Missione compiuta: “ambasciatore” del Barolo in terra toscana

Non posso lasciar correre, senza dedicarle una parola, la “missione compiuta”, lunedì 5, in terra toscana, ovvero la degustazione (leggi) di sei Barolo, cinque di annata 2004 e uno di annata 2003, da me condotta, davanti ad un pubblico attento e competente, nell’ambito del Premio Versilia organizzato dall’A.I.S., delegazione della Versilia, nella bellissima Villa Borbone a Viareggio.
Merito dei sei vini, che erano tutti veramente buoni (posso complimentarmi con me stesso per averli scelti bene?), e di un relatore in discreta forma – dicunt – il “sacro verbo” del Nebbiolo di Langa è potuto arrivare nella… “terra degli infedeli”, ovvero di quei toscani che avendo la fortuna di poter contare su una delle poche grandi uve del mondo, messer Sangiovese, dimostrano invece un insano innamoramento per le uve bordolesi, che vorrebbero, checché ne dica qualche rotondo giustificazionista, ficcare dappertutto, non gli è bastato il Chianti Classico, ora pensano al Brunello di Montalcino…
Vini in ottime condizioni, con una mia personalissima preferenza, in termini di eleganza, per l’unico 2003 selezionato, il fragrante, aereo, inebriante Santo Stefano di Perno del mio carissimo amico Mauro (Giuseppe) Mascarello, ma quale godimento e quale dimostrazione della forza dei veri tannini, quelli che derivano dal Nebbiolo e non dai boschi del Massiccio centrale francese, e della verità della terra, da tutti gli altri vini, dal Ginestra Casa Maté di Elio Grasso al Bricco Sarmassa di Brezza, al Bricco Boschis di Cavallotto, al Barolo Serralunga di Massolino, sino alla soave, fragrante eleganza, al mirabile equilibrio, alla dolcezza naturale dell’Acclivi di Comm. G.B. Burlotto, tutti di annata 2004.
Compiuta la mia missione di “ambasciatore” (autonominatomi) e di portatore sano del “germe” del Nebbiolo, indotto molte persone a pensare di programmare quanto prima una visita in quelle sei cantine e in tante altre che ho nominato, parlando di Barolo ma anche del suo ottimo fratello Barbaresco, ho potuto, ieri mattina presto, partire da Viareggio alla volta di Alba.
Il tempo di arrivare, di sistemarmi nella base che mi ospiterà sino a lunedì mattina, di annusare l’aria di “casa”, che tali per me considero le Langhe, anche se poi vivo, quando non sono in giro, in quel di Bergamo, che alle 13 ero già in zona Barolo, per una visita a La Morra al nuovo locale di quel gran signore della ristorazione e dell’ospitalità che è stato ed è tuttora l’ottimo Gian Bovio (sito).
Ero lì tranquillo che mi gustavo i primi antipasti di un bel menu degustazione all’insegna della classicità di Langa (proposto a 42 euro) con un paio di bicchieri del mio Dolcetto di Dogliani per antonomasia, il Briccolero del caro Quinto Chionetti, quando dalla sua voce, inconfondibile, mi sono accorto che ad un tavolo dietro di me era arrivato, in compagnia di due suoi simpatici amici di Cuneo, che poi sono diventati anche amici miei, nientemeno che uno dei grandi “arneis” di Langa (intendendo per arneis uno spirito bizzarro, originale, singolare), ovvero “Citrico”, al secolo Rinaldi Giuseppe detto Beppe.
Sono così finito per trasferirmi al suo tavolo e a fraternizzare, parlando di Langa e Barolo, di rinoceronti, roi o presunti tali, grandi orsi, “tigri”, abili venditori di fumo e niente arrosto e grandi personaggi, Bartolo, ovviamente, ma anche l’altro Mascarello, Mauro, figlio del mitico Gepin, con il trio di amici.
Questo mi ha consentito di gustare, quasi in anteprima, uno dei Barolo 2004 che vi consiglio di comprare a scatola, pardon, a bottiglia chiusa, il severo, autentico, rigoroso e buonissimo (un po’ ruffiano, anzi, usa un’altra espressione, dice Beppe) suo Brunate Le Coste (che se fosse solo Brunate, come dice un grande sostenitore di questa tesi, Gianfranco Soldera, sarebbe ancora più buono).
E poi, tanto per non farci mancare nulla, richiesto di scegliere dalla bellissima carta dei vini del ristorante un Barolo di Castiglione Falletto di mio pieno gusto, ho puntato su un vino di cui mi sono innamorato, vero coup de foudre, dal primo sorso, la riserva Vignolo 1999 di Cavallotto. Vino rigoroso, elegante, complesso, completo, intensamente minerale (grafite e polvere da sparo), appena selvatico il giusto, ancora giovane e con quale potenziale d’evoluzione nel tempo, ma già in grado di offrire il segno della propria classe.
Sono stato molto contento di constatare che la mia scelta è stata apprezzata – lo diceva la buta vuota rimasta sul tavolo – dai due amici di Beppe, gran barolisti al cospetto di Bacco, e da Citrico, che questo vino diceva di non conoscere e che ha gustato, condendo la degustazione, macché la sana bevuta, con battute in libertà condite con la sua consueta verve, la sua ironia e autoironia, il suo disincantato, artistoide guardare al mondo, che lo rendono, all’alba dei suoi 60 anni, più che mai personaggio di riferimento nel mondo, splendido, della Langa albese.
La prima giornata non è poi finita, perché ieri sera ho gustato una cena esemplare, per vivacità, creatività, ed equilibrio e gusto dei piatti, al Piazza Duomo di Alba (sito), regno di quello chef sensibile e intelligente che é Enrico Crippa e della famiglia Ceretto, con Roberta e Federico, due dei quattro young lions eredi dei Barolo brothers Bruno e Marcello, miei anfitrioni insieme al fraterno amico Giacu, Giacolino Gillardi.
Abbiamo bevuto benissimo, e volevo vedere, ma di questo, di un grande Barbaresco Faset del 1988 (oh yes!) e di un supremo Cornas, annata 2004, di Auguste Clape (chapeau Monsieur! Che grande Syrah, che splendido vin de terroir!), parleremo più oltre, visto che la prima giornata di Alba Wines Exhibition si prospetta nutrita, con 11 Roero 2005 e soprattutto 55 Barbaresco 2005 (di Barbaresco, Neive e Alba, domani i vini di Treiso) che ci attendono…
Dimenticavo: evviva il Nebbiolo, ça va sans dire…

0 pensieri su “Missione compiuta: “ambasciatore” del Barolo in terra toscana

  1. Grazie per aver ricordato”l’errore del chianti classico”!(personalmente lo chiamerei ”il calcio alla tradizione”).Se può, ne parli più spesso,per non ”dimenticare”.

  2. Bravo chiantigiano, teniamo accesa la fiammellina. Posso permettermi una domanda (al chiantigiano)? Quale ritiene/i che sia l’errore (il calcio) peggiore: aver introdotto uve bordolesi nella formula del vino (del) Chianti oppure aver introdotto la possibilita’ di chiamare “Chianti” un vino fatto fuori dal Chianti?

  3. Gentilissimo Filippo,aver introdotto così”massicciamente”uve bordolesi nel disciplinare del chianti classico è sicuramente un grave errore e anche molto grosso,secondo me,( però una minima percentuale non fa male a nessuno);aver introdotto la possibilità di chiamare chianti un vino” non del chianti” (se esiste tale possibilità)puo dare negative ripercussioni su” chi lo fà nel chianti ”(per me ,se lo fanno è una artificialità,ma non conosco il problema);..ma aver ”spazzato via”,alcuni anni fa’2 vitigni coltivati da secoli(sicuramente anche per far più spazio agli internazionali) con il benestare di molti ”pseudochiantigiani”(venuti da ”altre città” per la ”corsa all’oro”)..direi che è molto vergognoso(ecco il calcio alla tradizione!).Non mi si venga a dire che non sono idonei la Malvasia del chianti(quella bianca!)ed il Trebbiano toscano per fare un vero chianti classico,perchè era QUELLO che si faceva anche quando fu fondato il consorzio del Chianti,ad esempio.

  4. Caro Chiantigiano (a proposito: posso permettermi di chiederti da quale terziere scrivi, ovvero di quale sei?) ti diro’ come la penso: io penso che un vino di uve 100% merlot coltivate (poniamo) a San Marcellino, meriti in pieno di dichiarare la sua origine territoriale a chiare lettere, e quindi meriti il nome (per esempio) “Merlot del Chianti”.
    Se anziche’ far finta di riservare l’aggettivo Classico al Chianti prodotto “nella zona piu’ antica” (fare finta perche’ il comprensorio del Classico arriva fino a San Casciano Val di Pesa e oltre, che col Chianti c’entra come Vicenza con la Valpolicella), si fosse riservato tale specifica per identificare uno STILE di vinificazione, tutti questi problemi non ci sarebbero: Classico sia il Chianti (ossia il vino prodotto nel Chianti da uve nate e cresciute nel Chianti) dei nonni, e via libera alle sperimentazioni con un altro nome (mantenendo la dizione territoriale Chianti).
    A proposito, non capisco perche’ tu ti chiedi “se esiste la possibilita’” di chiamare Chianti un vino non del Chianti..addirittura dici di non “conoscere il problema”.. Sembri far finta di non sapere che nel Mugello si fa del vino denominato DOCG Chianti. Cosi’ pure a Terricciola (PI), idem poco sotto l’Abetone (PT)… Cito localita’ situate nel comprensorio del vino Chianti (non Classico) per il caso (malaugurata ipotesi che pero’ comincio a considerare piu’ che probabile) che tu ritenga che San Casciano Val di Pesa sia nel Chianti.

    Quanto al Chianti “della tradizione”: io mi considero abbastanza tradizionalista, e tuttavia non mitizzerei una tradizione che resta comunque abbastanza recente (prima di Bettino Ricasoli si faceva vino rosso, anzi “vermiglio”, in modo ben diverso da come lo si e’ poi fatto per i cento anni successivi); e soprattutto ricorderei che lo stesso “Barone di ferro” era molto meno ferreo di quanto poi i disciplinari costruiti nel ventesimo secolo sono stati: egli nei suoi appunti prevedeva la possibilita’ di non aggiungere uve bianche (e addirittura ne sconsigliava l’uso nel caso si volesse fare un vino piu’ da invecchiamento) mentre fino a non molto tempo fa secondo il “disciplinare” del Chianti tale aggiunta era obbligatoria.

  5. Gentilissimo Filippo, il Chianti,quello vero,si fa anche a San Casciano Val di Pesa e,forse,viene meglio di alcune zone di Greve o Radda in Chianti.Certamente non sarà uguale ,ma dove sta il problema? Nel Chianti una volta il vino era diverso ,non solo per annate ,ma cambiava ”da podere a podere”.Se poi ritieni che 2 vitigni coltivati da almeno un secolo non appartengono alla nostra tradizione,”poveri noi”….(non sono uno storico ma ho letto da qualche parte che diversi secoli fà era presente ,nel chianti solo uva bianca..mi infomerò meglio).Per ”il merlot del chianti”,perdonami ”la battuta”,posso esere daccordo a patto che mi permettano di chiamare anche ”le mie cipolle dell’orto”..”del chianti” visto che non profumano di meno.

  6. Caro Chiantigiano, non so cosa sia “il Chianti (vino) quello vero”. So solo che mi rifiuto di chiamare con quel nome qualunque cosa sia fatta fuori dal Chianti, questo (il territorio) “quello vero” davvero.
    Circa i due vitigni coltivati da almeno un secolo, se ti riferisci a sangiovese e canaiolo, sono sicuramente coltivati da molti secoli. E’ quella proporzione ad essere stata fissata poco piu’ di un secolo fa. Ma il discorso che facevo sulla “tradizione” era un po’ piu’ articolato..Non manchera’ occasione di approfondirlo.

  7. Chiantigiano, rileggendoti ho avuto il sospetto di essermi sbagliato e che tu con “due vitigni coltivati da almeno un secolo” ti riferissi a malvasia bianca e trebbiano, non a sangiovese e canaiolo. Non che la mia risposta cambi molto, nel senso che non ho mai detto che non facciano parte della tradizione o che non vadano impiegati. Ho solo inteso affermare, piu’ o meno ellitticamente, che la cosiddetta “tradizione”, a differenza degli “usi e costumi”, oltre ad essere molto spesso una cosa inventata relativamente a tavolino, e non di rado anche in tempi abbastanza recenti, sicuramente e’ molto meno ferrea di quanto i disciplinari vogliano poi imporre. Nel caso delle uve bianche “tradizionali” sono perplesso sia circa l’esclusione che verso l’inclusione obbligatorie, e trovo che meglio sarebbe lasciare la decisione al produttore. Questo per quel che riguarda la tipicita’, o classicita’ (ah quanto meglio sarebbe se “Chianti Classico” significasse “vino del Chianti prodotto secondo lo stile divenuto ormai classico”, anziche’ “vino prodotto secondo uno stile variabile e proveniente o dal Chianti o dalla regione di pari estensione immediatamente confinante a nord”).
    Ne approfitto per riprendere la tua battuta sul merlot del Chianti e sulle cipolle del tuo orto, cosi’ torno a quel che invece riguarda l’origine territoriale: non avrei nessun problema a chiamarle del Chianti…. posto ovviamente che il tuo orto sia effettivamente nel Chianti. Perche’ il problema e’, di nuovo, tutto qui: non conta quanto le cipolle profumino o puzzino ai fini di una denominazione territoriale (e “del Chianti” E’ certamente una denominazione territoriale), bensi’ conta se effettivamente siano nate e cresciute nel territorio l’appartenza al quale rivendicano.

    Ma insomma, si puo’ sapere almeno a grandi linee (non a caso parlavo di terziere) di quale parte del Chianti sei? 😉

  8. ….allora iniziamo la produzione di ”barbera del chianti”(lo stanno già piantando),”chardonnay del chianti(cé già)…ecc. ecc.è questo che vuoi? Invece cancelliamo(o forse hanno dimenticato ”i signori addetti”),ad esempio, il San colombano che non esiste tra i vitigni coltivabili in Toscana ,e quindi nel chianti!..

  9. …..dimenticavo,caro Filippo, appartengo al territorio del chianti,nel luogo ”qualunque”,pertanto potresti anche chiamarmi ”chiantigiano qualunque”(come ”l’opinionista” di ENOPRESS.IT…. visto che le mie idee concordano )

  10. Chiantigiano, c’e’ poco da iniziare: come tu stesso ben sai e hai detto, lo stanno gia’ facendo. Non ci vedo nulla di osceno nel chiamare “del Chianti” qualcosa che nasce e cresce nel Chianti. Detto da uno che nella vigna ha (e continuera’ ad avere) solo sangiovese, canaiolo, colorino, malvasia e un po’ di trebbiano.
    Perche’, ci tengo a rimarcarlo, con buona pace delle tradizioni vinicole, oppure olivicole, oppure quel che si vuole, Chianti e’ e rimane un TOPOnimo; fu prima un idronimo, passo’ a designare una zona, poi un tratto di una catena di monti, ma una cosa e’ certa: per molti secoli (troppi per voler cambiare le carte in tavola) ha identificato un territorio ben preciso. Quindi e’ “del Chianti” cio’ che origina da quel territorio.
    La tradizione, gli usi e i costumi, o se si vuole la tipicita’ si difendono in ben altro modo, a mio avviso (ad esempio, come gia’ detto, riservando l’aggettivo “Classico” allo stile vinicolo).

    Quale sarebbe il “luogo qualunque” del territorio del Chianti a cui “appartieni”? Visto che, a leggere il tuo commento del 10 maggio u.s., NON ti risulta(va?) che si possa “chiamare chianti un vino non del Chianti”, mi domando se per luogo qualunque non intendi un qualunque luogo del comprensorio del “Chianti” (non classico). In tal caso suggerirei di firmarsi “toscano collinare”..;-)

  11. Mi sa che Chiantigiano è di Greve o San Casciano, comuni solo limitrofi al Chianti, quello vero e storico.
    Comunque, per quanto riguarda le uve cassate dal disciplinare e muscolate di internazionale, sono d’accordo con lui.
    Il nostro disciplinare è troppo a fisarmonica e troppo figlio dei venti e degli eventi.

  12. …chiantigiano”qualunque”potrebbe essere chiunque sia nato,o abiti nel Chianti(CLASSICO).Chiunque,però,che si identifichi FORTEMENTE nel territorio,nelle sue autentiche tradizioni,dettate anche ”da un buonsenso”così tanto COMUNE in coloro,ad esempio,che hanno coltivato la vite ”maritata all’acero”,che legano, con abile maestria,le viti con il salice (”i sarcio”);un buonsenso come quello di ”governare ”il vino(so che tu lo fai);potrebbe essere,inoltre,uno che difende il suo territorio (o protegge)da queste”ventate raccapriccianti”internazionali;oppure,sempre ad esempio,uno che non si mette a ”sbancare” il proprio territoro per piantare vitigni..francesi ,dimenticando gli”originali”…ed altro ancora…

  13. Gentilissimo Andrea,non dividiamo il chianti(quello CLASSICO)per comuni:”le case popolari”o peggio ancora le ”cattedrali nel deserto”le hanno fatte dappertutto sul territorio del chianti(quello geograficamente indicato nel disciplinare).NON C’è quindi chianti classico ”di serie A o B”.Siamo tutti(i veri chiantigiani) stati”gabbati”, e io aggiungo ”bastonati”…

  14. Caro Chiantigiano, non esiste per me una divisione per comuni, c’è solo un contesto storico che ne prevede tre ben definiti.
    Sulle barbarie edilizie compiute sul territorio, com me sfondi una porta aperta, sono disgustato da molte cose prolificate nel territorio, ho davanti a me una ex casa colonica bellissima, sventrata e ridotta a villa holliwodiana con tanto di piscina olimpica che ha preso il posto ad una bella quantità di olivi coperti vivi di terra e detriti.
    E questo è uno dei tanti casi da citare.
    Poi, se si parla direttamente di vino, la gabbatura è ancora più grande.
    Quando stappo bottiglie sento sempre che all’interno non ci sono le caratterisitche del posto e della terra da cui esce l’uva.
    Sento troppi muscoli, sentori erbacei e di peperone, ciliegie, robustezza. Profumi e colori ormai perduti che ho solo nella memoria, è una pena per me.

  15. ….chissà se quella ex casa colonica,ora holliwodiana ha una cantina(sempre holliwodiana).Chissà se quella ”cantina”è ubicata nel ”((vostro) chianti storico”(io non lo chiamo così,perdonatemi),..pensate un pò..se, anche i vitigni sono” holliwodiani”,ma messi a dimora ”nel(vostro) chianti storico”,quel vino ottenuto sarà del (un)chianti”storico”…caro Filippo eccoti …accontentato…ma bevitelo te!

  16. Il Chianti inteso come andrebbe inteso, ossia come TERRITORIO, e’ uno e uno solo; la dizione “chianti storico” a me e’ poco cara, proprio perche’ lascia intendere che forse di chianti ce n’e’ piu’ d’uno. Al piu’ posso parlare di “territorio storico del Chianti”. Sia come sia, il “Chianti Classico” e’ una denominazione vinicola, di conseguenza mi riesce difficile capire il significato di espressioni come “abitare/vivere nel Chianti Classico”… L’areale di produzione del C.C., definito per decreto ministeriale, comprende il Chianti PIU’ tutta la parte a nord che rientra nei comuni di Greve (preso per intero), Tavarnelle Val di Pesa, Barberino Val d’Elsa, San Casciano Val di Pesa (loro parte), PIU’ il pezzettino a sud parte del comune di Castelnuovo Berardenga.

    Un territorio non e’ solamente i suoi prodotti. E questi ultimi evidentemente non si limitano al solo vino. E se un territorio decidesse di mettersi a produrre qualcosa di non tipico… chissenefrega! Avrebbe tutti i diritti di farlo e di dichiarare il proprio nome. Che nel Chianti debbano o non debbano crescere le viti di merlot e cabernet, questo sono solamente i chiantigiani a avere il diritto di deciderlo. E se per caso dovessero decidere che preferiscono estirpare tutto il sangiovese e sostituirlo con l’uva fragola, non vedo proprio chi dovrebbe andare a sindacare quel loro diritto.
    Anche perche’ io vorrei che qualcuno mi spiegasse che cos’e’ che porta con se’ la “chiantitudine”, cosa conferisce la chiantigianita’ a un vino, posto che:
    (a) si marchia Chianti vino prodotto a Terricciola provincia di Pisa,
    (b) si marchia Chianti vino prodotto indifferentemente
    (b1) con 100% sangiovese;
    (b2) con 85% sangiovese e 15% canaiolo;
    (b3) con 80% sangiovese e 20% merlot;
    ….

    Avete fallito miseramente, cari signori!
    In un primissimo momento si e’ voluto creare questa categoria “Chianti-vino”, e ovviamente non si poteva che definirlo come “vino DEL Chianti”.
    Poi volevate sostenere che “Chianti” era uno STILE viticolo preciso e che quindi aveva senso pensare “vino Chianti” al di fuori del Chianti-territorio.
    Infine avete sentito mancanza della nozione di territorio (fa cosi’ comodo quando si devono vendere..pardon: “comunicare” altre merci come servizi turistici, case etc…) e state provando a veicolare l’assurdita’ che il territorio del Chianti e’ quello dove si produce il “vino Chianti” (secondo le piu’ recenti manipolazioni del significato)… cosicche’ il turista americano che arriva bello fresco a San Casciano Val di Pesa e’ convinto di trovarsi “nel Chianti”, e chi glielo fa fare di andare su quei poggi, a vomitar l’anima su quelle strade..?

    La vostra ipocrisia e’ sotto gli occhi di tutti.

  17. Gentilissimo Filippo….estirpare il sangiovese(perASSURDO e per risponderti)..non è un diritto dei ”chiantigiani”..,essi ,invece,hanno un dovere(abbiamo)..,quello di tramandarlo a chi verrà dopo di noi..

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