Caso Montalcino? Anche i giornalisti hanno le loro colpe…

Una possibile risposta, una tra le tante, a come sia potuto accadere quello che è successo a Montalcino? Bene, come ho già fatto altre volte, io chiamerei in causa, sul banco degli imputati, la stragrande maggioranza dei miei colleghi, i giornalisti del vino, gli esperti che degustano e poi riferiscono ai lettori i risultati delle loro degustazioni su giornali e guide, gli addetti ai lavori che spesso, in questi anni, hanno orientato il mercato, influenzato i consumatori, indicato quali fossero i modelli da seguire e da imitare.
Mi riesce difficile, anzi impossibile credere che di fronte a certi vini, che in etichetta portavano spudoratamente la dizione “Brunello di Montalcino”, ma che con il Brunello c’entravano come i cavoli a merenda, e dove si capiva lontano un miglio, bastava versare i vini nel bicchiere, manco annusarli e berli, semplicemente osservarne i colori improbabili, non siano stati sfiorati dal sospetto che in quei vini a fare compagnia al canonico Sangiovese ci fossero anche altre uve.
Non riesco a credere che non abbiano pensato, come ho fatto io e altri hanno fatto, che fossero clamorosamente “taroccati”, in barba al disciplinare di produzione, al buonsenso, alla decenza, alla consapevolezza che una denominazione d’origine è un patrimonio comune e tu, singola azienda, non puoi “interpretarla” come vuoi e modellarla in base ai tuoi comodi, al tuo interesse di bottega.
Bene, questi comunicatori del vino, perché hanno famiglia, perché i loro giornali sopravvivono anche grazie alla pubblicità che le grandi aziende, anche quelle che hanno proposto quei “Brunello”, concedono loro con magnanimità, perché non volevano grane, perché non hanno, come si suol dire, gli attributi, perché di fronte a certi nomi è meglio tacere o magari, chissà, perché a loro quei vini piacevano di più o li sentivano più consoni al loro gusto (e con che faccia si presentano però come “esperti” di Sangiovese e di Brunello?), hanno taciuto.
Sono venuti meno al loro dovere di alzare la manina e di dire che qualcosa non andava, hanno fatto dell’informazione non dalla parte del lettore pagante, ma nell’interesse di quelle aziende, dell’establishment, di quello spirito di “cupola”, che impone un’oggettiva sinergia d’interessi tra loro ed i produttori più spregiudicati, potenti e mediatici.
Una vera e propria “Trahison des clercs”, come si direbbe citando il libro di un celeberrimo libro di Julien Benda, un abdicare a quel ruolo di stimolo, di critica, di denuncia delle cose che non vanno che un intellettuale, e quindi un giornalista che scrive e si occupa di vino, dovrebbe sentire “cucito” sulla propria pelle e al quale per nulla al mondo dovrebbe rinunciare.
Un atteggiamento, quello di larga parte dei giornalisti del vino italiani, che mi sembra un uomo e un giornalista di assoluta indipendenza come Massimo Fini abbia splendidamente descritto, applicandolo agli intellettuali italiani in genere, in questo bell’articolo pubblicato questa mattina su Il Giornale (proprietà della famiglia Berlusconi, oh yes, ma intanto libero di pubblicare articoli del genere), che raccomando alla vostra attenzione. L’intellettuale, il giornalista (del vino, delle pagine culturali, dello spettacolo, il cronista politico)? Sempre il solito maledetto conformista, impegnato a non “disturbare il manovratore”, a non toccare gli interessi di chi conta, di chi ha potere, danaro, influenza, ed è meglio tenere buono, perché non si sa mai…

0 pensieri su “Caso Montalcino? Anche i giornalisti hanno le loro colpe…

  1. D’accordissimo su tutta la linea, ma secondo me dovremmo finirla di considere i giornalisti degli “intelletuali”, o almeno la buona parte di essi. Non so se purtroppo o per fortuna, i giornalisti sono dei lavoratori…e come tali non possiamo dare per scontato che tutti abbiano la voglia di sporcarsi le mani e rischiare lo stipendio a fine mese. Anche l’indipendenza, purtroppo, può essere un lusso.

  2. Seguo da diversi anni, per passione, per lavoro e anche perchè mi piace leggere, una buona parte della stampa che si occupa del tema vino.
    Quindi Franco, direi nulla di nuovo. Le prese di posizione, l’ossequioso inchino dei vari giornalisti… forse l’unica nota stonata da inquadrare e discuterne il perchè è “il momento” Perchè proprio in prossimità di un evento importante, perchè davanti a questa vetrina della produzione italiana? Questi scandali ad orologeria chi e cosa hanno dietro????

  3. Secondo me anche i produttori “onesti” che però vedevano le cisterne andare e venire ed erano a conoscenza di pratiche illegali hanno le loro colpe. La colpa di fare finta di nulla, di non chiedere spiegazioni al Consorzio.
    Non era difficile immaginare che prima o poi il fango avrebbe investito tutta la denominazione.
    10, 100, 1000 delatori sarebbero serviti!

  4. Riuscire a capire chi moralmente è responsabile dei vini “non conformi” del Brunello sarebbe come decidere se sia da anteporre la gallina o l’uovo o viceversa. Le cose si sono evolute nel tempo con un escalation continua, iniziata verso l’izio degli anni novanta con la consapevolezza che tanto la composizione varietale non è dimostrabile.Quando poi le Commissioni DOCgarantita hanno approvato i vini, a dichiarare a posteriori che i vini non sono conformi si potrebbe rischiare una querela, tanto più rischioso quanto l’importanza del “pulpito”.Ma vi immaginate cosa sarebbe successo se Parker avesse dichiarato che i Brunelli non erano conformi ?

  5. Come in una partita di calcio i giocatori della squadra, i dirigenti, l’allenatore (come tutti i produttori di vino, giornalisti, operai, enologi, ecc.: una squadra) devono essere uniti e compatti per disputare e vincere le gare internazionali. Le squadre avversarie, Francia, Spagna, Portogallo, Argentina, Sud Africa, ecc., non devono avere vantaggi dalla litigiosità della squadra italiana. Anche i giornalisti devono incoraggiare tutto questo mondo diVino Italiano.
    Notoriamente noi italiani enfatizziamo qualsiasi problema, ma proprio nel momento delle difficoltà troviamo spesso la forza di emergere e superare in qualità le altre nazioni.
    Così mi auguro che tutto il dibattito in corso in difesa dell’identità del vino italiano si risolva in una vittoria di tutto il vino “made in Italy”.
    E, naturalmente, un augurio alla nazionale stasera contro la Francia.

  6. Anche se nel mondo del vino sono una pulce, e quindi la mia opinione vale meno di nulla, mi sento chiamata in causa come giornalista, che da anni scrive di cibo.
    Secondo me vi sono due ordini di problemi.
    Il primo è che, a parte qualche rara eccezione (leggi blog) la libertà di stampa è un mito. Soprattutto se devi pagare il mutuo. Meglio allora, per alcuni, lavorare “al soldo” di chi ha interesse a promozionare qualcosa, pagando profumatamente la stampa specializzata, farli passare per redazionali, incassare (perchè no, magari in nero) e finito il cinema.
    Il secondo è che per fare il nostro mestiere senza farsi condizionare e avere il coraggio di scrivere davvero cosa si pensa ci vogliono i co****ni.
    Merce rara, ultimamente…

    Laura Rangoni

  7. Buonasera.
    Io non ho mai visto un giornalista fare vino. Nel nostro caso, molti coltivatori di viti si sono fatti influenzare con il mito del mercato americano, affidando a consulenti tecnici e commerciali la “costruzione” di prodotti ad hoc. Quegli stessi consulenti tecnici, guarda caso, sono poi i membri delle commissioni della Camera di Commercio e, pensa strano, si approvavano i loro bei capolavori. A quel punto i giornalisti scrivono. Spesso non liberamente, è vero Laura, altre volte perchè quei prodotti davvero piacciono loro.
    Cmq, signor Cianferoni, ognuno fa e deve fare il proprio lavoro secondo la sua coscienza: che i calciatori giochino bene o male lo stabiliscono gli avversari, battendoli. La stampa fa il suo lavoro di vedere, raccontare e commentare: le novelle lasciamole ai fratelli Grimm.
    Buona serata.

  8. Caro Franco,
    questo parlare di massimi sistemi un po’ mi stupisce. Il nocciolo lo ha colto Cristiano: tutti ci eravamo più o meno accorti da tempo, per evidenza organolettica (e alcuni lo avevano anche apertamente scritto), che certi Brunello “sapevano” di Merlot o di altro. Ma una cosa è affermare, da critico, che un vino “sa di” Merlot e un’altra affermare che “è fatto con” il Merlot. Con quale autorevolezza, buon senso e anche coscienza professionale potrei, di fronte a un prodotto la cui qualità legale (cioè la coerenza al disciplinare e alle leggi vigenti) è certificata da un consorzio e da fior di commissioni di assaggio, asserire che il prodotto stesso è truffaldino, senza incorrere nelle (giuste) ire del produttore e nelle sue querele? Da giornalista, sono casomai tenuto a contestare la qualità sostanziale di quel vino e cioè a scrivere il vero: ovvero che quello non è un buon vino. Ma non posso calunniare nessuno senza avere le prove di quello che affermo, accusandolo di allungare il Sangiovese con altro vino. Nessuno, finora, aveva le prove provate del taroccamento e quindi nessuno poteva affermarlo. Non si tratta di attributi, ma di professionalità. La stessa professionalità che è mancata ai cantori del Brunello “moderno” e vellutato che tanto piace oltre Oceano.
    Ma sono, ripeto, due questioni diverse.
    Una cosa è la propaganda acritica che una parte della stampa italiana ha fatto a certi vini, un’altra è la responsabilità di non aver denunciato le irregolarità. La prima è una responsabilità professionale, dovuta al non fare bene il proprio lavoro di giornalista, la seconda è una responsabilità di tipo civile che coinvolge non solo i giornalisti (e solo i giornalisti che) fossero a conoscenza dei “tagli”, ma tutti i cittadini (produttori omertosi compresi, come tu giustamente sottolinei) che “sapevano” ma hanno taciuto.
    Ciao,

    Stefano

  9. Hai ragione Laura,ci vogliono proprio quelli! In un certo senso ci sono,ma non come intendi tu. Ce ne sono tanti. Il problema è che molti,troppi “giornafenomeni”, hanno capito il trucchetto di come fare a spillare qualche euro qua e la,a piccole aziende o consorzi poco affermati. Il giochino è questo:
    1)vengo in cantina da te (produttore poco affermato)a degustare i tuoi vini.
    2)ti racconto qualcosa tipo criomacerazione e resa per ettaro,ottimali secondo me,per rendere ‘migliori’ i tuoi vini,e per farti capire che un paio di cose sul vino,le so anch’io.
    3)ti offro la mia consulenza per far si che la tua azienda possa affermarsi con maggior risonanza sulla stampa di settore.
    4)ti faccio capire,senza palesarlo,che la stampa di settore,in questo caso e nella tua zona,la gestisco io.
    5)ti dimostro che,avendo seguito i miei consigli(non importa se poi il produttore non li segue,ma è importante far credere al nuovo “consulente” di aver seguito alla lettera le sue idee.tanto non se ne accorgono),hai avuto le due banane sulla guida del ‘bongo goloso’,che potrebbero diventare tre,(ma li il loro potere non può arrivare,loro arrivano al massimo a colorartene due di un altro tono)se mi continuerai a seguire,naturalmente.
    6)se invece,sei un produttore importante e potente,i tuoi vini(di fronte a te),saranno sempre ottimi. A te non chiederò ne ori,ne gioielli,ma solo la tua considerazione,in maniera da accrescere la mia immagine e la mia bravura,agli occhi di chi ancora non mi considera,o mi considera un cretino.
    7)il tuo successo è ormai legato a me e tu ti sei fregato con le tue mani,in quanto hai contato su una persona,il cui interesse non è il tuo vino(anche perchè oggi te lo giudicherà bene,se il mercato vorrà una tipologia di vino così,domani,quando il mercato vorrà altro,ti consiglierà di cambiare tutto se vorrai ancora vendere).
    8)anche se tu produci solo 25000 bottiglie,io ti consiglierò sempre di fare il vino che richiede il mercato,non il vino che ti permetta di crearti un’identità che surclassi le mode e le banali ideologie del momento.Perchè se questo avvenisse,io non ti servirei più a nulla.

    Ho sicuramente dimenticato qualche passaggio.Scusate sono di fretta…
    Vediamo se qualcuno di loro intende farsi vivo.

  10. Donni,
    hai colto alla perfezione il senso del mio discorso.
    Un grande giornalista un giorno mi disse (avevo 20 anni): “Tu sai scrivere, cambia mestiere, non fare la giornalista. Noi siamo tutte put***e”.
    In effetti gli diedi retta. E per questo motivo, pur stando nell’ambiente, pur dicendo ogni tanto la mia, non ho un megasuv, nè la villa con piscina, non ricevo cassette di vini lussuosi in regalo per Natale e se vado a mangiare in un ristorante pago il conto (così come compero le bottiglie che degustano, anzi sbevazzano, i miei rozzi collaboratori…).
    Quello che succede a certi eno-gastro-giornalisti prezzolati è evidente. E spesso sono gli stessi che sputano poi nel piatto nel quale hanno mangiato.
    Basta vedere la polemica che stanno sollevando certi signori in certi blog/forum a proposito del rifiuto di Gualtiero Marchesi delle stelle Michelin…
    Poi, altra cosa, sarò una rompiscatole, ma detesto gli arroganti, ma questa è un’altra storia.

    Laura Rangoni

  11. Si,molto divertente caro ag,fuochino…ma il fuoco lo tocca Franco.
    Laura,mi creda,sono l’ultima persona a voler fare di tutta l’erba un fascio. Credo che esistano ottime persone,bravi giornalisti e ‘sani’ degustatori. Io frequento loro,perchè sono persone piacevoli,con le quali è bello potersi confrontare e raccontare,non perché possano servirmi.Ci si accorge di loro perchè non si danno arie da fenomeni,sono umili e sanno ascoltare,prima di sentenziare. Poi ci sono gli sbruffoni,quelli che camminano con una mano in tasca,avvolti da un abito gessato in acrilico,con il mento alto,convinti che se esiste il vino,almeno il 50% del merito,sia loro. Quelli che in degustazione,non ti beccano un vino che ‘passa’in legno,da uno volutamente ossidato. Oppure tappo o non tappo,messi alla prova.Che pensano che tu,gli abbia fatto assaggiare il tuo vino,per avere il loro “”santo giudizio.Gente montata,senza scampo alcuno. E’ a questi che non si deve dare potere,perché se non fallirete come azienda sarà solo per fortuna e grandi sforzi,ma fallirete di certo come uomini,incapaci di mettere la vostra passione nelle vostre bottiglie,per far si che le stesse siano uniche come lo siete voi!Non come le vuole il mercato modaiolo,che vi ricordo,non dura più di uno sputo.Amo l’identità e la passione.Odio chi se ne approfitta e con loro non sono arrogante,ma intollerante e cattivo.

  12. @ ag., col mio intervento ho voluto sdrammatizzare ma non nascondere i problemi del mondo vino. Lavoro sodo in vigna, in cantina e a fare sempre più burocrazia, che mai mi sarei sognato di fare 30 anni fa; burocrazia che spesso è inutile e ripetitiva e che sta annientando molti piccoli onestissimi coltivatori , ma ogni tanto un pò di leggerezza, ironia e buon senso comune, ci vuole. Il marcio è dappertutto. In fondo tutti noi, e i giornalisti in qualche modo, discutiamo (spero!)per il bene di questo prodotto, che amiamo.

  13. Buongiorno.
    Caro Paolo, sul ruolo e le competenze della stampa mi sembra stessimo dicendo le stesse cose. Sulla burocrazia, io la considero la “morte” dei capaci e non aggiungo altro.
    Caro Donni, mi dispiace aver sbagliato ma, sa, quella è la stima personale e professionale che ho di certe persone e di quella in particolare.
    A dopo, buona giornata.

  14. Io conosco un giornalista che fa il vino:
    Monty Waltin, che ha realizzato nel sud della Francia un carignan in purezza con metodo biodinamico (il “Monty’s”).
    Ne conosco anche di italiani ma questi fanno il vino per se e non pubblicizzano queste imprese (forse perché il loro vino non è mercantile).

  15. Donni, insopportabile amico, il carteggio dovrebbe essere una riflessione sul caso Brunello, non l’ennesima invettiva contro “l’uomo nuovo” del nord-est a cui fa riferimento Franco Ziliani.
    Da viticoltore e vignaiolo, pur piccolo ma sufficientemente disincantato e realista, proprio non me la sento di attaccare chi ha “tradito” il disciplinare per ottenere più ampi consensi attorno al proprio vino.
    Tantomeno posso immaginare un mondo popolato da esseri umani che vivano di sola passione cristallina, senza “cedimenti” alla convenienza, ciechi di fronte alle richieste di chi acquista o alle tendenze di chi racconta.
    La viticoltura esce dalla sua natura prettamente agricola -guadagnando l’attenzione di mondi del tutto estranei alla cultura rurale- proprio grazie alla fascinazione che il vino e le parole che lo raccontano sanno esprimere ed è quindi irragionevole credere che il comparto produttivo possa disinteressarsi dei media che ne rafforzano la potenza evocativa.
    Non sono l’unico a pensare che il vino sia buono per metà a causa della sua qualità intrinseca e per metà a causa di quanto e come ci abbiano raccontato la sua bontà.
    Quindi, se io solo -produttore di un vitigno autoctono terribilmente tradizionale ed insopportabilmente desueto- adoro il mio vino e non trovo nessuno che lo apprezzi e nessuno che scelga di raccontarlo, a chi lo vendo?
    Chiedo una sovvenzione allo stato perchè io possa continuare a difendere il patrimonio culturale e storico della mia terra?
    O scendo a compromessi e, pur senza abbandonare il mio mondo ma provando a “modernizzarlo”, vado incontro ad gusto un po’ più comprensibile, forse lontano da quello d’origine della mia terra, ma pur sempre diverso da quello di una terra che non è come la mia?
    Questo mi consentirà di sopravvivere – o di vivere alla grande, se qualcuno crede- e di perpetrare il racconto di un mondo che altrimenti si sarebbe perso definitivamente.
    Che poi il racconto parli di un gusto che nella realtà appaia un po’ diluito, è un prezzo che ritengo sia accettabile pagare

  16. Pasini, accettando di scendere a compromessi, come dice lei, e modernizzando i vini non solo si fa perdere loro l’anima e l’identità, ma si fa inevitabilmente in modo che questi vini, conformandosi, e diventando simili ad altri, diventino molto meno interessanti e appealing, commercialmente parlando. Meditate produttori, anche voi gardesani pensando a cosa sta accadendo al Bardolino e anche ai Valpolicella, meditate…

  17. Paolo amico mio,sopportabilissimo,non inveisco contro un solo uomo,ma contro una categoria che si sputtana e che sputtana un mondo,(al quale,tu sai bene, quanto io tenga),per colpe attribuibili ai soliti fenomeni. Non c’è solo lui,e il mio attacco non è rivolto solo ad una persona.Penso che,se con tutti gli sforzi,le speranze,gli investimenti e l’impegno che metti nel mondo del vino non riesci a ritagliarti il successo che pensi di meritare…Pensa.Tu sei la tua azienda,tu devi trovare la soluzione,non abbassare le braghe di fronte a chi ha solo un minimo di potere mediatico,perchè ti racconta chissà quali fantasticherie e quanti “successi” ha raccolto qua e la. Credo che i media siano importantissimi, ma ti ricordo che loro esistono perchè esiste la viticoltura,perchè esistono le aziende,il lavoro contadino,la passione di chi produce e di chi ha fatto di questo mondo una scelta di vita.NON IL CONTRARIO.
    Se le parole fascinose che vengono profuse per parlare di un prodotto,non sono sostenute dal prodotto stesso,sono balle che lasciano il tempo che trovano,fino a prova contraria.Se il tuo vitigno desueto,cominciasse ad avere massa critica sufficiente per imporsi con successo in un mercato,anche piccolo,stai pur certo che molti di questi media,correrebbero a scrivere recensioni.Questo se da parte di chi lo produce(consorzio o azienda che sia)esista la consapevolezza che non si possa produrre ovunque Barolo,e che esista l’umiltà di aver realizzato un vino assolutamente unico,in grado di raccontare un territorio,la sua gente e una cultura contadina,che sarà solo di quella gente e di quella terra.Non una terra che produce un discreto,o ottimo vino,per farne mercato.E poi vedremo che mercato,visto che spesso,per il mercato,si prende a calci la storia,la cultura e la passione anche di chi ama il proprio lavoro(vedi le vittime di Montalcino).E’ come se ci costruissimo una donna bellissima ma priva di fascino,sensualità e di quella carica erotica che a me piace da morire e mi entusiasma.Ci esco una sera e poi non mi vede più. Se i media dovessero decretare che le donne belle,sono solo quelle i cui seni superano la quinta misura, magari con abbondanti rifacimenti di chirurgia estetica?? Le altre che fanno? Diventano uomini?

  18. Signor Ziliani, non parlo di modernizzazioni che radano al suolo un buon vino che già esiste per costruirne uno privo di legame col territorio, uguale a tanti altri, tantomeno -Donni- parlo di costruire una donna con la chirurgia estetica.
    Non condanno però la tradizione secolare che suggerisce alle donne di truccarsi, per assomigliare a quelle che i più definiscono belle, o per sottolineare quelle peculiari caratteristiche che loro pensano le possano esaltare, così come non disdegno il tentativo di chi cerca, con la sperimentazione e con la tecnica (lecita) di cui è in possesso, di esaltare o modificare la caratteristiche del proprio vino, per renderlo più attraente, o per farlo più aderente al suo gusto personale o al gusto del mondo a cui lo vuole far apprezzare.
    In tutta sincerità, mi trovo a raccontare il mio paradosso, davvero del tutto personale, fatto di un vino -quello che faccio io- che mi piace, proprio per le sue caratteristiche “somatiche”, ma che con fatica trova riscontro nell’apprezzamento del pubblico.
    Ci sta poi, come Donni suggerisce, che chi non sa fare ciò che fa prima o poi cambi mestiere, con buona pace della tradizione familiare…

  19. Che palle…Paolo,si,se non sai fare,cambia lavoro.Ma tu,sai fare.Negli ultimi cinque anni,la tua azienda ha operato con grande impegno e dedizione(e con grandi sforzi economici)per produrre al meglio,ciò che la tua terra possa offrire.Potrai chiamare il tuo vino Barolo,se sarai a barolo,o Brunello,se sarai a Montalcino,o “Valsticavoli” se sarai a “Valsticavoli”,ma non potrai mai mutare le caratteristiche che la tua terra,può dare alla tua uva.Se un territorio produce frutti unici,credo si debbano valorizzare.Se un territorio non crede in ciò che la sua terra offre,perchè non ha il coraggio,o perchè non crede…si!A quel punto facciamo ‘uva sotto spirito’ e goldoni.Credere in qualcosa di discutibile,ma unico,crea un’identità non replicabile.Non vino di territorio,o vino di vitigno.’Sta cosa funzionava dieci anni fa,oggi fa ridere i polli!Ti ricordo poi,che le donne che piacciono anche a te,sono quelle senza trucco.Per quanto riguarda il vino,ti ricordo che la tecnica deve esaltare le caratteristiche di un pezzo di terra e non “appiattirle”.Produci ciò che piace a te,prima di tutto,altrimenti come vuoi che ti credano gli altri??Amo le contraddizioni,e nel tuo ultimo commento ne diventi il Re.Assaggia ciò che producevi 8 anni fa,e ciò che stai sudando ora.Accetto da parte tua solo questo:’non c’è paragone’.Bene,quello è il frutto del tuo impegno e non di chi professa cazzate senza averne la cultura,il palato(abbiamo assaggiato insieme un vino giudicato dal “fenomeno” strepitoso e mi pare che anche tu fossi dalla mia,gridando allo scandalo) e la professionalità per farlo,o che lo fa solo per interesse puramente personale.Servono persone così per premiare gli sforzi di chi si fa il culo?Servono ai poveri di spirito e alle persone che non credono in quello che stanno facendo!Io ti porto i dati concreti di quello che “la mia filosofia” ha portato a chi lavora in questo modo.Portami il dato concreto della convenienza che posso avere facendo il contrario.Basta parole.Voglio concretezza.Io te la garantisco,perchè ci metto la faccia,anche se le cose dovessero andare male,senza guadagnarci nulla.Altri,la faccia non possono metterla perchè se la sono già ‘fumata’ in cavolate,tipo ‘sono un fenomeno,però mi sei simpatico e ti faccio lo sconto sulla stesura delle mie idee’.Ti vendo merda per oro,però pagami al più presto!Dai da bravo…

  20. Visto che nessuna donna risponde, metto lo zampino.
    Donni ha ragione: un vino (come una donna) deve essere intrinsecamente bello/buono. Però c’è un però. Io sono sicuramente più sexy di Ziliani, ma sono meno conosciuta, quindi valgo meno. E far notare che esistono vini buoni di piccoli produttori onesti è il nostro mestiere. E qui torniamo alla questione deontologica…

    Pasini ha ragione dal canto suo: un vino può essere buono ma non se lo considera nessuno perchè i media non ne fanno un mito, e allora tanto vale piegarsi alle leggi del mercato (della serie: tengo famiglia e devo pure campare).
    In mezzo in questo caso non ci sta la virtù, ma l’onestà. Ci sono vini “in” e strapagati che sono emerite puttanate. e vini sinceri, buoni, fatti bene, che costano meno di 10 euro la bottiglia. Credo, Pasini, che chi compera la maggior parte del vino in commercio non sia il magnate che butta via un pacco di soldi in una bottiglia, bensì la “Sciùra Maria”, che fa l’arrosto e vuole bere bene, senza fare un mutuo. è per lei, e per i milioni di persone come lei che un vignaiolo serio lavora. O così credo dovrebbe essere…

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