Il sabato del villaggio sognando Zenga di Francesco Falcone

Settimana scorsa la pubblicazione dell’intenso omaggio a Walter Zenga regalataci dal collega Francesco Falcone (leggi qui) ha portato benissimo e siamo stati noi, della Beneamata, a fare viola i viola (un netto 2 a 0), mantenendo la Roma a quattro punti di distanza.
Oggi, ancora più importante dopo il pareggio di ieri dei giallorossi, ci aspetta la partita con il Torino, che potrebbe essere decisiva nella tappa di avvicinamento a qualcosa che non nomino, per pura scaramanzia, ma che spero tanto dovrebbe continuare a fare bella mostra di sé sulle nostre maglie.
Ragion per cui spazio ancora al buon Falcone, con un nuovo episodio, sempre autobiografico, della saga che potrei titolare “paravamo alla Walter Zenga, o quantomeno ci si provava…”. Buona lettura e sempre forza Inter!
f.z.

Il sabato pomeriggio non poteva mancare la partita con gli amici del quartiere. Nessun campo da gioco, niente erbetta e spalti, per amor del cielo. Solo un piazzale in cemento, due saracinesche sempre chiuse al posto delle porte (ancora oggi mi domando perché fossero sempre chiuse), un paio di panchine in ferro sui bordi del rettangolo di gioco (mi piace chiamarlo rettangolo di gioco, fa tanto Ciotti) e l’edificio scolastico della San Filippo Neri a proteggerci dai pericolosissimi riflessi del sole.
Pericolosi soprattutto per un portiere, intendo. Sì, perché io ero il portiere più quotato del quartiere (anche se la mia nomea era nota pure fuori: mi conoscevano all’Ospedale, alla Stazione, in Piazza XX Settembre e all’oratorio di Padre Semeria). Quando c’era una partita da giocare, state tranquilli che chiamavano me. E, sono sincero,  non perché fossi un fenomeno, ma perché vivevo il ruolo in modo passionale, davo l’impressione di crederci davvero, di esserci nato portiere.
Mi presentavo al campo (sì, al campo per modo di dire) completamente bardato, senza il minimo pudore. Indossavo la maglia originale di Walter Zenga (la ricordo ancora, è stata la più bella di sempre: gialla, edizione 84/85, Castagner in panca, semifinale col Real Madrid persa al Bernabeu per colpa di Santillana e di un giudice sportivo che sorvolò su una biglia scagliata sul capo di Zio Bergomi).
La maglia era così grande che mi stava come una vestaglia da notte, e i guantoni (rigorosamente Ulsport, non sopportavo quelli della Puma, per non parlare di quelli della Hummel) così giganteschi che sembravo un Jean Marie Pfaff  in miniatura. Ricordate quel fuori di testa di un belga? Non mi facevo mancare nulla: calzettoni, parastinchi e pantaloncini professionali con tanto di imbottitura. Anche loro di grandezza naturale (di Zenga, certo): sei taglie in più della mia, immaginate la scena (e, vi prego, cancellatela immediatamente dalla vostra testa).
Ma, soprattutto, stavo attento ai dettagli: al collo indossavo pure io una catenina d’oro rigorosamente in bella vista (come faceva Walterone) che baciavo a ogni parata importante (per me, tutte.). Solo che io mettevo un girocollo che rubavo a mia sorella, lui non credo.
Ero l’ultimo ad arrivare (la preparazione non era facile, capitemi), con gli altri già schierati che si riscaldavano tirando la palla verso la porta (pardon, la saranicesca) sguarnita. Arrivavo di corsa e baciavo il campo. Si fa presto a dire campo, diciamo il Palazzo dei Diamanti di Ferrara rovesciato (avete presente?); tornavo a casa che mia madre, ossessionata dal sangue, voleva rivedermi solo la domenica mattina.
Poi, giusto per gasarmi un pò, imitavo Walter: segno della croce, doppia piroetta (come faceva lui, uguale), un cinque a tutti i miei compagni che per l’imbarazzo nemmeno mi guardavano negli occhi e poi dritto nella saracinesca. Ero così fuso che alzavo la mano verso gli spalti (i miei spalti erano le panchine del piazzale, dov’erano seduti sempre quattro vecchi che discutevano dell’orto, della pensione e di Democrazia Cristina), mi sputavo addosso (sui guantoni, anche se non ho mai capito a che diamine serve), e segnavo con la punta delle scarpette le dimensioni della porta.
Avete presente come fanno i portieri veri che segnano la distanza dei due pali? Anch’io lo facevo, peccato che il cemento non è la terra, e che le mie linee erano semplicemente immaginarie…Durante la partita qualche volta mi chiamavano Zenga. E, se mi chiamavano Zenga, non passava più nessuno. Perfino sui tiri telefonati (anzi, soprattutto su quelli) mi esibivo in  paratone gonfiate, così gonfiate che avrei potuto fare concorrenza a Fabrizio Lorieri. Ve le ricordate le sue parate con tanto di doppio salto mortale e mezzo ritornato in posizione carpiata?
Non ero un bravo portiere, non sarei mai potuto diventarlo. Ero bassoccio (e lo sono rimasto: più basso di Tancredi e di Mancini, per portarvi degli esempi di portieri bassi), con un fisico mingherlino, insomma senza speranze. Non potevo nemmeno pensare di diventare un portiere normale. Che ne so, uno come Cusin (che pure sbagliava spesso), oppure come Landucci (uno che una domenica faceva il fenomeno e l’altra combinava disastri), ma nemmeno come Terraneo, Nuciari, Piotti o Bistazzoni (vabbè forse come Bistazzoni sì).
Non ne parliamo se le mie ambizioni fossero andate più in là: per esempio su Giovanni Galli (elegante e pulito come pochi, peccato non fosse altrettanto solido nel carattere), oppure su Stefano Tacconi (l’opposto di Galli: fondamentali essenziali, istinto animale e tempra mattacchiona).
Non avevo speranza. Eppure le nottate trascorse a studiare al rallentatore le parate di Zenga mi avevano insegnato una gestualità straordinaria, che mi serviva come il pane. Ad esempio, dopo una parata con tanto di deviazione miracolosa in angolo (il miracolo vero, nel mio caso,  era che ogni tanto paravo davvero), rimanevo a terra almeno due minuti. Braccia e gambe divaricate, guancia destra o sinistra appoggiata sul cemento e occhi chiusi (semichiusi, visto che dovevo vedere la faccia degli altri), proprio come faceva Walterone dopo un vero miracolo dei suoi.
Mi alzavo di scatto, urlavo qualcosa di indefinito ai miei compagni della difesa (difesa? ma quale difesa…) e mi piazzavo sul palo opposto a quello di tiro, battendo le mani come un rimbambito e sbattendo i tacchettti sul palo. (Ma quali tacchetti, portavo le Superga, e quale palo? Era una saracinesca!).

Prendevo qualche goal, certo, ma anche quando prendevo goal non rimanevo mai fermo: mi tuffavo in ritardo, magari con un volo plastico (in quello ero diventato bravo, peccato che sembravo un pallavolista in bagher più che un portiere di calcio), giusto per buttare un pò di fumo negli occhi dei miei compagni, per fare il paraculo.
Lo facevo soprattutto perché mi piaceva tuffarmi, rotolarmi dieci volte per terra e fermarmi stremato, col corpo appiccicato sul cemento. Soprattutto in quel momento mi sentivo esattamente come Walter, e fa niente se lui il portiere lo faceva davvero, se al posto della San Filippo Neri lui c’aveva le tribune di San Siro, se invece delle panchine in ferro e di quattro vecchi pensionati, aveva la nord che cantava a squarciagola “C’è solo un Walter Zenga”. Io ero semplicemente uno di loro, solo che al sabato pomeriggio sognavo di essere lui. Lui, per inciso, era Walter Zenga. Il portiere dei miei sogni.

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