“Non conformità” nei vigneti a Montalcino: colpa dei “cattivi maestri”?

In questa ridda di notizie, indiscrezioni, commenti, e scarse prese di posizione ufficiali (che per conoscerle bisogna andare sul sito degli amici…) del Consorzio, manca, stranamente, la voce di uno dei personaggi che più hanno avuto un peso, nel bene o piuttosto nel male, negli ultimi vent’anni della storia di Montalcino e del suo Brunello, ovvero il cavalier Ezio Rivella, mister “Syrah nel Barolo” (leggi e medita), già presidente di tante cose ed ex amministratore delegato e deus ex machina della Banfi.
In un suo libro, che sto finendo di leggere e che vi consiglio non di acquistare (i venti euro del prezzo penso li possiate spendere con più profitto in altro modo), ma di trovare comunque il modo di leggere (magari facendovelo prestare da una cavia disposta a comprarlo), intitolato, tanto per rendere un’idea del personaggio, Io e Brunello. Come portai Montalcino nel mondo (Baldini Castaldi Dalai editore – notizie anche su questo sito Internet dedicato) mister Rivella ci regala una riflessione che giro alla vostra attenzione.
Niente di speciale, solo un qualcosa che rende bene il brodo di coltura nel quale, grazie anche a “cattivi maestri” come il Cavaliere, ho potuto prendere piede e diffondersi una certa “filosofia” giustificazionista, secondo la quale, poche balle!, le aziende devono fare i vini richiesti dal mercato, dai “guru” e opinion leader della stampa, e non indulgere a ragionamenti sentimentali e passatisti sulla storia, l’identità dei vini, la tradizione da rispettare.
Tra le tante “perle” che Rivella ci regala in questo libro che sto leggendo con un sentimento tra l’ammirato (anche le cose che avverti come sideralmente lontane da te possono stupirti e indurti addirittura ad una particolare forma di “ammirazione”) e lo sdegnato (il libro ha rischiato più volte di finire in un immaginario camino ad alimentare il fuoco), una delle più “splendenti” è questa riflessione sulla figura dell’enologo.
Rivella, a pagina 252, scrive testualmente: “in primo luogo ci sono i tecnici, quelli che producono il vino e che quindi ne orientano la qualità. Il bravo enologo è colui che riesce meglio ad interpretare il gusto collettivo del consumatore. Non importa quindi che abbia un eccellente gusto personale, perché la sua migliore capacità è quella di capire ciò che il consumatore vuol trovare in una determinata tipologia di prodotto e di fornirlo, in termini di contenuti qualitativi, al vino immesso sul mercato”.
E più oltre: “oggi si producono vini decisamente migliori che nei tempi andati. Il motivo sta semplicemente nelle maggiori conoscenze scientifiche e nelle tecniche applicate al processo di fermentazione ed elaborazione dei vini”.
Una trentina di pagine prima, nel capitolo (XXIV) intitolato “Conservatorismo o sperimentazione?”, raccontandoci del progetto Banfi creato ex novo con i soldi dei fratelli Mariani (nonché delle banche) ed il lavoro, innegabilmente di ampia portata, di Rivella e dei suoi collaboratori, il Cavaliere già presidente del Comitato nazionale vini Doc (una presidenza nel corso della quale il Brachetto d’Acqui, del quale la branca piemontese della Banfi era leader assoluto di mercato, divenne Docg, come il Brunello, come il Barolo, il Barbaresco… ma anche come il Gavi…), dopo averci raccontato dell’intero lavoro di ricerca e selezione clonale sul Sangiovese (“un vigneto di 4 ettari nel quale furono innestati circa 180 cloni di Sangiovese provenienti in massima parte dall’area del Brunello, ma anche da altre parti della Toscana”), ci racconta un’altra cosa interessante. Che collocata in questo contesto sorprende e sconcerta non poco, perché il Cavaliere ha dimenticato di raccontarci in questo capitolo ed in questa parte del libro (il lettore poi ci arriverà più oltre, nel capitolo XXVI) la reale portata di questa sua affermazione.
Rivella ha difatti scritto: “la vastità del progetto presupponeva il ricorso ai cosiddetti vitigni internazionali, per verificare quali fra questi avrebbero dato i migliori risultati qualitativi nell’ambiente ecologico specifico. Allo scopo furono impiantati circa 12 ettari di vigneti sperimentali: in questi terreni si piantò un assortimento di una sessantina fra i vitigni maggiormente conosciuti e coltivati nel mondo. Questi campi sperimentali (che, nota bene, contenevano Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Pinot nero, Montepulciano d’Abruzzo, Syrah, oltre che Chardonnay, Sauvignon, Pinot grigio, ecc. – nota di Ziliani) sono stati coltivati per circa una ventina d’anni, poi sradicati e ripiantati perché i dati acquisiti erano da ritenersi ormai definitivi”.
Accidenti, vuoi vedere che qualche altro produttore di Montalcino, magari parlando con Rivella e sapendo quello che facevano alla Banfi (ricerca e sperimentazione ovviamente, studio di vitigni foresti per poi arrivare alla produzione di vini destinati alla Doc Sant’Antimo, che nacque nel 1996 nell’ambito di un’iniziativa volta ad elevare lo ‘status’ dei sempre più numerosi “Supertuscans” di Montalcino.) è finito per piantare anche lui altre uve, non tenendole separate in altri vigneti, ma lasciandole promiscuamente nei vigneti iscritti all’Albo del Brunello e del Rosso?
Si spiegherebbe così, solo con una maldestra interpretazione del Rivella pensiero ed opere, quello che secondo il Consorzio e secondo il giustificazionista der Tufello, sarebbe accaduto a Montalcino, ovvero le “non conformità che hanno interessato solamente 17 ettari, pari ad una percentuale dell’1% dei vigneti controllati” ed il fatto che per il mal dell’esca, per altre questioni, in tali vigneti sono stati messi a dimora vitigni diversi dal sangiovese, utilizzati non per il Brunello, ma per altri vini, che sono regolarmente in produzione”. Quando si dicono i “cattivi maestri”…

0 pensieri su ““Non conformità” nei vigneti a Montalcino: colpa dei “cattivi maestri”?

  1. Un paese che a quanto pare ha deciso di assumere la “p” minuscola tanto vergognosamente sta portando avanti la strada dell’affossamento collettivo, con buona pace di tutti quelli che hanno sempre lavorato onestamente per fargli guadagnare la “P” maiuscola. Se penso alla testimonianza che ha lasciato in un tuo post Baldo Cappellano, alla saggezza e ai sani principi che da sempre lo accompagnano, mi sembra di vivere in due mondi del tutto incompatibili. Il problema è che il potere è nelle mani sbagliate, da troppo tempo, e chi ha idee oneste non trova degni compagni con cui portarle avanti.

  2. Forse c’é troppo vino in giro, forse troppe aziende, forse dipendiamo troppo da gente che esprime pareri soggettivi rendendoli poi magicamente oggettivi pubblicandoli su una guida… bicchieri, grappoli, vini frutto, top100 pilotando addirittura la degustazione… perché il consumatore deve solo consumare quello che il produttore elabora per compiacere il palato di pochi personaggi influenti. faccio i complimenti a questo blog dove regna la sincerità che purtroppo ormai interessa sempre meno…

  3. Roberto, mentre mi rado mi sto canticchiando “nano e’ l’aperitivo ghiacciato per te”, un ritornello di Amanda Lear che la cantava nella pubblicita’ di uno dei piu’ fortunati prodotti del cavaliere, da lui apposta “inventato” per la San Pellegrino di Bergamo, una specie di vino bianco (ma possiamo davvero chiamarlo cosi?) che e’ durato il tempo di una stella cadente (appunto) arricchendo pero’ chi lo ha spacciato sul mercato. Mi ricordo ancora il gusto, perche’ certe cose non si dimenticano mai, da cui l’obbligo di trangugiarlo ghiacciato (a quella temperatura non si poteva nemmeno versare nei vasi dei fiori alle finestre dei circoli e dei bar). Una cosa fea, direbbero ai Piani di Alghero. Forse tu e Franco eravate ancora in fasce, ma io ero ragazzo e me lo ricordo perfettamente. Il segno di quel cavaliere c’e’ in tutto quel che fa, in questo c’e’ una certa coerenza. Ma anche quei gusti rimangono nella mente di chi assaggia quelle robe li, per fortuna, indelebili come i giudizi sugli autori. Chi ha bevuto un brunello al fragolino, un brunello al negroamaro, un brunello al nerello cappuccio, ha bevuto pero’ meglio di quel poveraccio che il brunello se l’e’ fatto in casa con i kit di aromi sintetici comprati su internet, che e’ il vero futuro del bere “fai da te”. Diventeremo tutti cavalieri?

  4. Credo che questi episodi di “non conformita’” siano quel che accade quando il mercato supera la competenza mediamente diffusa. Il mercato tira, il vino si vende, quindi di vino se ne deve per forza parlare, al vino si devono per forza dedicare eventi, riviste, occasioni piu’ o meno mondane.. Si assiste sicuramente a un grande aumento della cultura media in materia, ma non basta. Soprattutto fra chi di vino deve parlare. Non ci si puo’ aspettare che tutto venga sempre dall’alto. E’ ovvio che le occasioni numerose fanno l’uomo ladro e magari anche un po’ imbroglione. Anche se ci fosse la volontà politica (e molti dubitano che ci sia), sarebbe comunque difficilmente realizzabile un controllo capillare nelle vigne, nelle cantine, sulle autostrade (terzo luogo dove si fa il vino, a quanto pare). Occorre che il controllo avvenga dal basso: occorre che chi di vino parla, sia in grado di andare in una vigna e riconoscere un vitigno da un altro. Valutare a colpo d’occhio quanti quintali di uva porta un filare. Capire dall’odore che si sente nella vigna se veramente quell’azienda e’ biologica come dice oppure se ha da poco dato dei concimi chimici. Occorre essere pratici non soltanto con l’assaggio del vino finito, ma anche estremamente familiari con i procedimenti di produzione di “quel” vino (e non genericamente “del” vino), in modo da sapere se quel campione di vino appena svinato può essere compatibile o meno con quella bottiglia pronta per la vendita.
    Tutto questo porterà inevitabilmente a una enorme specializzazione (perché non é pensabile portare a tale livello di approfondimento le proprie nozioni per qualunque vino anche soltanto nazionale). Ma credo che sarà un processo positivo da cui avranno tutti solo da guadagnarci. A questo proposito merita considerare il fatto difficilmente controvertibile che di tutti gli attori in commedia soltanto gli enologi (alcuni di loro) sono oggi quelli in grado di ricoprire i diversi ruoli: come fare il vino, come esserne imprenditori, come comunicarlo. E direi che di questa loro posizione esclusiva di polivalenza se ne sono visti e se ne vedono ampiamente i risultati.

  5. Caro Crosta,
    lei ha ragione. Sia nel rammentare lo sciagurato Nano di cui andava ghiotto il mio compagno di banco al ginnasio, sia nel rilevare che, a suo modo, Rivella è prefettamente coerente con se stesso e con il modello che propugna. Arginarlo è forse impossibile. Però bisogna provarci, facendone una battaglia più ideologica che sostanziale. Quest’ultima, infatti, i cattivi maestri l’anno purtroppo già vinta da tempo.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  6. caro Tesi, secondo la filosofia cinese, che ha qualche migliaio di anni in piu’ della nostra, i maestri cattivi insegnano piu’ dei maestri buoni, cioe’ s’impara di piu’ dalle cose che vanno storte che da quelle che vanno bene. Non diamogliela ancora vinta, dunque, vedra’ che alla fine sara’ il loro cadavere quello che galleggia. E comunque una bella battaglie ideologica val sempre la pena, senno’ un Teobaldo Cappellano, tanto di cappello, cosa ci scrive a fare qui da noi quattro pellegrini?

  7. Ho comprato il libro e posso confermare che sono soldi buttati; tuttavia, per recuperare (siamo in tempi di magra), dopo aver leggiucchiato alla veloce pensieri e riflessioni di cotanto “manager”, ho portato il libro in dono a un caro amico.
    Seduta davanti al suo camino, l’ho estratto dal sacchetto – t’ho portato il libro di Rivella – e gliel’ho passato.
    – ah, al telefono avevo capito Gambelli – lui mi fa, lanciandomi un’occhiata in tralice e facendo fare alle pagine un tuffo nelle fiamme.
    Quando si dice ‘la farina del diavolo…’
    Fumo e puzza.

  8. Un saluto a tutti voi che vi riempite le bocche di facili parole e giudizi , mi chiedo una cosa ….. Ma Voi di Vino e di Brunello cosa ne capite ? Facile sparare a zero su tutti …
    Armatevi di pala e zappa e venite e fare un po’ di vitivinicoltura invece di fare i politicanti del momento .
    Mi sembrate un po’ come i soliti “opinionisti” della commiserata tv italiana .
    Propongo un nuovo titolo per questo spazio ….
    Nello Scandalo io ci sguazzo !

  9. commentare le stupidaggini che ha scritto mi sembra totalmente superfluo. Altro che scandalo in cui “sguazzare”, questa é purtroppo cronaca, come testimoniano gli articoli delle pagine toscane della Repubblica e della Nazione.
    p.s. devo ringraziare, di cuore, l’ottimo Camillo Langone, grande penna e gourmet, che in un articolo pubblicato sul numero di questa settimana di Panorama e intitolato (provocatoriamente?) “Sorpresa, agli italiani piace il vino del Sud”, parla anche del Brunello di Montalcino e scrive: “Brunello di Montalcino, altro antico toscano su cui pure si addensano nubi. Certo, i suoi numeri non sono quelli del Chianti, ma gli ingredienti dell’inquietudine sono gli stessi: aumento della produzione, diminuzione dell’identità. La sensazione, sempre più diffusa tra i degustatori, anticipata da Franco Ziliani, blogger bastian contrario, é che dentro le botti finiscano anche uve non previste dal disciplinare“.
    Aveva visto giusto, considerato quello che ha scritto oggi l’edizione di Firenze di Repubblica…

  10. Caro Paolo,
    scusi, ma “voi” chi? Su questo blog intervengono giornalisti, produttori, enotecari, appassionati, ristoratori, curiosi. “Voi” chi, allora?
    Quanto al capire di vino e di Brunello, da quello che scrive e da come lo scrive dubito ne capisca lei, anche se lo produce. Come se le cose potesse “capirle” solo chi le fa.
    In materia di zappa e vanga le riconosco invece un assoluto primato. Peccato si fermi lì.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  11. Mio caro Tesi ,
    il problema è che qui in Italia di vino si riempono la bocca tutti tranne chi lo fà , se si rovesciasse la medaglia cambierebbero tante cose. Gli scandali fanno bene solo a chi le vende e ad i nostri vicini concorrenti (Francia ,Spagna ect ).
    Quando vuole comunque le posso impartire lezioni di zappatologia anzi sono disposto anche a cederle la conduzione di un’azienda vitivinicola per un anno , se poi dopo un anno non sarà esaurito (economicamente e psicologicamente ) ne riparleremo… vedremo con la sua scienza infusa e rispettando le “nostre antiche tradizioni romane” cosa riuscirà ad ottenere .

    @Ziliani
    Il vino come da sempre considerato prodotto della terra e dell’uomo visto che in natura non esiste non è un prodotto immutabile nel tempo , abbiamo sempre assistito a rivoluzioni di carattere colturale ed enologico ; pertanto a mio avviso non esiste oro colato in materia chi può dire quello si e l’altro no ? Certamente chi infrange la legge deve essere punito e non piacerebbe a nessuno bere un Franciacorta made in sicily da lì però ad addossare colpe a destra e a manca il passo mi sembra affrettato . Sono sicuro che l’inchiesta è più una grande sceneggiata che altro. A Montalcino si lavora duro e SERIAMENTE ! Chi ha sbagliato pagherà! Ma calmare le acque forse è rispettoso nei confronti di chi spende la vita a nobilitare un paese come l’Italia (che tanto ne ha bisogno)
    Quando usciranno i nomi di questa faccenda vedremo…. alcuni nomi peraltro “tradizionali ” per non dire storici voglio vedere come si giustificheranno !

  12. @Paolo
    infatti, si lavora duro e seriamente a Montalcino, chi lo nega? Esattamente come in tanti altri posti dove si fa vino, comprese quelle zone impervie come la Valtellina, le Cinque Terre o la Valle d’Aosta. Ed è vero che alimentare notizie “sfuggite di mano” può solo farci del male, ma è altrettanto vero che spesso le notizie si sanno solo quando sfuggono al controllo. Nessuno parlerebbe con tanta preoccupazione (perché quella c’è eccome, anche da parte dell’autore di questo blog) se non fosse profondamente innamorato della terra ilcinese e non avesse a cuore la salvaguardia di tutti quei produttori che lavorano onestamente. Lo stesso presidente Marone Cinzano ha detto che le mele marce (se ci sono) vanno eliminate. Ne ho parlato anche io sul mio blog.

  13. Caro Paolo,
    a parte il fatto che nessuno mi pare impedisca ai produttori di dire la loro, anzi ben vengano le loro opinioni (purchè evitino, come tanti suoi colleghi, di usare la bocca solo per fare maldestre pubbliche relazioni nel tentativo di “ingraziarsi” la stampa; la quale, sia chiaro, spesso non cerca altro che farsi ingraziare), nulla la autorizza a insolentire chi, pur non producendolo, si occupa di vino, cercando di delittimarlo con il puerile argomento che “non sanno di cosa parlano”.
    Quanto alle sue lezioni di zappologia, di cui non dubito lei sia un docente universitario, le accetto volentieri. Badi però che ho una certa familiarità con l’agricoltura e forse, se mi permette, con un’agricoltura parecchio meno ricca ma forse anche più dura della sua. Quindi attento agli autogol, potrei compensarla con un pari corso dalle mie parti, che sono parecchio vicine alle sue.
    Passando ad argomenti più seri, la invito a riflettere su una cosa. Parlare di quello che accade è un diritto di tutti e un dovere per un giornalista. Nessuno di chi ha riferito di questa vicenda ha fatto scandalo, l’ha solo resa pubblica. Il vero scandalo è che qualcuno voglia negarla. Il suo risentimento lo roservi verso i suoi colleghi produttori che violano le regole e non contro chi ne dà notizia. Come scrive giustamente Giuliani, quando anche un Marone riconosce l’esistenza di mele marce, lei se la prende con chi denuncia l’andazzo?
    E poi lo credo che non si arriverà mai a nulla…
    Saluti,

    Stefano Tesi

  14. Egregio Ziliani, non crediamo che scoraggiare l’acquisto di libri, scrivere che “Con un’incredibile tenacia il Cavaliere del lavoro Ezio Rivella, che ricordiamo promuovere senza battere ciglio il Brachetto d’Acqui da Doc a Docg mentre era contemporaneamente presidente del Comitato nazionale dei vini Doc e amministratore delegato della più importante azienda produttrice di questo vino (conflitto d’interessi, ma scherziamo?)” siano fare giornalismo. Fin da quando eravamo bambini ci veniva insegnato che offendere le persone era sbagliato e per giunta da adulti ancora più sbagliato è calunniarle senza avere delle prove. La calunnia che Lei riferisce di conflitto di interessi, dovrebbe perlomeno essere stata provata in una sede giudiziaria. Le chiacchere da bar senza prove rimangono tali e potrebbero farla incorrere in una querela (calunnia con possibilità di provarla). Il giornalismo è ben altra cosa da quello che Lei pensa di fare in questo blog. Potremmo anche noi cominciare a gettare delle ombre sulle modalità per le quali Lei ad oggi ha degli incarichi sia pur di basso rilievo, se dovessimo scendere al Suo livello giornalistico (speriamo tutti che li abbia raggiunti per merito!). La libertà di opinione va gestita con educazione e sperare di tenere alta la attenzione verso di sè diffamando le persone non è certo un ottimo stratagemma per farsi apprezzare come opinion leader. Una cosa è certa le persone che Lei non apprezza hanno saputo ottenere dei risultati da soli, dal nulla. Saremmo tutti molto curiosi di vedere se Lei avesse potuto ottenere gli stessi risultati a parità di risorse finanziarie. Certamente grazie alla Sue doti umane avrebbe convinto degli investitori americani a erogare risorse in una terra che a quel tempo era sconosciuta. Avrebbe senz’altro progettato uno stabilimento in grado di produrre tecnologicamente qualsiasi tipo di vino al mondo. Sicuramente già dal primo anno avrebbe avuto degli utili. Tutto questo è stato già fatto e Lei comunque ne parla!

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