Grandi Cru della Costa Toscana: ambizioni tante risultati convincenti pochi

Non sono stati moltissimi i vini che mi hanno interamente convinto e ancora meno quelli per i quali passerei dalla fase del semplice assaggio “in batteria” a quello del gesto conviviale e confidenziale del bere, tra la circa ottantina di vini proposti nel corso della due giorni lucchese organizzata dall’Associazione Grandi Cru della Costa Toscana (sito Internet).
Non avevo potuto doppiare questa degustazione con quella dei vini di Bolgheri perché impegnato altrove e invitato, per motivi vari, solo in zona Cesarini, in programma il 23 maggio, ed ero tornato a ,Villa Bottini a Lucca splendida sede della manifestazione, dopo diversi anni di assenza, molto curioso di verificare come avrei trovato vini provenienti da province diverse come quelle di Massa Carrara, Lucca, Pisa, Livorno e Grosseto, accomunati in questa Associazione molto ambiziosa che ha come presidente onorario il marchese Incisa della Rocchetta e presidente effettivo la sempre splendida Ginevra Venerosi Pesciolini.
Come ho avuto modo di raccontare dettagliatamente, in questo ampio resoconto (leggi qui) pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S., anche se l’esperienza è stata interessante professionalmente e umanamente, anche perché ho potuto rivedere dopo tempo un caro collega e maestro come Cesare Pillon, non sono rimasto “folgorato” dai vini che ho avuto modo di degustare, espressione di annate varianti dal 2006 al 2003, mentre ho trovato ricco di insegnamenti l’assaggio, cui mi sono sottoposto volentieri anche se di solito evito questa prova, più adatta ai tecnici che ai giornalisti, dei “vini” en primeur espressione dell’annata 2007.
Qualche vino, direi una dozzina-quindicina, mi è sostanzialmente piaciuto pur senza entusiasmarmi, soprattutto alcuni Sangiovese in purezza e altri vini dove la grande uva toscana è protagonista, ma sono stati tantissimi, la maggioranza, i vini, soprattutto i noiosissimi Merlot, Cabernet Sauvignon o Syrah in purezza, che hanno mostrato di voler continuare pervicacemente ad insistere su una strada vecchia, una presunta avanguardia che sa tanto di retroguardia.
Vini massicci, concentrati, fittissimi nel colore, spesso più confetture e marmellate che vini, redolenti di legno e di tostatura, protagonisti, indiscreti e volgari, e non più solo strumenti di cantina come dovrebbero.
Una cosa mi ha lasciato perplesso, pensando agli investimenti fatti, agli enologi consulenti e agli agronomi di nome chiamati in causa dalle varie aziende, alle ambizioni dei vini, ai prezzi cui si vendono o piuttosto si tentano di vendere questi prodotti che rientrano nella categoria dei cosiddetti Super Tuscan.
Ma c’è ancora per davvero un pubblico che vuole queste cose, scarsamente equilibrate e poco bevibili, che è disposto a pagarle decine di euro, magari seguendo il consiglio della stampa più tenace nel cantarne le lodi?
Io ho qualche dubbio in merito e penso che questa “Costa Toscana” per farsi apprezzare e avere un futuro debba sforzarsi di rendere i propri vini molto più personali, ricchi di carattere, e molto meno seriali (ovvero quasi tutti uguali tra loro, prevedibili, déja vu), di quanto in larga parte siano. Per essere davvero dei Grandi Cru come recita il nome ambizioso dell’Associazione, ma come non sono, ahimé, nella realtà…  

0 pensieri su “Grandi Cru della Costa Toscana: ambizioni tante risultati convincenti pochi

  1. Franco,

    mi chiedo se usare un tale nome (Grandi Cru) non sia illegale – di certo è menzognero. In Francia nessuno può usare termini che corrispondono a una forma di denominazione ufficiale (tipo appunto Grand Cru o Premier Cru), salvo ovviamente se non è riconosciuto ufficialmente.

    Mi ricorda un esempio triste di associazione di vignaioli autodichiaratisi “grandi”, la Primum Familiae Vini http://www.pfv.org/ . Ma qui la mia obiezione sta nel clamoroso errore di latino!

  2. Mike, confermo e condivido la tua perplessità sull’uso di un nome tanto blasonato e altisonante che in Francia designa, e non a parole, vini di grande lignaggio, storia qualitativa e antica tradizione. E’ molto “italiano”, purtroppo, fare così, come pure produrre, cosa che un produttore ben noto fa, mentre in Francia nessuno si sognerebbe mai di farlo, un Petit Verdot in purezza…

  3. Michele Satta sta lavorando a un particolare Syrah in purezza che, almeno nelle intenzioni, si discosterà dal modulo espressivo di cui parli. Sotto Natale ne ho provata una bottiglia di una vinificazione ad experimentum, e devo dire che s’è rivelata molto gradevole e non esasperata. Per caso in questa manifestazione era presente?

  4. Michele é una brava persona e un bravo produttore che non ha mai ceduto alla “filosofia” dei vini monstre dominanti. No questo suo Syrah in purezza in fieri, non é stato presentato alla degustazione di Lucca

  5. La formula Grandi Cru della Costa Toscana nasce (7 anni fa) dall’impostazione dell’Union des Grand Crus de Bordeaux. Più come ammirazione e dichiarata volontà di emulazione, quantomeno nella loro capacità di fare sistema e promozione, che non come un volersi regalare un fregio. Non è che qualche grande cru, tra quelli della lista manchi, e d’altra parte ne è conferma lo stesso presidente onorario, Niccolò Incisa della Rocchetta, e qualche altro nome come Pier Mario Meletti Cavallari, lo stesso Satta, ecc. Non credo che la cosa disturbi più di tanto i francesi, visto che a battezzare la nascita dell’associazione è stato proprio il presidente dell’Union des Grand Crus de Bordeaux.
    E’ pur vero che è un nome che evoca grandi tradizioni, che molti di noi (io compreso, che ne faccio parte anche come consigliere dall’anno scorso) non hanno. Ed è vero che forse si sarebbe potuto scegliere un appellativo meno “forte”, ma non credo che con questo, come dicevo, ci sia un tentativo di plagio. Più forse una ammirazione per un terroir che ha fatto la storia del vino.
    Più complicato è affrontare il discorso di comunicare un territorio così vasto, accomunato di fatto solo nella sua vicinanza alla costa. E i giudizi sui vini, beh ognuno ha i suoi naturalmente, alcuni si possono condividere, altri meno, ma va bene così.

  6. @gianpaolo
    Non parlavo di plagio o tentativo di appropriarsi un nome francese, nè della qualità, ma proprio del fatto di appropriarsi un nome che normalmente implica un riconoscimento legale. Sarebbe lo stesso se un gruppo privato di vignerons della Loira si chiamasse Les Grands Crus de Loire, la direzione delle frodi non tarderebbe 24 ore per mettere fine a tale abuso. E poi il “marchio” grand cru non appartiene alla Union des Grands Crus… Se invece si creasse una denominazione ufficiale dei Grandi Cru nelle DOC piu prestigiose, questo sarebbe un modo veramente intelligente di valorizzare i migliori terroirs. C’e posto anche per i club privati, ma non se abusano di riconoscimenti pubblici ai quali non hanno alcun diritto. Per me si tratta sempliciter di pubblicità disonesta, fatta per ingannare il consumatore.

  7. concordo totalmente con Mike. Aver scelto questo nome Grandi Cru, equivale a tentare di darsi un quarto di nobiltà che larga parte dei vini, invenzioni aziendali, soluzioni sperimentali, tentativi della serie “vediamo come va”, assolutamente non hanno. Capisco che Paglia, come consigliere dell’Associazione, tenti di difenderla, ma mettere insieme zone e vini dalle caratteristiche completamente diverse, sotto un cappello altisonante, é operazione assolutamente discutibile… Quasi come il vedere che un’associazione autogratificatoria come il Comitato Grandi Cru d’Italia, quella che dà il premio ai giornalisti che non disturbano il manovratore, accoglie al suo interno aziende da milioni di bottiglie, che con il concetto di “Grandi Cru” c’entrano come i cavoli a merenda, come Di Pietro e la corretta sintassi…

  8. Io non difendo il nome dell’associazione, che naturalmente e’ presistente al mio arrivo. Anzi posso anche dire che, fosse per me, non l’avrei scelto.

    Semmai ci tengo a difendere uno dei pochi esempi che io conosca in Italia di comunicazione fatta dai produttori, nata dai produttori, che funziona, che non e’ sciatta, che e’ pulita e il cui scopo e’ quello di promuovere una zona e i suoi prodotti.
    Che poi alcuni di questi prodotti possano non piacere ci sta, e’ normale.

    @Mike. Gran Cru in Italia non ha significato legale. Da noi non mi risulta che ci siano Gran Cru legali e Gran Cru illegali (a meno che uno non scriva in etichetta una cosa del genere). Da noi ha un significato traslato dall’originale che sta a indicare alta qualita’ legata a un luogo specifico, tanto e’ vero che ci sono gran cru di caffe’, di cioccolato, di olio, di quello che ti pare. Da qui a parlare di inganno al consumatore mi sembra che sia un passo molto lungo e , permettimi di dire, offensivo verso le 80 aziende che ne fanno parte le quali, ne sono sicuro non hanno nessuna intenzione di ingannare nessuno.

  9. Personalmente faccio fatica a leggere e capire la quasi totalita’ dei vini fatti in quell’area, senza distinzioni di vitigno. Salvo Sassicaia,Paleo e Grattamacco. PIu’ a volte qualche “base” delle stesse aziende (e non è un caso).Tante volte bevo vini anonimi, senza alcun senso,espressione della cantina piu’ che del territorio, a prezzi tra l’altro non proprio interessanti. spiace dirlo, ma ad esempio gli assaggi negli ultimi anni proprio di Satta mi hanno lasciato perplesso in tutti i sensi.Ed è stato uno dei primi a cominciare li’,e i prezzi lo conosciamo bene. Arrivano ora, ogni annata nuova, decine di aziende nuove…..ma il refrain è lo stesso. Ma, ho l’impressione che lo zona, sfruttata oltre ogni limite, sia ancora alla ricerca di una sua precisa identita’, salvo ripeto rare eccezioni……..

  10. grazie Franco per le note,
    peccato per la mancanza di appunti per i vini di Bolgheri
    ero interessato a sapere quale era il tuo parere riguardo
    l’azienda Jacopo Banti di Campiglia Marittima

  11. OK gianpaolo, senza offesa, lo sappiamo tutti che le intenzioni… vuoi dirmi che la scelta del termine Grandi Cru fu innocente?

    Anche in Francia ci sono i Grand Cru del caffé e del cioccolato, e sono legali, ma per il vino queste cose vengono regolamentate da leggi (non direttive) Europee, e specificamente dal regolamento del consiglio 753/2002 Articolo 24 e Appendice III sui termini tradizionali protetti, e che quindi definisce l’uso della parola “Grand Cru” e tante altre parole come “ambrato”, “château”, “vin de paille”, “torchiato”, “solera” o “vintage” che non si possono usare così, spontaneamente e per fantasia, per fare marketing.

    Non è questione di leggi Italiane o Francesi, ma di un regolamento del Consiglio Europeo che è una vera legge soprannazionale, che a differenza di una direttiva europea non richiede leggi nazionali per essere applicata.

    Il regolamento citato specifica che questi termini sono riservati ai vini ai quali sono associati nella lista, e che verranno quindi protetti contro :

    (a) all misuse, imitation or evocation, even if the protected term is accompanied by an expression such as ‘kind’, ‘type’, style’, ‘imitation’, ‘brand’ or similar;
    (b) any other unwarranted, false or misleading indication as to the nature or essential qualities of the wine on the inner or outer packaging, advertising material or any documents
    relating to it;

    Mi pare chiaro no? Uno non può appropriarsi termini riservati e protetti. Se domani un austriaco vuole fare un vino e mettere in etichetta la parola “Vintage” accanto all’annata, o fare un’associazione di produttori chiamata chessò, “Vintage Austria”, ebbene è fuori legge anche quella. Buone intenzioni o no è l’abuso di un termine protetto che ha un significato specifico tradizionale e legale riconosciuto. E’ illegale proprio perchè costituisce una forma evidente di inganno del consumatore. Idem per il francese che volesse fare “Vin Santo”, o per lo sloveno che chiama un vino “Soleras” (ma a Marsala va bene perchè riconosciuto!).

  12. concordo con Mike. L’adozione della specifica dizione Grandi Cru é stata una furbata che poteva essere risparmiata. Molti vini prodotti e da me degustati non sono né cru, né tantomeno Grandi Cru

  13. Ciao Franco,anche io ero presente ad anteprima 2008.
    ho letto i precedenti commenti sul conteso nome “grandi cru”,ma per amore dell’enologia non credo sia importante spenderci nemmeno due parole.
    piuttosto mi farebbe piacere sapere se anche tu,come altri giornalisti e produttori,hai trovato molto migliorati(mediamente)i vini della zona di Lucca!non scordiamoci le differenze di prezzo che ci sono tra zone come bolgheri e lucca!
    grazie

  14. @Mike. Il regolamento che citi (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2002:118:0001:0054:IT:PDF) si riferisce a norme “relative alla designazione, la denominazione, la presentazione e la protezione di taluni prodotti vitivinicoli”, ovvero all’etichettatura dei vini. Avresti certamente ragione se a chiamarsi Gran Cru fosse un vino, mentre qui si tratta di una associazione di produttori. Inoltre ”La protezione di una menzione tradizionale si applica esclusivamente in relazione alla lingua o alle lingue in cui essa figura nell’allegato III”. Cioè il Francese.

    Come nasce esattamente il nome “Associazione Grandi Cru della Costa Toscana” non lo so, ma sul fatto che sia una furbata sarebbe interessante sentire i soci fondatori. Ziliani certamente li conosce più di me, sono persone come Niccolò Incisa della Rocchetta, Ginevra Venerosi Pesciolini, Moreno Petrini, Meletti Cavallari, e altri. Sarebbe giornalisticamente interessante saperlo.

    In ogni caso, visto che vengono formulate accuse gravi e precise di “pubblicità disonesta, fatta per ingannare il consumatore”, sarà meglio che qualcuno ci dia un occhiata. Se avesse ragione Mike, le circa 80 aziende associate ( elenco http://www.grandicru.it/index.php?option=com_content&task=section&id=2&Itemid=6) sarebbero responsabili o quantomeno complici.
    Una cosa è criticare i vini, i nomi delle associazioni, anche in modo pesante, ironico, caustico, e un altra lanciare accuse pesanti sulla correttezza delle intenzioni di tanti produttori.

  15. Paglia non la metta giù così dura con Mike, che forse sarà stato un po’ pesante ma ha sostanzialmente ragione. Inserire nel nome dell’Associazione che raggruppa i vini di una zona ampia e dalla identità ancora tutta da costruire come la “Costa Toscana”, un termine come Grandi Cru, che ha un preciso significato nel mondo del vino, é stata una scelta non solo poco elegante, ma molto furbetta, per apparire più importanti di quel che si é. Discorso che vale, pari pari, per il Comitato dei Grandi cru d’Italia, gremito di industriali del vino che il concetto di cru non sanno nemmeno che cosa sia…

  16. Le aziende che fanno parte dell’Associazione Grandi Cru rappresetano l’eccellenza produttiva della costa. Piacciano o no i loro vini, i produttori conoscono benissimo la definizione di cru e la maggior parte di loro ( Valgiano, Salustri, Cosimo Maria Masini, Podere Concori, per citarne alcuni)spendono grande parte delle loro energie nello studio e nel rispetto della vite e del vino. Nessun tipo di furberia che lei, Ziliani, giustamente condanna; ma solo un intenzione commerciale che nessuno, credo, possa giudicare.

  17. nessuno contesta la serietà e l’impegno di tante aziende che fanno parte dell’Associazione. E’ solo la scelta del nome, con l’esplicito riferimento ad un concetto, quello di Grandi Cru, che nel mondo del vino significa pure qualcosa (di molto più consistente), che é discutibile e, a mio parere, furbesca…

  18. Caro Gianpaolo, sai quanto apprezzo te e la tua produzione… Nessuno qui lancia accuse, chiedo semplicemente se l’uso del termine “Grandi Cru” possa essere considerato illegale (secondo me, si). Dici che la legge concerne solo l’uso del termine “grand cru” in Francese? Mi pare che “Grandi Cru” di italiano abbia solo la “i” 🙂

    La legge citata non concerne unicamente l’etichettatura, ma anche “advertising material or any documents relating to it”, e “any other practice liable to mislead the public, in particular to give the impression that the wine qualifies for the protected traditional term”. Al di là delle intenzioni, mi pare che il risultato sia chiaro: l’uso di questo termine da’ l’impressione al consumatore che i vini siano comparabili a quei grandi vini che vengono classificati ufficialmente in certe zone d’Europa usando lo stesso termine protetto – à une voyelle près…

    Io sarei stato più attento nella scelta del nome. Tutto lì.

    Pax 🙂

  19. A Paglia e ai simpatici produttori dell’Associazione Grandi Cru della Costa Toscana voglio ricordare che se vogliono fare un ripasso sul concetto di Grand Cru, possono venire, come farò io, il prossimo 9 giugno a Villa Braida a Mogliano Veneto. Alle 18 nell’ambito del Wineday organizzato da Balan – http://www.balan.it/index.php?IDsezione=43741 potranno partecipare ad una magnifica degustazione di Bordeaux anni venti, compresi alcuni Grands Cru: Château Gruaud Larose, St. Julien, 1923 Château Doisy Daëne, Sauternes, 1924 Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande, Pauillac,1926 Château Lagrange, St. Julien,1926 Château Siran, Margaux, 1928 Château Cap de Mourlin, St. Emilion, 1928. Tanto per capire come il concetto di Grand Cru sia una cosa seria, dalla lunga storia e dalla consolidata tradizione…

  20. l’idea del nome “grandi cru della costa toscana” nasce sostanzialmente dalla volontà di proporre un nuovo territorio attraverso i cru delle aziende associate!da qui appunto il nome!!se poi c’è qualcuno che crede che questa sia una furbata commerciale mi scappa da ridere visto che non credo che nessuno degli associati venda milioni di bottiglie grazie a questa dicitura!
    credo invece che sia molto simpatica l’idea di assaggiare i vini in premier,come è uso fare,appunto,in francia!
    per quanto riguarda Lucca non credo che sia una terra senza dignita o storia,basti pensare che quest’anno la doc colline lucchesi compie 40 anni:guarda un pò come il chianti!
    Comunque io sono solo un giovane enologo e produttore,forse senza identità e cru aziendale,che era curioso di sapere,da un grande degustatore come Franco, se aveva trovato che,a differenze di altre zone,a Lucca e Pisa la qualità sta mediamente crescendo!
    ma scusate,a nessuno importa di sapere,da franco ziliani,se durante le sue degustazioni scopre qualcosa di nuovo e a buon prezzo???

  21. Vabbé ragazzi, chiudiamola qui. No hard feelings Mike. Però prova a pensare che dall’altra parte ci sono delle persone e non degli avvoltoi.
    Ringrazio Ziliani per l’invito, magari potessi venire, c’e’ sempre da imparare. Tutti.

  22. Credo a questo punto di dover interventire come presidente (operativo) dell’Associazione Grandi Cru costa Toscana visto che, leggendo questo blog (che mi hanno segnalato…non ero online al momento della “disputa” sul nome GRANDI CRU), sembra che la nostra associazione, a causa del suo nome, diffonda “pubblicità disonesta fatta per ingannare il consumatore“. (e starei comunque attenta se fossi il signor Mike a scrivere tali offese e mi dispiace che Franco le avvalli..)
    Ricordo a tutti che il nome Grandi Cru Costa Toscana è soltanto il nome di un’associazione di viticoltori e non un marchio in etichetta. Tutte le leggi e norme che il signor Mike sciorina non sono pertinenti e quelle si, che sono, fuorvianti. Il nome Grandi Cru è nato con lo scopo di “auspicare” a tutti noi produttori risultati sempre migliori, più come stimolo che come dato di fatto. Secondo voi, al momento della nascita di un’associazione che vuole comunicare la bellezza e la ricchezza di un territorio come la Costa Toscana si sarebbe dovuta chiamare “piccoli cru”? Ci serviva un nome che ricordasse il vigneto, che fosse altisonante, che ci desse forza perché allora, nel 2003, eravamo 6 produttori (tra i pochi comunque c’erano i GRANDI come TENUTA SAN GUIDO e GRATTAMACCO) che avevano il coraggio di associarsi (senza ancora avere abbastanza soci…mentre adesso siamo 80) per tentare di comunicare attraverso pochi eventi un grande territorio in fermento, senza doverci piegare alle logiche della politica o dei sindacati (…sempre politica). SOLO PRODUTTORI e solo con le propria voglia di lavorare per il territorio, per costruire eventi che avessero un significato per la stampa, sia specializzata che non, nella comunicazione di un’area viticola ricca di eterogeneità e proprio per questo meritevole di una maggiore attenzione di quella che gli veniva dedicata. Soltanto per la stampa, ripeto, e non per i consumatori. Mi sembra a volte che ci si concentri sul particolare lasciando perdere la vera sostanza delle cose. E per chiudere cito il commento di uno dei nostri consiglieri sul blog che a me sembra la migliore risposta a tutta questa secondo me “inutile” polemica…:…”chi scrive cosi’, con un produttore di vino ci ha mai parlato?
    Se per “produttore di vino” si intende quello che intendo io, vale a dire uno che ci mette tempo, fatica, rischio, soldi, passione, che magari toppera’ anche un vino o forse tutti, ma che crede in quello che fa e produce onestamente rispettando la terra ed amando la vite, allora mi sento di affermare senza tema di smentita che chi scrive cosi’ con un “produttore di vino” proprio non ci ha mai parlato. O se l’ha fatto, di sicuro non ascoltava.
    Si puo’ criticare quanto si vuole, ci mancherebbe, ma un minimo di rispetto per non dire d’educazione verso chi ci spende una vita di lavoro a produrre magari vinacci sarebbe cosa quantomeno opportuna…”
    E ringrazio poi Gianpaolo che ha dato intelligenti spiegazioni a chi non voleva ascoltare.
    Adesso tutti noi torniamo alle nostre vigne che con un tempo così ostile ci impegnano e ci preoccupano veramente…

  23. Ginevra, prendo atto della tua precisazione, ma non credo proprio che le osservazioni di Mike Tommasi possano essere catalogate come “offese”. Dal canto mio ribadisco quel che ho già scritto: nessuno contesta la serietà e l’impegno di tante aziende che fanno parte dell’Associazione. E’ solo la scelta del nome, con l’esplicito riferimento ad un concetto, quello di Grandi Cru, che nel mondo del vino significa pure qualcosa (di molto più consistente), che é discutibile e, a mio parere, furbesca…

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