Gli States giudicano il “caso Brunello”: intervista a Jeremy Parzen

Cosa accadrà ora che il Department of the Treasury, Alcohol & Tobacco Tax & Trade Bureau ha inviato all’Ambasciata d’Italia a Washington una lettera che fa riferimento all’autorizzazione data alla United States Customs & Border Protection a bloccare i Brunello di Montalcino sprovvisto di certificazione di conformità o compresi in un elenco di vini e aziende sotto inchiesta che l’ ATTB ha più volte richiesto, anche al Consorzio del Brunello di Montalcino, senza peraltro ottenere risposta?
Esiste davvero la fondata possibilità, a meno di interventi politici che da più parti si stanno sollecitando, che il celeberrimo vino toscano riceva un catastrofico semaforo rosso che avrebbe esiti disastrosi non solo per l’immagine, ma per l’economia, largamente basata sul vino, di Montalcino?
Per saperne qualcosa di più, per sapere che “aria” tira per il Brunello oltreoceano, ho rivolto al mio amico wine blogger di Do bianchi (vedi) e compagno d’avventure di VinoWire (leggi) Jeremy Parzen, alcune domande.
L’intervista, credo molto interessante, la potete trovare (leggete qui) nello spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommelier.
Come ho più volte sostenuto la mancanza di chiarezza, la poca trasparenza, il nascondersi dietro ad un dito sperando che tutto svanisse così come improvvisamente era nato, non pagano affatto, ma non ci voleva molto a capirlo…

0 pensieri su “Gli States giudicano il “caso Brunello”: intervista a Jeremy Parzen

  1. Appunto Franco, appunto. Che la politica della cortina fumogena adottata dal consorzio fosse suicida, perchè avrebbe avuto l’effetto di far nascere dubbi su tutto il Brunello, e non più solo sulle aziende inquisite (o forse è proprio questo che si voleva ottenere: fare del problema di qualcuno un problema di tutti, sullo stile “dopo di me il diluvio”?) l’ho scritto da mesi anche su questo blog. Senza spiccare condanne preventive, ovviamente, si sarebbero dovute invece prendere le distanze dall’inchiesta e dalle aziende coinvolte (obbligando le medesime a fare lo stesso), dando dimostrazione di trasparenza e di linearità. Il che, è chiaro, all’interno non avrebbe impedito dibattito e strategie, ma all’esterno avrebbe tenuto in piedi la baracca. Invece l’atteggiamento omertoso ha provocato l’inevitabile: la nascita del sospetto a carico di tutti. Da qui il crollo dei consumi, le cantiene piene, le voci di svendite (declassamenti di massa, bottiglie liquidate a 5 euro: sarà vero?), l’immagine rovinata e ora le richieste di blocco americane.
    Autogol.
    Che vuoi che ci sia da aggiungere? Il prossimo passo, vedrai, sarà la spaccatura dei produttori tra chi, avendone l’interesse o la massa critica per assorbirne le conseguenze, spingerà a favore della modifica del disciplinare (equivalente in sostanza a un’ammissione di colpa, ma utile nel medio-lungo periodo a superare la bufera), e chi, non avendo “fiato” o numeri per reggere una simile botta, si opporrà.
    Nel frattempo andranno a maturazione le inchieste in corso (sia quella a carico dei presunti “merlottizzatori” che le altre derivate dalle indagini svolte a seguito di questa a carico di una novantina di aziende) e i nodi che verranno al pettine saranno ben più grossi, tanto da far dimenticare la questione specifica da cui tutto è nato e coinvolgendo dalle fondamenta il “sistema Brunello” nella sua interezza.
    Conseguenze? Purtroppo catastrofiche. Alle quali molti, in silenzio, si stanno già preparando.
    Il tutto, alla fine, perchè? Perchè volendo tirare troppo la corda, volendo approfittare troppo delle maglie larghe delle norme e dei controlli, perdendo il senso del limite e la misura dell’impunità si è fatto sì che qualcuno pestasse una buccia di banana (eufemismo), senza rendersi conto che cadendo avrebbe rischiato di travolgere tutti gli altri. Patapunfete.
    Come sta, ahimè e ahinoi, puntualmente accadendo.
    E già circolano le voci (segno che la sostanza delle cose è ben oltre) di indagini parallele avviate alla medesima stregua a carico di altre celebri aziende e altre celebri denominazioni del “circondario” toscano e non (sappiamo bene che tutto il mondo è paese, no?).
    Ciao,

    Stefano

  2. Premetto di non voler giustificare in alcun modo gli eventuali “cheaters” ilcinesi (chi di merlot ferisce è giusto che di merlot perisca), ma al contempo non si può sottacere la profonda ipocrisia sottesa a tutta la vicenda.
    In altri termini, nessuno mi toglie dalla testa che la presa di posizione dell'”Alcohol and Tobacco Tax Bureau” sia il classico esempio di moralismo peloso all’anglosassone, mosso esclusivamente da motivi protezionistici con la benedizione delle lobby dei vignaioli, birrai e distillatori locali uniti, ai quali non sembra vero di poter sparare sulla croce rossa dei soliti “wops” imbroglioncelli. O mi sbaglio, Jeremy?

  3. si sbaglia Giampaolo, perché a me sembra una presa di posizione improntata a quella chiarezza e trasparenza, a quel rispetto delle leggi e dei diritti del consumatore pagante, che é sinora mancata non solo all’imbarazzatissimo Consorzio del Brunello e ai suoi vari consigliori ma, e spiace dirlo, a larga parte del mondo produttivo. Che non può più rimanere nell’impasse, a metà del guado e deve scegliere con risolutezza da che parte stare

  4. In un mondo ideale dovrebbe essere così e le darei ragione caro Franco. Peccato però che le autorità di quel Paese preposte alla tutela del consumatore pagante (e ingoiante) non abbiano dimostrato altrettanto solerte zelo in casi pure ben più gravi – per le implicazioni sulla salute dei consumatori o dei lavoratori – che hanno visto come pratogoniste aziende americane (i casi Exxon-Mobil, Colgate, McDonald’s, fra gli altri). Nulla di cui stupirsi, per carità, ma non accetto lezioni di etica e legalità dai campioni del fariseismo.

  5. complimenti Giampaolo ha fatto la sua bella lezione di antiamericanismo, che in questo contesto c’entrava come i cavoli a merenda, spero ne sia soddisfatto… Ma io credo che in questo caso negli States, che non ho mai mitizzato, anzi, vogliano solo far rispettare la legge e tutelare i consumatori paganti. Cosa che meriterebbe il riconoscimento, senza se ne ma, da parte di tutti

  6. Abbia pazienza, ma quello che c’entra come i cavoli a merenda sono le sue illazioni su un mio presunto americanismo. Con tutto il rispetto, caro Franco, ma lei crede davvero che provvedimenti come quello in esame siano semplicemente motivati da esigenze di legalità o di tutela dei consumatori?

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