Appello in difesa dell’identità del vino italiano

C’è poco da aggiungere, se non invitare a leggere, condividere, sottoscrivere e aiutare a diffondere questo sacrosanto Appello “in difesa dell’identità del vino italiano” che alcuni amici, voglio citare solo i primi, Marco Arturi e Sandro Sangiorgi, e poi Teobaldo Cappellano e Angiolino Maule, hanno ideato e pensato di proporre, anche tramite questo sito Internet (vedi qui) dove è possibile fornire, on line, la propria adesione, all’attenzione di tutti gli appassionati del vino.
E di tutti quei produttori di buona volontà, onesti, che non si sono arresi alle “logiche” del business e dell’omologazione (quelle condannate dallo splendido libro di Alice Feiring The Battle for Wine and Love or How I saved the world from Parkerizationlink), che non si sono conformati ai diktat del cosiddetto “mercato” (come se proprio loro non contribuissero a determinarlo, con i loro comportamenti, con le loro scelte) e non si sono piegati all’idea di fare vini che non piacciono loro, che non li rappresentano, ma che compiacciono, invece, quelli che contano, stampa specializzata italiana e internazionale e guide, e che determinerebbero (ma lo fanno ancora?) gli orientamenti all’acquisto del consumatore.
La vicenda di Montalcino, dei Brunello non conformi, da cui questo appello ha preso lo spunto, ha parlato chiaro e ha indicato come sia veramente in atto un’offensiva spregiudicata, volgare, becera, mercantilista (che in filigrana porta idealmente il volto di un personaggio che non nomino, ma che potrete facilmente individuare e la cui opera ho più volte definito nefasta per le sorti e gli interessi del vino italiano), contro l’identità, la storia, la tradizione, la tipicità dei vini italiani.
Come siamo abituati a conoscerli, come hanno imparato ad apprezzarli tanti appassionati, meno sprovveduti e dai gusti meno elementari di quel che si pensi o faccia comodo descriverli, sparsi in giro per il mondo. Firmare questo
Appello in difesa dell’identità del vino italiano, (vedere istruzioni sulla home page del sito dedicato, oppure aderire direttamente qui, da quest’altra pagina Web) diffonderlo, aiutare a prendere consapevolezza che questa, in difesa dell’identità del vino italiano, è una battaglia di civiltà, di cultura, di storia, di difesa delle radici, delle nostre tradizioni, della nostra storia, chi siamo, dove veniamo, cosa hanno e per cosa hanno lottato quelli che sono venuti prima di noi, di fondamentale importanza, è doveroso per tutti quelli che hanno a cuore le sorti, la vitalità, la possibilità di avere un futuro dei nostri vini, grandi, piccoli, ma soprattutto diversi, diversi tra loro, diversi dai soliti vini che affollano il panorama grigio, prevedibile, piatto, della produzione vinicola internazionale.
Firmate questo appello, per fermare i barbari ed i “
i teorici dell’omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo” e dire, con orgoglio, a voce alta, con determinazione e forza, che No pasaran!
f.z.

Appello in difesa dell’identità del vino italiano

“Le vicende riguardanti i casi di presunta violazione del disciplinare del Brunello di Montalcino hanno fornito lo spunto per l’ennesimo attacco nei confronti della tipicità e della storia dei vini italiani. A sferrare l’offensiva sono stati i teorici dell’omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo, di quella malintesa modernità che vorrebbe qualsiasi prodotto enologico conforme ai canoni della richiesta di mercato. Ma chi sono queste persone?
Su Porthos 28, nel pezzo “Il mostruoso equivoco”, si parla di un vero e proprio establishment, formato da consulenti, cantine industriali ma anche produttori medi e piccoli, critici e opinion leader.
A unirli è la convinzione che il vino sia frutto di un protocollo applicabile ovunque, non a caso molti di loro sono i migliori clienti delle industrie chimiche e biotecnologiche.
Approfittando di un momento di enorme confusione mediatica, questi signori ci spiegano che il problema non è chi froda – agendo al di fuori delle leggi e ingannando il consumatore – bensì l’intero sistema di regole condivise.
Parlano di obsolescenza dei disciplinari di produzione, sostengono l’inevitabilità del ricorso ai vitigni “migliorativi” al fine di rendere i vini italiani più competitivi, pretendono di utilizzare le denominazioni più prestigiose senza dover rispettare la storia, le tradizioni e il lavoro che hanno contribuito a generarne il mito.
Si esprimono quasi sempre senza contraddittorio e trovano ampia cassa di risonanza in diversi organi di stampa a diffusione nazionale; le loro dichiarazioni assumono così la valenza di prescrizioni inderogabili per la salute dell’intero comparto enologico.
Per chi, come noi, considera il vino un bene culturale e un nutrimento dello spirito, tutto questo è inaccettabile. I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l’identità e l’integrità dei vini italiani.
Negli ultimi quarant’anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio.
Sì è assistito a un’invasione di vitigni alloctoni con l’obiettivo di “migliorare” le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro.
L’establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell’attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione.
Per restituire credibilità ai disciplinari e recuperare lo spirito che li ha generati, si dovrebbe condurre una campagna restrittiva, aggiornando e migliorando le regole e i controlli per adeguarli ai nuovi sistemi che l’establishment usa per aggirarli.
In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità.
Le ultime leggi hanno autorizzato i consorzi di tutela, formati dalle stesse aziende, delle verifiche sulla corrispondenza tra i vini e i rispettivi disciplinari ma la situazione non è migliorata, visto che in Italia la produzione non ha ancora assunto la maturità per procedere a un serio autocontrollo. Il vino è lavoro, socialità, commercio.
La globalizzazione rappresenta un’opportunità quando permette di conoscere e confrontare prodotti che sono espressioni di territori e culture differenti; è invece un pericolo quando impone l’appiattimento della varietà, lo svilimento della territorialità, la sostituzione del lavoro e della capacità contadina con la manipolazione industriale e con l’alchimismo. Per questo noi, che produciamo, raccontiamo, commerciamo, studiamo, amiamo il vino italiano, ribadiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di snaturamento delle denominazioni, sia attraverso l’impiego di vitigni alloctoni sia attraverso pratiche che abbiano la finalità di fare del nostro vino qualcosa di differente da sé.
La forza del vino italiano risiede nella complessità e nella varietà che rappresentano risorse da valorizzare, anziché sacrificarle in nome delle presunte esigenze del gusto globalizzato.
Ci proponiamo dunque di dedicare d’ora innanzi un impegno ancora maggiore – che già si sta concretizzando grazie all’amore con cui molti dei firmatari di questo appello organizzano manifestazioni, convegni, stage, corsi e degustazioni – nel preparare campagne di sensibilizzazione e di informazione in difesa dell’identità del nostro vino, certi che sia l’unica strada percorribile per tutelarlo e continuare a farlo amare nel mondo.

Testo a cura di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi

Primi firmatari:
Sandro Sangiorgi e Porthos
Teobaldo Cappellano e Vini Veri
Angiolino Maule e Vin Natur
Luca Gargano Velier Triple A
Stefano Bellotti Renaissance Italia
Francesco Paolo Valentini produttore
Maria Teresa Mascarello produttore
Corrado Dottori produttore
Luigi Anania produttore
Carlo Noro agricolture biodinamico
Franco Ziliani giornalista Vino al Vino
Roberto Giuliani LaViNIum
Marco Arturi giornalista
Andrea Scanzi giornalista e scrittore
Paolo Massobrio e Club di Papillon
Sergio Rossi enotecaro
Remigio Bordini agronomo
Michele Lorenzetti enologo
Maurizio Castelli enologo

0 pensieri su “Appello in difesa dell’identità del vino italiano

  1. Ebbene non è mia intenzione fare il primo della classe, ma devo ricordare che è fin dal 1998 che io affermo a voce e per iscritto tutto quanto oggi finalmente grazie a Ziliani, Sangiorgi e quanti altri hanno sollevato il velo, si legge nella petizione. Alla fine del mandato di Riccardo Margheriti alla presidenza dell’Ente Vini con la nomina del funzionario di partito Tattarini, cominciarono i guai. La nomina di Giulio Somma alla direzione dell’Ente e i suoi metodi privi di retroterra culturale ed economico, se non la ristrutturazione di una lobby trasversale; la nomina di Gancia al posto di Zonin all’UIV, che ne ha dirottato gli intenti democratici fino a quel momento fedelmente perseguiti, tutte cose che puntualmente ho segnalato attraverso articoli e interventi, che in termini di attività professionale giustamente retribuita mi sono costati cari. Le responsabilità dei non nominati da Ziliani anche sono state oggetto di miei precisi commenti sui giornali di settore. Fino alle querele per aver diffuso ironicamente notizie corrispondenti al sentimento generale dei protagonisti del comparto. Insomma, non posso che essere felice di non esser più solo.
    Grazie a tutti i firmatari Guelfo Magrini

  2. Gran bella e notevole iniziativa, ragion per cui non ho esitato a firmare subito anch’io, sia pure da semplice appassionato del mondo del vino, specie di quello “vero”, e non da addetto ai lavori, enologo o “wine-writer” che sia.
    Vorrei, se mi si permette, aggiungere una piccola considerazione: non posso che apprezzare questa come altre iniziative volte a tutelare e preservare l’identità del vino italiano, specie quello più rappresentativo nel mondo. Condivido l’inutilità di cedere alle tentazioni del mercato globale con l’omologazione di qualsiasi vino al presunto “gusto internazionale” (altra invenzione del mercato…).
    Ripeto, non sono un esperto ma un semplice appassionato, e mi chiedo perché, allora, oltre alla salvaguardia dei nostri vini e dei vitigni autoctoni, non si cerca di limitare al minimo indispensabile la chimica in cantina?
    Oggi leggo che è pratica comune e diffusa l’utilizzo di: MCR, lieviti selezionati, gomma arabica, mannoproteine, tannini, concentratori sottovuoto, macchine per l’osmosi inversa, …e l’elenco potrebbe continuare ancora.
    Poi vado sui siti di molti produttori, noti e meno noti, e le schede dei vini riportano sempre la medesima gradazione alcolica ogni anno (gli altri valori in genere non sono quasi mai riportati, come acidità totale, volatile, ecc.).
    Da circa quindici anni mi diletto ad acquistare le uve nella mia zona, bianche e rosse, e farmi un po’ di vino in casa, per il piacere di vivere l’emozionante esperienza della vinificazione. L’unico prodotto che utilizzo nel processo di vinificazione è il metabisolfito di potassio e, quando occorre e se consigliato dall’enologo, una piccola aggiunta di acido tartarico successivamente. Ogni anno le uve raccolte hanno caratteristiche diverse, a seconda dell’andamento climatico della stagione.
    Uve rosse della medesima vigna, nel 2006 hanno prodotto un vino con 11,5°, e nel 2007 di 13,5°.
    Ovviamente non avevo a disposizione locali a temperatura controllata, o attrezzature come la “spinning cone column” (ma che roba è?…). D’altronde, nessuno pretende che le aziende rimangano ai tempi della pietra, oggi il mercato, anche il meno sofisticato, non gradirebbe molto vini fatti come duecento anni fa. Però, se ancora vale la filosofia della virtù che sta nel mezzo, allora potremmo ancora accettare vini sicuramente più VERI, e non farci anestetizzare il gusto con liquidi dai colori, odori e sapori omologati.
    Buona giornata a tutti!

  3. Solo per chiarezza: il nostro appello non è una petizione (anche se il sito al quale ci appoggiamo per raccogliere le firme parla di “petizione”)né aspira in alcun modo a diventarlo. Non ha alcuna pretesa di “istituzionalità” e non è stato elaborato per essere sottoposto al giudizio di nessun ente. Si tratta di una carta di intenti attraverso la quale i soggetti coinvolti si impegnano pubblicamente a intensificare ulteriormente le proprie attività in difesa della tipicità e dell’integrità dei nostri vini e del loro valore sociale e culturale. Al tempo stesso è evidente il messaggio contenuto nel documento e rivolto ai signori dell’establishment, ai “teorici dell’omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo”, che brutalizzando e semplificando si potrebbe riassumere così: “Cari signori, guardate che noi ci siamo e non siamo pochi o divisi come potrebbe sembrare. Soprattutto non abbiamo alcuna intenzione di lasciarvi fare ciò che più vi aggrada del nostro vino in funzione di quelle logiche “enoliberiste” che non condividiamo e che consideriamo pericolose”. E’ ovvio che un numero elevato di adesioni conferirebbe forza e autorevolezza a questo appello: dunque invito tutti coloro che si riconoscono nel suo contenuto a firmare a sostegno. Però vorrei fosse chiaro che questa iniziativa non è stata pensata o elaborata per rimanere sulla carta. E vorrei fare notare come questo appello veda per la prima volta riunite tutte assieme le istanze e le realtà principali di quella che potremmo definire la “parte resistente” dell’enologia italiana. Ognuna di queste realtà continuerà a camminare con le proprie gambe e ad agire secondo la propria soggettività, ma l’appello chiarisce una volta per tutte che le idee di fondo sono le stesse e che, quando si tratta di difendere quel patrimonio della nostra cultura e della nostra economia rappresentato dal vino, ci sono la volontà e la capacità di agire insieme.

  4. Ho appena firmato (esattamente come l’Inter ha appena vinto il terzo scudetto di fila e si prepara a vincere la prossima coppa dei campioni) e attendo la mail di conferma, ma ho gia’ letto che a quest’ora siamo gia’ in 136, speriamo una bella compagnia stiamo diventando un reggimento e speriamo di diventare presto una divisione e quanto prima un corpo d’armata. Franco, fatti calare in fretta la pancetta perché risulterai più fotogenico davanti alle telecamere quando ti intervisteranno per questa benemerita (come l’Inter) iniziativa …
    N.B. risposta di Franco: l’iniziativa non é mia é innanzitutto di Marco Arturi e di Porthos. Io mi sono limitato a fungere da cassa di risonanza, come altri stanno facendo

  5. Incredibile…!
    E’ proprio vero che negli Stati Uniti esistono dei mondi agli antipodi: nella patria della finzione e dell’apparenza, per fortuna ci sono anche le voci “fuori dal coro”.
    Fa piacere leggere qualche buona notizia la mattina.

  6. Scusami, amico Franco, ma mi e’ appena arrivata questa notizia e te la passo immediatamente anche in privato.

    da Sandro Sangiorgi
    c/o Porthos Edizioni
    porthos@porthos.it
    http://www.porthos.it
    … Mario, voglio dirti una cosa che aspettavi da tempo: gambero rosso e slow food sono stati condannati a pagare le spese legali del processo, il loro ricorso è stato rigettato completamente. ora vedremo le motivazioni, per capire su cosa si è mosso il giudice, ma già così è una notizia veramente importante. Tra poche ore metterò sul sito una miniatura dedicata a questo evento, appena l’ho fatto, se vuoi e puoi, ti chiederei di diffondere la notizia il più possibile, così da ricevere in cambio quel risarcimento morale che merito. I loro soldi non mi interessano. ti abbraccio forte
    sandro

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