Lettera aperta a Gigi Brozzoni: aiutaci a capire di chi stai parlando!

Non posso definirmi in senso stretto “amico” di Gigi Brozzoni, direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli e co-curatore della guida dei vini che al nome di Gino si richiama, ma posso dire, come l’ho più volte detto e scritto, che lo considero innanzitutto una persona seria e poi un collega che rispetto molto perché di vino ne parla e scrive a ragion veduta, perché ne capisce. E questo, a differenza di altri, senza atteggiarsi a padreterno enoico.

Ho più volte riportato, con il suo permesso, il testo delle news letter de Il Consenso del Seminario Permanente Luigi Veronelli che periodicamente invia via mail e mi accingevo a farlo con una, puntualissima di qualche tempo fa, dedicata all’Anteprima dell’Amarone della Valpolicella 2004.
Devo dire che leggendo solo oggi (ieri ero impegnato tra Franciacorta e Modena) l’ultima news letter da lui redatta, intitolata “Grandi anteprime di Toscana: parliamone, purché se ne sparli”, forse per la prima volta non mi trovo d’accordo con lui, ma, cosa molto più preoccupante, data la chiarezza di Gigi, è che non ho assolutamente capito a chi volesse riferirsi nelle sue accuse ai giornalisti del vino catastrofisti.
Ho pertanto pensato, invitandolo pubblicamente a farmi capire, a fare nomi e cognomi, a spiegarsi meglio, se lo vorrà anche su questo blog che sarà lieto di ospitare una sua precisazione, di ripubblicare qui quanto ha scritto, invitando anche i lettori di Vino al Vino a dire la loro e ad aiutarmi a capire.
Io, e non é una excusation non petita la mia, non mi sento chiamato in causa dalle parole di Gigi e non credo proprio, nonostante il suo riferimento ai bazuka (o meglio bazooka), arma che io, come “franco tiratore” conosco bene, che il collega Brozzoni volesse riferirsi a me.
Personalmente, condividendo quello che ha scritto un altro collega che stimo, ed un vero amico come Roberto Giuliani, in questo commento (anche relativo alle dichiarazioni di Brozzoni) pubblicato sul suo blog Esalazioni etiliche (leggi) non sono sceso in Toscana con un partito preso, già convinto di stroncare i vini che avrei degustato. Come lo scorso anno, quando scesi a Montalcino per l’assaggio dei Brunello 2002, che giudicai meno negativamente rispetto alla stampa internazionale e a qualche collega italiano, mi sono avvicinato alla settimana delle Anteprime non da “wine-Rambo e da wine-Taliban”, come lui scrive, ma con la consueta onestà intellettuale, che anche molte persone cui sto sulle scatole mi riconoscono, che mi porta a parlare bene di quello che mi piace e a criticare quello che non mi convince.
Sono stato infastidito dal battage mediatico, esercizio di enogossip e di un concetto di comunicazione ad effetto che per me non è giornalismo, ma opera da pubbliche relazioni, che ha preceduto Benvenuto Brunello, ma ho assaggiato le tre Docg rosse toscane, nonché il Rosso di Montalcino, senza arrière pensées.
Lo dimostra il fatto che non appena ho trovato uno scenario del Chianti Classico meno inquinato dal modello dei Super Tuscan e più sangiovesizzante, l’ho sottolineato, in un articolo scritto per il sito Internet dell’A.I.S. e citato (vedi) anche su questo blog. E altrettanto ho fatto (vedi) dicendo, come ripeto, che a Montalcino ad impressionarmi di più favorevolmente sono stati i Rosso di Montalcino 2006, che un Brunello 2003 che, non sono il solo, trovo, salve rare eccezioni, francamente molto ma molto deludente. E non degno di una valutazione di quattro stelle che gli è stata attribuita.
E negativamente scriverò, non appena avrò il tempo di farlo, degli assaggi di Vino Nobile di Montepulciano, denominazione che cresce, ma per ettari vitati e numero di bottiglie prodotte, non certo per qualità.
Non mi ritrovo proprio e non capiscano chi possano essere le figure in oggetto in questo corrusco ritratto di giornalisti del vino “frustrati e contratti, corrugati e accigliati, torvi e cupi perché non gli riusciva di trarre godimento dalle altrui disgrazie; non più temuti ma canzonati e sbeffeggiati. Già, perché in questa settimana il vino è stato il protagonista, indiscusso e incontrastato, analizzato e festeggiato”.
Io ho cercato di degustare, come ha fatto Gigi, come hanno fatto tanti altri colleghi (meno altri che hanno assaggiato poco e fatto atto di presenza e curato le pubbliche relazioni e usufruito di un week end da ospiti), con il massimo impegno e attenzione e ho detto e dirò la mia.
Senza frustrazioni, perché trovare un Brunello 2003 non all’altezza della sua nobile tradizione, della sua notorietà, del suo lignaggio, mi dispiace, mi fa soffrire, non mi fa certo gioire. Questo il mio punto di vista.
Ora la parola a quanto Gigi Brozzoni ha scritto, con il rinnovato invito a spiegarsi, a farsi capire, a dire, qui o dove vorrà, con la sua consueta chiarezza e onestà intellettuale, quel che voleva dire. Nomi e cognomi compresi. Buona lettura!
Dalla News letter de Il Consenso del Seminario Permanente Luigi Veronelli del 26 febbraio 2006.
“Quella appena trascorsa è stata la settimana delle anteprime toscane: Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino hanno presentato le loro ultime annate. I quotidiani ne hanno già dato notizia, talvolta con grande enfasi, talvolta con eccessivo trasporto, ma sempre con sicura efficacia. Tanto che qualcuno ha storto il naso per questo folgorante bagno di folla mediatico che le tre Garantite toscane si sono assicurate in questi giorni. Al solito sono le zone che non investono in comunicazione a lagnarsi e dolersi dei successi altrui.
Dispiaciuti mi sono parsi anche alcuni giornalisti che avevano già caricato i loro bazuka per sparare ad alzo zero su annate difficili come il 2003 ed il 2005, ritenute aprioristicamente pessime, e, quindi, delusi per non aver potuto scaricare interamente la loro micidiale forza di fuoco a base di insulti. Hanno studiato da wine-Rambo e da wine-Taliban, si sono allenati il gusto con infusi di stallatico e pozioni ossidate, pronti alle guerre sante per difendere la purezza della razza e si son trovati in scenari di desolante e bassa conflittualità con i Chianti Classico che sanno di Chianti Classico, I Nobile di Montepulciano nobili e poliziani, i Brunello di Montalcino individuali e ilcinesi poiché nulla è più diseguale che a Montalcino.
Che spettacolo vederli così: frustrati e contratti, corrugati e accigliati, torvi e cupi perché non gli riusciva di trarre godimento dalle altrui disgrazie; non più temuti ma canzonati e sbeffeggiati. Già, perché in questa settimana il vino è stato il protagonista, indiscusso e incontrastato, analizzato e festeggiato. E con il vino anche tutti i produttori, gli enologi, i funzionari, i pierre, gli addetti stampa; tutti sorridenti, allegri e fiduciosi. Sembrava persino di non essere in Italia.
Il vino in Italia si continua a vendere, i mercati esteri incrementano le importazioni, le prossime annate saranno all’insegna dell’eccellenza; e poi i vecchi proverbi sempre attuali, sempre di moda: aiutati che il ciel t’aiuta, togli a chi piange dai a chi ride. Ma i corvi son sempre in agguato: «ci son troppi produttori, c’è qualche cosa che non va»; «troppo sorridenti i comunicatori, hanno qualcosa da nascondere»; «ostentano sicurezza, vuol dire che hanno la cantina piena». Non se ne può più. Salutiamoli con un bel «..…» (inserite la vostra parola preferita).
Ma io avevo altre cose da raccontare e invece mi sono lasciato prendere la mano da queste bazzecole: devo raccontare perché Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino continuano ad essere vini da acquistare, da consigliare e da bere.A presto. G.B.”.

0 pensieri su “Lettera aperta a Gigi Brozzoni: aiutaci a capire di chi stai parlando!

  1. Il discorso, senza nomi e cognomi, è come al solito labile e può essere rovesciato: se forse c’era chi non vedeva l’ora di sparlare c’erano anche i cosiddetti “embedded” che non vedevano l’ora di elogiare a prescindere. Il problema è un altro: ma come può un giornalista che va a queste manifestazioni fare bene il suo mestiere di critico se, tra un viaggio stancante e l’altro, in mezzo alla confusione e alla ressa, dopo aver partecipato magari a conferenze-meeting-incontri seguendo uno scheduling forsennato, deve assaggiare e analizzare in 3-4 giorni la bellezza di 300-400 vini molti dei quali acerbi o direttamente dalla botte?

  2. concordo sull’osservazione dell’esagerato numero di campioni da degustare ma soprattuto mi chiedo io se questi giornalisti (politicizzati ?) siano davvero competenti. Chi ce lo prova? Comunque ed in ogni caso è sempre troppo facile fare i critici sul lavoro altrui.

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