Teobaldo Cappellano: perché non partecipo ad Alba Wines Exhibition

Chiamato in causa dal mio post – leggi – dove definivo (e confermo la mia definizione) “un errore” non presentarsi, con i propri vini, ai “nastri” di Alba Wines Exhibition, manifestazione che anche quest’anno, come sempre, si è svolta nel migliore dei modi, con piena soddisfazione di tutti i partecipanti, l’amico Teobaldo Cappellano da Serralunga (che avevo inserito nell’elenco perché produttore quanto mai significativo del panorama barolesco), ha voluto spiegare la propria posizione ed i propri convincimenti con questo intervento, lucidissimo ed intelligente come sempre, che sono ben lieto di pubblicare.
Un punto di vista, il suo, che non fa una grinza ed è difficile contestare, perfettamente coerente com’é con quanto da molto tempo sostiene in materia di valutazioni dei vini, punteggi, classifiche.
Mi auguro che anche altri produttori, del folto elenco degli “aventiniani” e degli astenuti che ho già pubblicato ma conto di aggiornare e completare, sull’esempio di Cappellano spieghino i motivi della loro mancata partecipazione.
Vino al Vino sarà lieta di ospitare le loro riflessioni.

La lettera di Teobaldo Cappellano
“Caro Franco, come sai da tempo, molto tempo, ho rinunciato alle degustazioni non per spocchia, prosopopea o mancanza di fiducia nei degustatori, tutt’altro. Abbiamo scelto di non partecipare all’assurda e continua e forsennata corsa che non porta a nulla se non alla globalizzazione, alla standardizzazione fatta non per soddisfare il nostro piacere (spero anche di chi degusta i nostri vini ) ma per soddisfare le esigenze di vini costruiti per quel “gusto internazionale” che grazie a Dio tu hai sempre rifiutato.
Abbiamo rinunciato ad un non voluto confronto perpetuo con chi fa le nostre stesse fatiche e non merita, se ha onestamente e con capacità lavorato, d’essere denigrato o esaltato da quella massa di “ignavi” che trattano a mo di vangelo l’opinione,  quasi sempre onesta, di professionisti che danno una loro personale, per questo giusta, opinione su cosa ritengono più o meno buono.
Questo non è sottrarsi al confronto, ma solo cercare di vivere con regole (come quella d’essere naturalisti non in etichetta conclamati nonostante le fatiche) al di fuori delle regole di un mercato che non capiamo più. Di un mercato che ha come indice di ricchezza il P.I.L. (prodotto interno lordo ) ove nel lordo ci stanno anche gli sprechi, l’inquinamento, che detto in termini brutali è l’immondizia di Napoli e del resto d’Italia.
In buona sostanza non interessa a me ed a mio figlio Augusto sapere se siamo meglio o peggio di Beppe Rinaldi, o Maria Teresa Mascarello, siamo troppo amici, così come tantissimi altri produttori, per sentirmi in colpa se prendiamo il massimo dei voti o far sentire lui in imbarazzo se il suo Barolo è giudicato migliore del nostro.
Questo sicuramente costa all’azienda, questo sicuramente ci mette in crisi quando non accettiamo di partecipare perché sappiamo quanto impegno hanno profuso gli organizzatori di Alba Wine Exhibition, sappiamo quanto è importante una manifestazione del genere per i giornalisti che vi partecipano.
Sappiamo anche che molti produttori preferiscono gestire le degustazioni nelle proprie aziende, i confronti così possono essere “addolciti” dall’ambiente, dall’affabilità del cantiniere, ecc.
Sappiamo dei molti divenuti “grandi” grazie alle guide che ora, forse non più premiati a sufficienza, preferiscono evitarle. Questi sono veramente “i latitanti” ma vedere il nostro nome fra di questi ci stupisce ed inorgoglisce e credimi trovarci in cotanta “crema” è immeritato, però lo accettiamo volentieri perché ci dà il segno della tua amicizia e spero stima, come quella che noi due nutriamo per te.
Permettimi inoltre di ringraziare te e tutte le guide che hanno esaudito il nostro desiderio di non comparire con punteggi (come in controetichetta “umilmente chiedo” ) perché dà il segno che l’umano prevale sugli “affari”. Solo in America  hanno violato questo nostro desiderio, oserei dire naturale, perché è il paese ove conta solo il “Business is Business”. Grazie Teobaldo Cappellano”.

0 pensieri su “Teobaldo Cappellano: perché non partecipo ad Alba Wines Exhibition

  1. Non solo. Parole uniche. Purtroppo. Credo anche che il mercato che Cappellano rifiuta, con i suoi non-Valori, sia correo dei disastri in quel di Montalcino.

  2. mah, discorso per certi versi condivisibile. Poi le solite ovvieta’ sull’America che effettivamente suonano un po’ ideologiche.

  3. Ho ancora nelle orecchie le parole di quella proposta di disciplinare per il vino piemontese scritte da Cappellano, ora leggendo queste parole come non condividere ancora una volta tutto ?

  4. quante volte ho riflettuto su questo argomento e quante volte da giovane produttore ho cercato risposte.

    leggendo questa lettera di cappellano, che certo ha una storia importante alle spalle, qualche risposta inizio a trovarla.

  5. Permettetemi di uscire fuori dal coro di consensi verso quanto qui riportato.
    Premetto che non conosco personalmente Cappellano e che quindi quanto dirò ha una valenza generale e non vuole suonare come una critica personale nei confronti di un imprenditore che è libero di fare tutte le scelte che vuole.
    Detto questo devo dire anche che chi compra ed acquista il vino di Cappellano, che presumo lo venda facendolo pagare come tutti i produttori, diventa proprietario di quel vino, ed è legittimato a farne l’uso che vuole, anche criticarlo, giudicarlo, assegnargli punteggi e quant’altro. Quindi, mentre comprendo e trovo anche condivisibile non partecipare ad eventi di un genere che non si ritiene appropriato per la propria azienda, e nessuno potrà criticare Cappellano per questo, trovo poco comprensibile, o forse meglio dire leggermente venato di demagogia, l’indignata protesta per i critici americani che avrebbero osato violare il desiderio di non essere giudicati con punteggi. A mio modo di vedere gli americani in questo si comportano da par loro, credendo fermamente nel loro diritto di informare il consumatore su quanto si trova in vendita sul loro mercato ed esercitando il loro mestiere in perfetta terzietà. E’, o dovrebbe essere dovere di ogni critico, quello di fare gli interessi del proprio lettore e non quelli del produttore. Questo è ovviamente vero in tutti i casi in cui la vicinanza tra le figure del produttore e del critico assumono forme patologiche, e sono più spesso quelli in cui il produttore i punteggi del critico li vuole eccome (se alti). Ma a mio avviso questo è vero anche nel caso in questione, dove il produttore richiede sostanzialmente di non essere giudicato, o di essere giudicato con dei parametri da lui scelti. Liberissimi i produttori di non mandare i vini alle degustazioni e ai giornalisti, ma altrettanto liberi loro di informare i consumatori scegliendo, se lo ritengono opportuno, di acquistare una bottiglia e di scriverne come vogliono. Nei tanto spesso vituperati e sbeffeggiati USA vige un rispetto per il consumatore, colui il quale è bene ricordare paga dei soldi per un certo prodotto per quanto etico e irreprensibile sia il produttore, che mi piacerebbe trovare anche da noi italiani che siamo così tanto convinti di essere più civilizzati e più corretti. Questa è la mia opinione, spero con questo di non aver offeso nessuno, tantomeno Cappellano.

  6. Mi associo totalmente alle parole di Gianpaolo. Posso umanamente accogliere alcune delle argomentazioni esposte da Teobaldo Cappellano, tuttavia non dimentico come i suoi vini siano regolarmente importati qui in USA. Sputare su di un mercato che da’ di che vivere mi pare ingeneroso, a dire il meno. Non solo, la mia esperienza di importatore e distributore su New York mi insegna che il famigerato ‘gusto americano’ e’ tutto nella testa dei giornalisti italiani (o americani che risiedono in Italia… magari in qualche ridente borgo della provincia aretina…). La maggior parte dei buyers e dei collezionisti a New York e in altre citta’ principali della costa Est hanno il palato calibrato sui classici della viticoltura francese, tedesca, spagnola, austriaca e… anche italiana. E’ estremamente ingeneroso e scorretto caratterizzare il variegato mercato statunitense con lo spregiativo termine ‘gusto americano’ (se parliamo di midwest e stati del sud, d’accordo e’ un’altra cosa).
    Quanti giornalisti italiani parlano di ‘gusto americano’ e di ‘vini colorati e di fantasia per piacere agli americani’ senza essersi mai fatti un giro per le principali enoteche di Manhattan?
    Concedo volentieri al sig. Cappellano che il mondo del giornalismo del vino sia oggi uno show business autoreferenziale – in Italia e altrove -, in cui setacciare la serieta’ professionale dallo sbafismo diventa di giorno in giorno piu’ difficile. Ma d’altro lato pensare di ottenere il consenso del consumatore che ci interessa ‘per magia’ o a colpi di ‘odi profanum vulgo et arceo’, standosene chiusi nella propria cantina, mi pare irrealistico. Se il sig. Cappellano vende gia’ tutto cio’ che produce, be’ allora il discorso si chiude qui e tanto meglio per lui.

  7. condivido in pieno il pensiero di gianpaolo, il critico dovrebbe avere una funzione “sociale” se così vogliamo dire, ed esprimere il proprio parere libero da ogni forzatura e coinvolgimento con il produttore volto ad indicare le caratteristiche del prodotto ed io dico.. positive e negative!! perchè è altrettanto giusto riportare le impresioni negative avute da vini… che non rispecchiano affatto cio che dovrebbero invece essere!!

  8. Baldo non ha sputato proprio su niente, del resto non è sua abitudine: ha semplicemente (e “umilmente”, faccio notare) chiesto che i suoi vini non vengano giudicati sulla base di un sistema di punteggio quantomeno discutibile e ha fatto notare come solo alcuni americani non abbiano accolto questa sua richiesta. Che la sua sia una posizione anche ideologica è chiaro, ma stiamo parlando di un signore che non ha mai, mai nascosto le sue idee né il suo modo di pensare.

  9. Non credo si tratti di civiltá , né di correttezza. Credo invece che nel mondo (del vino) ci debba essere posto per tutti. Quella di Cappellano é una semplice richiesta, una cortesia che si puo´scegliere di esaudire o di non esaudire. La domanda di fondo rimane, in ogni caso, se si rispetta di piu´il consumatore evitando di presentargli un numero in centesimi o altra clasifica che ambiscono a riassumere un prodotto agricolo, che in numeri non puo´essere mai pienamente espresso, o se lo si tiene, il consumatore, in miglior considerazione invitandolo a farsi lui una sua idea del vino.

    Una scelta, quindi, ed anche una questione di carattere. Ma c’é dell’altro. Se é vero che chi acquista una bottiglia puo´poi darne i giudizi che vuole nelle forme che vuole, é altrettanto vero che chi produce
    venti-venticinquemila bottiglie, possa scegliere, anche se solo per mero calcolo economico, di non dare bottiglie gratis a sessioni di assaggio, guide, festival, manifestazioni e simili.

    Ma avanzo, a mio rischio e pericolo, anche un’altra ipotesi: che le guide servano solo per i consumatori superficiali ed alla promozione dei produttori medii e mediocri. E per questo , forse, é un bene tenersene lontani. Cerco di spiegarmi: anche prima della prima guida, il Catalogo Bolaffi di Veronelli buonanima, esisteva un’elite del vino. Chi si interessava abbastanza di un certo distretto vinicolo sapeva chi erano i produttori di serie A. Con qualche relativamente piccola variante, quell’ elite e´rimasta tale. Sono sí, aumentate le squadre, i giudicandi, ma c’é un affollamento, un intruppamento che poco ha a che fare con il mondo della produzione e molto di piu´con quello del commercio.

    Non voglio disconoscere il merito divulgativo che il fenomeno delle guide ha avuto. Voglio solo dire che oggi forse la loro funzione é superata e l’ immagine che danno di un produttore rischia di essere falsata
    da tanti elementi di giudizio e necessitá commerciali che poco hanno a che fare con il vino giudicato. I punteggi altissimi ricevuti da produttori di Brunello che Brunello non é, sono solo l’ultimo degli esempi. Senza contare le riviste cartacee e telematiche straniere, abbiamo solo in Italia, una decina circa di guide cui un produttore deve “rendere conto”. Una decina di “parrocchie” cui spedire campionature per poi attendere, trepidanti, il giudizio, quando va bene o addirittura i consigli enologici per migliorare il prodotto quando va male. Poi ci sono le fiere, quelle nazionali e quelle locali. Ho le mie riserve su quanto circostanziato possa essere il giudizio di un assaggiatore che si trovi alla sessantesima prova nella stessa giornata. Ma quand’anche fosse possibile: perché poi le valutazione vengono epresse in punteggi, classifiche e graduatorie varie ? Che senso ha che un Barolo merita novanta punti e l’altro novantuno ?
    Promosso ? rimandato a Settembre ? Vogliamo parlare del vinicidio commesso dalla stampa del ramo verso l’annata 2002 ?

    Non é quindi comprensibile, ed accettabile, che di fronte a questa eduardiana serie di continui giudizi ci sia qualcuno, come Cappellano, che preferisca dire che gli esami sono finiti ?

  10. …….rispondendo a Luca Mazzoleni……
    infatti a New York…..la riserva di chianti classico…..piu’ presente e credo a questo punto piu’ venduta…..e’ la riserva ducale oro di ruffino (Campione indiscusso di tipicita’ chiantigiana)…….e ho detto tutto riguardo al gusto americano……

  11. Riporto quanto Baldo Cappellano, di cui mi onoro di essere amico,scrive sulle sue etichette.
    Ognuno, poi, giudichi come meglio crede.

    A chi di “Guide s’interessa” :

    Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Cosi’ fece, ma non solo, ma sul libro “Italian Noble Wines” scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, e’ disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica.
    Non ho cambiato idea , interesso una ristretta fascia d’amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l’anno, credo nella libera informazione,positiva o negativa che essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi ed attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarieta’ contadina a chi, da madre Natura, non e’ stato premiato.
    E’ un sogno ? Permettetemelo.

    Teobaldo Cappellano

  12. Non so quanti di voi conoscano l’arte(io la conosco poco),ma a mio avviso,per giudicare le capacità di un artista che dipinge quadri,è necessario che il critico possieda una conoscenza e una cultura di assoluto rilievo,prima di giudicare il valore e lo stile delle ‘pennellate traverse’dell’artista.Io,con la mia flebile cultura artistica,mi limito a dire se l’opera mi piace o meno.Nulla più,perchè ho rispetto dell’impegno e della passione dell’artista.Oggi più che mai,siamo subissati da opinion leader che,nel modo del vino,hanno la stessa professionalità che può avere topolino davanti a cicciolina,parlando di sesso,ma gli stessi si sentono degli Dei in quanto consapevoli che il loro giudizio possa determinare,parzialmente o meno, il mercato delle aziende stesse.Gente che non ha mai visto la campagna,gente senza competenze tecniche che dispensa consigli,addirittura su come produrre il vino,ad inermi e spaventati produttori,accecati dal timore reverenziale del loro giudizio.Quanti giornalisti conoscete,che abbiano conoscenze tecniche sufficienti per poter valutare un vino in ogni suo aspetto,come loro stessi si permettono di fare,senza umiltà alcuna?Troppo pochi in ogni caso!Valutare chi valuta i vini.Questo sarebbe veramente utile.Complimenti a Ziliani,che dice sempre ciò che pensa senza timore alcuno,e che quantomeno,è pure enologo.

  13. Sono perplesso. Mi sembra che in un’epoca di comunicazione, più che di vin, quanto scritto da Cappellano sia applicabile a chi non ha più bisogno di comunicare per essere conosciuto. Quanti? Non sono molti quelli che possono fare questa scelta e non so fino a che punto sia utile nel tempo. Diverso il discorso delle guide, ma molti settori le guardano come riferimento. A mio avviso, Cappellano (e gli altri) potrebbero anzi essere di aiuto e non di danno alle aziende emergenti, facendo da traino con il loro nome e la loro autorevolezza per chi, magari, produce qualità da poco tempo.
    Marco

  14. Avendo passato un anno della mia vita a New York da amante di vino non dissento né dalle critiche di Teobaldo Cappellano (come ho detto “parole sante” e anche uniche) né da alcuni elementi della risposta di Luca Mazzoleni, che giustamente rivendica l’importante successo che i vini “classici” (e non sovraestratti) riscuotono negli States. Senza tema di essere smentito posso facilmente dire che a New York nell’arco di poche strade posso trovare una paletta di baroli che non riuscirei a trovare neanche nell’intera Torino.

    Purtroppo pero’ la maggior parte dei venditori di vino a New York (al contrario di cio’ accade che accade ancora per il momento e non so per quanto in Europa) affiggono sempre in bella vista i numeri PP e WS accanto alla maggior parte delle bottiglie (che sono infine quelle che si vendono meglio). Quindi il cattivo servizio di un certo (purtroppo maggioritario) giornalismo enologico americano merita tutte le critiche di Teobaldo, di Franco, mie e di tanti altri che si ritrovano su questo forum.

  15. caro Luca Mazzoleni,
    leggo che sei importatore e distributore… scusa se scrivo da qui se non ti scoccia avrei un paio di domande da farti sul funzionamenteo delle importazioni in USA!

  16. Grazie a tutti quelli, Franco per primo, che hanno giustificato la mia posizione “filosofica” che è sicuramente delineata e chi crede che io abbia posizioni preconcette verso l’America ( od altro paese ) sbaglia perché non la considero, come nessun Stato è, una nazione monolitica ma, soprattutto per gli Stati Uniti, un’insieme di culture che ha radici in tutto il mondo.
    E’ pur vero che fra le varie culture qui è nato ed impera “Business is business “ che a me fa rabbia quando questa filosofia, nel credo del mercato come unico regolatore dello sviluppo, nega il diritto al singolo che non vuole partecipare alla competizione.
    Di quì ho sbagliato a generalizzare, cosa contraria al mio essere, e mi scuso con gli amici americani.
    Reputo, inoltre, la democrazia americana come il frutto non di uomini “migliori” ma di un sistema bilanciato ove poteri forti hanno contrappesi forti. Uno di questi, forse il maggiore, è la libertà di stampa.
    Io non ho mai negato critiche, giudizi o quant’altro venga fatto sui miei vini, ma non ho mai capito il “TITOLISMO” di molti nostri mezzi di informazione, titoli che quasi mai corrispondono a quanto dal giornalista faticosamente scritto.
    Mal sopporto, quindi, chi dei giornali legge solo i titoli.
    La dimensione di questo problema è grande ed è verificabile nella televisione che fà almeno tre trasmissioni serali che si occupano solo di TITOLI e, per onor del vero, a latere una piccola analisi del contenuto che il più delle volte è mediata se non strumentale ( difatti i grandi giornali negano la possibilità di far apparire le loro pagine ).
    Da questo poi si arriva a quelle discussioni salottiere che, con critiche a volte taglienti come un rasoio, stroncano l’onesto lavoro di produttori “puliti” e, così facendo, trattano il tutto come se nel bello e nel buono esistesse l’assoluto.
    No signori l’arte ( cioè tutto quello che è opera artigianale ) è ciò che ci da piacere, è l’emozione che ognuno di noi può e deve avere come fatto personale. Più si ha la fortuna d’avere diverse interpretazioni meno si rischia d’essere “omologati” ( Franco Ziliani ed ancor prima Veronelli sono stati in questo maestri del “dissenso”).
    Quindi nulla sulla necessità della sintesi del titolo ma una forte critica ai poco avveduti lettori che da questo o dal numero di bicchieri, di stelle o quant’altro traggono lapidarie conclusioni.
    Questo è l’elemento per cui non voglio essere partecipe all’attribuzione di sintesi impossibili. Ben diverso è godere dei commenti fatti da attenti e capaci analisti che ci danno indicazioni, spiegazioni sulle sfilate di moda, sulle mostre d’arte, sulla poesia, sulla saggistica ecc.ecc..
    Vi è mai passato per di mente di vedere Armani premiato con tre “giacche”, Missoni, con due gonne, Modigliani con tre cornici e Rosai con una sola, Montale con tre poesie e Ungaretti solo con una ( era troppo sintetico ).
    Esistono prove analitiche precise per attribuire i carati ad un diamante, i carati all’oro, il tempo impiegato da un centometrista ma come fate a misurare il “PIACERE”. Potete dare una vostra motivata opinione e se siete bravi venite anche ascoltati ( era un piacere ascoltare Zevi parlare d’arte ), ma le sintesi ( i piemonetesi falsi e cortesi, i liguri sono tirchi ecc.ecc.. ) no per favore creano solo attriti, scontri, inimicizie, odio.
    Ricordate che l’estrema sintesi, fatta per pilotare gli stolti, ha portato al fatto razziale, con le conseguenze che abbiamo avuto.
    No mi rifiuto anche per quella piccolissima cosa che natura ci dona ma che ci aiuta a vivere Il VINO.
    Teobaldo Cappellano
    p.s. Al sig. Gianpaolo, non è sempre vero che chi acquista un bene ne diviene proprietario, esistono beni che non sono acquistabili, io compro una collina ed è mia, ma se la deturpo rovino il paesaggio che è di tutti. Esistono regole scritte o di buon senso che limitano il confine delle nostre libertà e le portano sino a non ledere, od offendere, quelle altrui.

  17. Quello che dici tu Carlo Merolli è pure vero “Che senso ha che un Barolo merita novanta punti e l’altro novantuno?”, ed è pure anche vero che le guide servono di più ai consumatori superficiali che non alla maggior parte dei frequentatori di questi blog. Ma bisogna anche domandarsi se i consumatori di vino superficiali siano una minoranza trascurabile di cui si può anche fare a meno di preoccuparsi. A mio avviso no, perché credo che la stragrande maggioranza delle persone trovino in fin dei conti utile una classifica che li guidi nell’acquisto di un prodotto che, sarà pur vitale e importante per tutti noi, ma che per la maggior parte di chi lo beve è semplicemente vino. L’importante, come in tutte le cose, sta nell’usare il cervello e solo uno sprovvisto di tale organo può credere che vi sia una differenza sostanziale tra un vino che prende 90 ed uno che prende 91 punti. In fin dei conti non siamo anche noi consumatori superficiali di un gran numero di prodotti, tranne forse il vino e pochi altri? Per questo siamo degli allocchi incapaci di comprendere che una guida è solo un aiuto, non la bibbia?

    Per ritornare all’oggetto del post, ovvero la lettera di Cappellano, ripensandoci bene c’e’ effettivamente del vero in quello che dice, e nulla di scriteriato nella sua richiesta di non essere giudicato, anche se io non la chiamerei cortesia come fa Carlo Merolli, perché questo automaticamente configura come scortese colui il quale non l’accolga. L’unico appunto che mi sento di poter fare è la critica al fatto che qualcuno in America abbia violato il desiderio (di solito però si violano le leggi e non i desideri, anche le parole hanno il loro peso) di non essere giudicato perché è il paese dove conta solo il business. Ecco, qui mi dissocio dai non pochi produttori di vino i quali ritengono di essere tutto, tranne dei business men, o meglio in italiano, dei commercianti. Solo chi non vende il proprio prodotto non fa business, chi lo commercializza facendosi pagare un prezzo rientra sempre e comunque nel business, il quale si sa, ha le sue regole. E se una regola è quella che il cliente ha il diritto ad essere rispettato ed informato, allora è giusto che esista chi lo fa. Se poi chi lo fa, il critico di vino, sia informato o meno, onesto o meno, competente o meno, simpatico o meno, starà al suo pubblico giudicarlo e decretarne o meno il successo. Anche se a me non piace, e allora vuol dire che basterà ignorare il suo giudizio.

  18. Per Michele,
    concordo sul fatto che la Riserva Ducale sia il chianti riserva piu’ venduto a new york.
    puo’ pero’ dirmi qual e’ il chianti riserva piu’ venduto a Firenze? Oppure in quelli che lei ritiene i mercati piu’ evoluti. Non conosco i dati esatti , pero’ scommetterei che i piu’ venduti sono Antinori, Fonterutoli ecc.. Direi che piu’ o meno siamo li’ con New york

  19. Io dividerei il problema “critiche” ai vini in due:

    -da un lato articoli, chede o commenti realizzati da degustatori/giornalisti per guide o riviste (anche online)

    -dall’altro il parere di consumatori che, anche grazie alle nuove tecnologie e, perchè no, alla funzione di social network di internet, condividono opinioni con altri appassionati

    Nel primo caso, l’azienda ha tutto il diritto di chiedere di essere esclusa da classifiche e rating. Nel secondo caso mi sembra non solo inutile ma anche controproduttivo. Fa un po’ parte del gioco essere giudicato da chi spende i soldi (in enoteca, al ristorante o allo scaffale di un supermercato) per acquistare un prodotto, soprattutto un prodotto sempre più “leisure” come il vino, con i suoi connotati emozionali. Ed è comprensibile che il consumatore, soprattutto se soddisfatto o, al contrario, insoddisfatto, ne parli con la cerchia dei suoi contatti o, perlomeno, con quelli cui in qualche modo l’argomento vino interessa.

    E’ la base del tanto cercato passaparola, il più potente strumento di marketing. Che se non esistesse, cantine come Cappellano o tutte quelle che non fanno pubblicità o non godono di punteggi, non venderebbero! A meno di non essere in grado di intercettare frotte di visitatori e vendere loro direttamente in cantina…

    Saluti
    Pierpaolo

  20. Non mi trovo d’accordo con te Pierpaolo, l’azienda non ha diritto di essere esclusa dalla critica, a meno che la critica non sia di tipo ingiurioso e in malafede, ma qui andiamo sul legale. E non si vede perché il blogger dilettante potrebbe farlo mentre il professionista no. Una volta che uno ha comprato un prodotto ne può fare l’uso e la critica che vuole, altrimenti si rischia una deriva illiberale dell’informazione.

    Ma tutto questo, nel mondo dell’informazione globale di oggi, non rischia di essere una discussione superata? Fa più rumore colui che si nega, che cento critiche ingiuste ad un vino. A meno che questo in fin dei conti non sia proprio il risultato cercato.

  21. Vabbe’ ormai la discussione ha preso una piega tipo ‘perche’ la fame del mondo’, con dentro di tutto e di piu’. Vorrei restare all’ambito ‘vino’. Ci sono diversi produttori italiani, non solo Cappellano, che preferiscono non mandare campioni alle guide e non avere i loro vini recensiti da alcun giornalista. Scelta assolutamente legittima e rispettabile (mi spingo fino a dire assolutamente ragionevole e condivisibile… relativamente ad alcuni giornalisti e ad alcune testate…).
    Chi legge Porthos sa che io in persona mi sono preso la briga di intervistare un professore di Estetica della Statale per decostruire il castello di carte della valutazione numerica del vino, portando in una rivista di enogastronomia Husserl, Kant e Gide. Altri tempi altre storie. Chissenefrega in fondo, se un giornalista vuole giocare con i numeri non e’ reato e non muore nessuno.
    Aspetto ben diverso e’ la distribuzione, il rapporto produttore importatore. E qui non posso non ricordare come ci siano aziende che dichiaratamente e ideologicamente non sono interessate ad esportare sul mercato USA (potrei citarne una famosa nel Chianti Classico) e quindi NON esportano nessuna bottiglia a NYc o in altri stati.
    Questa e’ una constatazione.

    p.s. / ringrazio NC per la risposta al signore che domandava ironicamente quale fosse il CC piu’ venduto in USA. Assi’ perche’ quel produttore di CC fa fortune solo in USA? in Italia o Europa no? ma che c’entra???

    Luca Mazzoleni

  22. vorrei chiedere al signor Michele che la sa tanto lunga sul mercato americano e di cosa bevano o non bevano gli Americani in tema di vino italiano… se ha mai visitato enoteche americane come Astor Wine & Spirits, Chambers Street Wines, Columbus Circle Wine & Spirits, Vino Enoteca, Italian Wine Merchants, Rare Wine & Co., Crush Wine & Co., Chelsea Wine Vault, Wine Country, Wine Library, Varmax, e mi fermo qui per non annoiare.
    chissa’ se il signor Michele ha mai mai preso in mano la carta vini di ristoranti americani come Aurora, Il Buco, Alto, Del Posto, Babbo, Sistina, San Pietro, Manducati’s, Aquarello, Alto, 11 Madison Av., Falai, Veritas, Centovini, Valentino… e la lista potrebbe continuare per altri cento nomi di top restaurants a stelle e strisce dove primeggiano gli autoctoni italiani sui varietali internazionali e dove ci sono collezioni storiche di grandi classici della viticoltura patria che tanti stellati Michelin italiani si sognano di notte.

    poi ne riparliamo.

  23. per Luca,

    come dicevo sopra credo che nessuno (ed io per primo che ho bazzicato nelle enoteche e nei ristoranti che citi, ma comunque stiamo parlando di New York, città proprio atipica negli states, perchè la situazione è ben diversa se ti muovi in altre città americane) neghi che il consumo in America di vini italiani comprende anche e in ottimo numero vini importanti e tradizionali.

    Quello che pero’ è difficile negare è che in generale e con poche eccezioni il “parkerismo/spectatorismo” è un male li’ talmente radicato (le cene dove ciascuno porta una “100 punti” per esempio) che l’affissione di informazioni sulle bottiglie è normalmente limitata al loro punteggio parker (potrebbe invece anche toccare alla natura del produttore, come fa il vino etc…, come si trova in molte eccezionali librerie di NY)

    Ecco, contro questo tipo di degenerazione vale la pena di spendere qualche parola, in favore di un tipo di informazione sul vino che riporti le cose in direzione di un’informazione sulle (e sottolineo le, non la) qualità del prodotto, che non si riassumono solo ad un mero punteggio basato sul gusto soggettivo (e già sappiamo cosa prediligono PP e WS).

    Organizzando degustazioni in Belgio di vino italiano mi rendo conto dell’interesse che c’è per avere informazioni su come viene fatto un certo vino, oltre al commento olfattivo/gustativo.

    Enoteche come sono certe librerie più attente (certo non stile “fnac”), questo sarebbe uno sviluppo interessante che porterebbe la gente non a bere di più (forse anche un po’ meno), ma a bere meglio, spendendo di più e conoscendo soprattutto di più.

  24. caro luca mazzoleni……
    intendevo dire anzi ironizzavo (ma pensavo fosse chiaro)….sul gusto americano tanto da lei difeso.., ovviamente visto che lei ci campa con gli americani…..volevo inoltre chiederle se l’omino americano che vive al borro invece di stroncare i vini di soldera o di montevertine… avesse stroncato i vini che lei…. rappresenta adesso sarebbe di tutta altra visione…poi giocare a fare la lista dei ristoranti……bravo gli sa tutti x forza….e’ un venditore di vino…e’ chiaro che critichi……. tebaldo lei sta difendendo il suo orticello…..

    e poi non ha risposto alla mia ironica domanda….e’ vero o no che la riserva ducale oro e’ la riserva + venduta a NY….contando poi….e’ di dominio pubblico in chianti…. che tal riserva proviene per la maggior parte da vino acquistato dai vari cecchi sorelli coli…..e mi fermo….qui….sappiamo ultimamente cosa e’ successo…..

    poi ne riparliamo a quattr’occhi……

  25. A quattr’occhi quando vuole signor Michele, il mio nome e cognome lei il sa gia’, saro’ di rientro in Italia a luglio prossimo. Il suo cognome invece, signor Michele?

    In questo suo ultimo messaggio lei mette assieme un’accozzaglia di cose che meritano analisi separata (sorvolo per carita’ d’iddio sulla pateticamente italica accusa di ‘conflitto di interesse’, e qui davvero il mondo anglosassone ha qualcosa da insegnarci! e proprio per comportarmi da ‘anglosassone’ ho subito dichiarato la mia ‘posizione nel sistema’).

    Allora andiamo per ordine, signor Michele:

    1 – cito: “e poi non ha risposto alla mia ironica domanda….e’ vero o no che la riserva ducale oro e’ la riserva + venduta a NY…”
    Qual e’ la fonte statistica da cui lei ha tratto questo dato? Se anche cosi’ fosse, cosa trova lei di cosi’ scandaloso in questa circostanza? In terzo luogo, qual e’ il Chianti Classico piu’ venduto in Italia? Parliamo di fonti e di rilevazioni di mercato, non buttiamo la’ affermazioni senza dati.

    2 – cito da Michele “volevo inoltre chiederle se l’omino americano che vive al borro invece di stroncare i vini di soldera o di montevertine… avesse stroncato i vini che lei…. rappresenta adesso sarebbe di tutta altra visione…”
    E a me che me ne frega dell’omino che vive al Borro e dei suoi gusti? La maggior parte dei vini che seleziono e importo non hanno proprio il becco di un punteggio, che si a Parker, WS o Gambero Rosso, e tuttavia si vendono alla grande, a maggior riprova che in USA esiste un mercato indipendente (le fa fastidio saperlo?), e che come dicono qui ‘the juice talks’ (e’ il vino che parla da se’).

    3 – cito: “poi giocare a fare la lista dei ristoranti……bravo gli sa tutti x forza….e’ un venditore di vino…”
    L’intelligenza pacata procede per esempi ed esperimenti, l’indottrinamento ideologico per assunti assoluti. Le ho fatto una bella lista di ristoranti che contraddicono i suoi pregiudizi (e mica tutti comprano i miei vini!!!). Lei che e’ stato molte volte a New York o San Francisco, mi puo’ fare una lista di ristoranti che mettono in carta solo Supertuscan fasulli o Cabernet delle Langhe con vicino il punteggio del critico? Grazie attendo.

    4 – cito: “e’ chiaro che critichi……. tebaldo lei sta difendendo il suo orticello…..”
    Che pena, questa non vale nemmeno una risposta, pura provocazione di bassa lega.

    p.s. / riguardo alle accuse mosse contro la Ruffino e i suoi prodotti, sarebbe interessante sentire cosa ne pensa l’azienda.

    Luca Mazzoleni

  26. Luca, Michele é un eccellente piccolo produttore chiantigiano, i cui vini sono certo ti piacerebbero se avessi modo di provarli.. Come sono certo che, al di là di questo scambio un po’ polemico e con qualche eccesso, se vi conosceste scoprireste di avere molti punti in comune

  27. Grazie per la precisazione Franco. Interessante sapere che anche Michele e’ un ‘addetto ai lavori’ e quindi non proprio un osservatore distaccato della questione ‘guide si / guide no’ oppure ‘esportare in USA si / esportare in USA no’. Magari esporta gia’ in USA oppure ha esportato in passato e non ha funzionato? :)))) Oh si fa per sdrammatizzare…

  28. E comunque se proprio dovessi citare un mercato internazionale totalmente ‘imbalsamato’ riguardo al vino italiano, dove il condizionamento del ‘rating’ e’ presente in maniera pesante lungo tutta la filiera… be’ citerei piuttosto l’Inghilterra. Sembrano rimaste agli anni Novanta le selezioni da Oddbins, Justerini & Brooks o Berry Bros & Rudd. Poi esisteranno le eccezioni virtuose anche nella perfida Albione…

  29. Luca Mazzoleni, è proprio l’Inghilterra il paese più sorprendente a questo riguardo. Non guardare solo Odd Bins e compagnia, ti assicuro che ci sono dei movimenti in atto che veramente sono impressionanti sia per la qualità che riescono a proporre, sia per la assoluta indipendenza dalla stampa, nazionale e internazionale.
    E’ un mercato che seguo molto e nel quale ho lavorato abbastanza, camminando per ristoranti con la borsetta con i vini dentro, come tu sai è costume in certi paesi fare. Ti assicuro che sono stato accolto, io piccolo produttore semisconosciuto, in dei veri e propri templi della ristorazione londinese, locali dove avrei qualche difficoltà ad andare a cena, in guanti bianchi, spesso da giovanissimi e competenti sommeliers (quasi tutti francesi…) con una apertura mentale assoluta e assolutamente indipendenti dalla critica. Abbiamo parlato, abbiamo assaggiato ed in alcuni casi abbiamo venduto. Nel modo più naturale, e che penso piacerebbe anche a Cappellano.
    Tanto per finire ti racconto una cosa che mi ha fatto enormemente impressione, in senso positivo. Ero in una enoteca con uno dei rappresentanti del mio distributore in UK, un giovane sommelier romano con una notevole esperienza di lavoro a Londra. Ad un mio commento su una bottiglia di un famoso brunello superpremiato da una famosa rivista USA (servono altri dettagli?), lui, operatore del settore e grande conoscitore di vini italiani, mi fa con grande naturalezza – “ah, non lo sapevo. Sai, non leggiamo mai quella rivista.”
    Per me l’Inghilterra è invece uno sei posti dove se il tuo “juice talks”, ma no hai stampa, hai la maggiore probabilità di aver successo, proprio perché non c’e’ assolutamente pregiudizio, almeno dove c’e’ gente che lavora seriamente (e purtroppo spesso non sono ristoranti italiani, ma non importa).
    Per il sig. Cappellano: si parlava di aquistare una bottiglia di vino, non una collina. Ammetterà che si tratta di due cose ben diverse. Senza polemica.

  30. ed infine: se non vogliamo che i nostri vini vengano in qualche modo recensiti…. perchè siamo qui tutti a leggere e scrivere sul blog di Ziliani?
    Con tutto il rispetto per Teobaldo e per tuti i produttori che la pensano davvero come lui, comprendendo assolutamente ciò che nel suo profondo lo allontana da stupide e pilotate critiche benevole o malevole, alla fine TUTTI abbiamo bisogno di chi possa amare i nostri vini. E di chi continui a parlarne positivamente, per passa parola, tramite blog o carta stampata, perchè così funziona. E così il consumatore può avere delle indicazioni per conoscere e forse capire.
    Poi, ad ognuno la sua strada, le scelte della bibbia a cui ispirarsi fanno parte del proprio bagaglio di consapevolezza.
    Ma ripeto, se siamo tutti qui a leggere e scrivere è perchè in qualcuno crediamo e qualcuno stimiamo… e da quel qualcuno (Franco) aspettiamo ogni giorno “la parola”.

  31. Gianpaolo, sono d’accordo con te, ho battuto anche io le strade di Londra con la borsetta piena di wine-samples qualche anno fa, quando lavoravo come export-manager per un bravo produttore biologico siciliano. E’ vero esistono cospicue eccezioni in UK cosi’ come in USA, e Londra e’ un world-apart tanto quanto New York. Oddbins e’ cambiata da quando la proprieta’ e’ divenuta francese. E’ l’atteggiamento generale verso il vino italiano che mi da’ un po’ fastidio in UK, forse piu’ da parte dei giornalisti che dei consumatori veri e propri. Ma magari mi sbaglio e si tratta di impressioni datate. Ricordo pero’ ottime cene e ottime carte dei vini da Latium, Quirinale e River Cafe!

  32. In America le major del cinema sono anni che studiano tutti i modelli di pubblicità. Non sono mai riuscite a codificare i successi di sala di film come Full Monty ( in Italia Pane e tulipani ) che hanno avuto, attraverso il passa parola, un successo strepitoso di pubblico.
    Qui sopra si scrive che, dato che vendo il nostro vino, anch’io faccio “marketing”. Se così fosse anche mio trisavolo, mio nonno, mio padre ed ora mio figlio hanno fatto o fanno “Bossiness”?
    Ero convinto che questo termine fosse solo utilizzato per le operazioni pianificate e non alla tentata cessione dei prodotti della propria azienda, come già si faceva anche quando esisteva il baratto.
    Tengo a precisare, perché forse qualcuno non ha inteso, che mai e poi mai mi sono permesso di dire che non accetto critiche. A mio avviso il solo limite insuperabile è un dogma “non nominare il nome di Dio invano”, tutto il resto è “criticabile”.
    Il mio solo “umile” desiderio è di non venir classificato con “punteggi” per la ragione che già sopra scrivo, cioè la loro sinteticità e quindi non chiarezza. Difatti questi possono causare, nei meno preparati, scarsa conoscenza della ragione della critica.
    Visto che la nostra azienda ha una dimensione aziendale ridicola ( produciamo solo 20.000 bott. ), visto che abbiamo 138 anni di storia, chiediamo solo “umilmente” d’essere lasciati fuori.
    E’ pur vero che con questo, molto facilmente, rinunciamo ad una grande fonte di “pubblicità” gratuita. Pur tuttavia siamo disposti a rinunciarvi per non tradire la nostra voglia di vivere secondo criteri oggi dai più ritenuti vetusti.
    Chiarisco che non ho mai espresso alcun giudizio negativo sulle guide.
    Cerco, perché così mi hanno formato, di fare onestamente il mio mestiere e sono quindi portato a non mettere mai in dubbio l’integrità degli altri soprattutto di chi lavora per guadagnarsi, giustamente, la giornata al nostro pari.
    Inoltre mi è facile e doveroso qui dichiarare che dopo 40 anni di carriera vitivinicola nessun giornalista di nessuna “Guida” ha mai richiesto nulla alla nostra azienda. Uniche eccezioni una caso di consulenza rifiutata ( per ragioni di credo aziendale ) e l’abbonamento a qualche rivista. Quindi non posso certo essere io a scagliare la prima pietra.
    Teobaldo Cappellano

  33. che Dio e Bacco proteggano i Cappellano! Averne di vignaioli con questa tenace, convinta, umile deontologia professionale, che dico, animati da questa etica del lavoro, da questa moralità…

  34. Ho letto e riletto e continuero’ a rileggere una ben precisa frase di Teobaldo Cappellano tra tutte quelle che ha scritto: “In buona sostanza non interessa a me ed a mio figlio Augusto sapere se siamo meglio o peggio di Beppe Rinaldi, o Maria Teresa Mascarello, siamo troppo amici, così come tantissimi altri produttori, per sentirmi in colpa se prendiamo il massimo dei voti o far sentire lui in imbarazzo se il suo Barolo è giudicato migliore del nostro”. Qui c’e’ il vino della mia infanzia, dei miei zii, dei miei nonni, della mia bisnonna, il vino del cuore, quello che vorrei per i miei figli e i miei nipoti. Non aggiungo altro se non un sincero grazie a chi continua a farlo.

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