Presente e futuro dei vini di Valtellina: dialogo con Casimiro Maule

Vi avevo annunciato, un po’ cripticamente (qui) un incontro-intervista un po’ particolare con il presidente del Consorzio tutela vini di Valtellina, Casimiro Maule, presidente del Consorzio ma contemporaneamente enologo in forza alla più nota e grande azienda vinicola valtellinese, la Nino Negri di Chiuro, fiore all’occhiello del più importante Gruppo vinicolo italiano, il G.I.V.
Bene, ora la cronaca del nostro incontro, avvenuto giovedì 28 febbraio presso la sede del Consorzio, a Sondrio, è on line e potete leggere quello che ci siamo detti con franchezza, ognuno senza rinunciare alle proprie idee, visitando lo spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers, qui. Un’intervista-dialogo, fatta senza desiderare che l’intervistato arrivasse ad amare quello che avrei scritto, semplicemente facendo le domande e facendo notare le cose che mi sentivo.
Buona lettura e mi raccomando, fatemi sapere cosa ne pensate…

0 pensieri su “Presente e futuro dei vini di Valtellina: dialogo con Casimiro Maule

  1. Io capisco le problematiche che ci sono dietro quella valle, perché le conosco. Capisco anche che spesso Maule abbia pestato l’acqua nel mortaio con gente che non vuol sentire discorsi, non li capisce o é interessata ad altro. Tuttavia non sono per niente d’accordo che la barrique sia innovazione. La Svezia vuole i vini legnosi? Li compri pure da un’altra parte e di certo non li troverà a prezzi bassi come a Sondrio! I produttori storici c’erano e ci sono, da Ar.Pe.Pe. sono alla quinta generazione al pari di tante aziende di Langa. La fondazione Provinea o l’Unesco non possono essere da sole garanzia che i muretti non crollino, ci vogliono i soldi, le capacità e le braccia per tenerli su. Eppoi se negli anni ’80 la Valtellina era a pezzi, lui dovrebbe sapere il perché ed il percome la più grande azienda dell’epoca fu smembrata e da chi. I modelli? C’erano tutti, non era necessario rincorrere le chimere del mercato USA, come hanno fatto gli altri Consorzi, perché in Valle non ci sono le uve per fare i vini “all’americana”. Eppoi le mode cambiano rapidamente, ora negli Usa sono richiesti i nebbioli maturati nel castagno (ma guarda un pò!). I vini sono andati bene per un po’ solo perché costavano meno degli altri. Con 4 milioni di bottiglie prodotte si doveva guardare invece a realtà di nicchia, come Chateau Rayas nella valle del Reno o Domaine Drouhin nell’Oregon, mostri sacri e richiestissimi perché hanno caratteristiche uniche. Va bene fare gruppo con i produttori di specialità, va bene fare la strada del vino, ma bisogna poi farla funzionare perché in valle ci si arriva solo col trenino o con la statale, va bene il convegno Nebbiolo grapes, ma come si fa a spendere in promozione così pochi soldi, appena sufficienti per l’avviamento di un ristorante, in una regione così ricca come la Lombardia? Per uscire dalla valle bisogna guardare fuori! Allora posso dire grazie a Maule che ci ha messo una bella pezza, Panont non ci era riuscito, ma la strada é un’altra. Io non ho interessi personali e nel caso, mi candido alla futura presidenza.

  2. Nel 1970 c’erano 3.000 ettari di vigne, ora sono poco piu’ di 1.000, ogni anno se ne va qualcosa, se ne va qualcuno, ma il clima si sta arroventando ed i vini di montagna sembrano destinati ad essere i vini del futuro. Vedremo se il Consorzio riuscira’ a invertire la tendenza, a riaumentare gli ettari vitati in produzione ed a favorire l’occupazione giovanile nel vino. Se non ci riesce, fra trent’anni ci saranno 300 ettari in mano a cinque produttori e buonanotte suonatori.

  3. da tempo mi auguravo di poter leggere,di un confronto / scontro o viceversa
    di idee,con la volontà di affrontare tra persone responsabili,problematiche
    che investe una valle, che tanto nel cuor mi sta. Un dialogo che possa avere anche fasi successive,nel nome della franchezza e
    della trasparenza, che è poi quello che uno cerca o(vorrebbe/trovare)quando stappa una bottiglia di vino, trovare il frutto di una madre, e di un padre in questo caso, Nebbiolo o Chiavennasca; estremamente convinto che non sono spine, nell’attesa di poterne raccogliere i fiori. Lino

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