Il percorso, faticoso e ad ostacoli, che porterà entro l’estate tutti i vini Doc di Langhe e Roero (dalla Barbera d’Alba alla Barbera d’Asti al Dolcetto d’Alba al Verduno Pelaverga, al Langhe Nebbiolo ecc.) a dotarsi della fascetta di certificazione voluta dal Ministero, sta suscitando nel mondo vitivinicolo albese un sacco di discussioni.
L’applicazione del controverso “piano dei controlli” sancito dalla firma, nel novembre 2007, del protocollo d’intesa tra Assessorato Regionale all’Agricoltura, Camere di Commercio ed i cinque Consorzi piemontesi, si sta rivelando molto più complessa, farraginosa, e per certi versi assurda, di quanto si pensasse.
Sebbene questo piano controlli faccia registrare una larga maggioranza di produttori che, “obtorto collo”, anche se ben poco convinti della sua efficacia e utilità, si sono rassegnati ad accettarlo e ad accettare i costi aggiuntivi che comporta, ci sono produttori, soprattutto nella combattiva Langa del Barolo, che lo contestano apertamente, a viso aperto, e propongono quantomeno di bilanciarne l’effetto dirompente con una serie di contrappesi e di garanzie, di salvaguardie, contro gli appesantimenti burocratici e l’oggettiva confusione che il piano porterebbe tra controllati e controllori.
Tra i principali contestatori del provvedimento, accanto a Maria Teresa Mascarello (la figlia dell’indimenticabile Bartolo) e a suo cugino Beppe “Citrico” Rinaldi, il portavoce della protesta è, e non poteva essere diversamente, Teobaldo Cappellano, Baldo per gli amici, da Serralunga d’Alba.
Autore di svariati interventi in dibattiti pubblici e di lettere aperte all’Assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte ai responsabili del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe Roero, inviate ai giornali di Alba e del Piemonte (Stampa compresa) Baldo ha elaborato un lungo, complesso e articolato (e a mio avviso molto ragionevole ed interessante) documento, che per completezza dell’informazione e per offrire un contributo utile al dibattito Vino al Vino ha deciso, nonostante la sua lunghezza, di pubblicare integralmente. f.z.
Sì ai controlli purché efficaci Tutto ciò che è inutile, costa.
Una proposta di come arrivare ad avere un mercato del vino più “limpido”.
Il mercato del vino DOC ha nel tempo subito “varianti” che ne hanno compromesso l’efficacia. Difatti alcune norme di legge sono state totalmente depotenziate. Queste “regole” abbattute sono:
Il prelievo totale. Eliminato il prelievo totale, il prelevatore dei campioni e poi la commissione di degustazione non sanno più se il campione corrisponda alla partita in oggetto.
Mi spiego: con il prelievo totale, la conseguente degustazione e le analisi di rito, si aveva la certezza che tutto il vino di quella annata, presente in cantina, aveva perlomeno le caratteristiche per divenire DOC&G. Non presentava caratteri di vino “falsificato” ed era “fisicamente” in cantina ( non solo sulla carta ).
Oggi, con il prelievo di solo di una porzione della partita, possiamo far assaggiare sempre l’unica porzione di vino “autentico” per poi spacciarne un altro. Si può dire che questa frode potrebbe emergere con un confronto fatto analizzando e degustando il campione prelevato sul mercato ed il campione giacente alla CCIAA.
Tutto questo è inutile perché giuridicamente impugnabile. Le degustazioni, per quello che a me risulta, non hanno mai fatto condannare per frode o per sofisticazione nessuno.
La non cedibilità della DOCG
Serviva per impedire quanto sopra scriviamo sottoponendo al controllo anche gli imbottigliatori. Difatti il meccanismo obbligava l’imbottigliatore non vinificatore a ripresentare il campione alla degustazione. Questo, sommato al prelievo totale, coinvolgeva tutta la partita presente nella cantina d’arrivo.
Anche l’acquirente era così soggetto a controllo totale. Non solo, così facendo si aveva anche la “tracciatura” dello sfuso da cantina a cantina visto che ad ogni richiesta di “ridegustazione “ si doveva comunicare i dati alla CCIAA.
L’aver eliminato questi due fondamentali parametri ha fatto sì che la degustazione oggi colpisca solo i vinificatori, che sono, per lo più, piccoli viticoltori e cantine sociali, deresponsabilizzando così i commercianti.
Il penale per la falsificazione dei contrassegni
Crollata la possibilità di controllo tramite la degustazione rimaneva, come solo tutore delle DOCG, il contrassegno. Depenalizzando la contraffazione si è lasciata libera la possibilità ai sofisticatori d’arrivare ( pare sia successo in più casi ) a stamparsi contrassegni falsi. D’altra parte il rischio, decisamente improbabile, di un controllo e della conseguente ammenda è inferiore all’utile che possono dare queste truffe.
Il contrassegno IVA e la “vidimazione” della bolla d’accompagnamento
Unico baluardo contro la frode per i vini da Tavola e le DOC era la capsula Iva poi tolta. Questa prodotta e sovrastampata da una miriade di aziende sparse per l’Italia era un controllo numerico molto, ma molto labile. Si racconta, non so se sia veritiero, che alcuni di produttori di capsule chiedevano, all’atto dell’acquisto quante capsule si volevano fatturate, quante in “nero”.
Per la Bolla di Accompagnamento si era invece prevista la vidimazione N.A.S.. Alla fine, dopo altri passaggi, s’è tolta.
“Norme” introdotte: l’obbligatorietà della degustazione delle DOC.
Questa, all’inizio delle DOC, erano fatte a campione. L’obbligatorietà della degustazione era stata poi introdotta nei tempi ove era facile trovare prodotti cattivi fatti con ottime uve. Alla nascita era quindi servita a rendere coscienti ignari produttori delle potenzialità dei loro prodotti. Ad oggi ci troviamo con il mercato del vino di qualità soggetto ad infinite ed innumerevoli degustazioni fatte da “guide”, riviste più o meno quotate che hanno reso superfluo il valore di stimolo alla qualità che aveva avuto la degustazione Camerale.
Da tutto questo si raggiunge la seguente conclusione: se permangono le resistenze alla reintroduzione del prelievo totale od almeno alla non cedibilità delle certificazioni DOC & G allora riteniamo non solo inutile la fase degustativa ma addirittura lesiva, perché le aziende serie garantiscono anche quelle che non meritano.
Tutto questo trascina verso il basso l’immagine della DOC e dei controlli di Stato.
Inoltre le degustazioni sono divenute nel tempo un concorso fra le capacità di critica e di giudizio dei degustatori delle Commissioni.
Queste oggi assomigliano sempre più alle “guide” occupandosi non più della tutela dell’origine ma della qualità secondo parametri che cambiano da Commissione a Commissione.
Con ciò si rischia di porre un freno alle differenziazioni e di qui è facile arrivare all’omologazione industriale, forse da molti voluta.
Ricordiamo, perché a volte dimentichiamo, che la Denominazione Origine Controllata difende l’origine, quindi il territorio e l’uva. La tutela del consumatore è nella possibilità di questo di gestire, secondo proprio gusto, l’acquisto.
Da qui la proposta d’arrivare al solo controllo numerico bilanciato da:
I) Ritorno alla bolla d’accompagnamento, vidimata dallo Stato, per le movimentazioni di uva e del vino sfuso ceduti.
II) Istituzione per le DOC e le DOCG di commissioni che si incarichino di prelevare campioni presi sul mercato.
III) Prevedere solo per le DOCG il ritorno al prelievo totale ed alla non cedibilità dell’attestato.
IV ) che i falsari di fascette, con il mandante, vadano in galera.
V) La formulazione obbligatoria per tutte le regioni di una IGT regionale. Tutto questo porterebbe ad avere:
Vini da Tavola, senza la possibilità del nome del vitigno e l’annata.
IGT, con la possibilità del nome del vitigno e l’annata.
DOC, con un controllo solo numerico visivamente verificabile con un marchio di Stato. DOCG, come sopra ma con contrassegno DOCG e degustazione obbligatoria.
DOCG con sottozone delimitate ed accertate nella potenzialità qualitativa.
Con queste nuove regole si otterrebbe: la possibilità di passaggio da un gradino all’altro della piramide qualitativa, ricordando anche che è impossibile per un vino da tavola, senza indicazione di vitigno, di zona e d’annata poter acquistare credito sul mercato, privo com’è di personalità.
Vini oggi famosi lo sono diventati iniziando la scalare da Vino da Tavola, la scalare di livello di controllo in un crescendo dai vini da tavola per finire alle DOCG con sottozona.
Ad ora rischiamo d’avere controlli identici per la DOC e la DOCG.
Con questo oltre a crearci complicazioni nel “comunicare” ai nostri clienti perché non sapremo più come giustificare la “G” della DOCG, non eleverà certo la DOC al rango che ora hanno le DOCG, ma piuttosto abbasseranno le DOCG al livello delle DOC.
Forse è il progetto in cui molti sperano ( quelli che hanno fatto crollare i meccanismi di controllo delle DOCG ) ma a livello nazionale sarebbe veramente una perdita gravissima. Controlli numerici resi solidi da un “marchio” di Stato, semplici, chiari, visibili sulle bottiglie, numerati quindi facilmente controllabili, per questo i più efficaci. d’avere controlli sull’origine fatti sul vino in commercio.
Sono i più temuti perché incontestabili giuridicamente ora che siamo in grado di ricercare l’origine con assoluta certezza.
Se poi le sanzioni saranno proporzionali e proporzionate sino, se recidive, alla chiusura degli stabilimenti, allora il cerchio sarà finalmente chiuso.
Avremo spese contenute nella gestione sia per i produttori, che risparmierebbero moltissimo in costi burocratici, sia per le istituzioni che potrebbero gestire in attivo le analisi sull’origine dei vini destinando a queste i proventi delle sanzioni ed il personale prima occupato nelle inutili, perché facilmente eludibili, degustazioni sulle DOC.
Il ritorno della punibilità per chi falsifica il vino. Al momento rischia solo chi “sbaglia” sulla carta. Chi “froda o sofistica” ancor prima di agire ha già in mente come “aggiustare” il vino e le carte.
Tutti gli Enti che si occupano della Tutela saranno impegnati a tempo pieno non in scartoffie od analisi e degustazioni inutili perché rese inefficienti e giustificate, ora, solo da logiche “burocratiche”, ma, con gli stessi funzionari C.C.I.A.A. ( quelli addetti ai prelievi “a monte”) destinati ad organizzare i prelievi del vino “ a valle ” su tutto il mercato italiano. Questi potrebbero anche organizzare, con le rappresentanze Consolari ( ora sicuramente sottooccupate da quando siamo Europa ) o, per i paesi extracomunitari, con l’ICE o con prelievi fatti nei magazzini delle Dogane, tanto d’avere una rete di controllo ( certo non solo per la Regione Piemonte ) in grado di monitorare e sanzionare le frodi sul mercato globale. Così facendo avremo la C.C.I.A.A. utilmente occupata, la Provincia, che manterrà inalterata la funzione viticola sino ad ora avuta ed il Consorzio che sarà il coordinatore ed il gestore delle autorizzazioni dei “bollini” e di tutta la tracciatura necessaria per avere il percorso delle DOC e le DOCG dalla nascita sino all’imbottigliamento e, conseguentemente, alla commercializzazione. Il tutto quasi a costo zero.
Se poi così non fosse con un modesto e sicuramente accettato, vista l’utilità, intervento monetario per bottiglia si avranno, finalmente, le DOC e le DOCG veramente “controllate”. Questo progetto porterebbe alla quasi completa sburocratizzazione del settore produttivo ed ad un ruolo ispettivo veramente capace di incidere sulla qualità del commercializzato. Se ciò nonostante non venisse accettato perché la degustazione è divenuto un luogo comune di un’irreale controllo qualitativo ma soprattutto visto che nessuno confessa che “il re è nudo”, allora in alternativa nell’immediato: se dobbiamo avere l’ ora inutile controllo “ qualitativo” almeno rendiamo credibili le degustazioni fatte “ a monte “ con queste richieste facilmente reintroducibili:
a1-) Non cedibilità dell’attestato DOC e DOCG per non avere “discriminanti “ verso le categorie più deboli, i produttori vinificatori e per avere maggiori controlli.
b2-) Bolle Accompagnamento vidimate dai N.A.S. ( com’è l’I.T. ) per l’uva venduta ed il vino sfuso doppio controllo perché altrimenti non avremmo verifiche sulla “tracciabilità”.
c3-) Ritorno al particolare pregio per le docg perché esista almeno una diversità fra doc e le docg e che quest’ultima sia l’apice piramidale.
d4-) Ritorno al penale per la falsificazione dei contrassegni. perché sono e devono essere un Sigillo di Stato nella forma che più confà ai produttori.
e5-) Controlli analitici sui vini già in commercio perché sono l’unico deterrente reale sull’autenticità di cosa si è stato venduto.
E nel vicino futuro f6-) Ritorno alle assemblee per discutere ed approvare le proposte di legge sulle DOC & G perché siano coinvolti e non mediati i reali soggetti interessati
g7-) Declassamento doc Piemonte ad Igt perché insufficientemente utilizzata.
h8-) Ritorno nei Consorzi, com’è per tutti i “Sindacati”, al voto singolo per azienda perché democrazia insegna che i voti si contano, non si pesano, con questo non si avrebbero più gli aggravi burocratici ora previsti con:
1) la possibilità di togliere, con la non cedibilità delle DOC e DOCG, l’obbligo delle dichiarazioni di imbottigliamento visto che potremo controllare tutti i movimenti del vino ad ogni nuova inevitabile richiesta di DOC & G -
2 ) tutta la possibile tracciabilità fatta con le Bolle vidimate.
3 ) la dichiarazione annuale regionale ( che già ora compiliamo ) spedita in copia ( dopo aver reso lo stampato più “preciso nei vini e nelle annate” ) all’Ente di controllo, avremo anche soddisfatto il livello statistico
4) i controlli analitici fatti sul vino già in commercio potremo sopperire al prelievo totale.
5) il particolare pregio smetteremo d’avere continue ed a volte assurde richieste di “adesione” alle Garantite.
6) la IGT avremo anche il primo livello della Piramide e, soprattutto, spingeremo i “frodatori” ad un livello più basso senza perdere totalmente la loro forte capacità “commerciale”. Riassumendo controlli efficaci, nessun, ma proprio nessun, nuovo obbligo per i soggetti più deboli burocraticamente ( il settore agricolo e quello dei vinificatori), un maggiore controllo sui chi deve essere maggiormente sotto “osservazione”, maggiori garanzie per il consumatore.
Teobaldo Cappellano
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Questa e’ una meravigliosa sinfonia di Chopin.
Franco, grazie per averci pubblicato un testo così. Da’ molto da pensare. Scarpe grosse, eh?
Mi e’ venuto il mal di testa solo a leggerlo, figuriamoci se dovessero applicare delle norme. Io consiglierei di far scortare ogni bottiglia di vino da un poliziotto, cosi’, forse, si metterebbero l’anima in pace tutti.
Io credo che attualmente il settore vino sia probabilmente il settore piu’ regolamentato e piu’ controllato di tutto l’agroalimentare. Dati dell’Unione Italiana Vini letti recentemente sul Corriere Vinicolo ci dicono che di tutte le analisi fatte dai NAS e Repressione Frodi in tutti i settori il vino e’ quello che in percentuale ha dato luogo ai minori casi di frode. C’e’ quindi da sfatare anche il mito che il settore vino sia marcio, almeno se dobbiamo credere ai dati.
Restano molti i vini, diciamo cosi’, dubbiosi. E quindi che fare? A mio avviso tutte le norme, tutti i bollini, i quintali di carta riempiti per seguire una burocrazia spesso folle, costosa e per di piu’ inefficente, sono solo dei palliativi in grado di fermare qualche rubagalline ma non certamente chi della frode ha fatto la sua professione. In attesa di un sistema analitico in grado di identificare in modo inequivocabile almeno le varieta’ utilizzate, tramite analisi del DNA che credo in linea teorica gia’ possibile, cosa fare? Occorre anche domandarsi perche’ si cerca di contraffare certi vini e non, per es. certi altri. I motivi a mio avviso sono due, e sono sicuro che la maggior parte di chi legge li considerera’ blasfemi. Il primo e’ che siccome di alcuni vini se ne puo’ produrre solo quantita’ limitate i prezzi spuntano, al di la’ della qualita’ intrinseca di alcuni di essi, dei valori alti. Da qui la tentazione a produrre dei vini contraffatti usando dei prodotti diversi e mediocri tanto quanto, o persino meglio, dei peggiori vini autentici. Il secondo e’ che i prezzi di molti vini derivanti da zone di pregio non sono, di fatto, giustificabili se non proprio per la scarsita’ di prodotto che deriva dalla chiusura degli albi. Gli albi spesso vengono chiusi su richiesta dei produttori stessi, non perche’ siano esaurite le zone vocate, ma per far aumentare artificiosamente i prezzi, vendendo cosi’ a creare quelle tensioni speculative di cui sopra. Il tutto con la benedizione delle autorita’ che naturalmente vedono il dirigismo come una benedizione e la liberta’ di mercato come una jattura.
Se il prezzo di un vino fosse derivante non tanto da un bollino, ma dalla sua qualita’ intrinseca, gia’ sarebbe piu’ difficile la falsificazione. Se poi, in piu’, il bollino non garantisse l’appartenenza ad un club di fortunati detentori di rendite di posizione, ma servisse solo a garantire la provenienza, pero’ in un regime di libero mercato e concorrenza, i motivi per truffare verrebbero ancora meno.
Quello attuale e’ un sistema fortemente, terribilmente regolamentato, che non riesce a garantire nulla o quasi nulla di quello che promette al consumatore. Io auspico invece un sistema fortemente deregolamentato dove pero’ i controlli siano efficaci e d effettivi perche’ basati sul controllo “a valle” e sopratutto sull’intelligenza del consumatore.
Forse era più semplice partire dalla quantità di uve raccolte, piuttosto che dal prodotto finito, anche perché il catasto agricolo non é ancora del tutto aggiornato. Comunque al di là del modello da adottare, dividerei in due categorie: produttori e trasformatori. Chi sfora o sbaglia paga e se provoca anche danni alla salute chiude per sempre.
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