Barbaresco o Cornas? Cronaca di una (fuggevole) tentazione

Lo sanno tutti, anche i bambini (che non bevono e giustamente si occupano di altro) che il vino della mia vita, il mio vino del cuore, quello che porterei su un isola deserta se dovessi scegliere, l’ultimo che berrò, prima di salutare tutti e andare altrove, è il Barolo. In seconda battuta, quando è davvero grande, il Barbaresco.
Sono un nebbiolo-dipendente confesso, non pentito e felice di esserlo e solo qualche grande vino base Sangiovese, Brunello di Montalcino ça va sans dire, ma di quelli veri, oppure un super Pinot noir, oppure un Riesling tedesco piuttosto invecchiato, possono darmi le stesse emozioni, suscitare lo stesso tipo di eno-libido che desta in me un grande vino base Nebbiolo.
Qualche brivido, passeggero, qualche grande soddisfazione, me la possono dare anche altri vini, soprattutto grandi Champagne, oppure degli Chardonnay che sappiano essere racconto del loro terroir più che limitarsi ad essere semplici varietal wines, oppure dei bianchi spagnoli base Albariño, ma è sempre il Nebbiolo, da qualsiasi luogo provenga (con netta preferenza per la Langa albese e per la Valtellina), quello che mi accende una speciale lampadina.
Eppure recentemente, e mi trovavo ad Alba, nel corso di una piacevolissima occasione conviviale al Piazza Duomo, regno dell’estroso chef Enrico Crippa, in una cena, dedicata ad una rivisitazione di piatti della tradizione locale a base di carne cruda, peperone di Carmagnola, giardiniera, vitello tonnato e agnello sambucano tra gli altri, interpretati alla grande alla maniera di Crippa, la mia fede nebbiolesca ha, fuggevolmente, vacillato.
“Colpa” di un grandissimo vino che penso costituisca una delle più fedeli e grandi quintessenze dell’altra grande uva che, ogni tanto, mi procura delle “sbandate” niente male, ovvero il Syrah.
Ricordo come fosse oggi una trionfante bottiglia, annata 1985, del più grande (o uno dei più grandi in assoluto) Shiraz australiani, il Penfolds Grange, un vino che amo molto e che considero insieme all’Old Block di St. Hallett e ai vini di Henschke, Hill of Grace e Mount Edelstone, il più grande Shiraz from Down under, che abbia mai bevuto.
Ma quando si parla della Syrah, che in francese è la Syrah e non il Syrah, si pensa ovviamente alla Côte du Rhône, con nomi quali Côte-Rôtie, Hermitage, Tain l’Hermitage e Cornas.
Ed è appunto un Cornas, e che Cornas signori, anche se ancora giovane, trattandosi di una giovane, scalpitante, promettentissima, ma già super godibile annata 2004, che arrivato sulla nostra tavola per decisione dell’amico carissimo Giacolino Gillardi, che dei fratelli Bruno e Marcello Ceretto e dei loro figli è il collaboratore più stretto e curatore del progetto Terroirs, ha rischiato di farmi perdere la trebisonda, di indurmi ad un insano “tradimento” nei confronti dell’amatissimo Nebbiolo.
Un vino enorme il Cornas del mitico Domaine Clape leader assoluto della parte più settentrionale della Côte du Rhône, un vino che nasce da una selezione delle vigne più vecchie affinato in vecchie botti da 700 litri che ormai non cedono più tannini aggiuntivi e fastidiose note legnose e fungono da contenitore ideale.
Un vino giocato su una fruttuosità sinuosa, avvolgente, sensuale, eppure anche se materico, ricco, stratiforme, quasi eccessivo, e tale da mettere d’accordo nelle sue valutazioni personaggi sostanzialmente diversi come Robert Parker e Stephen Tanzer, un vino elegantissimo e stregante, con il suo rubino molto intenso e profondo, grasso il giusto nel bicchiere, il suo naso super succoso, fittissimo, inebriante, tale da abbinare la polpeggiante polposità, come direbbe l’immaginifico, del frutto, succoso, vibrante, croccante, con una preziosa intrigante serie di sfumature che dal selvatico, al gamy direbbero gli inglesi, alla viola, alla menta, al pepe nero, al cuoio, all’eucalipto, alle spezie orientali conduce alla strada della mineralità come essenza.
Dolcissima, plastica quasi, la consistenza del frutto in bocca, con una struttura tannica importante e splendidamente sostenuta ma senza spigoli e di grana fine, lunghissima la persistenza e la masticabilità, ma un vino, che mi piacerebbe riprovare tra una decina d’anni, tutt’altro che ad una sola dimensione, ma articolato, con un finale dove sul frutto ad emergere era la componente terrosa-minerale.
Vino da sballo, un 90-60-90 da perderci la testa e fuggire idealmente via con lui. Tentazione fuggevole, ma fortissima, ma a ricondurmi alla ragione, sulla retta via di casa – e della Nebbiolo dipendenza – arrivò finalmente al nostro tavolo, inizialmente discreto, bisognoso di tempo per venire fuori allo scoperto, scontroso e circospetto, un po’ sonnolento dopo vent’anni di riposo in bottiglia, un Barbaresco Faset, cru posto nel cuore dei vigneti di Barbaresco, affacciato sulla vallata del Rio Sordo, per anni vinificato dai fratelli Ceretto.
Colpito dal mio autentico coup de foudre per il Cornas, dal mio progettare un pellegrinaggio-visita da Clape, che conto davvero di fare presto, fu proprio Federico Ceretto che quella sera, la vigilia dell’avvio di Alba Wines, faceva da padrone di casa e anfitrione insieme alla sorella Roberta, a decidere di mettere alla prova un proprio Barbaresco e per di più di un’annata che tanti di noi abbiamo trascurato, chiusa com’era tra due super annate come 1989 e 1990.
Quanto diversa la musica con questo vino, dove il frutto, per forza di cose, per la natura dell’uva e per l’età non era più (ma non lo era mai stata) la componente dominante, e dove era naturalmente la terra, con tutte le trasformazioni e le differenziazioni aromatiche e le note terziarie a dominare.
Colore rubino granato ancora vivo, e subito un grande naso inconfondibilmente “nebbioloso”, profumato di cuoio, liquirizia, funghi secchi, humus, spezie ed in evoluzione accenni catramosi, di canfora, di tartufo a scandire il ritmo, a far capire che erano la terra, i misteri e le profondità del sottosuolo, dei terroir di Barbaresco a marchiare il vino.
Diversa anche la bocca, senza le “curve” e le rotondità da pin up del Cornas, con un tannino ben sostenuto ma non aggressivo, un nerbo lungo, verticale, “elettrico”, scattante, una persistenza lunga e piena di “sale”.
Lentamente ma progressivamente, passata la “sbornia”, la “sbandata” per il Cornas, ritrovai la ragione, la strada di casa, la consapevolezza del mio amore profondo, invincibile, inossidabile, posso dirlo? eterno per il Nebbiolo.
Un amore misterioso, che non si può e non si deve spiegare, perché lo si avverte dal profondo, perché, come diceva Pascal, “le coeur a ses raisons que la Raison ne connaît pas”, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce affatto, e che ritrovo, in musica, in una delle mie canzoni preferite dei Coldplay, Fix you, il cui testo recita: “Lights will guide you yome, and ignite your bones, and I will try to fix you”…
Una musica interiore, un ritmo, una misura, la vibrazione e l’emozione del grande amore che dura una vita…

0 pensieri su “Barbaresco o Cornas? Cronaca di una (fuggevole) tentazione

  1. Io ti darò la risposta, caro Franco perchè è scritta in un famoso “bolero” spagnolo, “Cómo se puede querer a dos mujeres a la vez y no andar loco”. Una donna (cioè un vino) è l’amore della vita (i vini fatti con la nebbiolo), ti offre sicurezza, un paesaggio conosciuto, di famiglia…L’altra donna (questo Cornas indimenticabile, anche grazie alla tua descrizione!), ti offre la passione del momento, il pazzesco dell’istante quando si apre la bottiglia e si scopre un amore istantaneo, brillante, sfugge, sì, succede solo ogni tanto (come con un grande riesling, sì!), ma succede! Non si puo rinunciare ne all’uno ne all’altro, non in questa vita!!!
    Joan

  2. Salve,
    sono molto belle le descrizioni che fa dei vini ma se mettesse anche i prezzi indicativi ci sarebbe molto di aiuto. Grazie Valentina

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