Brindisi a Rosso di Montalcino in Langa per difendere l’onore del Brunello

Solo un imbecille, un disonesto o un cretino (agli interessati la scelta) possono pensare, o addirittura affermare che io abbia in qualche modo gioito per le tristissime notizie in arrivo da Montalcino che per completezza e correttezza dell’informazione, perché il senso di responsabilità è una cosa, l’omertà ed i ragionamenti di comodo ben altro, ho dovuto pubblicare dando il mio contributo ad innescare quella che ormai la stampa ha definito Brunellopoli.
Ho sofferto per quanto trapelava grazie alle indagini condotte dapprima dal Consorzio e poi dalla Guardia di Finanza, dai Nas e non ho fatto nomi limitandomi a riferire dell’inchiesta in corso, e l’unica parvenza di soddisfazione l’ho avuta solo prendendo atto che, finalmente!, qualcuno si era deciso a guardare, con attenzione, dentro al bicchiere. In altre parole a capire, riscontri precisi alla mano, in vigna ed in cantina, se quello che alcuni di noi denunciavano da anni, senza che nessuno ci avesse smentiti o querelati, basandoci sulla nostra esperienza di assaggio dei vini, ovvero che il Brunello venisse tirato per la giacchetta e interpretato liberamente da alcuni che se ne “strafregavano” non solo del dettato del disciplinare di produzione, ma della decenza e della dignità, ovvero riveduto, corretto e taroccato con il contributo di altre uve che non fossero il solo Sangiovese.
Quello che accadeva e si perpetuava, con totale impudicizia e sfrontatezza, da diversi anni, direi a partire dall’annata 1997, e che, ironia della sorte, vedeva i vini più stravaganti e incredibili portati in palmo di mano da larga parte della stampa, era talmente vergognoso da costituire una vera e propria offesa al lavoro serio e coscienzioso, rispettoso delle leggi e dell’identità del Brunello, della stragrande maggioranza dei produttori di Montalcino, da gridare letteralmente vendetta al cospetto di Bacco.
Finalmente qualcosa si è mosso e pur essendo dispiaciuto per le aziende che si sono trovate coinvolte in questa sporca vicenda (che sono semplicemente finite sotto inchiesta e non sono state condannate e quindi sono ancora, da un punto di vista giuridico, totalmente innocenti), non posso che essere soddisfatto per il fatto che finalmente a Montalcino qualcosa si sia mosso e si cerchi di porre fine ad uno scandalo che era, le bottiglie, i bicchieri parlavano chiaramente a volerli ascoltare, sotto gli occhi di tutti e che solo i pavidi, i conformisti, gli ottusi o i collusi non potevano vedere.
Non godo pertanto per i guai di cui soffre in questo momento un comparto, quello di Montalcino, la cui economia è in larga parte basata sul Brunello, sul turismo del vino, sul mito del grande vino Docg base Sangiovese di Montalcino. Mi viene solo da chiedermi se tanto garantismo ipercilioso si sarebbe ugualmente scatenato se a trovarsi nel mirino degli inquirenti non fossero state le tre grandi e celeberrime e potenti aziende che sono finite sulle pagine di tutti i giornali, ma tre aziende piccoline, sconosciute, non mediaticamente influenti, che non hanno mezzi per fare pubblicità sulle riviste specializzate e sui newspaper, o se invece, in quel caso, i tre “reprobi”, ovviamente teorici, perché si tratta solo di indagini e non di condanne, sarebbero stati dimenticati da tutti. Anche da quegli stessi, pompieri, giustificazionisti, appassionati ridimensionatori dell’accaduto, che tanto si danno da fare oggi per cercare di convincere che non è successo nulla e chi ha scritto le cose che ha scritto (ma oggi gli incendiari sono ormai molti e non sono solo i soliti incoscienti wine blogger, ma fior di quotidiani) è solo un pazzo, visionario, irresponsabile, che ha oggettivamente danneggiato l’immagine del vino italiano e di Montalcino. Per di più alla vigilia del rito del Vinitaly.
E che magari agisce al soldo di chissà quali oscure forze della reazione, o della concorrenza, che potrebbero avere le sembianze dei produttori piemontesi oppure, perché no, dell’Australia, del Cile, della California.
Prima che qualche sprovveduto e cretino arrivi a dire che Ziliani ha agito, sputando nel piatto dove mangia (come giornalista che vive del proprio lavoro di cronista del vino mi è stato detto che avrei dovuto capire, avere senso di responsabilità, dimenticare, insomma che avrei dovuto tenere un comportamento omertoso o indulgere al gioco, tanto diffuso, delle tre scimmiette), per conto dei barolisti, voglio raccontare quello che con un moto d’animo sincero e sempre con quello spirito di aperta difesa del lavoro dei produttori seri di Montalcino (la maggioranza, come ho sempre sostenuto, parlando di una quota minoritaria di furbetti e di mele marce), ho fatto sabato sera.
Come ho già raccontato (qui) mi trovavo in Piemonte per una due giorni, dapprima a Torino e poi in Langa, dedicata a due presentazioni del bel libro di Camilla Baresani e Allan Bay La cena delle meraviglie (Feltrinelli editore) e sabato sera, dopo aver presentato il libro a Castiglione Falletto davanti ad un vero e proprio parterre de roi di ottimo produttori di Barolo (di quel villaggio, ma anche di La Morra, Barolo, Serralunga d’Alba), siamo finiti a cena in quell’ottimo ristorante che per me (e tanti altri che lo affollano regolarmente e ci ritornano) è Felicin a Monforte d’Alba.
A tavola avremmo naturalmente bevuto Barolo, (per la cronaca gli ottimi 2003 Bricco Boschis di Cavallotto, i 2001 riserva di Monchiero e l’Arione di Gigi Rosso, nonché un commovente, monumentale, splendido magnum di un incredibile 1983 di Bartolo Mascarello – ne scriverò presto), dopo un goccio di bianco, il Langhe bianco Riesling di Vajra, con il primo antipasto.
Come gesto simbolico ho però voluto, portando la bottiglia dalla mia cantina, che a precedere la fiesta del Barolo fosse nientemeno che un vino di Montalcino. Uno di quelli grandi, uno di quelli veri e sicuri per i quali metterei, senza nessuna esitazione, la mano sul fuoco sicuro di ritirarla miracolosamente intatta, uno dei vini che illustrano meglio la grandezza del Sangiovese, le incrollabili ragioni del mantenere il dogma della presenza in purezza di quest’uva nel Brunello nonché nell’altro grande vino di Montalcino, il Rosso.
Una scelta fortemente voluta, perché da una delle capitali del Barolo, Monforte, potesse partire, alla presenza di alcuni produttori di Barolo, un messaggio di solidarietà e di forza nei confronti dei tanti produttori di Montalcino, la maggioranza, che oggi si trovano a soffire, perché lo scandalo colpisce un po’ tutti e crea sospetto nei riguardi di tutto il Brunello, non solo dei vini delle aziende finite nel mirino degli inquirenti, per colpa dei comportamenti disonesti e spregiudicati di una minoranza e del silenzio, un po’ complice, di molti.
Ho voluto che il testimone di questo ideale dialogo tra grandi vini veri, tra vini che esprimono la verità di un territorio e di una grande uva, non fosse nemmeno un Brunello, ma un “quasi Brunello” tale è tradizionalmente la qualità di questo “secondo vino”, ovvero il fantastico Rosso di Montalcino, annata 2004, dell’azienda Poggio di Sotto di Piero Palmucci, azienda (sito) che gode non direi dell’assistenza, ma del conforto in sede d’assaggio, un’assoluta garanzia, da parte di quel sommo conoscitore di Sangiovese che è Giulio Gambelli.
Bene, il vino era talmente grande, buono, splendente, puro, con il suo spiccato carattere territoriale, con la sua purezza di frutto, gli aromi (quasi “baroleggianti”) di terra e liquirizia, il respiro di macchia mediterranea e di sottobosco, i tannini ben sostenuti, ma setosi, il finale lunghissimo, delicato, verticale, di grande freschezza, sapidità, nerbo e carattere (insomma proprio l’opposto di certi “Brunello” che oggi fanno scuola e riescono a non indignare solo gli ottusi o i collusi), che quel brindisi, convinto, ed entusiasta fatto all’unisono da Camilla e Allan, dal sottoscritto e dai tre produttori di Barolo, ammirati per la grandezza di un vino tanto grande, elegante, autentico, ha finito per essere forse il momento enologicamente e simbolicamente più alto di un momento conviviale che tutti conserveremo nella memoria.
Da Monforte d’Alba, dalla terra del Barolo, un ideale, caldo, amicale invito ai vignaioli e ai produttori seri di Montalcino a non avere paura della verità, a stringersi attorno al Brunello, alla sua storia, alla sua identità, ai suoi veri portabandiera e interpreti. Questa la verità di un gesto che ho fortemente voluto e di cui sono felice.
Il resto, le scempiaggini, le accuse di aver sparato sul Brunello per scandalismo, per sete di scoop, per protagonismo o incoscienza, lasciamo agli idioti. Con il raglio delle loro parole senza senso…

0 pensieri su “Brindisi a Rosso di Montalcino in Langa per difendere l’onore del Brunello

  1. Carco Franco,
    che Palmucci (e Gambelli) facciano vini straordinari (soprattutto il Rosso, 2004 poi……..) è una sicurezza.
    Mi unisco volentieri alla lode, quindi. Ma se devo essere sincero fino in fondo, l’eleganza di alcuni Barolo è assoluta e superiore (ahimè, lo ammetto) al meglio che si possa ottenere a Montalcino.
    Buona serata.

  2. E comunque, tornando a Montalcino, (visto che non sono più soggetto interessato lo posso dire) l’azienda più interessante in proiezione futura per me è Pecci Celestino.
    Brava Tiziana. Non mollare.

  3. Beh come si può dire….hanno aperto il coperchio di una pentola veramente fetida. Ma i Consorzi che fanno durante l’anno? Aspettano di assaggiare una bottiglia del 2003 prima di sapere cosa c’è dentro?
    Tutti questi problemi e omertà legati a questi comportamenti non giovano a nessuno a lungo andare tutti si scotteranno.
    Franco, assaggia un pò di vino Valtellina e poi vedi se trovi congruenza con ciò che scrivono sulle riviste del settore (i bravi degustatori e assaggiatori)….sono veramente poche le bottiglie di vero Valtellina.E le altre? Un giorno o l’altro finiremo per perdere le denominazioni e di si sicuro non bisogna ringraziare i veri viticoltori, ma i tanto bravi e blasonati trasformatori. Basta rileggere ciò che è andato a dichiarare il Presidente Maule…..

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