28 maggio 1989 Treno per la vittoria – di Francesco Falcone

Non c’è nulla da dire, per scaramanzia e buon senso, su quello che potrebbe accadere, nel bene o nel male, che si sia tifosi della Beneamata oppure no, oggi. Gufi vari ovviamente permettendo…
Non resta che affidarsi, come diceva Gioann Brera fu Carlo, ad Eupalla, la dea che presiede alle vicende del calcio ma soprattutto, del bel gioco ( dal greco “Eu”=bene), la divinità benevola che assiste pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi”.
E toccando ferro e sperando che porti bene, pubblico un nuovo racconto dell’amico Francesco Falcone, che celebra l’epos di un vero indimenticabile campione da Inter, quando l’Inter era una cosa seria, “l’uomo ragno”, Walter Zenga, sperando che alla testa del Catania di cui è allenatore, faccia il doppio miracolo.
Male che vada, mi trasferirò per qualche tempo, armi e bagagli, in Islanda…

“Il 28 maggio 1989, il giorno del primo e ultimo scudetto di Walter Zenga non ero a casa. Qualche volta di domenica andavo dai parenti, spesso quelli più lontani. Quella volta andai da zia Lina, sorella di mio papà, due figlie, un cane, un marito direttore di posta e una casa così grande che per gli attuali standard abitativi ci vivrebbero quattro famiglie.
Abitano, ancora oggi, ad Altamura: alta Murgia, pane buono (ma, sopravvalutato), grano, lavoratori infaticabili e latifondisti senza fondo.
Quel pomeriggio presi il treno della “Apulo Lucana” dalla stazione di Gioia del Colle. La domenica pomeriggio l’apatia meridionale si concentra al quadrato: c’era solo il macchinista sonnecchioso, un paio di cani randagi ondeggianti, il bigliettaio col pacchetto delle MS nel taschino e il capostazione col Corriere dello Sport sul tavolo.
Faceva caldo. Quattro vecchi vicino a me parlavano un dialetto così stretto che stentavo a capirli, giocavano a carte al bar della stazione, e sul tavolo ricordo i soliti arnesi del mestiere: un foglio di carta per i punti, una Peroni e quattro bicchieri da osteria, le Stop senza filtro e un mazzo di carte napoletane. E quelle mani grandi come pale, le dita gialle che non vi dico, e l’odore di verderame che si portavano dietro dal giorno prima.
Sullo sfondo via Roma, le saracinesche abbassate dei negozi rigorosamente chiusi, e le solite auto che facevano le vasche. Il rumore delle 128, delle 127 e delle Ritmo potrei riconoscerlo perfino oggi, a 20 anni di distanza. Così come l’odore dei loro interni: ferro e finta pelle, i tappetini in gomma e il profumo di idrocarburi della benzina.
Quel treno per Altamura conteneva un mondo perduto, privo di tecnologia e futuro. Era un mondo parallelo e controcorrente, tutto correva, tutto cambiava, eppure quel treno rimaneva uguale a se stesso. Il viaggio era sempre sinuoso, lento, molto pomeridiano. Me lo ricordo cigolante, sbalzellante, emozionante.
Avevo dietro la mia radiolina, la trovai nell’uovo di Pasqua che mi regalarono Zia Liviana e Zio Vincenzo, i miei zii napoletani. Strano il destino, perché a San Siro Walterone si giocava la partita della vita proprio contro il Napoli di Maradona, Careca e Alemao. Uno squadrone, mica il Pro Gioia di Malvaso e Palmieri.
I ricordi e le emozioni oggi sono più sfumati, un poco meno lucidi, anche perché si mescolano alle sensazioni del viaggio, uno dei miei primi viaggi in solitudine. Fu un grande pomeriggio, che però iniziò male. Per via del goal di Careca (primi venti minuti della partita, 1 a 0 per il Napoli!), un tiro da trenta metri che si infilò sotto il sette alla destra del mio Walterone.
E poi perché mi scappava da pisciare, ma in quel treno non c’erano bagni, solo tre carrozze puzzolenti, le tende sdrucite e smagliate che facevano passare pulviscolo, le mosche che sbattevano sui vetri e un controllore con la faccia minacciosa.
Nessun turista comodo in quel treno, ma solo gente strana: qualche fricchettone nostalgico, qualche giovane in piena crisi ormonale, qualche vecchio dalla tosse grassa e dallo sputo facile.
Nel frattempo si fa 1 a 1: autorete di un difensore del Napoli, e la speranza che si riaccende.
Il casino della radio si mescolava ai cigolii del treno. Una sorta di vaporiera del Far West in versione moderna, senza leggenda e senza i film di Sergio Leone. Semmai più vicino a quelli di Sergio Rubini, attore e regista pugliese di Grumo Appula. Se vi capita, guardate uno delle sue pellicole più riuscite: si chiama La Stazione. Appunto.
In diretta, Ciotti descrisse la punizione di Matthaus, quella del 2 a 1, quella dello scudetto. L’arbitro la fece ripetere due volte, la barriera si muoveva, i napoletani protestavano e Giuliani (portiere tragicamente scomparso un decennio più tardi. Un saluto a te, portiere operaio, e uomo perbene) sembrava disperato.
Il treno della ”Apulo Lucana” stava arrivando ormai ad Altamura, la partita era agli sgoccioli. Tiro regolare e goal da sogno: una “castagna” dai venti metri, una rasoiata a filo d’erba di rara precisione. S’infilò nell’angolino alla destra del povero Giuliani.
Fu l’apoteosi! Venne giù San Siro, l’urlo dei tifosi ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca, pensai a Zenga, a Viale Ungheria, ai dieci anni senza vittorie, a mio padre che gioisce, ai miei amici zenghisti.
La partita finì proprio mentre il treno arrivava ad Altamura. Avrebbe dovuto rallentare, ma forse non aveva mai accelerato, per cui non cambiò nulla.
Cambiò tutto il resto. Fino a sera a far festa per le strade del centro. Ricordo i caroselli, i ragazzi sudati e felici, e mio padre che al telefono mi disse: Francé, ce l’abbiamo fatta. Io rimasi da zia Lina per due giorni a leggere giornali. Walter era campione d’Italia. E non solo il campione della mia vita”.

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