Brunellopoli impazza, ma continuiamo a credere nel Brunello, in quello vero!

Rientro da due giorni intensi al Vinitaly, trascorsi anche in buona parte nello stand della Toscana, parlando con i produttori di Brunello di Montalcino, nessuno dei quali mi ha guardato storto o mi ha rimproverato di aver scritto quello che ho scritto e che riscriverei. L’unica reazione che registro finora è l’aver perso una collaborazione ad un giornale su cui scrivevo da quasi vent’anni, perché l’editore della rivista, un editore un po’ speciale, bontà sua dichiara che “è al fianco delle imprese che – non deve essere dimenticato – hanno contribuito ad affermare il made in Italy enologico nel mondo” – peccato che queste imprese qualcosa di strano l’hanno fatto altrimenti non gli avrebbero bloccato la vendita del Brunello.
Dalla folta rappresentanza del mondo del vino di Montalcino presente a Verona ho raccolto solo testimonianze di sostegno ed il chiaro invito a contribuire a distinguere il grano dal loglio, a sottolineare che nonostante l’imperversare di “Brunellopoli” il Brunello di Montalcino merita il più ampio rispetto, come pure il lavoro della stragrande maggioranza dei suoi produttori. Che sono persone per bene e che rispettano la legge, l’identità e lo spirito del loro grande vino, la storia, la tradizione, la possibilità di avere un futuro del Brunello.
Oggi la risposta più importante che può  e deve dare il consumatore, di fronte a tanto fango che schizza, è continuare a credere nel Brunello, ad acquistare, stappare, mettere in cantina i tanti buoni vini, e ce ne sono perbacco!, che a Montalcino sono stati e continuano e continueranno ad essere prodotti.
Anche se qualche bischero, come chiamarlo diversamente, in questi anni, ha cercato di tirare il Brunello per la giacchetta, ad interpretarlo secondo interessi e convenienza, con la complicità, posso dirlo?, con la connivenza di larga parte della stampa specializzata e delle guide, che di fronte a certi vini incredibili non ha avuto le palle (ma diciamolo!) di parlare, di gridare allo scandalo, di dire no. Ma che i vinoni riveduti e (s)corretti ha invece portato in palmo di mano, sostenuto e corretto.
Quando si scriverà la storia di Brunellopoli sul banco degli imputati non dovranno essere portati solo i taroccatori, quelli che, guarda caso, si sono trovati loro malgrado, colpa dei vivaisti o del destino cinico e baro, del Cabernet e del Merlot e del Syrah nei vigneti di Sangiovese destinati al Brunello, quelli che tornati dalle vacanze dal Salento non si sono portati solo delle buone paste di mandorla, ma qualche indirizzo utile e qualche contatto da utilizzare sotto vendemmia o dopo, ma anche i pavidi ed i furbetti che hanno disonorato, con il loro silenzio, la loro miopia, la loro oggettiva complicità, il mestiere di giornalista.
Che consiste nel raccontare le cose, nel dire quello che si pensa, quello che si sa. Senza guardare in faccia a nessuno, a cognomi blasonati, a potentati economico – pubblicitari.
In attesa di raccontarvi meglio le mie impressioni dai due giorni a Montalcino, i tanti vini buoni assaggiati (sei nomi su tutti: Brunello di Montalcino 2003 di Piero Palmucci Poggio di Sotto e Brunello di Montalcino 2003 di Giulio Salvioni, due assolute garanzie; Brunello di Montalcino 2003 de Il Colle, una conferma, Barolo Monprivato riserva Cà d’Morissio 2001 di Giuseppe Mascarello, Pignol 1997 di Bressan, una piccola azienda friulana che considero un’autentica rivelazione, Barolo Vignolo riserva 2001 di Cavallotto), voglio lanciarvi questo pressante invito a credere nel Brunello.
Se su qualche vino avete dei dubbi, o ve li hanno fatti venire, ignoratelo, e andate sul sicuro e premiate ancora di più, scegliendo i loro vini, premiando il loro lavoro, l’aver tenuto dritta la barra, anche nella bufera, dei tanti produttori di Montalcino che fanno il loro dovere, che onorano il nome del Brunello e hanno bisogno di essere sostenuti ancora di più solo ora, quando Brunellopoli impazza e a qualcuno potrebbe venire l’insana tentazione di concludere che il Brunello non è più credibile.
Lo è invece, e credibili sono i produttori che ne rappresentano il tessuto connettivo, la forza, il passato, il presente ed il futuro.
Evviva il Brunello, quello vero, e al diavolo i cialtroni che hanno cercato di farne strame, che ne hanno sporcato il nome e che oggi è giusto, se la Giustizia italiana li condannerà al termine di regolari processi, non mediatici, ma veri, che paghino. 
Vi segnalo alcuni interessanti articoli sulla vicenda pubblicati in questi giorni, sul Corriere Fiorentino (costola toscana del Corriere della Sera – leggi), sul Corriere della Sera (qui), sull’Espresso (qui), sul blog di Massimo Bernardi Kela blu (leggi), sul TgCom di Mediaset (vedi), ma anche oltre Oceano, su Wine Spectator (qui), nonché sul seguitissimo autorevole blog del critico del New York Times Eric Asimov, The Pour, che ricostruendo la vicenda (leggi) attribuisce a qualcuno e a qualche blog, in italiano (vedi) e in inglese (vedi) qualche merito, l’aver avuto il coraggio di parlare per primo e di dire le cose come stanno. Piccole grandi soddisfazioni professionali, che arrivano from Usa, mentre magari tanti colleghi qui in Italia, difensori iperciliosi degli intoccabili potenti, e impegnatissimi a fare i pompieri, i ridimensionatori, i giustificazionisti, ti fanno passare come un pazzo furioso e un incosciente. Sopravviveremo anche a questo…

0 pensieri su “Brunellopoli impazza, ma continuiamo a credere nel Brunello, in quello vero!

  1. STRALCI…
    …pane al pane, vino al vino…
    La verità è che non si può scherzare su vini come il brunello, e non dare la colpa ai giornalisti della bolla mediatica.
    …vino al vino, chissà il grande Soldati come sarebbe intervenuto.
    Tra le altre cose…Rivella ha parlato

  2. Quando un mio amico, proprietario di un’enoteca, mi ha mostrato la lettera nella quale uno dei grandi NON PIU’ PRODUTTORI, ma commercializzatori, informava che non poteva rispettare le consegne di Brunello e di Chianti Classico (perché anche questo è sotto indagine), ho avuto evidenza come, di nuovo, parte della nostra imprenditoria non riesce a capire che la chiave per vincere nel mercato globale è una sola LA QUALITA’. Dopo il tracollo del vino al metanolo eravamo tornati ad essere il primo paese per esportazioni di vino, basando il tutto sull’ottimo rapporto qualità/prezzo e sulla tipicità delle nostre produzioni, anche quelle ottenute con vitigni internazionali. Questi signori, oltre a dimostrare una moralità dubbia ed una miopia aziendale certa gettano discredito sui tanti altri imprenditori del settore (e ce ne sono tantissimi) che si dannano l’anima per mantenere alto il loro nome e quello della produzione vitivinicola italiana. Un paese NORMALE farebbe chiarezza e punirebbe esemplarmente chi sta rischiando di gettare al vento anni di lavoro fatto da migliaia di persone che hanno messo del loro nella loro impresa. A queste persone dovrebbero render conto dell eventuali (speriamo limitate) ripercussioni che subiranno. Ma credo che in questo paese che NORMALE NON E’, dove il livello di moralità sta sempre più abbassandosi, anche in questo caso niente succederà, non saranno espulsi dai consorzi i produttori fraudolenti, ne saranno multati, ne saranno modificate le legislazioni per evitare che si possa ripetere quanto è successo e , sopratutto, non sarà fatta chiarezza dicendo all’opinione pubblica nomi e cognomi delle aziende e delle persone implicate. Tristezza ed in fondo al palato quel retrogusto amarognolo che troppe vicende italiane spesso accompagna….

  3. Da non addetto ai lavori, da semplice consumatore di vino, secondo me Ziliani ci stai marciando un po’ su questa storia del Brunello. E’ una sensazione che mi provoca il “tono” di quello che scrivi, non quello che scrivi. Continuerò a frequentare in ogni caso il tuo interessante spazio su internet.

    Giuseppe

  4. rivella ha parlato, ma mico l’ho capito bene quello che ha dichiarato…
    prima di tutto dice che se si controllasse veramente i risultati di rispondenza dei disciplinari , sarebbe il finimondo in italia.
    quindi afferma che ci complichiamo la vita da soli, ma che ci vorrebbe più elasticità e flessibilità nei disciplinari….. (?)
    a domanda dell’intervistatore se così non perderemo in tipicità e vitigni autoctoni risponde più intransigenza sulla qualità con un minimo di regole.
    visto il suo trascorso a Montalcino non libera il campo a dubbi… per lui basta che il vino sia di qualità.
    Capisco che la qualità si possa fare con un vino al 85% brunello e un 15% merlot, cab s., o petit v. ma non lo dichiari in etichetta B.d.M. !!!! fai un IGT e sei a posto.

  5. Tanti bei giovani nel mondo del vino, largo ai giovani, spazio alle loro idee ed alle loro aspettative. Anche sulla questione del Brunello di Montalcino. Da vecchierello mi sembra pero’ di poter raccontare una piccola esperienza fatta alla fine degli anni ’70, quando alcuni dei migliori produttori del Chianti separarono dal Chianti le uve bianche anche contro precise regole invece previste allora dal disciplinare e le destinarono al Galestro. Non tutti i produttori che usavano solo uve nere nel Chianti ebbe il coraggio di dichiararlo ai quattro venti. Da alcuni di loro i trattori con le uve bianche entravano percio’ con tutti i carismi della legalita’ in cantina da una parte, le consegne venivano registrate al rullo dei tamburi e poi uscivano dalla parte opposta conme se niente fosse. In cantina avevan lasciato soltanto il profumo. Dovettero passare ancora pochi anni, poi il disciplinare venne cambiato e la regolarita’ venne ripristinata con il plauso di tutti quanti. Oggi pero’, nel terzo millennio, un po’ piu’ di palle non guasterebbe, appunto come dice enogastronauta. Penso magari a un Igt Prunello di Pontalcino. Che sia il mercato poi a fare i dovuti confronti e le sue scelte, ma nella chiarezza e nell’evidenza piu’ assoluta. Rimango del parere che sia il produttore a fare la denominazione e non viceversa, ma oggi la trasparenza fa parte della qualita’. E comunque alla fin della fiera non è giusto che i controlli siano fatti da un organismo di adesione volontaria dei controllati stessi. Troppo comodo. I controlli vanno fatti da un organismo indipendente.

  6. Franco, mi fa molto piacere che ti sia piaciuto Bressan.

    Ho avuto modo di parlare dei suoi vini (bianchi e del verduzzo in particolare) in più occasioni

    sia qui:
    http://www.enodelirio.it/RegioniDett.php?IdStoria=153

    che qui:
    http://euthimya.spazioblog.it/110671/VERDUZZO+FRIULANO+2003+BRESSAN.html

    Fu Ferdinando Pardini dell’Acquabuona, in occasione della trasferta dei produttori friulani a Viareggio, a segnalarmi questo interessante anche se poco conosciuto produttore.

  7. Gentilissimo Franco Ziliani,
    reduce da una giornata intensa al Vinitaly, vissuta anche seguendo suoi preziosi consigli sia per il Piemonte (Massolino uber alles) che per la Toscana. Ed è proprio qui che mi permetto di segnalarle una piccola realtà ilcinese che non cita mai (non capisco se per non conoscenza oppure perchè non meriti): Il Ventolaio di Luigi Fanti, un signore ruspante, amante della sua terra e della vite (e della simpaticissima moglie). Vorrei un suo parere nel caso conoscesse questa realtà che secondo me produce sia un rosso che un brunello decisamente superiori rispetto a quelli che ha citato lei più volte nei suoi meravigliosi post.

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