Risposta a Il mio vino: difendere il vero Brunello non è da “talebani”!

Non ci sarebbe da polemizzare e difatti sinora l’ho accuratamente evitato con una rivista, Il mio vino, il cui Almanacco del vino, una sorta di ennesima e non indispensabile guida, premia come “Cantina dell’anno” (vedi) nientemeno che la gigantesca cantina cooperativa trentina Mezzacorona, e di cui sarebbe divertente sottolineare la puntuale coincidenza tra l’apparizione di pagine di pubblicità dedicate ad aziende semisconosciute e la successiva pubblicazione di articoli che le riguardano.
Di fronte all’editoriale, La furbizia e l’arroganza, pubblicato sul numero di maggio e dedicato dal direttore responsabile, Gaetano Manti, agli strascichi di Velenitaly, con la definizione di “rivoltante sciacallaggio” dedicata alla copertina dell’Espresso, e alla vicenda che per comodità abbiamo definito “Brunellopoli”, vale però la pena tentare una replica e una puntualizzazione, perché talune affermazioni del direttore de Il mio vino (rivista sulla quale, per correttezza dell’informazione, devo confessare di aver pubblicato, alcuni anni fa, un unico articolo, collaborazione subito interrotta perché “non ci siamo pigliati” e abbiamo capito che non c’era il necessario feeling…), rispecchiano una mentalità diffusa nell’ambito del giornalismo, specializzato e non, che si occupa di vino in Italia.
Scrive Manti: “il disciplinare che regola la produzione del Brunello di Montalcino è molto rigoroso e prevede che il vino possa essere fatto solo con uva sangiovese della varietà “grosso”. Vitigno capace di dare prodotti straordinari ma anche difficile da gestire sia per alcune sue spigolosità gustative sia per il fatto che in certe condizioni climatiche risulta molto avaro nel dare colori intensi al vino”.
E qui ci si potrebbe fermare e chiedere al direttore della rivista dove sta scritto che il Brunello debba per forza di cose avere “colori intensi”, come quelli di vini espressione di altre uve, Cabernet e Merlot, “capaci di dare colori più intensi e di ammorbidire alcune delle asperità gustative del sangiovese. Tutti elementi evidentemente richiesti dai mercati internazionali”.
Ma non è finita, perché descrivendo la situazione in atto, nata dallo scandalo dei vini “non conformi al disciplinare di produzione”, Manti osserva che “la notizia ha fatto subito il giro del mondo e ha scatenato un’inutile polemica. Da una parte i puristi che sostengono a spada tratta la necessità di difendere con approccio talebano il disciplinare così com’è, qualunque sia il risultato che quel vitigno può dare nel corso delle stagioni. Dall’altra parte c’è invece chi sostiene che non vi è nulla di male a utilizzare piccole percentuali di altri vitigni capaci di far realizzare vini in assoluto migliori e più graditi dai mercati di tutto il mondo”.
Al direttore de Il mio vino, notoriamente un grande esperto, la libertà di portarci la dimostrazione, fatti, studi tecnici ed enologici e non parole in libertà, che tagliando il Sangiovese con Merlot, Cabernet o chissà che, si ottengano, come scrive “vini in assoluto migliori”, e non solo “più graditi” da taluni mercati la cui cultura sul vino è ancora tutta da costruire.
Contraddittorio il pensiero del signor Manti: definisce questa polemica “inutile”, dopo aver sostenuto che con il taglio – proibito – si ottengono “vini migliori”, forse per il suo gusto, e poi che fa?, scrive che “oggi esiste un disciplinare e chiunque non vi si adegua commette una frode in commercio, reato punito dal nostro codice penale”.
Contraddittorietà e andamento del ragionamento del tutto zigzagante, anche in seguito, quando l’editore-direttore osserva che “i mercati non funzionano con i tempi della giustizia e non perdoneranno chi ha il dovere di proteggere i produttori di Brunello che rispettano le regole e non usano altri vitigni per tagliare la loro produzione. I mercati quindi non perdoneranno un atteggiamento passivo o garantista da parte del Consorzio. Il Consorzio ha mezzi e poteri per sapere subito chi ha tagliato il Brunello con uve non ammesse dal disciplinare. O si decide di cambiare le regole oppure chi le regole non le vuole rispettare deve essere espulso”.
Ottimo, perfetto, ben detto, ma allora perché poi, contraddicendo il proprio pensiero, arrivare a scrivere “io personalmente sono convinto che sarebbe davvero auspicabile per tutti adottare regole più in linea con il mercato e quindi meno talebane nell’approccio verso il rigore del monovitigno”?
Perché diavolo concludere, e sembra una giustificazione ad uso e consumo dei furbetti, di coloro che non hanno rispettato le regole, che “dobbiamo sempre ricordarci che il territorio e la tipicità sono armi a doppio taglio. Applicate con flessibilità e buon senso ci possono dare vantaggi enormi. Applicate in modo talebano producono invece danni incalcolabili”? Possibile che il direttore ed editore de Il mio vino, che acutamente individua come “grandi sconfitti” in questa poco commendevole vicenda “i grandi soloni della degustazione internazionale. Palloni gonfiati capaci di sentire in un vino sfumature di sudore di cavallo e incapaci di sentire che in un Brunello di Montalcino è stata usata una buona percentuale di cabernet o merlot”, nonché “il Consorzio del Brunello, struttura capace di non vedere quello che era sotto gli occhi di tutti e soprattutto incapace fino ad ora di gestire l’emergenza in modo professionale”, non capisce che definendo ripetutamente “talebana” la difesa, sacrosanta!, del disciplinare di produzione vigente che ha come trave portante la monovarietalità, l’essere il Brunello prodotto solo con uve Sangiovese, di Montalcino ovviamente, ça va sans dire, arriva, oggettivamente, a fornire una giustificazione a coloro che del disciplinare, per pure ragioni di bottega, hanno fatto strame?
Non capisce, Manti, che dichiarandosi cautamente favorevole ad “adottare regole più in linea con il mercato” (ma dove ha letto che anche negli States e nel mondo vogliano tutti Brunello addomesticati, merlottizzati, parkerizzati e winespectatorizzati? Sono pronto a metterlo in contatto con tutta una serie di esperti e addetti ai lavori che sostengono proprio il contrario) non solo offre una linea di difesa a chi il disciplinare l’ha violato e a chi vorrebbe modificarlo, ma finisce con il colpire al cuore il Brunello, perché è chiaro anche ad un bambino che un Brunello de-brunellizzato, reso molto più simile ad altri vini internazionali, meno unico, inimitabile, “leggendario”, finisce con l’essere un vino molto meno interessante commercialmente e meno appealing?
Altro che definire “talebani” e “puristi” noi che difendiamo il vero Brunello, bisognerebbe definire, e senza esitazioni, nemici del Brunello e di Montalcino e della sua economia fondata sul vino, quelli che, forzando la volontà della maggioranza dei produttori, vorrebbero cambiarne identità e filosofia! La furbizia e l’arroganza sono solo loro…

0 pensieri su “Risposta a Il mio vino: difendere il vero Brunello non è da “talebani”!

  1. Gentile Franco,
    sono d’accordo in tutto con quello che hai scritto. Mi ritrovo pienamente nelle tue idee e nelle tue parole.
    Una cantina deve fare delle scelte non legate al mercato o alle mode, ma legate all’identità del territorio e della tipologia di vino che intende produrre.
    Questo sempre se un’azienda vuole essere “vera” e seria.
    Se poi vogliono far diventare “Brunello of Montalcino” american wine…dico no anch’io!

    Davide

  2. gentile Canina, mi chiedo come possa conciliare il suo essere d’accordo su quanto ho scritto con la sua difesa d’ufficio, per la quale, come ho già sottolineato, ha usato toni nei miei confronti che poteva risparmiarsi, di certi vini di La Morra che continuano ad ispirarsi a filosofie che erano già discutibili quando sono nate e sono invece patetiche oggi, quando sono già bell’e che vecchie e superate e passatiste…

  3. Non c’è da stupirsi de IL MIO VINO. Nel proprio almanacco, inserisce, come miglior vino Sangiovese, il Morellino di Scansano “base” della Moris Farms. Per carità nulla da ridire sulla godibilità dei quel prodotto (peraltro neanche Sangiovese 100%). Però possibile che, specialmente in Toscana, non esista qualcosa di più rappresentativo e fatto con il solo Sangue di Giove???

  4. Mi permetto di intervenire solo su un punto, non per dar ragione all’editoriale de Il Mio Vino, ma solo per sottolineare come, spesso, i disciplinari sembrino scritti apposta per tirarsi la zappa sui piedi.
    A un certo punto del suo articolo, lei, Ziliani, si chiede: “E qui ci si potrebbe fermare e chiedere al direttore della rivista dove sta scritto che il Brunello debba per forza di cose avere colori intensi”?

    Purtroppo sta scritto proprio nel disciplinare del Brunello di Montalcino, all’art. 6 che così recita:

    “Il vino a denominazione di origine controllata e garantita “Brunello di Montalcino” all’atto dell’immissione al consumo deve rispondere alle caratteristiche di seguito esposte:
    – colore: rosso rubino intenso tendente al granato;”

    Ecco allora che se vini splendidi e meravigliosamente territoriali come il Brunello di Montalcino Riserva 2001 Decennale di Palmucci (lo chiamo così perché se non è un Brunello quello….)vengono declassati ad IGT, a norma di disciplinare nulla si può obiettare, così come, alla stessa stregua, nulla si può obiettare se vengono sequestrati Brunello fatti col cabernet, col merlot o con altro che non sia sangiovese.
    Anche in questi dettagli sta la ridicolaggine tipica degli italiani.

  5. Premetto di essere un lettore abbastanza assiduo de “il mio vino”, ma concordo pienamente con quanto detto da Ziliani, non è essere talebani il fatto di voler proteggere l’integrità e la tipicità di uno dei vini più importante del nostro paese, ma solo avere buon senso nel rispettare quello che è e spero rimanga il Brunello di Montalcino..SANGIOVESE GROSSO 100%

    Cordiali saluti

  6. Oddio chi lo dice a babbo e mamma che avendomi insegnato il rispetto per le leggi e per di più avendomi fatto amare il barolo ed il brunello hanno creato una figlia talebana? mi hanno fatto amare anche la letteratura per cui ho letto Bibbia e Corano; dottor Ziliani mi dica Lei:è grave? Pensa che abbonandomi al Mio Vino ho qualche possibilità di redenzione? Maresa

  7. carissima Maresa, penso che potremmo tutti mandare una mail alla redazione de Il mio vino a questo indirizzo e-mail info@ilmiovino.it ben visibile sulla home page del sito della rivista e lasciare questo semplice, eloquente, messaggio: siamo tutti talebani, giù le mani dal Brunello di Montalcino!

  8. Scusate, ma io ricordo anni fa (nel 2002, credo) una stroncatura che questa rivista dedicò a un Barolo di Fontanafredda, incolpandolo nientemeno che della mancanza di un colore abbastanza carico. In sostanza, il recensore (anonimo) accusava quel Barolo di essere color granato.
    Almeno, questo è quello che vagamente ricordo.

  9. Gentile Franco,
    dal mio punto di vista sono due cose differenti la “questione” La Morra e il Brunello. Poi è solo il mio giudizio.

    Tengo a sottolineare che il mio commento sul suo articolo di La Morra non voleva essere un’offesa nei suoi confronti.
    Rispetto il suo lavoro e la sua esperienza.

    Cordiali Saluti.

  10. …ho parecchi dubbi che rispondano alle mail (forse se firmate Ziliani….)!!
    ERO abbonato a IL MIO VINO (3 anni),poi… hanno un sistema di valutazione dei vini messi a confronto non corretto,ho provato a mandare mail,ma nonostante il nome sia uguale….il cognome no,quindi nessuna risposta!
    Va da sè che la rivista rimane in edicola!

  11. Non avete capito nulla: appare evidente che questo mese il Manti si vuol candidare al Carciofino d’Oro della rubrica “Il Più Bel Fiore ne Colse”, pubblicata sulla sua rivista!
    Max Pigiamino Perbellini

  12. la cosa grave de IL MIO VINO è che i recensori sono sempre anonimi,ma perchè non firmare gli articoli con nome e cognome? e perchè arrogarsi la presunzione di dare indicazione sui livelli max e min. di SO2 nei vini?
    caster57

  13. TALEBANO MODERNO, forse così si potrebbe definire la questione.
    E gira intorno al problema che problema non è: Cari detrattori del Brunello “classico”, il vino in questione, omologato alla fine del secolo XIX, prevedeva, almeno così ho inteso, una produzione di vino italico, con uve toscane apprendendo l’esperienza dei cugini galli. E a parte l’introduzione di “contenitori di rovere” non è cambiato molto in teoria. Poi sono arrivati gli “yankee” e qualcuno di loro non apprezzava il tono rustico (toscano direi) del Brunello. E qualcuno preso dal panico provò a capire cosa intendevano i parenti oltreoceano, e con qualche schizzo di merlot o cabernet, il gusto dei nordamericani era soddisfatto. Fino ad arrivare ai giorni nostri. Qualcuno ancora si sdegna perché, ovvia se tutti (leggi qualcuno) vuole il Brunello dolcione, e gli si fà. Che voi che sia. Le regole ci sono, ma si son fatte noi. E noi possiamo anche cambiarle. Bene allora cambiatele. Prendete un consorzio con attributi e cambiate le regole, ma finiamola di girare intorno al Brunello. Mi ricordo ancora la faccia dei miei amici che imbacuccati i piumini e cappotti, seduti alle panche della Rocca, con una mano tenevano l’affettato e con quell’altra il bicchiere di Brunello. E un pò come invitare qualcuno a casa. Abito a Firenze. I miei Ospiti sanno di trovare usanze, ritmi, profumi, usanze fiorentine. Quando sò che vengono a trovarmi non ricreo un ambiente Mnhattiano, per farli sentire a casa.
    Ma possibile che sia così difficile da capire. Vengono perché vogliono provare, assaggiare, gustare l'”italian style” che i detrattori si riempiono la bocca. Una volta son diventato grullo a cercare un venditore di Hot Dog, ma veddessi la faccia quando ho detto:
    “florentine hot dog” invece era un panino col Lampredotto !!. Dal’altra parte se mangiano i cani caldi, che vuoi che sia il Lampredottto. Spero che vi siate rilassati. Ma il fatto è: fino che la disciplinare prevede Sangiovese Grosso, il Brunello si fà con Sangiovese Grosso. Basta così. Ora vado in cantina a guardarmi un Biondi del 55 e un altro Brunello del 97. Quelli fatti con il Sangiovese…
    PS: Sig, Ziliani scusi il dilungarmi

  14. Per curiosità, l’anno scorso’ per tre mesi, ho comprato “il mio Vino”. Curiosity killed the cat. Mai letta una rivista più banale…

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