Trento Doc 976 Brut Riserva del Fondatore 1998 Letrari

C’è Trentino e Trentino nel vino.
C’è quello super aziendalista, anche troppo (prima l’azienda poi il resto, peccato che il resto sia magari un’associazione di produttori di cui si è anche presidenti…), che porta a titolare “Tra Trentodoc e Franciacorta è meglio il Ferrari” un articolo di commento contenuto in una news letter aziendale ad una degustazione di metodo classico dove ad affermarsi è, vedi caso, non un marziano, ma un Trento Doc, anche se griffato Ferrari, e c’è quello, il solito, delle potentissime cantine cooperative che recentemente, dopo avere baruffato per anni (o fingevano?), buttano lì, con nonchalance, l’ipotesi di un accordo, di un gentleman’s agreement o di una sorta di joint venture che toccherebbe nientemeno Cavit e Mezzacorona, con l’effetto, prevedibile, di strozzare tutti gli altri competitors locali.
C’è anche, e devo dire purtroppo, vedi qui articolo in allegato (leggi
GuerrieriGonzaga-Cavit), un Trentino che non ti aspetti, e che vede un’azienda che hai sempre considerato esemplare e simbolo e punto di riferimento, la Tenuta San Leonardo dei marchesi Guerrieri Gonzaga (sito e blog), persone splendide per le quali confermo la mia ammirazione, venire come a patti con il “nemico”, sotto forma di un’incredibile accordo che porterebbe Carlo Guerrieri Gonzaga a firmare un vino di fascia medio alta (uno o due milioni di bottiglie, che sarebbero vendute tra gli 8 ed i 10 euro), prodotto con la sua supervisione tecnica ed enologica nientemeno che da Cavit e destinato al mercato tedesco.
Operazione legittima, ma dalla quale, a mio modesto avviso, come ho avuto modo di dire al marchese Carlo, trarrà vantaggio solo la Cavit, che potrà presentarsi come interlocutore degno di un grande del vino come il patron di San Leonardo, non certo il produttore del più elegante uvaggio bordolese non solo trentino, ma forse d’Italia tutta…
C’è poi un altro Trentino, che accidenti a me, che insieme all’Alto Adige, pardon Süd Tirol, frequento molto meno di un tempo, portato dai casi della vita e del mio lavoro o da precise scelte di campo nel caso della provincia di Bolzano, in altri lidi, un Trentino del vino serio, solido, poco chiacchierone, vero, che produce bene, che rispetta la terra dove opera, ne esalta le caratteristiche, che non indulge al marketing o alla comunicazione, ma prova con impegno e fatica, anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia, a proporre vini che siano degni di questo nome e costituiscano una garanzia, un punto di riferimento per i consumatori.
Una di queste aziende, magari non mediatiche, ma vere, di questo Trentino serio, tutto da scoprire, è l’azienda agricola che Leonello Letrari e sua moglie Maria Vittoria hanno fondato 32 anni fa, nel 1976, (sito Internet) punto d’arrivo di una carriera brillantissima di enologo che ha portato Leonello (da leggere, vedi qui, il bel libro scritto da Nereo Pederzolli e dedicato alle sue prime 55 vendemmie) a collaborare con molte delle più importanti realtà produttive locali e a mettere a segno vini che fanno parte della storia dell’enologia e del vino trentino dal dopoguerra ad oggi.
Originari di Borghetto all’Adige, un tempo confine fra l’Impero austro-ungarico ed il Regno d’Italia, oggi fra Veneto e Trentino, i Letrari, la cui avventura nel vino continua oggi, con lo stesso smalto, con i figli Lucia (enologo dal 1987) e Paolo, elaborano vini seri, ben fatti, godibili e di riferimento (magari con una gamma un po’ troppo vasta, ma nessuno è perfetto…), da 23 ettari di vigneto dislocati in diverse località della Vallagarina e della Terra dei Forti, e affinati in una bella e ampia moderna cantina posta in Borgo Sacco di Rovereto, attorniata da un vasto giardino ricco di specie mediterranee.
Tanti i buoni vini che i Letrari producono, dai Trentino Marzemino, annata e riserva, che io considero tra i più interessanti della denominazione, sino al taglio bordolese Maso Lodron, al particolarissimo uvaggio tra i due Cabernet, il Merlot ed il Lagrein Ballistarius, al Cabernet franc riserva, e tra i bianchi al Sauvignon e al singolare uvaggio Chardonnay, Pinot bianco, Pinot grigio e Incrocio Manzoni che è il Fossa Bandita, sino ai Trento Doc metodo classico, il Brut ed il Brut riserva, che Leonello, da grande spumantista di lunga esperienza e sensibilità ha sempre saputo realizzare, tra le più belle espressioni in un panorama, quello dell spumantistica metodo classico trentina, dove gli acuti sono ben rari e costituiscono delle eccezioni.
Per festeggiare i primi trent’anni (e chissà quante altre vendemmie ancora!) della storia della cantina, Leonello Letrari e la sua famiglia, hanno però voluto cavare dal cappello del mago qualcosa di veramente speciale, espressione di una grande annata (solo i grandi millésimes, i francesi c’insegnano, consentono di fare cose super), ma anche di un’expertise, di un savoir faire, di un ars spumantistica che non è da tutti e che fa davvero la differenza.
Questa volontà di celebrare il primo trentennio di una cantina esemplare è un Trento Doc che io considero in assoluto tra i più grandi metodo classico italiani di sempre, un vino che onora non solo quella denominazione non in grandissimo spolvero che è il Trento doc, ma credo degno di confrontarsi, senza timore di inferiorità, con gli altri grandi metodo classico italiani e addirittura con signori Champagne.
Una cuvée, 50% Chardonnay e 50% Pinot nero, da uve dell’annata 1998 che magari non spiccherà per fantasia per il nome, 976 Riserva del Fondatore (mi sembra di averlo già sentito questo nome in Trentino…), ma con la sua dichiarata natura di “dégorgement tardiv”, con oltre 90 mesi di permanenza sui lieviti, vuole proporre una via italiana e trentina alle grandi cuvée de prestige lungamente affinate e pensate come qualcosa di speciale, che gratifichi il gusto e dimostri come anche in Italia sui méthode champenoise non siamo proprio gli ultimi arrivati.
Un capolavoro questo Trento Doc Brut riserva Talento (do you remember? – leggi qui
Talento) solo 3000 bottiglie, ma di livello assoluto, come dimostra il rapido vuotarsi della bottiglia che mia moglie ed io, non appena stappata, abbiamo “onorato”, con crescente ammirazione e piacere.
Colore paglierino oro brillante, multiriflesso, traslucido, luminoso, perlage sottile, continuo, persistente, questa Riserva 1998 dei Letrari mostra un naso ricco, complesso, maturo, di grande tessitura, che parte secco, deciso, incisivo, per poi aprirsi cremoso e articolato, con note di nocciola, frutta secca, fieno, erbe, agrumi, cioccolato bianco, una leggera speziatura, incenso e legni orientali e poi crosta di pane, pan brioche a susseguirsi, ognuna ben distinta, nitida, ma funzionale ad un disegno complessivo, ad un mosaico olfattivo che si compone mirabilmente pur mostrando ogni singola tessera.
Grande naso, ma che meraviglia poi questo Brut riserva all’assaggio, con un attacco secco, incisivo, nervoso, di grande carattere, che progressivamente disvela una grande ampiezza, una consistenza vinosa e una salda struttura al palato, con un gusto pieno, ricco, sorprendentemente spallato, di grande continuità e dinamismo, eppure mirabilmente ed incredibilmente (stiamo parlando di una cuvée di uve del 1998!) fresco, vivo, croccante, carezzevole, sostenuto e scandito da un’acidità calibratissima, da un perfetto bilanciamento, che rende la beva straordinariamente piacevole, anzi golosa, intrigante, allegra e spumeggiante.
Ecco il metodo classico italiano che mi piace, la via italiana – e trentina – alla re-interpretazione che non può che essere personale, perché diverse sono le storie, le tradizioni, i terroir, le uve, nonché lo stile, ed il destino del secolare, insuperabile modello della Champagne!
Chapeau Monsieur Letrari, penso che anche i francesi, di fronte ad uno “Champagne”, pardon, ad un Trento Doc come questa riserva 1998, farebbero altrettanto…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *