Brunello di Montalcino 2002 Il Colle

Continuo a trovare stucchevoli, ripetitive, assolutamente inadatte a portare quella chiarezza che sarebbe indispensabile e che il consumatore pretende, le rare prese di posizione – perché tutto, o quasi tace – che arrivano dal mondo produttivo di Montalcino di fronte al ciclone – lo scandalo dei vini “non conformi” o taroccati – che sta investendo (e sono persuaso investirà ancora per lungo tempo) la celeberrima località vinicola senese.
Invece di riconoscere che qualcuno ha sbagliato, invece di riconoscere che si è sbagliato (gesto che sarebbe quantomai opportuno e apprezzato da parte di chi si trova sotto inchiesta, evidentemente non per colpa di qualche magistrato ipercilioso, di qualche produttore “spione” o di qualche giornalista in cerca di notorietà, ma perché esistono dei ben precisi addebiti), si continua a cerca di sminuire, negare, ridimensionare, giustificare quasi, come se, accidenti, il buon nome e l’immagine non di un vino qualsiasi, ma di uno dei vini italiani più noti e apprezzati al mondo, non fossero stati attaccati dall’incoscienza e dall’egoismo di pochi.
Voglio citare due esempi di questa comunicazione che, alla fine, non comunica e indispettisce, di questo modo di dire eloquente, ma senza la trasparenza necessaria.
Il primo è un brano della lettera, inviata solo a parte della stampa, con la quale la proprietaria di Argiano (una delle aziende finite sotto inchiesta) ha comunicato il declassamento del proprio Brunello 2003 ad una Igt, fantasiosamente battezzata Il Duemilatre di Argiano.
Ha scritto la contessa Noemi Marone Cinzano:” Nelle ultime settimane il Brunello di Montalcino sta subendo pesanti attacchi alimentando polemiche che condizionano in modo negativo il lavoro svolto e il patrimonio costruito con il contributo di tutte le aziende della zona, oggi riconosciuto a livello internazionale. Il Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza e sostenendo la qualità dei prodotti con puntualità e perizia”.
Capisco benissimo l’imbarazzo di chi si trova nella condizione, ben poco simpatica, di dover declassare a Igt un proprio Brunello, subendo danni non solo commerciali, ma d’immagine (anche se, paradossalmente, questo vino declassato potrebbe godere di un effetto curiosità, con la gente a correre a provare come fosse questo vino che avrebbe potuto, ma non potrà essere Brunello…), e capisco altrettanto bene che al sangue non si comanda e che i legami di parentela inducono la proprietaria di Argiano ad ergersi a difensore dell’operato del Consorzio e del suo presidente, il conte Francesco Marone Cinzano.
Nonostante ciò, e di fronte ad un silenzio che continua ad essere assordante, allucinante, ingiustificabile, affermare, come fa la contessa Marone Cinzano, che il “Consorzio sta svolgendo un grande e prezioso lavoro per difendere quanto costruito, aiutando a fare chiarezza” appartiene solo al mondo dei sogni, delle pie illusioni, perché è proprio il Consorzio il grande assente, il convitato di pietra in tutti i discorsi, in questa vicenda.  Dal canto suo un’altra donna del vino di Montalcino, proprietaria di un’azienda che non è stata in alcun modo sfiorata da questa vicenda, Poggio Antico, ha rivolto una lettera “Ai nostri amici e clienti”.
Paola Gloder ha scritto: “Ci rendiamo conto che le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta. Il modo in cui le notizie sono state gestite e pubblicate, riportando anche informazioni non corrette e non fondate, hanno ingenerato una totale confusione nel pubblico.
Questo è del tutto inaccettabile. La stampa ha trattato le notizie combinando due distinti argomenti. Uno riguarda la scoperta di vino sofisticato scoperto in Puglia, prodotto per essere venduto ad un prezzo inferiore a 1 Euro al litro, e questo non ha alcuna relazione con Montalcino. L’altro riguarda il Brunello per una questione del tutto diversa. Relativamente alle notizie riportate sul Brunello di Montalcino, desideriamo informare che le indagini, per quanto ad oggi a noi noto, si basano sul sospetto che altre varietà di uve quali Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot prodotte a Montalcino – e pertanto sostanze non pericolose per la salute del consumatore – possano essere state aggiunte al Sangiovese per la produzione di Brunello di Montalcino.
L’utilizzo di diverse varietà di uve nel Brunello di Montalcino è proibita, poiché il disciplinare di questo vino richiede l’utilizzo del 100% di uve Sangiovese. Tali uve devono inoltre provenire da vigneti siti nel solo comprensorio del comune di Montalcino, i quali devono essere in aggiunta specificatamente iscritti all’Albo di produzione del Brunello di Montalcino, ed ottenere quindi una precisa autorizzazione alla produzione di Brunello rilasciata dalle autorità competenti.
Per chiarezza, va anche segnalato che le indagini in corso riguardano il Brunello di Montalcino prodotto da 5 specifiche aziende, e pertanto non coinvolgono l’intera comunità dei produttori del vino Brunello di Montalcino. Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio. E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo. In aggiunta, va anche detto che – per ora – non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere
”.
Mi spiace per Paola Gloder, che conosco come donna intelligente, ma usare ancora l’argomento, piuttosto spuntato, che “le recenti notizie pubblicate dalla stampa hanno generato un vero attacco al vino italiano, senza alcuna distinzione di sorta” e affermare che “non siamo al corrente di alcuna imputazione definitiva delle aziende indagate e relative ai reati contestati, che non abbiamo peraltro dato di sapere” è scarsamente convincente, perché chiunque vivesse a Montalcino era perfettamente a conoscenza di una pratica diffusa, anche se limitata ad una minoranza di soggetti, di “Brunello” che da anni venivano spudoratamente taroccati con l’aggiunta di altre uve. Quali fossero e da dove provenissero è ancora cosa da accertare completamente, anche se credo che le indagini in corso, che continuano, riusciranno ad  acclarare.
Nessuno, nemmeno il più bischero e scalcinato dei giornalisti, si è sognato di mettere sullo stesso piano lo scandalo della criminale sofisticazione di bevande che con il vino non hanno nulla a che spartire e pur persuaso che “il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente, il vino italiano di maggior prestigio”, oddio, tra quelli di maggior prestigio direi piuttosto, trovo assurdo che una produttrice, seppure preoccupata e accorata da quanto accade, scriva che “questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”.
Il sottoscritto, e altri, forse da Don Chisciotte o da romantici sognatori pensiamo invece che il Brunello, quello vero, vada difeso da quello presunto tale, che questo grande vino toscano debba continuare a profumare di Sangiovese di Montalcino, che non possa essere scambiato se assaggiato alla cieca e come tranquillamente accadeva con determinati vini che in etichetta spudoratamente riportavano il nome “Brunello” per vini fatti chissà dove e chissà con quali uve.
Noi chiediamo solo che parole come identità, tipicità, riconoscibilità continuino a fare rima con Brunello e con Montalcino e che chi invece in questi paradigmi non si riconosca, li considera stretti, obsoleti, inadatti alla propria filosofia, si accomodi altrove e faccia i vini, senza speculare e utilizzare un patrimonio comune che è quello del mondo produttivo, della storia del Brunello, che meglio crede.
Chiamandoli Sant’Antimo, la doc di “ricaduta” o piuttosto di soccorso e “asilo” per tante cose (chi l’ha voluta? Chi ha spinto perché nascesse? Chi ha piantato a Montalcino determinate uve e per farne cosa?) oppure Igt o Super Tuscan, o come diavolo vuole. Ecco perché leggendo le parole delle gentili signore Marone Cinzano e Gloder (due cognomi che peraltro di ilcinese hanno ben poco e che fanno capire come Montalcino sia ormai divenuto affaire soprattutto di tante persone venute da fuori, che magari l’anima toscana e ilcinese non conoscono o sentono propria) resto piuttosto indispettito.
Per calmarmi e ritrovare l’anima del Brunello e di questa terra bellissima che ho imparato ad amare abbastanza tardi nel mio percorso professionale passato attraverso lunghe frequentazioni franciacortine e altoatesine prima di trovare alveo ideale nella Langa albese e in questa parte di Toscana, ho pensato di stapparmi una bottiglia di un Brunello di un’altra azienda tutta al femminile, dove sono tre donne, Caterina Carli (nella foto dell’amico Roberto Giuliani), sua sorella Luisa e sua mamma, a condurre la danza e occuparsi di una produzione piccola per numeri, ma sempre più qualificata e paradigmatica nell’universo ilcinese.
Non un vino di un’annata grandissima, il Brunello 2002 dell’azienda agricola Il Colle, quello che mi sono stappato, prodotto una realtà che ha 35 anni di storia,
posta in località “Il Colle al Marchese” e che conta su sette ettari di proprietà e su una storia produttiva che risale al 1978, giusto trent’anni fa.
Eppure, anche in un’annata che nessuno ricorderà tra le più indimenticabili di Montalcino (e sarebbe bellissimo, come risarcimento morale, che l’annata 2008 diventasse un’annata super, cinque stelle, ma di quelle meritate e sonanti…), merito del Sangiovese, merito di uno stile produttivo lineare e preciso, merito di un “consulente” che è una garanzia assoluta e corrisponde al nome di Giulio “bicchierino” Gambelli, merito, posso dirlo?, di una moralità e di un’etica del fare vino, il risultato non ha mancato di confortarmi e di allargarmi il cuore facendomi, nei fatti e non a parole, per dichiarazioni generiche, che “Il Brunello resta quindi, sempre ed indiscutibilmente” tra i vini italiani di maggior prestigio. “E questo nessuno ha il diritto di contestarlo né di rinnegarlo”, nonostante gli scandali, i taroccamenti, le bischerate ed i tradimenti.
Colore rubino violaceo di media intensità, si svela progressivamente, a naso, passando da profumi fitti, selvatici, misteriosi, intensamente terrosi, con nitide venature minerali, di grafite, e poi ricordi di pepe, ginepro, e poi di pelliccia di animale e cuoio, ad una ciliegia selvatica, alla viola, al gladiolo, all’iris, alla macchia mediterranea.
Nitido, diretto, personale, incisivo, il bouquet, senza concessioni ruffiane alle mode, senza alcuna volontà di compiacere alcuno, ma solo di essere se stesso. 2002 l’annata, ma che bocca la bocca, scabra, essenziale, nervosa inizialmente, con un tannino, assolutamente non acerbo, né verde, ma intensamente e solidamente tannico, che poi lascia spazio, sostenendola e dandogli vigore e quasi spingendola, da propellente ampelografica, ad una struttura insospettabile, ampia, carnosa, piena di sapore, terrosa, viva, dalla lunghezza verticale e precisa mirabile.
Una forza, un’energia, una nitidezza d’espressione, un gusto, inconfondibilmente toscano e ilcinese, che solo il Sangiovese, cresciuto in questa landa benedetta da Bacco, può dare. Questo il Brunello che amiamo, che ci fa sognare, che ci fa aprire e scolare con gioia le bottiglie, che vorremmo, anzi, che siamo certi, avrà un futuro, finché persone dabbene, come i Carli, come gli appassionati che vogliono questi vini e non altri fasulli, ci saranno ad onorare Montalcino e il suo nome…

0 pensieri su “Brunello di Montalcino 2002 Il Colle

  1. Caro Franco,
    nell’attesa che a Montalcino la tempesta si concluda (temo però, d’accordo con te, in tempi non brevi) mi viene da fare una riflessione: può darsi che, esiti giudiziari a parte, quanto sta accadendo sia il sintomo che una salutare crisi di crescita è in corso. Non solo per il Brunello, ma per tutto il vino italiano di qualità. Una lezione dolorosa (come certe delusioni sentimentali dell’adolescenza, certe lavate di capo quando si è principianti, certi bruschi ridimensionamenti quando si tende a montare tracotanza, etc.), ma utile nel prosieguo della vita.
    Una lezione da cui il sistema imparerà ad esempio a gestire meglio – cioè in modi meno servili, provinciali, collusi, contigui, ammiccanti – i rapporti con la stampa, senza scambiare, come invece generalmente accade oggi, l’amicizia personale con i giornalisti con la funzione e i doveri di correttezza dell’informazione che essi rappresentano. Lo stesso, a parti invertite, accadrà naturalmente ai giornalisti, molti dei quali impareranno che la categoria è sempre e comunque una controparte e non un “partner” (nel vino come in ogni altro settore, è chiaro).
    Tutti impareranno che l’informazione, cioè la circolazione delle notizie, e i modi per cercare (nei limiti del possibile) di “governarla” o di condizionarla sono una pericolosa arma a doppio taglio e non una semplice grancassa propagandistica da utilizzare per farsi pubblicità più o meno occulta. Impareranno a pensare bene e a gestire meglio le strategie di comunicazione, con meno approssimazione e ingaggiando per tempo consulenti e professionisti all’altezza, senza affidarsi alle tante, anzi troppe figure borderline che campano sul filo dell’ambiguità tra giornalismo e comunicazione, ma che al dunque non sanno nè possono essere in grado di affrontare, e tantomeno prevenire (come invece si sarebbe dovuto fare e non sarebbe stato difficile) questioni spinose tipo Brunellopoli.
    Ogni azienda ha enormi interessi da difendere, investimenti miliardari al sole, fior di enologi, barriccaie e trattori, ma non tutte – e neppure il consorzio! – hanno un ufficio stampa propriamente detto: cioè integrato, formato, coordinato, capace. Pazzesco. E poi ci si stupisce se si fanno gli autogol? E’ come avere una villa con il tetto di carta veline e meravigliarsi se piove in casa.
    Non ho ricevuto le comunicazioni di Noemi Marone Cinzano (altro esempio di poco lungimirante “buco” comunicativo), ma non mi sento di tirarle la croce addosso se, in un momento di evidente di difficoltà, tenta magari un po’ goffamente di difendersi dal casino che la sta investendo. Nè mi pare si possa biasimare Paola Gloder, persona seria che stimo, se anche lei cerca con una lettera aziendale di attutire i probabili contraccolpi commerciali provocati dal caso Montalcino. Sinceramente, che altro potrebbero fare?
    E – hai ragione – sotto il profilo razionale è sconcertante il silenzio del consorzio. Ma sotto quello umano è comprensibile: credo non sappiano letteralmente che pesci prendere, gli trema il terreno sotto i piedi e non ci sono abituati.
    Il problema, aldilà degli argomenti spesso poco condivisibilili, come da te sottilineato, sollevati dai produttori per difendersi, è invece e appunto molto più a monte: la mancanza della professionalità generale (da parte di produttori, dirigenti, pubblici amministratori, presidenti, strutture) necessaria a capire in anticipo cosa poteva accadere, come sarebbe accaduto, come si poteva prevenirlo e perfino evitarlo, preservando il sistema vinicolo italiano e il prezioso distretto produttivo montalcinese da una simile brutta figura.
    Ecco perchè credo che quanto sta accadendo sia o possa trasformarsi in una salutare lezione. In un invito un po’ brusco ma opportuno invito a stringere le maglie di un sitema troppo lasso.
    Tutto il resto va solo lasciato alle indagini della magistratura.
    Ciao,

    Stefano

  2. Bravo, Ziliani. Tanti applausi sinceri per lei.

    “Ecco perché leggendo le parole delle gentili signore Marone Cinzano e Gloder (due cognomi che peraltro di ilcinese hanno ben poco e che fanno capire come Montalcino sia ormai divenuto affaire soprattutto di tante persone venute da fuori, che magari l’anima toscana e ilcinese non conoscono o sentono propria) resto piuttosto indispettito.”

    Carissimo Ziliani, ha messo in evidenza un punto importante. Da ilcinese, senese e toscano, mi fa molto arrabbiare quando sento o leggo in giro che noi non teniamo alla nostra tradizione, alla nostra tipicità. Perché a noi ilcinesi (come a tutti i senesi, e probabilmente a gran parte dei toscani) potete imputare tutto, ma non che noi non teniamo alla nostra anima ilcinese, toscana, alle nostre tradizioni.
    Il punto è proprio quello, il Brunello (come è successo anche per il Chianti, e per altre realtà vitivinicole toscane) è ormai” divenuto affaire soprattutto di tante persone venute da fuori, che magari l’anima toscana e ilcinese non conoscono o sentono propria”. Esatto. Sia ben chiaro che una generalizzazione estrema non sarebbe vera,perché molte persone venute da fuori si sono perfettamente integrate con lo spirito ilcinese, e alcune di loro non solo difendono a spada tratta la nostra tipicità, ma ci hanno dato davvero tanto in questi anni, e ci hanno aiutato a crescere, a essere migliori. Senza di loro non sarebbe stata scritta la meravigliosa storia del Brunello. A queste persone saremo eternamente grati, perché ci hanno aiutato a non smarrire la nostra più sincera identità. E un grazie sincero a chi come lei Ziliani ci aiuta a difenderla da chi vede nel Brunello di Montalcino probabilmente solo un business, un’occasione per fare soldi.

    Un ilcinese

  3. Vedo che gli uomini del vino stanno zitti, ma le donne del vino invece stanno esprimendo la loro opinione. E tre di loro, le tre Carli, lo fanno appunto non con le parole ma con i fatti, con un gran vino perche’ sapete benissimo tutti che nel 2002 in quei paraggi riuscire a fare un Brunello di Montalcino non era certo da tutti, parecchi ci hanno rinunciato. Vedremo una loquace donna a dirigere prossimamente il Consorzio o continueranno a scegliere fra i piu’ muti che ci siano?

  4. Le mie labbra non arriveranno mai a pronunciare “La Toscana ai Toscani”, sono parole talmente vuote e lontane che non hanno nessun significato.
    Chiunque è il benvenuto, però deve avere la sensibilità e poi la modestia di capire ed integrarsi in territori vitivinicoli che poco hanno da imparare dal primo americano di passaggio.
    Per dirla tutta, in terra di Chianti Classico, dopo che un’azienda per la quale collaboravo passò di mano il nuovo proprietario a stelle e striscie in una delle prime chiacchierate di approfondimento mi fece trovare una bottiglia sul tavolo del giardino e mi disse:”Io lo voglio come quello”.
    La bottiglia, non c’è nessun problema a dirlo era un MOntevertine Pergole Torte, con cui nel suo ranch usava farci colazione.
    Risposi garbatamente che se voleva un vino come quello, doveva comprare quell’azienda.
    Clima, altitudine, età della vigna,varietà delle uve, terreno, erano cose completamente non considerate.
    Si era tolto lo sfizio di una casa e una “bella vigna” nel Classico solo per stupire gli amici ed investire denaro.
    Alzai le mele, dopo le dovetti alzare per forza…

  5. Buongiorno. Caro Stefano, mi permetto il tu solo in nome della comunanza di idee. Se la cosa dovesse esserti di offesa me ne scuso. Sull’incompetenza e la miopia e la superbia di certe mezze calzette che gira(va)no su per quel colle potrei scrivere un libro. Ma tant’è. Il problema è diverso: è che non ci metteranno rimedio. Così come si scrivono pagine di aria melensa, lacrimosa, accidiosa e soprattutto inutile invece di farsi analizzare il vino con il gascromotografo e di andare a venderlo (cosa che sarebbe forse non bella ma utile di sicuro sì). Buon pomeriggio

  6. Caro Franco,
    Lungi dal volere affermare che Giulio Gambelli sia un taroccatore andrei piano a voler categoricamente affermare che lui sia una “garanzia assoluta” per merito della sua moralità ed etica. Certamente, il profilo organolettico dei “suoi”vini sono senz’altro più credibili di altri ma nonostante ciò, se mi è consentito un appunto personale, credo sia necessario mantenere un’equidistanza ideologica tale da mantenere un imparzialità di giudizio evitando accuratamente lodi su presunte integrità morali: ben inteso che integra risulta la moralità di ognuno fino a prova contraria. Schierarsi ora per un produttore, ora per un altro, sulla base di profili organolettici dei vini e presunte empatie di vedute,è un esercizio difficile e rischioso e finisce per creare un impronta “talebana”, come già qualcuno ha vociferato,perché esprime pareri parziali, intransigenti e arbitrari.
    La vicenda del Brunello a vedere bene sta portando alla luce una situazione assai più articolata e complessa di quella che viene descritta. Non è detto che uno stile tradizionalista sia necessariamente segno inequivocabile di un Brunello fatto con 100% di sangiovese visto la per niente remota possibilità di utilizzo di vini tipo Montepulciano d’Abruzzo, Nero d’Avola,ecc…che se utilizzati …”tradizionalmente”…, con furbizia, possono dare dei vini “inequivocabilmente”toscani. Allo stesso tempo ci sono vini decisamente moderni, ottenuti con 100% sangiovese,con magari un utilizzo un po’ allegro del concentratore, una buona dose di legno e pur presentando un profilo organolettico decisamente sospetto risultano conformi 100% al disciplinare.
    Come già detto altre volte, e continuerò a ripeterlo, quello che manca al Brunello, ma allargando il discorso,a tutte le DOCG in particolare toscane sono delle “regole grammaticali di base”, atte a ricondurre i vini in uno stile riconoscibile e inconfondibile da una parte e verificabile da dei parametri tecnici ben definiti da parte delle Commissioni DOCG dall’altro.Il silenzio degli ilcinesi credo sia dovuto all’incredulità che un certo modus operandi radicato ed istituzionalizzato stia cedendo e che il disciplinare, quello vero,che è stato molte volte un contenitore vuoto,di facciata debba venire applicato per davvero.
    Scuserai la mia forse inopportuna polemica ma quando dissento, lo devo scrivere.
    Saluti

  7. Cristiano, opportuno e benvenuto il tuo intervento, ma a costo di finire come scrivi, ad avere un impronta “talebana”, non mi stancherò di spendermi affermando la mia fede nella moralità di un Giulio Gambelli, che rappresenta una garanzia assoluta per Montalcino e che é persona, prima che tecnico, di specchiata onestà. Ne avessimo avuti tanti di Gambelli – e di Soldera – a Montalcino, non ci troveremmo in questo sgradevolissimo pantano. Quanto allo “schierarsi ora per un produttore, ora per un altro, sulla base di profili organolettici dei vini e presunte empatie di vedute”, riconosco, come scrivi, che possa essere “un esercizio difficile e rischioso e finisce per creare un impronta “talebana”, come già qualcuno ha vociferato, perché esprime pareri parziali, intransigenti e arbitrari”, ma é il mio modo di fare giornalismo, che segna, piaccia o meno, la mia diversità, il mio essere totalmente fuori dal coro, soprattutto in una vicenda vischiosa e paludosa come é l’affaire dei Brunello “non conformi”, come qualcuno, in maniera politicamente ed enologicamente corretta, li ha definiti…

  8. Franco,Grazie per la risposta puntuale.Continuerò a seguire con vivo interesse gli sviluppi della situazione,su questo blog,con la convinzione che come scrive Stefano Tesi che sortirà degli effetti positivi non solo sul Brunello ma su tutto il comparto del vino italiano di qualità.Una cosa è certa,si intuisce l’importanza di mantenere aperta, o riuscire ad aprire nel caso dei produttori ilcinesi,una comunicazione schietta e diretta tra le parti in gioco:produttori, consumatori,giornalisti ed enologi proprio come sta avvenendo su questo blog e che senza il quale le cose avrebbero sicuramente preso una piega diversa.

  9. Hand auf’s Herz, Herr Ziliani, haben Sie diese Flasche Brunello gekauft oder vielleicht wie alle Journalisten, die Verkostungen machen, nicht geschenkt bekommen so wie alle ihre Flaschen Brunello im Keller, die Sie so verdammen ? Sie hatten in einem Ihrer Blogs geschrieben, “non so che farmene …” Darf ich Ihnen meine Adresse angeben ? damit Sie mir die Flaschen schicken koennen? Renè

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