche inserire un tale di nome Ghigo (banda Berlusca) che al tempo (quando nacque tutto l’ambaradan) era presidente della regione. La Bresso arrivò nell’aprile 2005. E questo “tale” ancora prima –vedi Salone del gusto- aveva dato un’appoggio non indifferente a Petrini e SF. Persone intelligenti ci sono di qua e di là. Ma forse per te trattasi di intrallazzi. Lo store di Bologna sarà nel centro storico, nell’ ex cinema Ambasciatori che attualmente sta cadendo a pezzi e credo proprio che se non “farà ridere” forse sorridere si, rispetto a Milano. La Coop Adriatica è stata, nel marzo scorso, la vincitrice del bando per la ristrutturazione, ma era anche l’unica candidata. Dov’erano gli imprenditori non di sinistra? Certo, visto che siamo in periodo di elezioni, forse sono stati furbescamente raggirati -leggi brogli-. Ma mi pare che tu sia molto informato, quindi non mi dilungo (informato come sulle vacche e pascoli di Occelli?).
    Taccio, stai tranquillo e come si dice… più stai in silenzio più riesci a sentire.
    Ciao

  63. sò di sfatare un mito, ma i pomodori ferrisi sono i veri pomodori ferrisi, ho sono frutto di una politica commerciale ben riuscita. chi ha detto che devono costare 25 euro al consumatore o 9 euro dal produttore, chi garantisce un prodotto deperibile via internet, i ferrisi hanno un loro luogo di origine,una sua caratteristica, un suo imballaggio ma sopratutto hanno un produttore che coltiva pomodori da 30 anni sempre allo stesso modo,ma non li vende via internet, neanche a quei prezzi, solamente nel mercato di Torino e Milano sul suo imballaggio con tanto di nome e cognome.

  64. ho letto con attenzione tutti i vosrti discorsi su eataly tutte le vostre opinioni su questo grande mercato al coperto con prodotti di buona qualita io e la mia famiglia pur appartenendo ad un ceto basso ci permettiamo la possibilita di comprare dei prodotti del territorio italiano che non troviamo nelle grandi distribuzioni secondo il mio metro non molto piu cari penso che voi che scrivete non avete uno stipendio di 1200 euro al mese ma molto di piu cosi potete criticare chi compera un prodotto piu alto del prezzo di mercato quando voi potete comperarlo in qualsiasi stagione lasciate che le famiglie che vogliono passare una cena o un pranzo particolare possano farlo ricordandosi delle proprie origini e sognare voi potete farlo quando volete noi quando i nostri ce lo permettono seza pensare che il prodotto e piu caro degli altri marchet ma vivendo un pezzo della nostra terra italy rtn

  65. in merito alla vendita del pomodoro ferrisi a venticinque euro chiedete a eatalay di esibire la fattura di aquisto da ferrisi.Poichè essendo io stesso il titolare della ditta ferrisi e producendo questo pomodoro da due generazioni ed avendone registrato il marchio ritengo che quel pomodoro non sia il mio e quindi sia un falso spacciato per ferrisi. l’unico ad aver diritto ad usare il nome ferrisi per quel pomodoro sono io che da una vita lo produco personalmente seguendone la coltivazione in serra.fate attenzione ai falsi e per qualsiasi informazione contattatemi.

  66. Pingback: É salpato un bastimento di trenette al pesto @ fiordisale

  67. Il Pomodoro Ferrisi nasce grazie ad un’intuizione di mio padre, Emanuele Ferrisi, nel lontano 1965.
    L’idea di papà è sempre stata che “un buon pomodoro” oltre che dal sole deve essere baciato anche dai riflessi del mare mediterraneo. Questa sua idea, lo porta a realizzare i primi insediamenti serricoli proprio qui a Punta Braccetto. È qui, su questo fronte di mare, che inizia la produzione di quello che è sempre stato definito, dai nostri clienti, il miglior pomodoro di Sicilia. Dobbiamo ammettere che non è sempre stato tutto facile. Abbiamo dovuto lottare ed investire costantemente per ovviare, ad esempio, alla eccessiva salinità delle acque irrigue ma soprattutto per mantenere costante la qualità e l’unicità del nostro prodotto. Un altro asset importante, per la nostra azienda di famiglia, oltre alla caparbietà di mio padre, è la ditta Ramondo di Torino (non a caso può fregiarsi del marchio T. 18) che distribuisce “il pomodoro Ferrisi” sin dal 1972.

    La tradizione continua
    Oggi come allora, continuiamo a produrre il nostro pomodoro con lo stesso impegno, con la stessa costanza ed attenzione. Oggi come allora, il nostro distributore è sempre la ditta Ramondo…

    Nulla è cambiato?
    Molto è cambiato e soprattutto, molto cambia ogni giorno. Noi, la famiglia Ferrisi, vogliamo che il nostro prodotto sia sempre costante, perfetto, salutare.
    Oggi La famiglia Ferrisi continua la produzione con il figlio Fortunato, che coltiva “il pomodoro” come unico prodotto e lo fa da oltre 40 anni. Non è facile rispettarne la costanza, la fragranza, la sapidità, il profumo. Pensate a quanti controlli, a quanti investimenti… Siamo orgogliosi del nostro prodotto.

    Perché il pomodoro Ferrisi è così gradito?
    Il nostro pomodoro ha delle qualità organolettiche che lo contraddistinguono e che lo rendono unico. Diciamo da subito che noi, non inseguiamo le mode del momento bensì, investiamo costantemente nella qualità e nella tradizione del nostro prodotto che consiste in due tipi di pomodoro: il Costoluto ed il Cuore di Bue. Queste, sono due varietà uniche e ricchissime di Licopene di vitamina C E, Betacarotene e di Antiossidanti che aiutano l’organismo nelle difese da malattie tipo, l’invecchiamento delle cellule del corpo, alcuni tipi di tumore e le malattie cardiovascolari.

    Milano
    Per essere più vicino ai nostri clienti siamo presenti sul mercato di Milano con la ditta Bacullo SRL tel. 339 2778258

  68. vecchio post ma che resta sempre attuale: mi pare che la discussione resta in stallo quando bisogna decidere se il prezzo (considerando tutti i fattori possibili e immaginabili, dal ricarico al guadagno del produttore, all’eventuale “investimento” in termini di rispetto del lavoro,ecc….) sia giustificabile o meno. Resta inteso che ognuno spende i soldi come vuole e che avere una AUDI grossa come un’edicola, o spendere lo stipendio per ‘sti benedetti pomodori non rende uno più colto o radical dell’altro; addirittura il prezzo può sembrare giustificato sempre se si fa’ un discorso del tipo “mangio 1 volta ogni tanto quel prodotto specifico, ma godo” e che rende accessibile veramente a tutti a quel punto il prodotto in questione.
    Ma credo che la differenza di fondo sia una: mangiare BENE non dovrebbe essere una questione opinabile, dovrebbe essere così SEMPRE! Chiaramente non è cola di Farinetti se siamo arrivati a mangiare e pagare prodotti che 500anni fa’ avrebbero portato alla gogna pubblica il produttore/truffatore, ma come dice Giovanni Battista Colombu in “Mondovino”:”anche gli animali selezionano quello che mangiano, e perchè non dovrebbe farlo l’uomo?”
    Farinetti prova ad inserirsi in questo contesto dove si proclama che “TUTTI dobbiamo tornare ad apprezzare i veri prodotti sani del territorio”, ma si dimentica dei prezzi.
    Sarebbe stato più onesto (ma sicuramente meno redditizio) ammettere che al giorno d’oggi mangiare bene e sano a prezzi accessibili non è possibile….ma forse avrebbe venduto 1/3 in meno.

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