Tutto calcolato: ora é Luca Maroni a proporre il “liberismo enologico“ per il Brunello…

L’avevo scritto ieri (leggi), la manovra, ben congegnata, è già partita ed il “pacco” se i produttori di Montalcino non staranno bene attenti è già pronto e ben infiocchettato per fregarli.
L’operazione ammodernamento del disciplinare, “perché così non avremo più casini con catasti e vigneti e potremo fare quel che vorremo”, trova ogni giorno, guarda caso, zelanti sostenitori, teorici di un ovvio al veleno.
L’ultimo della serie, ed è naturale che fosse così, è il teorico del vino frutto (che frutta, ovviamente a lui…), alias Luca Maroni, che al sito Internet ufficiale, quello che riporta in evidenza le opinioni di un liberista integrale come il cavalier Rivella, ma anche le opinioni di illustri studiosi che ritengono molto vicino “il traguardo della definizione analitica del contenuto di una bottiglia”, ha così dichiarato { leggi }: “Il problema di alcune tra le principali denominazioni italiane è un problema di vetustà, di obsolescenza”.
Così Luca Maroni, critico e direttore della guida, apre la sua riflessione sul tema delle denominazioni e dei disciplinari.
I disciplinari di produzione del Barolo, così come quello del Barbaresco o del Brunello, rispondono – continua Maroni – alle esigenze di fine anni ’60. Oggi il vino è cambiato, sono cambiati non tanto i gusti dei consumatori, quanto le modalità tecniche di ottenimento dei prodotti, e quindi la media generale dei vini”.
Maroni, nella sua riflessione, fa riferimento al fatto che mentre i grandi vini italiani sono ancora legati a molti anni di invecchiamento, il Bordeaux, che secondo il critico è quello che detta i “tempi” del gusto internazionale, è attestato sui due anni, e quindi la strada da seguire sarebbe quella di “uniformarci agli standard internazionali dei Paesi più avanzati”.
In generale – prosegue Maroni – io sono per il “liberismo” enologico, ossia, il vino è iscritto all’albo, per esempio, del Brunello, e questo basta a certificare l’autenticità della provenienza delle uve. Poi, come il produttore sviluppa in cantina tecnicamente il suo vino – conclude il critico – è frutto della sua competenza, della sua conoscenza, e soprattutto del gusto dei consumatori che sono i veri “datori di lavoro” di noi tutti”. Scommettiamo che saranno queste, come avevo già anticipato, le “argomentazioni” che gli illuminati teorici del “liberismo enologico”, del lassez faire in vigna e cantina (gente, basta stappare le bottiglie di svariati vini prodotti e commercializzati in questi anni, all’insegna di questa “filosofia” che ha dato ampia prova delle proprie idee), useranno domani nella riunione degli associati del Consorzio del Brunello?
Produttori di Montalcino state attenti, non lasciatevi infinocchiare, c’è del veleno, e tanto, in questa mela lucida che le streghe maligne vi porgono sorridenti!

0 pensieri su “Tutto calcolato: ora é Luca Maroni a proporre il “liberismo enologico“ per il Brunello…

  1. cari amici, quello che Maroni ha dichiarato non é “vergognoso”, ma lineare e perfettamente in sintonia con il suo pensiero e la sua azione. Mario non parlerei, come hai fatto, esagerando, di “prostituzione”, perché il teorico del vino frutto alle cose che dice ci crede, corrispondono esattamente alle sue idee ed é naturale che su una vicenda grave e delicata come quella del Brunello di Montalcino lui proponga la sua soluzione, ammantandola di un liberismo enologico che é invece l’anticamera dell’anarchia, della morte del vino come siamo soliti pensarlo. A questo punto, se passasse questo pensiero, che senso avrebbe mantenere le denominazioni d’origine? Avanti con il Rosso Italia o Rosso Europa, come qualche liberista integrale vorrebbe!

  2. vi prego, fermiamoli prima che sia troppo tardi…vorrei che i teodem enologici si unissero per bloccare l’orda dei liberisti della new hage enoica…

  3. visto che Maroni ci considera anche tra i suoi datori di lavoro, propongo mozione per licenziarlo in tronco !

  4. i produttori di Montalcino seri che sono la maggioranza e non vogliono essere presi per il naso sono sicuro che li fermeranno: i liberisti integrali, i teorici del laissez-faire in vigneto e in cantina no pasaran!
    ai produttori di Montalcino rivolgo un invito facendo mio un modo di dire di una persona che non posso dire che mi sia simpaticissima, ma in questa battaglia a difesa del Brunello, quello vero, sono per le alleanze trasversali, bipartisan, se animate dalla stessa intenzione e dalla stessa identica buona volontà di salvare un vino simbolo dalla barbarie. Il detto é: resistere, resistere, resistere! Noi, parlo dei consumatori, della stampa libera, degli amici del Brunello sparsi in tutto il mondo, saremo, siamo qui a darvi sostegno, ad aiutarvi per quello che potremo fare…

  5. Ma pure col Rosso Pianeta Terra, visto che e’ prossima l’invasione aliena.

    Sai Franco, a questo Vinitaly (e nei post che leggo in giro) una delle domande piu’ ricorrenti e’ stata “cui prodest”. Certamente porsi in termini dietrologici, in ogni faccenda, e’ un po’ limitativo, ma stavolta sembra terribilmente sensato. Il paradosso e’ che la vicissitudine-Brunello, alla fine, giova a chi potrebbe averla generata; siccome queste ultime dichiarazioni vanno dritte in questo senso.

  6. Per esempio potrebbe succedere quello che e’ successo in Puglia, cioe’ una scissione del Consorzio attuale con la creazione di un secondo Consorzio che, ovviamente, avra’ immediatamente bisogno di tromboni mediatici.

  7. Scusate, vorrei fare un commento serenamente, e serenamente essere anche contraddetto delle eventuali stupidaggini proferite.
    Non mi pare di avere letto nelle frasi di Maroni sopra citate un incitamento ad usare nel Brunello altro da Sangiovese. Se così è, sono risolutamente contrario.
    Se invece il senso delle affermazioni di Maroni è quello di essere più elastici ad esempio sui tempi di permanenza nel legno, allora, secondo il mio modestissimo giudizio, se ne dovrebbe parlare, anche in virtù dei cambiamenti climatici in corso, se non si vuole correre il rischio di replicare i vini caricaturali del 2003 (cabernet o non cabernet).
    Ho letto alcune interessanti opinioni del prof. Fregoni in merito, il quale critica aspramente l’uso della barrique, assolutamente non idonea alla viticultura mediterranea, ma anche le eccessivamente lunghe permanenze in botte grande. Quando poi la permanenza in barrique diventa troppo lunga per ottemperanza al disciplinare, come potrebbe essere il caso dei brunelli e dei baroli barricati, il disastro è totale. Al contrario il prof. Fregoni incoraggia l’affinamento in bottiglia, poco curato secondo lui in Italia.
    Una discussione dei disciplinari in questa ottica non potrebbe essere utile?

    Luk

  8. caro Franco, temo che il prossimo vino ad essere passato nel tritacarne sarà il Barolo. Ho lavorato in Langa per alcuni anni, spero di tornarci presto in fondo ho solo 36 anni, ed ho visto di tutto, dai Baroli alla marmellata ai prodotti confezionati come Dio comanda. c’è sicuramente bisogno di fermarsi a riflettere,ripensare a dove andare, e avolte tornare indietro non è una sconfitta, anzi la vedo come una presa di coscienza fatta da persone intelligenti. Dobbiamo, come tecnici, partire dall’inizio, dal territorio o terroir e da li fare delle scelte, il vitigno la conduzione dello stesso, la vinificazione la commercializzazione, la comunicazione. Quindi dalla comunicazione tornare indietro e condurre per mano il consumatore per portarlo al terroir: fargli capire che le note leggermente aranciate (nell’unghia) nel Barolo ci devono essere e che non è un buon Barolo quello, attraverso il quale nonvedi nulla, (perchè il Nebbiolo non è un vitigno che cede grande colore)che il sapore, il gusto, deve essere solo leggermente quello di legno e non quello di segatura bagnata. Franco, mi permetto di darti del tu, fermiamoci e riflettiamo. Le disgrazie portano sempre delle opportunità, cogliamole per fare pulizia del sottobosco di ruffiani e papponi e ripartire. saluti.

  9. Sig. Ziliani, confido che alla riunione di domani (perchè se aspettiamo un resoconto ufficiale stiamo freschi) lei abbia un insider in modo da tracciare una volta per tutte il solco (facendo nomi e cognomi) tra chi vuole modificare il disciplinare e chi lo vuole mantenere. E’ giusto sapere chi sta da una parte e chi dall’altra, chi ha calato i pantaloni e chi no, poi ognuno di noi (chi commercializza, chi compra, chi beve il Brunello) farà le sue valutazioni. Mi piacerebbe molto questo “scoop”…

  10. Signor Risso, ci spieghi lei allora cosa intenda dire il teorico del “vino frutto” quando afferma: “io sono per il “liberismo” enologico, ossia, il vino è iscritto all’albo, per esempio, del Brunello, e questo basta a certificare l’autenticità della provenienza delle uve. Poi, come il produttore sviluppa in cantina tecnicamente il suo vino – conclude il critico – è frutto della sua competenza, della sua conoscenza, e soprattutto del gusto dei consumatori che sono i veri “datori di lavoro” di noi tutti”. Il significato é talmente chiaro, basta volerlo capire, che le osservazioni che lei fa, mi sembrano provenire dalla luna o da un marziano…

  11. piacerebbe anche a me, ma sono certo che i produttori sapranno discutere e trattare questo problema centrale per la sopravvivenza del Brunello di Montalcino al loro interno, senza coinvolgere la stampa. Forse la cosa migliore, in questo momento, é che discutano tra loro, che urlino, si accapiglino se necessario, si confrontino duramente, ma arrivino alla soluzione migliore. Che a mio avviso non può essere che una sola, per salvare il Brunello dall’assalto dei barbari…

  12. Perfetto sottoscrivo in toto quello che scrive Maroni “uniformarci agli standard internazionali dei Paesi più avanzati”.
    Più chiaro di così.

  13. bravo Angelo, me l’aspettavo ed é arrivato il tuo intervento a difesa del tuo idolo e maestro. E’ proprio un guru, il teorico del vino frutto se nemmeno quando dice una cosa talmente assurda i suoi sostenitori riescono ad affrancarsi dal suo “pensiero”…

  14. Bene, Angelo quindi secondo Lei il Brunello di Montalcino vale più o meno quanto un pneumatico d’auto, tanto da doversi “uniformare agli standard internazionali dei paesi più avanzati”. Quali saranno poi i “paesi più avanzati” (e chi ha deciso siano considerati tali) mi piacerebbe davvero saperlo.
    Io capisco invece che questi innovatori da quattro soldi pensano di cancellare l’opera d’arte e l’anima presente in ogni grande vino che si meriti questo appellativo, per tradizione, storia, passione, ONESTA’, e per tutto l’amore che i suoi cultori gli hanno sempre saputo donare (Le garantisco che in certi bicchieri si sentono tutte queste qualità, eccome, alla faccia del vino furto-che-frutta).
    E tutto per il vile mercato (loro portafogli inclusi, ovviamente). Ma mi pare quasi inutile tentare di spiegarlo a chi la pensa come Lei.
    Un saluto.

  15. Ma non è che qualcuno confonde “liberismo” con “libertà”?
    Dal Devoto-Oli: Liberismo = Sistema economico fondato sull’assoluta libertà di produzione e di commercio e per il quale l’intervento dello Stato è ammesso soltanto nei casi in cui l’iniziativa privata non può soddisfare le esigenze della collettività.
    E’ questo che vuoi Angelo???

  16. non ho mai ascoltato e di certo non comincerò ad ascoltare adesso i punti di vista di un minuzioso “teologo” della degustazione dei vini (Maroni ndr) soprattutto se egli stesso dichiara di essere stato astemio fino a 24 anni. potrei parlare di liberismo professionale più che enologico nel suo caso… che amarezza!

  17. Scusate ma i paesi più avanzati quali sarebbero?
    Noi ed i francesi che abbiamo fatto scuola nel mondo o tutti gli altri che hanno piantato dei vigneti l’altroieri?
    A Maroni ed ai suoi affezionati dico che, se volete il vino frutto, allora fatevi una spremuta di kiwi….

  18. Ma si, dagliè de botte, dagliè de cerchio…famose sto terroir a spezzatino e magnamoselo…
    Dear signor Angelo…con tutti i nuovi mercati enologici che si affacciano…l’ultimo, er meglio, il sacro nostro avamposto resta il terroir , ed è solamente lì che possiamo vincere.
    Se cediamo anche questo…non si chiama liberalismo…ma uniformismo.

  19. liberalismo e uniformismo…
    il primo termine è sbagliato, andava liberismo…
    e che sta matina me sento troppo ‘gnorante…scusateme…

  20. Signor Ziliani,

    Ammetto tranquillamente il mio scarso acume. Mi speghi lei cosa intende Maroni. Se egli intende usare altre uve oltre al Sangiovese, sono contrario. Se invece il medesimo propone una discussione competente delle pratiche di cantina con lo scopo di migliorare le caratteristiche storiche del brunello in termini di eleganza e capacità di invecchiamento, allore dico che se ne dovrebbe parlare.

    Luk

  21. la risposta, signor Luk, gliel’hanno fornita i commenti dei lettori alle affermazioni dei lettori. Se non le bastano si rivolga direttamente a Maroni per farsi spiegare il suo pensiero. A me e ai lettori di questo blog (lei escluso) é chiarissimo

  22. salve a tutti, è la prima volta che scrivo su questo blog, pur essendo un lettore piuttosto assiduo. Non condivido sempre le posizioni di Ziliani ma questa volta sottoscrivo appieno la sua presa di posizione, E lo dico pur avendo un approccio “moderno” al vino, nel senso che posso apprezzare anche un vino “francioso” e non solo un barolo vecchio stile. A montalcino c’è ampia libertà di fare esperimenti e vini più internazionali, basta usare il nome giuto, sant’antimo…semplice no? non si può volere il tiraggio sul mercato del brunello (perchè fa comodo) e poi volere pastrocchiare in cantina, troppo comodo. Questo è semplicemente e volgarmente fregare il consumatore che deve invece essere messo nelle condizioni di poter scegliere sapendo esattamente cosa sta acquistando. Il consumatore compra il brunello per il gusto per la sua storia per lo stile per tutta una serie di ragioni che sono coumunque legate a quel vino, perchè fregarlo? e poi, altra cosa che non capisco, a casa mia si dice cavallo che vince non si cambia, il brunello va via come il pane, non ha problemi sul mercato, che necessità c’è di cambiare un cavallo vincente sotto tutti i punti di vista? per andare incontro ai gusti “dei consumatori dei paesi più evoluti?” ma fatemi il piacere….comunque per alleviare il dolore di questa storiaccia mi sono bevuto un gorrelli del 2001 alla faccia di chi vuol male a questo grande meraviglioso vino
    saluti
    francesco

  23. Buongiorno Franco e a tutti voi.
    Per quanto gravi e perniciose siano le dichiarazioni del Maroni, siamo proprio sicuri che quast’ultimo sia poi così ascoltato e seguito?
    Guardate che appassionati con la sua guida in mano in Enoteca ne sono sempre entrati pochi e da un due tre anni a questa parte sono proprio spariti.
    Su questargomento vorrei anche aggiungere che, per lo meno dal punto di osservazione di un enotecario che opera a Siena, questo stile “moderno” (?) non è più gradito dai consumatori, soprattutto esteri! E’ finita la moda!
    A presto,
    Francesco Bonfio

  24. Franco
    metti le faccine come gli altri forum del vino. In attesa di cio’, una bella pernacchia alla proposta del D’Annunzio del vino Italiano!!!

  25. Ziliani mi corregga se sbaglio, ma sento più voci (non qui) favorevoli a stravolgere il disciplinare che a difenderlo e la cosa non mi piace per niente.
    p.s. ho ricevuto una mail da un mio amico inglese amante del brunello, è rimasto sconcertato dal sito del consorzio che non fa parola del polverone.
    Complimenti vivissimi a chi ha preso questa decisione…..

  26. ivan “enogastronauta”, e’ del tutto normale, non si stupisca. La gente che fa sacrifici, che va a lavorare in vigna con la febbre, che non conosce riposi di sabato e di domenica, che il vino lo fa buono e sano e in rispetto a cio’ che dichiara in etichetta firmandola e’ un po’ taciturna, non si mostra volentieri, non ama le luci della ribalta, e’ gente da fatti e non da parole, ma e’ tanta e ha tante ragioni da far valere.

  27. Io non sono certo un oppositore dello “stile moderno”. Il problema è che in questa buriana c’è chi vorrebbe che questo “stile moderno” (che non tutti quelli che lo adottano sanno perseguire con felicità di risultati, anzi…) fosse l’unico ammissibile. E soprattutto, che chi teorizza tutto questo sembra ignorare che il Brunello o il Barolo in “stile tradizionale” (ma io preferisco parlare di “stile di sempre”) non sono affatto vecchi per i consumatori: piacciono tuttora, e sono pronto a scommettere che piaceranno ancora, come amava dire Giacomo Borgogno. Un conto è la coesistenza stilistica, un altro favorire surrettiziamente un modus operandi che non sempre, come qualcuno ha scritto, è gradito al mercato.

  28. Lo sapete quale è la mia paura? Che con tutto il polverone sul grande Brunello, alla fine la spuntino i moderni e facciano passare la tesi del così fan tutti e che è l’ora di cambiare un “disciplinare obsoleto” datato 1966, qualcuno corregga la data se sbagliata.
    Ho paura che si prenda la palla al balzo per francesizzare anche quell’angolo di Toscana, dopo che i bastioni nel Chianti Classico sono da tempo caduti. Ho un bell’aneddoto relativo ad una azienda storica e alcune chiacchiere che ci ho fatto al Vinitaly, roba si da sorridere, ma anche da avvelenarsi la salute, a breve ne scriverò sul mio blog.

  29. Il fatto tragico è che il “disciplinare” che propone LM è già a tutti gli effetti già in atto. Quello ufficiale è decaduto da un pezzo cioè da quando sono mancati gli strumenti per verificare che sui vini che si sottoponevano alle richieste di idoneità sussistessero i requisiti solo formalmente richiesti.Prendiamone atto.

  30. Ma cosa vuol dire stile moderno? Vuol dire facile? Insomma, parlando di Brunello o Barolo sarebbe come volere vini “usa e getta”, per tutti i gusti, “popolari” Ma, mi chiedo, possiamo noi trasformare in oggetto più atto al businness perchè più facile vini che sono miti mondiali perchè intrisi di suggestione e quindi non facili per definizione? Eppoi, se consideriamo un ostacolo da abbattere il fatto che la degustazione di questi vini implica la comprensione e il rispetto della complessità, non è che forse stiamo cadendo nella più deprimente banalità, copiabile ovunque e, per questo, non più desiderabile? Mi terrifica la prospettiva maroniana: così ovvia da non sembrare mortale.

  31. E se questi grandi casati colle bottiglie bloccate in cantina dicessero agli altri produttori di Montalcino…: Be, sapete qual’è la storia, e che se nel fango dobbiamo finire, ci dobbiamo finire tutti.
    Perciò immaginatevi di salvare la faccia del Brunello tradizionale, ma di non vendere più una bottiglia negli Stati Uniti. I nostri canali noi li abbiamo e se non lo vendiamo come Brunello, lo smerceremo come super-tuscan…ma voi, voi non avete canali, voi avete esportato sulla nostra onda, sui nostri soldi spesi in pubblicità, sul nostro nome. Si è vero, qualcuno sarà dubbioso sul Brunello, ma passerà presto, ci penseremo noi a far dimenticare tutto. Voi senza di noi siete poco più che niente, tranne qualche nome di nicchia, ma quante bottiglie sono in confronto alle nostre? E allora, che sia ben chiaro, noi faremo finta che quest’anno sia andata così, il prossimo mettiamoci a tavolino e cambiamo stò disciplinare, perchè se non si fa, saranno vacche magre per tutti, solo che noi possiamo resistere più di voi, e questo lo sapete!

    Penso che diranno pressapoco così…chiamatelo ricatto, chiamatelo come volete, ma molti produttori seguiranno questa onda, e anche se in disaccordo voteranno per cambiare il disciplinare.
    Per sopravvivere cambieranno.
    Ripeto: Qualcuno è a conoscenza di qualche commento pubblico dei ” Piccoli e Onesti” produttori di Montalcino?
    A me non interessa niente di Cinzano, di Rivella, di Moroni….voglio sentire Franco Biondi-Santi, Il Colle, Il Marroneto, Salicutti, Salvioni…voglio sentire quello che dicono…non debbono accusare ma lasciare qualche commento,per favore. Che escano anche loro allo scoperto adesso, e dicano: Lo sapevamo già da tempo, era il segreto di Pulcinella!
    Dove sono?

    Mi dica che sto sbagliando signor Franco , per favore, ne sarò ben contento.

  32. Dal Corriere di oggi a firma Antonio Rizzo traggo questa perla del teorico del vino frutto:
    “Il Brunello è stato il primo, tra i nostri vini, a sfondare sui mercati esteri”, spiega Maroni. il merito va ad un “appassionato” ex presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat “che, nel 1964, alla Regina Elisabetta d’Inghilterra in visita al Quirinale offrì un Brunello di Montalcino Riserva 1945. Assaggiatolo, la Regina se ne innamorò richiedendone una fornitura per Buckingham Palace. Un fenomeno di marketing che esplose ovunque”.
    Visto che non mi fido sono andato a controllare sul libro su Franco Biondi Santi scritto da Kerin O’Keefe e a pag. 38 si parla di una cena all’Ambasciata italiana a Londra nel 1969 e la Riserva (che ha accuratamente evitato di dire che era Biondi Santi, come dire che una vale l’altra) era del 1955. Ha detto 3 cose e tutte e 3 sbagliate!
    Poi, naturalmente, per chiudere in bellezza dopo questi strafalcioni l’articolista dice: “Per Maroni si può discutere e rivedere il disciplinare di produzione.”
    Evviva!

  33. … anche perché Giuseppe Saragat è stato eletto presidente della Repubblica il 28 dicembre 1964: dubito che la regina lo abbia chiamato dicendogli “Hello Beppe, congratulazioni! Prendo il primo aereo e vengo subito da te per festeggiare la tua nomina e il capodanno, cosa stappiamo per dire addio a questo noioso 1964?” 😉

    Per quanto la dichiarazione sia attribuita a Maroni, il Corriere non ci fa una bella figura a riportarla senza precisare o correggere…

  34. Credo che l’intervento di Maroni, sul fatto che ogni produttore possa liberamente scegliere il miglior modo di fare vino che piaccia al consumatore non faccia una grinza. Ma se questo vino lo chiama Brunello di Montalcino DOCG, credo che qui il consumatore, che ama e si intende di vino, venga raggirato perchè se questi vuole il Brunello di Montalcino, che sia Brunello di Montalcino, con i suoi aromi tipici. Altrimenti si beve un vino come tanti che te lo paga per quello che vale, non aspettando che il sig, Maroni se ne inventi uno suo a Montalcino: in giro ci stanno fin troppi vini senza una caratteristica precisa o con taglio bordolese che non hanno bisogno di una denominazione. Capirai la novità…
    Cordiali saluti

  35. Grazie Paolo per averci illuminato mi permetto per coloro che non sono andati sul link di citare un commento casuale su uno dei vini…

    “vino polputo e cicciotto, morbido, non troppo amaro, dalle spezie amplianti, dal tono di frutto di buona integrità ossidativa residua. C’è carne, c’è mentosità di naso.”

    aiuto! ma come c….. parla?

  36. Quand le malade a la fièvre, certains préfèrent casser le thermomètre. C’est sûr qu’en vidant les disciplinare de leur substance, on évitera toute polémique. Polémique sur l’utilité de leurs prescriptions, et polémique sur leur contrôle.
    Ceci est risible. Il y a plein de DOC sans objet en Italie et ailleurs. Mais le peu de vraies appellations qu’il y a (et Montalcino en fait partie) devrait être préservé, contrôlé, garanti, etc… avec la plus grande rigueur.
    N’avez-vous pas les IGT pour faire les expérimentations que vous voulez, en Italie? Les Français ne les citent)ils pas comme modèles pour les vins commerciaux?

  37. Chiamiamo Beppe Grillo!!!! O meglio Ziliani è un “Beppe Grillo” del vino (senza entrare sul pro e contro del “beppegrillismo”)

    Ci vuole un movimento generale di rivolta contro la distruzione delle identità vitivinivole e la omogeneizzazione del mercato del vino.

    Non si capisce più se il teorico del vino-frutto vuole chiamare succhi di frutta barolo e brunello oppure rinominare ormai i succhi d’uva prodotti sul territorio come barolo e brunello come ormai si fa già con alcuni amarone.

    Io dal nord (Bruxelles) provo a promuovere i vini-vini e non i vini-frutto, e ormai per tutti quelli che amano barolo, oppure il terroir alto-atesino per esempio, si tratta quasi di una missione, da portare avanti con ostinazione (ma è importante portarla avanti sempre di più insieme).

  38. Caro Franco,
    la questione si sta facendo noiosa e stucchevole, anche perchè si tende a confondere l’aspetto ideologico/teorico con quello giudiziario.
    Mentre da un lato infatti non sono affatto convinto che gli inquisiti siano gli unici e neppure i più accaniti sostenitori del Brunello “blended” (per trarre conclusioni in merito al quale bisogna comunque tassativamente attendere i risultati dell’inchiesta e poi dell’eventale processo), dall’altro è evidente che la vicenda è cosa del tutto disconnessa dalla querelle sul “liberismo enoico”.
    L’incompatibilità tra la nozione “vino = tradizione” (anche culturale) da preservare e la nozione “vino = prodotto” (da vendere e solo da vendere) mi pare evidente e non difforme dal conflitto piccolo negozio/centro commerciale, diversità/omologazione, etc.
    Credo che purtroppo la deriva consumistica prevarrà, seppellendoci. L’importante è farsi seppellire combattendo e non calando le brache.
    Ciao,

    Stefano

  39. Sapevo che il Maroni spesso e volentieri ne spara di grosse, ma questa volta…….
    Se vuole i suoi vini frutto, strabarricati, straconcentrati, stracolorati, strainternazionalizzati, se li faccia fare, se li beva , se li recensisca entusiasticamente e se li gusti come meglio crede, ma se contemporaneamente debbano anche chiamarsi Brunello, Barolo, Barbaresco o qualunque altro nome di vino STORICO ITALIANO, per cortesia, guardi che non ci siamo.
    Se i mischioni che tanto adora sono grandi vini, che bisogno c’è di un grande nome per venderli?
    Se sono buoni si vendono da soli, senza tirare in ballo denominazioni storiche, che vogliono e devono essere lasciate storiche.
    Max Pigiamino Perbellini

  40. Il Nocciolo del problema lo ha evidenziato un francese, guarda un pò!

    “Non avete le IGT per fare tutte le ca……te che vi passano per il cervello?”

    Se volete metterci il succo di frutta nel vino, andate a rompere da un’altra parte!!!!

  41. Grillo una volta intervenne sul vino, scrivendo tra l’altro “Stanno arrivando i vini australiani, cileni, californiani, ottimi ed economici”. Forse forse per questa campagna non è il portabandiera più adatto…

  42. confermo quello che ho letto poco fa su winesurf…confermo.
    e aggiungo che la riunione di domani è indecente: per come è stata convocata (con un invito genericissimo) e per i tempi stessi della convocazione(48 ore).
    perché mai convocare così frettolosamente questa riunione? è una domanda retorica; la risposta è lampante.
    si tratta di mantenere altissima la pressione psicologica sui produttori (fortemente disomogenei tra loro);
    mettere tutti, in un certo senso, ‘davanti al fatto compiuto’, e creare una sorta di ‘obbligo morale’ a sostenere quelli che hanno già minacciato di licenziare i dipendenti, eccetera.
    scrivo da montalcino e posso dire che i produttori ‘piccoli’ o medi non hanno voce in capitolo (grazie al fatto che contano gli ettari di vigna e non le teste).
    qui anche i piccoli – soprattutto se giovani – vengono plagiati dalla chioccia tacchino, con promesse di export, con donnine (quelli più vecchierelli), con pressioni di ogni tipo.
    sto scrivendo di un mondo molto molto difficile, un terreno minato, un giro di soldi, di impegni presi con banche e con proprietà, tali da mettere a repentaglio tutto.
    perciò tutto sarà usato, affinché NULLA cambi, nella composizione del consiglio eccetera o altrove.
    qui c’è bisogno di una forte pressione esterna per proseguire a lavorare bene (i tanti che già lo fanno).
    so che un ‘manager’ ha dichiarato che NON è vero niente, nessuno è stato inquisito, è solo una montatura di UNA TALPA e di un blog.
    in altre parole: se tu ammazzi la moglie e io ti denuncio, sono io l’assassino!
    la storia delle esposizioni bancarie è vera, ma forse la pietra non è ancora stata del tutto sollevata.
    salute.
    ps: premete, premete, premete.

  43. Buonasera.
    Ma lo vogliamo lasciare perdere Maroni che di danni ne ha già fatti a suo tempo e ora grazie a Dio nessuno lo ascolta più!!!!!!
    Caro Diego,
    ma da quando molte aziende ilcinesi hanno problemi di liquidità?
    E’ risaputo che nella florida Montalcino queste cose non succedono mai……….
    Ora non è che piantare del merlot al posto del sangiovese cambi la situazione finanziaria, ma aiuta a vendere vino in certi mercati di sicuro.
    Caro Emilio,
    la sua tesi è purtroppo realistica. Il problema (molto) serio è che purtroppo manca chi possa realmente rispondere con i fatti a questi signori (????) e non solo con strepiti e forse le mani.
    Buona umida serata.

  44. Grande Giorgia. Questo è il momento di esserci, ma come dicevo in altro post, chi è davvero innocente e di questi chi può davvero avere la forza di imporsi? Perchè, ripeto, l’occasione è questa. E va sfruttata.

  45. Ag…mi sa che hai ragione…come detto in un’altro post…i vecchi tradizionalisti sono troppo avanti con l’età, ed i giovani tradizionalisti emergenti non hanno nome per poter portare la bandiera…perciò
    …tenemosela…
    Buon umida sera anche a lei signore.

  46. Brunello, barolo, barbaresco con i loro disciplinari che restringerei ancora per obbligare il riconoscimento del terroir: la mia proposta è che passino PATRIMONIO DELL’UMANITA’, riportiamo l’obbligo di vinificazione ed imbottigliamento nella regione di origine, controlliamo VERAMENTE fascette DOCG e provenienze, prestiamo maggiore attenzione ai prelievi per le idoneità nelle grandi cantine dove è troppo facile eludere la trasparenza, richiediamo controlli esterni di enti non direttamente coinvolti economicamente e non dei consorzi (fatti dai consorziati…).
    eliminiamo dal mercato i recidivi dei vini spazzatura.
    e per finire una bella denuncia con richiesta danni a chi titola, guarda caso in concomitanza col Vinitaly, VELENITALY e poi richiede campioni gratuiti ai produttori per editare una guida sui vini.
    SIAMO SERI. possiamo farcela, anche se siamo piccoli, proprio perchè siamo piccoli ed irripetibili.

  47. Eh brava Giovanna, magari si riuscisse proprio a creare un consesso che vincolasse l’identità dei vini tradizionali come “patrimonio dell’umanità” per evitare che vengano tutti “igitizzati”.

    Sarebbe interessante portare avanti un discorso simile (e lavorando in un ambiente prettamente “internazionale qui a Bruxelles non lo vedo nemmeno un progetto tanto “irrealistico”), cercando di costruire un serio progetto, e costruendo una coalizione con varie professionalità che definisca chiari obiettivi e strumenti. Qui a Bruxelles è vero che rischiano di arrivarci solo i grandi a fare lobby, e quelli che vendono un vino sempre più “igitizzato”, ma perchè non cominciare a equilibrare il peso dall’altra parte, per esempio coalizzando qui le realtà europei meno del vino-vino e non del vino-frutto, e ce ne sono tante in Borgogna, Alsazia….

  48. Sig. Maroni, quando stappo un GABUTTI o un RIONDA di trent’anni e non trovo la nota fragrante di frutta………………………………..
    Cosa devo fare?

    Fruttati saluti

  49. Anche sul celeberrimo wine blog statunitense Vinography (sito) si parla delle vicende di “Brunellopoli” e del ruolo avuto nella comunicazione dei fatti dal blog Usa, specializzato in vicende italiane, VinoWire http://www.vinowire.com . Ecco qui il link al post di Alder Yarrow significativamente intitolato, non senza qualche ironia, Dirty Tuscan Laundry http://www.vinography.com/archives/2008/04/dirty_tuscan_laundry_the_wine.html

  50. Credo che la diversità sia sempre una buona cosa. Perciò non sono opposto a vini a Montalcino fatti con vitigni internazionali, anche se a me di solito non piacciono tanto, purché portino l’appellazione giusta (cioè Sant’Antimo, IGT Toscana, ecc). Brunello è un marchio storico, una tradizione che dev’essere protetta. Se diventasse difficile o impossibile fare vini buoni con, non lo so, i cambiamenti del clima, forse avrebbe senso pensare a cambiare il disciplinare in qualche modo, sempre provando di mantenere la tipicità del Brunello. Ma per fare vini che non sono 100% Sangiovese, sarebbe una vergogna cambiare il disciplinare. Però, il caso non è lo stesso del Chianti Classico già cambiato in modi lamentati da qualche lettore qui sopra. Credo che, essendo Brunello un nome di un vitigno, entra in gioco anche la legge europea, più difficile da cambiare dai soliti furbetti, che vuole un minimo di 85% Brunello per portare in etichetta il nome del vitigno. (Anche ad 85% sarebbe una vergogna, ma almeno ci sono limiti in cui il disciplinare potrebb’essere cambiato. Uno spiraglio di speranza in qualche modo). Scusandomi in anticipo per il mio italiano un pò limitato,

  51. Ringrazio l’amico Doug Cook, che ho avuto il piacere di conoscere al Vinitaly, per il suo lucido intervento, scritto in un fantastico italiano (fosse così il mio inglese!). Segnalo il suo motore di ricerca sul vino Able grape http://www.ablegrape.com e invito tutti i lettori di questo blog a visitarlo e farne uso. Un lavoro eccellente!

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