Support your local winemaker: un’eccellente ricetta contro la standardizzazione del gusto

Divertente la scritta che campeggia su questa t-shirt fotografata (vedi) dal mio amico wine blogger americano Jeremy Parzen.
Support your local winemaker, sostieni il tuo enologo del posto, questo l’incoraggiamento chiaro che compare.
Non so se gli ideatori della maglietta avessero queste intenzioni di aperto sostegno ai tecnici locali, ma se i produttori italiani, invece di continuare a ricorrere, con scarsa fantasia e spesso con risultati scoraggianti, ai soliti flying winemaker itineranti (quelli che tendono a fare lo stesso vino che si trovino in Toscana piuttosto che in Sicilia, in Piemonte piuttosto che in Campania o in Trentino: alla faccia dei terroir, dell’ampelo e della biodiversità), facessero loro questo motto, che invita a valorizzare gli enologi nativi e attivi nella zona dove le aziende hanno sede, che quelle varietà autoctone effettivamente conoscono e non per sentito dire, avremmo ottenuto già un eccellente risultato.
Non solo di dare lavoro a persone che, spesso, non hanno nulla da invidiare (o da imparare) dai soliti consulenti itineranti (quelli che nelle interviste magari dichiarano, per fare bella figura a basso costo, che “ci sono produttori ed enologi che hanno modificato il loro stile in funzione della tendenza del momento; questo facilita la vita per avere immediatezza di riscontri sul vino, ma se ne perde il carattere”, salvo poi continuare a realizzare vini “seriali”), ma di combattere una tendenza alla standardizzazione e omologazione del gusto che non può non vedere sul banco degli imputati, insieme ai produttori, i winemaker itineranti.
Con l’abbondanza di enologi oggi in circolazione denunciata in una recente dichiarazione dalla stessa associazione di categoria (leggi), secondo la quale “la situazione odierna del mercato del lavoro per i neodiplomati e/o neolaureati in enologia é allo stallo. Il mercato del lavoro specifico per queste figure professionali é oggi saturo“, invece di continuare a dare lavoro e pagare profumatamente i “soliti noti”, molti dei quali tutt’altro che dei fenomeni, non sarebbe più saggio e ragionevole dare spazio a forze nuove e Support the local winemakers?

0 pensieri su “Support your local winemaker: un’eccellente ricetta contro la standardizzazione del gusto

  1. Caro Franco;
    Lo sarebbe, ed e una realta che farebbe piu senso di quella di adesso.
    Ma la colpa non e tutta del Produttore che vuole riemergere dall anonimato, e si acalappia alla sfera magica di questi Dottori/Chimici ambulanti, ma bensi’ di tante famose Guide o testate, che se hai uno dei loro Enologi favoriti, tutto quello che toccano diventa irreperibile, si vende en-primier, punti a volonta’! Ti faccio esempio di un caso di un Produttore che aveva un Enologo di grido,era nella maggior parte delle guide con la paginetta, quando questa PrimaDonna ha smesso di consultare, tutto si e ridotto a una menzione o addirittura alcune Guide non recensiscono piu’ perche il nuovo Enologo e in pratica uno sconosciuto.
    Saluti
    Angelo

  2. Buongiorno.
    Lungi da me voler difendere alcuni rappresentanti di una categoria di professionisti anche seri in qualche caso, ma la “sassata” io la tiro ai quei proprietari senza storia, con poco presente e nessun futuro che in nome della loro amata e beneamata (e non mi riferisco all’Inter, caro Franco) ignoranza in materia non sanno nulla di viti, terreni, territorio e si sono buttati in questo business solo in virtù di sgravi fiscali, finaziamenti e perchè fa figo produrre vino.
    Giulio Gambelli per sempre.
    Buona giornata.

  3. Concordo in pieno con Angelo, che nel cuore della notte ha scarso sonno ma idee chiarissime (in base all’ora in cui è stato inserito il post), ma concordo in pieno anche con le parole di AG, in cui spilungoni in altre materie si cimentano in vino solo per immagine riflessa da ricavarne, bonus, facilità con cui si crede di rientrare dalle spese facendo vini per le guide e con il santone di cantina al seguito.
    Avrei vari esempi da citare, uno dei quali, mi ha coinvolto anche di persona, ma è meglio soprassedere, il mio stomaco ancora non lo ha pienamente digerito.
    Giulio Gambelli sempre, altri 100 anni di vita e di salute al Maestro

  4. La questione non è solo di enologo più o meno itinerante ma conta l’impronta che si vuole dare al vino. In teoria sarebbe bello poter semplicemente imbottigliare quello che si produce spontaneamente dal vigneto ma anche se si dispone di un grande terroir, caso molto più raro di quel che si vuole fare credere è molto difficile che il vino si riesca poi a vendere per quello che effettivamente è. Certo investendo sull’immagine individualistica del produttore si riescono anche a vendere prodotti con profili organolettici più particolari ma in questo caso si finisce per cercare di vendere tutt’altro che vino. Paradossalmente la firma dell’enologo dovrebbe essere rappresentata da un’assenza di firma in perfetto stile zen ma tornando con i piedi per terra perlomeno credo che ogni produttore dovrebbe farlo lui stesso il proprio vino altrimenti che produttore è ?

  5. Sì, gran bella maglietta. Comunque erano arrivati prima i birrai artigianali, sempre americani, con “Support your local brewery” contro lo strapotere di Bud, Miller e affini… Così, tanto per la cronaca…
    Maurizio

  6. Buongiorno.
    Caro Cristiano, due appunti se mi permetti:
    uno) non esistono ” profili organolettici più particolari”
    determinate caratteristiche quelle sono e vengono SOLO esaltate da terreni particolarmente vocati, non “particolarizzando” assolutamente nulla.

    due) “ogni produttore dovrebbe farlo lui stesso il proprio vino altrimenti che produttore è ?” infatti questi non sono produttori, sono proprietari. I due termini spiegano da soli la differenza.
    Buona giornata

  7. Caro Ag,
    Per profili organolettici più particolari intendo vini ottenuti per esempio eroicamente rinunciando ai lieviti selezionati con la conseguenza che il vino ottenuto talvolta presenta caratteristiche impartite da tutta una serie di lieviti (e batteri)autoctoni che possono fare storcere il naso a molti e mi riferisco ad aromi di stalla, sudore di cavallo tanto per citarne alcuni. Non posso che benevolmente considerare “particolare”,ma legittimo un vino che presenta tali caratteristiche e che comunque risulta innegabilmente frutto del terroir di origine.Bisogna comunque tenere in considerazione che il prodotto spontaneo della fermentazione dell’uva è l’aceto ed il vino innegabilmente dev’essere sempre considerato anche“frutto del lavoro dell’uomo” e pertanto può essere soggetto a molte variazioni sul tema, alcune delle quali “particolari”davvero.

    Proprietario e produttore sono due termini spesso intercambiabili nella realtà dei fatti anche se come fai notare in effetti non dovrebbe essere così.

  8. Buongiorno di nuovo.
    Caro Cristiano,
    so da solo che quello che sto per scrivere può suonare polemico ma non è quella la mia intenzione.
    La caratteristiche “particolari” alle quali ti riferisci non sono viticultura/vinificazione “eroica”: sono carenze tecniche. In passato (quando soprattutto la vinificazione veniva moooolto arrangiata e certe caratteristiche non erano affatto infrequenti) dalle mie parti si sarebbero chiamati “puzzi”.
    La tecnica è tecnica e se mi permetti non ci sono interpretazioni in materia.
    Buona giornata.

  9. Caro Ag,
    Esiste oltre al bianco ed il nero tutta una serie di sfumature intermedie.Ci sono esempi anche celebri di vini che non esiterei a definire eccellenti pur con profili organolettici particolari che lungi dal detrarne gradevolezza ne accrescono il loro fascino,un po’ come avviene se mi concedi anche nel varipointo mondo degli esseri umani.L’enologo o maestro assaggiatore che citi tu ha contribuito a creare dei vini che qualche volta presentano dei caratteri particolari che mi pare dovresti definire difettosi, ma che non lo sono:
    il confine tra il difettoso e l’accettabile è labile e soggettivo,questo perlomeno me lo vorrai concedere.

  10. Buon pomeriggio.
    O lode a E.
    Caro Cristiano,
    oggi è una bellissima giornata e venendo a lavoro stavo giusto pensando a una mia amica. Ti chiederai cosa sta dicendo, questo? ti spiego.
    La ragazza di cui sopra è di una bellezza sconvolgente (di qui il nesso con la giornata) capelli castani, occhi verdi lunghissimi, bocca grande, labbra carnose, zigomi alti…. ma in mezzo a quella perfezione ha un difetto macroscopico: il naso (di qui il nesso alle nostre chiacchere).
    Un difetto, piccolo o “grosso”, di per sè un difetto rimane, anche se, in un contesto di elementi perfetti, può ANCHE esaltare tutto il resto.
    Ma il resto DEVE essere perfetto.
    Un bacio, E (e non perchè è San Valentino).
    Buon Pomeriggio.

  11. La nostra chiacchierata rischia di diventare una disquisizione sull’estetica.Nel caso che citi osservi una disarmonia nella ragazza paragonabile ad un difetto organolettico grave in un vino tale da attrarre a se l’attenzione proprio perché carente di armonia e qui giace il nocciolo della questione.Certi difetti possono essere affascinanti , porto ad esempio, visto che siamo in tema di estetica femminile, la bellezza di Letitia Casta (si scrive così ? )che viene sottolineata da una bocca certamente non perfetta ma particolare e che personalmente trovo molto attraente, non so se mi segui.Certi vini poi, presentano delle sfumature che se fossero più accentuate sarebbero certamente inaccettabili e mi riferisco ad esempio a leggere riduzioni, accenni di odori animali, leggeri spunti lattici, volatili appena sopra le righe ma in un contesto di armonia, aggiungono complessità e gradevolezza all‘insieme. In certi vini quelli che sono innegabilmente difetti possono diventare con la terziarizzazione, bouquet di straordinaria complessità, quanti vini della Borgogna in gioventù presentano evidenti tracce di Brett e riduzione e sviluppano in maturità straordinari profumi eterei di funghi e note di tartufo. Molto, ovviamente dipende poi dal nostro modo di degustare il vino, certe persone hanno preconcetti e pretendono di paragonare le sensazioni a dei clichè interni precostituiti ma ritengo che quando si degusta siamo noi a doverci aprire ed andare incontro al vino e non viceversa., poi il vino puo anche non piacerci ed essere inaccettabile per dei difetti tecnici ma in questi casi è la mancanza di armonia a determinare il giudizio negativo

  12. Buongiorno.
    Caro Cristiano,
    in effetti ieri la bellezza della giornata e le bellezza della mia amica (ti assicuro davvero splendida) mi hanno portato un po’ fuori strada….. succede e mi succede spesso di fronte alla bellezza delle donne (sono sensibile, succede).
    Quindi ahimè torno a più concrete operazioni di cantina.
    E qui insorgo!
    L’ORRIBILE brettanomyces è un difetto tecnico di pulizia che distrugge un vino.
    Il ridotto per quanto meno grave come difetto e di più facile soluzione indica comunque una troppo lunga permenenza su fecce sporche.
    La volatile è ancora meno grave (non sono certo io il teorico di volatili sotto 0,30 ma neanche devono superare 0,70 – 0,80 altrimenti si arriva dritti dritti al compagno del condimento dell’insalata) ma è comunque indice di mancanza di pulizia in cantina.
    Come vedi Cristano, i tre difetti da te citati fanno capo a un comune denominatore: la mancanza di pulizia negli ambienti e negli strumenti della vinificazione.
    Se 40 anni fa questa poteva essere (quasi) la norma, oggi sono inaccettabili.

    Non c’è eroismo nell’incuria.

    E su questi MACROSCOPICI difetti l’età o l’invecchiamento di un vino non influiranno MAI, anzi, come nel caso delle caratteristiche “positive”, le ingrandiranno soltanto, facendo di un vino sbagliato semplicemente un vino sbagliato.
    Proprio come il naso(ne) di E., che con l’età (che spero per lei non passi mai) di sicuro non diventerà più piccolo.
    Buona giornata.

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