Incredibile: Ezio Rivella parla dello scandalo del Brunello

Sfuggendogli totalmente la solare evidenza che in questo momento, visti i nomi delle aziende coinvolte nelle indagini e nei sequestri di vino (leggi qui), la cosa più saggia che avrebbe potuto fare è astenersi da ogni commento, il cavalier del lavoro Ezio Rivella, già deus ex machina ed ex amministratore delegato della Banfi, e personaggio che grazie al proprio pensiero ha contribuito al diffondersi (leggi) di una certa filosofia giustificazionista (leggi) a Montalcino, ha ritenuto opportuno dire la sua sullo scandalo del Brunello.
Lo fa, ed è naturale, su un sito Internet di Montalcino che si distingue per fare oggettivamente da cassa di risonanza non solo alla voce del Consorzio, ma a quella delle aziende, ricche, potenti e famose, che, purtroppo per loro, si sono viste coinvolte in questa sporca vicenda.
Con il titolo di “Il manager-enologo Ezio Rivella: “Sul Brunello di Montalcino inutili e deleterie polemiche”, il sito Internet (leggi qui) ha pubblicato questa dichiarazione dell’uomo che solo un mesetto fa aveva proposta la sua “ricetta” per il più grande e noto, insieme al Brunello, dei vini italiani, ovvero un “Barolo al Syrah” (leggi): Sono aberrazioni della propensione tutta italiana alla autoflagellazione”: così Ezio Rivella, enologo di fama internazionale e fondatore della Castello Banfi di Montalcino, commenta l’inchiesta sul Brunello di Montalcino. Rivella, che ha recentemente pubblicato il libro “Io e Brunello”, spiega: “si tratta di questioni interpretative sull’applicazione dei disciplinari di produzione di questo vino, che sono troppo rigidi. Nessuna delle grandi appellation bordolesi, e francesi in genere, prevede percentuali esatte di vitigni da impiegare, tempi di permanenza in legno e in bottiglia sigillata ed altre questioni che nulla hanno a che fare con il risultato qualitativo della produzione”.“Importante – ha concluso – è controllare la qualità e l’origine, il resto è affidato alla sensibilità dei produttori. Potremmo fare a meno di complicarci la vita”.
Non ci sarebbe nulla da aggiungere, perché Rivella non poteva esprimere meglio la propria “filosofia” che guarda con fastidio ai disciplinari rigidi (quelli che salvaguardano la storia, l’identità e l’unicità di una denominazione) e nel nome di un liberismo selvaggio applicato al mondo del vino, chiede licenza per un “laissez faire” senza regole. Che alla fine porterebbe tutti i vini, anche i più grandi, ad essere tutti uguali, omologati, noiosi, senza storia, senza radici, senza personalità. Questo, ovviamente, per compiacere il mercato.
Al cavalier Rivella, che almeno ha la bontà di dire quello che pensa senza nascondersi dietro ad un dito (a differenza di tanti altri suoi amici grandi imprenditori del vino, che non si espongono e fanno i pesci in barile, pur pensandola esattamente come lui), voglio ricordare quello che oggi un collega noto e importante, Davide Paolini, ha dichiarato, pur con qualche leggero cerchiobottismo, ad esempio convenendo che il Merlot ed il Cabernet nel Brunello, i tagli proibiti servivano a “dare più armonia” ai vini, nel corso della trasmissione di oggi de Il Gastronauta, in onda su Radio 24 (sito). Paolini ha sostenuto che “è facile lamentarsi oggi per i disciplinari troppo stretti, bisognava dirlo prima di frodarli”.
Un’evidenza che al cavaliere del lavoro Rivella, che i disciplinari lui li considera solo qualcosa che “complica la vita” e la cui applicazione vede solo una “questione interpretativa”, sfugge.
“Aberrazioni” aver fatto il dovere di giornalista raccontando che alcuni produttori, una minoranza, aveva infranto quella che è una legge tuttora vigente e valida finché non venga modificata?
No, “aberrazione” dimostrare di considerare una denominazione di origine controllata e garantita, con il suo relativo disciplinare di produzione, denominazione che è un patrimonio collettivo e non di un singolo, solo come un ostacolo alla libertà d’impresa e al libero dispiegarsi della creatività, anche in materia di Brunello di Montalcino o di Barolo, dei produttori e come qualcosa che ogni produttore più “interpretare” come vuole.

0 pensieri su “Incredibile: Ezio Rivella parla dello scandalo del Brunello

  1. Franco credo non valga solo per il grande brunello,ogni zona ha le sue magagne.. credi che i luganisti rispettino tutti il disciplinare per la percentuale di taglio sul turbiana?….
    piuttosto toglimi una curiosita’, io non sono riuscito a scendere al vinitaly, ma hai fatto un giro nello stand dei brunellisti?(magari antinori o castello banfi?) cosi’ per curiosita’….

  2. Ciao Troglo!
    Se mi dai un vino della casa in caraffa che e’ ottimo, a me che me ne frega se poi e’ turbiana o sushiana, visto che e’ comunque ottimo con le tue eccellenti pietanze e che me lo dai tu sulla tavola con la tua professionalita’, che di miscele in cantina certo non ne fai, visto che sei un mago, si, ma ai fornelli?

  3. Pian piano qualcuno si sta rendendo conto che il sistema DOC in Italia è una presa in giro. Troppe denominazioni, a volte uguali fra loro sia come tipo di terreno, altitudine ed esposizione, sia come uvaggio utilizzato. Alcuni esempi: Locorotondo e Martina, che distano fra loro 8 Km. Per non parlare del Salento ove in un fazzoletto di qualche decina di ettaro si dividono tante DOC. Pensare che i migliri vini del Salento sono gli IGT Salento! (Non lo dico solo io, vedi punteggi nelle guide e premi al Vinitaly).

  4. Io credo invece che questa volta Ezio Rivella abbia proprio ragione: “Sono aberrazioni della propensione tutta italiana alla autoflagellazione” “si tratta di questioni interpretative sull’applicazione dei disciplinari di produzione di questo vino, che sono troppo rigidi. Nessuna delle grandi appellation bordolesi, e francesi in genere, prevede percentuali esatte di vitigni da impiegare, tempi di permanenza in legno e in bottiglia sigillata ed altre questioni che nulla hanno a che fare con il risultato qualitativo della produzione”.“Importante – ha concluso – è controllare la qualità e l’origine, il resto è affidato alla sensibilità dei produttori. Potremmo fare a meno di complicarci la vita”.

  5. Certi personaggi non andrebbero neanche fatti entrare nel territorio di Montalcino! Ci dovrebbero essere delle “dogane” a S. Angelo, Buonconvento, Torrenieri e Castelnuovo dell’Abate.
    “si tratta di questioni interpretative sull’applicazione dei disciplinari di produzione di questo vino, che sono troppo rigidi. Nessuna delle grandi appellation bordolesi, e francesi in genere, prevede percentuali esatte di vitigni da impiegare, tempi di permanenza in legno e in bottiglia sigillata ed altre questioni che nulla hanno a che fare con il risultato qualitativo della produzione.”
    Ma che schifo!! Ed ancora più schifo fanno le aziende che “sposano” certi tipi di ragionamenti.

  6. Bellissima questa di Francesco Annibali.

    Troppe persone, produttori e non, ignorano che per le denominazioni d’origine controllate e protette il disciplinare di produzione rappresenta la legge. Utilizzare una denominazione significa rispettare al 100% il disciplinare applicando anche un sistema di autocontrollo per avere la sicurezza di non infrangerlo neanche nei punti più semplici. Forse è una malattia tutta italiana quella di cercare tutti i modi per ingannare le regole che ci siamo dati, ma alla lunga questo sistema non paga. E’ inoltre da rivedere il sistema dei controlli, non se ne può più dei furbetti che taroccano i vini.
    Le denominazioni poi non saranno mai troppe e devono andare incontro anche ai produttori che vogliono unire al Sangiovese altri vitigni internazionali, ma il vino che ne viene fuori non potrà mai essere Brunello di Montalcino.

  7. Di ritorno dal Vinitaly, convengo quanto sopra, anzi direi che è giunta l’ora di fare il vino senza l’uva tanto è lo stesso, dagli USA mi dicono che va bene così….

  8. Alla fine il Giove Tonante dell’Enologia Italiana aveva ragione quando ha deciso di uscire con i suoi Cru dai rispettivi disciplinari per poter fare i vini come e meglio gli sembrasse necessario farli !!
    Però allora, molti ancor oggi,tutti a dargli addosso, una sorta di caccia all’untore di manzoniana memoria, per una battaglia fatta alla luce del sole.

    Ciao

  9. giuseppe può avere anche ragione,o almeno parzialmente. Siamo proprio sicuri che tutti i disciplinari siano” perfetti”? In fondo per fare o modificare un disciplinare basta una maggioranza nel consiglio d’amministrazione,un’assemblea consenziente ..e ”un ministero”..un po’ dormiente…,e soprattutto far credere che venga”azzeccato il mercato”di un più o meno lungo periodo.(vedi anche disciplinare C.C.;alcuni anni fà hanno spazzato via l’uso di 2 vitigni ”storici”per far più posto agli internazionali)

  10. Gentile Franco Ziliani ,
    come mai tutta questa crociata contro il cavalier Rivella ? Quale motivazioni la spingono sempre a scrivere articoli su questo personaggio ….. per quanto non condivisibili non ha mai fatto misteri della sua corrente di pensiero senza peraltro imporla a nessuno… ne a lui è imputabile quello che è successo a messere Brunello . Mi pare che i problemi del sistema vino risiedono in ben altri frangenti . Questo blog invece di vino al vino mi sembra vino e Rivella .

  11. La parola “ignoranza” in Toscana ha un’accezione molto più complessa di quella normalmente utilizzata nella lingua italiana. Non ha solo il significato di inesperienza, mancanza di istruzione ma anche quello di cattiveria, stupidità e malafede. Dalle nostre parti dare dell’ignorante a qualcuno significa tutto questo in un sol colpo ed in effetti questi significati sono spessissimo intimamente legati tra loro. Ignoranza è fingere di non sapere che il vino è un prodotto del tutto legato al mantenimento di un’alta immagine e reputazione sui mercati internazionali. Ignoranza è non tener conto che per potere esistere i piccoli produttori di nicchia necessitano di un effettivo mercato mondiale del vino italiano, da Tokyo a Londra, da Firenze a Los Angeles, dove accanto ai marchi delle aziende più grandi (che garantiscono il presidio sui mercati) c’è spazio per l’immensa varietà della cultura del vino del nostro paese. Ignoranza è la malignità nell’accanirsi contro certi produttori, solo in quanto sono grandi ed affermati, indipendentemente da qualunque azione o prodotto essi in effetti facciano. Ignoranza è la stoltezza nel godere della vista delle macerie del mondo del vino italiano, dove il Brunello di Montalcino e gli uomini che a Montalcino vivono e lavorano, sono gettati nella polvere, accomunati (ignorantemente) ad acidi muriatici e altre nefandezze. Ignoranza è nella volontà di ingannare tanti appassionati del vino facendo credere loro che tutto questo letame gettato sulle aziende leader del vino italiano possa far del bene ai piccoli produttori. Ieri, a mia mamma che mi chiedeva cos’era tutto questo trambusto sui vari “Velenitaly”, ho letto un paio dei suoi articoli e lei mi ha detto “certo che l’è proprio ignorante codesto Ziliani”. Ha ragione.

  12. caro Vignadelmar, il tuo dichiarato amore per “il Giove Tonante dell’Enologia Italiana” ti fa velo e condiziona la lucidità del tuo ragionamento. E’ vero che é più onesta la posizione di Gaja che decise di declassare i suoi cru prestigiosi di Barbaresco e Barolo a Langhe Nebbiolo “per poter fare i vini come e meglio gli sembrasse necessario farli”, ovvero per utilizzare, come lo consente il disciplinare di quella Doc, sino ad un 15% di altre uve a bacca rossa, che possono essere Barbera, oppure Cabernet, Merlot o altro, però non giudicherei quella di Gaja “una battaglia fatta alla luce del sole”, come tu affermi. Gaja dapprima ha provato a far modificare il disciplinare del Barbaresco, per introdurre una quota del 5% di altre uve, poi, di fronte ad una solenne sconfitta della sua tesi, sei mesi dopo, prese la sua decisione. Che oggi appare molto più onesta e specchiata e coerente rispetto alle posizioni dei “taroccatori” che preferiscono rimanere nelle prestigiose Docg come Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino e “interpretare” i vini a loro piacere. Come le cronache di questi giorni in arrivo da Montalcino ci raccontano. Non direi poi, perché la cosa é ridicola, che “però allora, molti ancor oggi,tutti a dargli addosso, una sorta di caccia all’untore di manzoniana memoria”. Tutti chi? Fu solo il sottoscritto a criticare Gaja e quando vuoi ti posso mandare tutti i link ai miei articoli, scritti in totale solitudine, mentre i colleghi giornalisti tacevano o benedicevano la scelta di Gaja, pubblicati su WineReport. Questo per la precisione

  13. @ Paolo. Leggo il suo commento dove mi chiede ragione di “tutta questa crociata contro il cavalier Rivella”. Mi chiede “quali motivazioni la spingono sempre a scrivere articoli su questo personaggio ….. per quanto non condivisibili non ha mai fatto misteri della sua corrente di pensiero senza peraltro imporla a nessuno… ne a lui è imputabile quello che è successo a messere Brunello. Mi pare che i problemi del sistema vino risiedono in ben altri frangenti”. Questo blog di Rivella si é occupato solo qualche volte, proprio perché non potevo tacere di fronte alle uscite del cavaliere, che lei ritiene un personaggio specchiato che ha sempre espresso chiaramente il suo pensiero. Questo é vero, ma poiché le cose che Rivella pensa e afferma mi trovano totalmente contrario (la “pensata” del Barolo al Syrah grida vendetta al cospetto di Bacco!) e poiché viviamo in un Paese libero ecco che esprimo, di fronte ad un coro di plaudenti che reputano Rivella un benemerito del vino italiano, la mia modesta convinzione che poi così tanto bene al vino italiano l’ex deus ex machina di Banfi non abbia fatto. Anzi…

  14. su come la penso sull’uscita di Rivella, avevo anticipato sul post “Brunellopoli impazza,…..”
    e avrei una domanda da fare a Rivella, e compagnia bella che la pensano come lui:
    Cosa vi impedisce di fare un igt con uva base autoctona del territorio, brunello, barbaresco ecc ecc, e “migliorarla” come più aggrada a voi e al mercato globalizzato ??

  15. Caro Franco,
    il furore a volte acceca !!
    Mi sembra di aver semplicemente detto un fatto noto a tutti. Un Produttore serio ha provato a far cambiare i disciplinari per portarli dove più gli servivano (credo alla luce del sole e non con pratiche poco trasparenti); una volta non ottenuto il risultato ha deciso di uscire con i suoi Cru dal disciplinare in oggetto per approdare ad altri che gli permettessero di fare ciò che a lui andava di fare….c’è qualcosa di male in questo ???
    Altri invece, notizie continue di questi giorni, nei disciplinari ci rimangono però forse adottando pratiche che tendono ad aggirarli….C’è o non c’è una differenza fra i due comportamenti??
    Veramente non capisco questo continuo puntualizzare e rintuzzare !
    Saranno le giornate fatte di nervosismo e di sentimenti d’assedio a farti reagire così piccatamente ma non mi sembra di aver detto cose così assurde.
    Comunque ti auguro una buona domenica.

    Ciao 😉

  16. mi spiace Luciano, ma non sono “accecato” da alcun “furore”!
    Non ho passato in alcun modo “giornate fatte di nervosismo e di sentimenti d’assedio”, al Vinitaly sono stato piacevolissimevolmente e non ho affatto reagito “piccatamente”. La tua celebrazione e santificazione di Gaja, dettata dal tuo “amore” per lui é poco lucida e ho ritenuto opportuno precisare, pur riconoscendo che meglio Gaja, che ha fatto una decisione chiara, che i taroccatori vari di Montalcino.
    Buona domenica anche a te

  17. Egregio Dott. Ziliani,
    sono un giovane trentenne”di belle speranze”che da anni si reca a Montalcino,in compagnia dei suoi amici,spinto dall’amore verso il Brunello.Non le nascondo che la vicenda relativa allo scandalo “Brunellopoli”mi rimpie di gioia e le dico questo perche’era giunta finalmente l’ora che certe verita’ venissero rivelate.
    Qualsiasi estimatore del “vero” Brunello si era reso conto del fatto che in alcune bottiglie il vino presentasse degli aromi appartenenti ad altri vitigni,diversi dal Sangiovese Grosso…Purtroppo viviamo in un epoca nella quale il “Dio denaro” vale piu’ di qualsiasi disciplinare e di qualsiasi tradizione secolare e tanta gente,in suo nome,e’ disposta a sacrificare ogni cosa.La ammiro per quello che ha fatto e spero tanto che ci siano ancora degli uomini come lei in grado di narrare e rivelare la realta’ oggettiva dei fatti.Possiedo la Playstation,un palmare,un navigatore satellitare e sono in grado di sfruttare le recenti tecnologie informatiche per qualsiasi scopo per il qual esono progettate.La cosa piu’ bella per me,pero’,e’ costituita dal fatto che quando sono a Montalcino e ho nelle mie mani un calice di Biondi Santi o di Palmucci,il mondo sembra fermarsi di fronte ad un miracolo della natura che vorrei non finisse mai…Tutto sembra inchinarsi di fronte a tale maesta’ e solo poche persone possono comprenderne il significato.Poche persone che non appartengono certo a quella gente che ha solo pensato di poter tagliare il Sangiovese grosso con altri vitigni..Fabio

  18. Caro Franco,
    sai cosa mi scandalizza in tutta questa faccenda e che il filo conduttore che ha causato la frode e la sofisticazione è la stessa ragione, cioè il Dio denaro.
    Nulla divide difatti chi fa tagli “migliorativi”, per creare concorrenza sleale, da chi sofistica vini per far vini ancora più a basso prezzo e quindi nuovamente crea concorrenza sleale. Nell’albese non abbiamo mai avuto ( forse anche grazie a questi signori ) vini a prezzi talmente bassi da non riuscire a pagare neppure le spese vendemmiali.
    E’ la stessa visione del mondo, è lo stesso disprezzo delle regole che personaggi, come quelli ora inquisiti, hanno contribuito a costruire delegiferando le “leggi” tanto da rendere i controlli “annacquati” .
    E noi, cornuti e mazziati, ora ci dovremmo anche sentir colpevoli d’aver seguito un’ortodossia talmente elusa da farci ormai sentire, come diceva Bartolo, “GLI ULTIMI MOICANI”.
    Strana nazione è la nostra, applica la regola scacchistica “l’attacco è la migliore delle difese” fatta da chi non solo dovrebbe vergognarsi, ma dovrebbe almeno avere il pudore di tacere.
    Pensate hanno il coraggio di parlare di taglio migliorativo in annate ove madre natura ci ha donato il massimo. Molto facilmente presi nei loro laboratori, e non in vigna, non hanno capito cosa natura ci suggeriva ed hanno sbagliato tutto in vigna e poi in cantina. Tu, Franco, hai assaggiato il 2003, vino straordinario se tutti fossero stati attenti al sole ed al periodo di vendemmia, ma perché rischiare intanto poi ho il “taglio migliorativo” posso rimediare. Questa la chiamano enologia, no questo è alchimismo. Troppo facile, troppo disonesto.
    E non mi si dica che faccio delle due pratiche lo stesso fascio, no Signori, non sono i machiavellismi pindarici a giustificare la differenza delle truffe visto che tutto è stato fatto solo per gabellare il consumatore e mettere in seria difficoltà, come sta avvenendo, il produttore onesto che non ha ammucchiato “denaro” e che vive la tragedia d’immagine che a loro tocca solo per le responsabilità di questi “signori” che credetemi non hanno per patria una sola regione, ma sono equamente diffusi a livello “mondiale” ( pregi della globalizzazione ). In qualche luogo le frodi si cercano e facilmente si trovano, in altri neppure si cercano. Peggio, alcuni prodotti usati nello scandalo del vino in Italia sono “Sofisticazione” in altri Stati è non solo consentito, ma normalmente venduto nel vino che in Italia importiamo. Il tutto senza che questi prodotti atti alla sofisticazione ( burocratichese ) appaiano in etichetta.
    Ma anche noi abbiamo la colpa d’essere stati proni al mondo politico quando questo toglieva democrazia al voto nei consorzi , dava, alla melma, poteri decisionali antidemocratici , presidenze di Consorzi, presidenze di Enti che sono i suggeritori e le sole voci ascoltate, presidenze di organismi ( uno fra tutti il Comitato di difesa delle Doc ) che dovrebbero essere lì per far rispettare o cambiare, ma poi rispettate, le regole del gioco.
    Vogliono il liberismo ( io la chiamerei anarchia ed a me sta bene ), sono d’accordo con loro, ma scrivano in etichetta tutte le “varianti” apportate, la misura del taglio, la quantità di SO2, i trucioli usati, le aromatizzazioni, le filtrazioni che sterilizzano, perché se così finalmente sarà, io ( come molti altri ) sarò così fiero d’uscire dal coro e scrivere in grassetto “fatto con il 100% di nebiolo” e null’altro se non il tenore di SO” presente.
    La differenza poi, quando finalmente si faranno i controlli analitici “ a valle” sulla veridicità di quanto scritto, la farà il consumatore.
    Grazie Teobaldo Cappellano

  19. D’accordo al 1000% con Teobaldo Cappellano. E’ esattamente il senso dei miei commenti dei giorni passati: prescindendo da una forma di giornalismo troppo urlata, le due “sofisticazioni” – se confermate – nascono dallo stesso comune denominatore, ovvero il disprezzo per le regole e per il consumatore in nome di una “economia” che ha perso ogni basilare relazione con la società. E dunque “vino” adulterato per i poveracci e “Brunello” aggiustato per i ricchi figli di papà.

  20. Anch’io sono daccordissimo con quanto scritto da Dottori e Teobaldo.
    Non si può vantarci e gridare a tutto il mondo di avere terra e sapienze tali da essere gli unici in grado di produrre vini così eccellenti da solo sangiovese e poi sottobanco ci si mischiano altre uve. Montalcino è unica come il suo Brunello. Non ha bisogno di inganni. Chi ha chiamato per primo questo vino “Brunello”, lo ha fatto ispirandosi al tipico clone di sangiovese montalcinese (qui chiamato praticamente da sempre Brunello). La DOCG Brunello di Montalcino è stata assegnata in base al prestigio e alla storicità di un determinato metodo di produzione.
    Se poi vogliamo fare altri vini va benissimo. Chiamateli solo Montalcino però, o vino di montalcino, o in qualsiasi altro modo, purché non sia Brunello.

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