De Montalcino: caro Arrigoni, scandaloso è parlare di “scandalo che non c’era”!

Domenica mattina ero lì che dopo una visita, doverosa, su a Castel del Monte in compagnia di Carlo Macchi e di Nicola Campanile, deus ex machina di Radici stavo per andare a pranzo, a Canosa di Puglia, alla Locanda Di Nunno (dove peraltro avrei gustato un’eccellente, delicata cucina a base di pesce) quando mi ha raggiunto una telefonata da Montalcino.
Un’amica carissima mi intimava di leggere, se non l’avevo già fatto, il Corriere della Sera, dove a pagina 20, con due articoli firmati rispettivamente da Mauro Remondino e da Francesco Arrigoni, si dichiarava chiusa la vicenda Brunello, con la caduta del “veto degli americani”.
Il tempo di cercare, erano le 13 inoltrate, un’edicola ancora aperta e poi scorrere gli articoli per inca…volarmi di brutto. Pazienza che il simpatico, elegante Remondino, corrierista diciamo per meriti familiari, brillante e piacevolissimo compagno a tavola, soprattutto perché ama accompagnarsi sempre a belle donne, si confermasse il superficiale Remondino di sempre definendo il Brunello “noto cru allevato sulle colline di Montalcino” (cru de che?), e affermando, senza esitazioni che “senza gli americani e senza Wine Spectator, quindicinale per gli appassionati del vino, il Brunello non avrebbe avuto le fortune che ha guadagnato negli ultimi dieci anni”, come se prima degli yankees e di Giacomino Suckling tanto impegnato nel celebrare soprattutto certe aziende (anche quelle che, guarda caso, sono finite nell’occhio del ciclone), il Brunello negli States non lo conoscesse nessuno.
Pazienza che parlasse, non facendoci capire cosa volesse dire, di “danno di immagine, danno di impostazione, danno nei confronti del consumatore” per lo scandalo del Brunello, pazienza, ma è una fatica, sopportare che ciarlasse definendo “estremista Gianfranco Soldera, interprete moderno di questo rosso”, e che poi per parlare di Brunello finisse con l’intervistare un noto produttore toscano, che Brunello non produce, facendogli un “soffietto” e segnalando le 200 mila bottiglie del vino da lui prodotto a Castellina in Chianti, e consentendogli di ripetere la stanca litania secondo la quale “tutti i produttori devono cogliere l’opportunità per svecchiare il sistema, c’è poca modernità”, che in altre parole significa, e cambiamoli ‘sti disciplinari! I
ll solito Remondino, niente da stupirsi se non che il Corriere della Sera e non la Gazzetta di Roccacannuccia gli consentisse di scrivere simili “amenità”…
Quel che non riuscivo a sopportare invece e che ha rischiato seriamente di rovinarmi la digestione prima del pranzo, è che un giornalista serio e competente che conosco da una vita come Francesco Arrigoni arrivasse a scrivere un breve commento, intitolato Lo scandalo che non c’era, che vi riporto testualmente, perché giudichiate da soli.
Ha scritto Arrigoni: “Una tempesta in un bicchier di vino. Gli Usa assolvono il Brunello. Il loro intervento suonava come un’ingerenza, inappropriata anche nella forma giacché negli Stati Uniti la purezza di un vino ottenuto da monovitigno non dev’essere al 100%, ma a un minimo dell’85%. Nella liberatoria Usa avrà contato il fatto che la principale azienda di Montalcino, la Banfi, è americana.
Ma in questa storia si è soffiato troppo su un fuoco che era un focherello. Confondendo un problema di rispetto del disciplinare, cioè delle regole di produzione con uno scandalo”.
L’avesse scritto un altro un commento del genere sarebbe automaticamente partito un mediatico invito ad andare a quel paese, ma poiché l’ha scritto Franz, uno degli allievi prediletti di Veronelli, un giornalista senza peli sulla lingua, il minimizzare il sacrosanto intervento americano, il parlare di un “fuoco che era un fuocherello”, di una confusione tra “problema di rispetto del disciplinare, cioè delle regole di produzione con uno scandalo”, mi appariva e mi appare tuttora francamente scandaloso.
Questo anche se Arrigoni ha lucidamente fatto notare, che “nella liberatoria Usa avrà contato il fatto che la principale azienda di Montalcino, la Banfi, è americana”, ovvero che se non ci fossero stati di mezzo pesanti interessi Usa, il veto non sarebbe caduto così facilmente. Io sono stupito dello stupore di Arrigoni, del suo parlare di uno “scandalo che non c’era”, quando lo scandalo c’è e rimane, come raccontavo ieri mattina ad un giornalista de Il Salvagente, che mi ha intervistato su questo affaire, e grosso come una casa. Anzi, come la Fortezza di Montalcino.
Se pure svanisce lo spettro del blocco da parte del Paese che assorbe il 25% del Brunello, ma leggete in fondo quello che mi scrive ancora oggi un amico importatore negli States, resta tutto il resto, abbondantemente scandaloso, sconveniente, squallido e triste, da giustificare il fatto che di scandalo si continui a parlare, altro che affermare, come fa Arrigoni, che lo “scandalo non c’era”…
Una cosa ho sicuramente capito domenica scorsa, che non avendo zii importanti e non essendo sufficientemente cerchiobottista, e continuando a scrivere le cose che scrivo qui, io sul Corriere della Sera non scriverò mai una riga. Darmagi, direbbe qualcuno, ma almeno la mattina posso guardarmi allo specchio senza problemi…
Riflessioni del 25 giugno di un amico importatore negli States
“Caro Franco, ti confermo le penalità cui gli importatori (ma vale su tutti i vini eh!) andremmo incontro se per sventura ci arriva un Brunello con certificato e questo sia un “falso”, cioé non 100% Sangiovese Grosso.
1. Making a False Statement (to a federal officer = TTB, Custom Protection): is punishable by up to five years in prison and a $250,000 fine.
2.TTB Regulations 27 CFR section 4.25(a)(2)(iii) and (e)(3)(iii). Deception to the consumer: Class C or D felony – depending how heavy – which implies 5 to 10 years in jail and $250,000 fine.

3.Revocation of the federal permits.
Nota che qui non si discute si sommano le incriminazioni (insomma ti sbattono dentro e buttano via la chiave). Senza contare il richiamo distruzione della merce e le cause che verrebbero intentate dai consumatori traditi…
In piú ricordati quello che dice Wynn del TTB:
“1. The circular is currently being revised.  The Italian government will draft the statement and probably have the producer sign the statement and send it to them.  The producer will provide you with a copy to keep on file.
2. You are responsible if the product does not meet US Standards”.

Veto ritirato, certo, ma problemi di circolazione e commercializzazione del Brunello negli States veramente risolti?

0 pensieri su “De Montalcino: caro Arrigoni, scandaloso è parlare di “scandalo che non c’era”!

  1. Ciao Franco,

    ma la regola dell’85% non è specificamente USA come crede Arrigoni (“negli Stati Uniti la purezza di un vino ottenuto da monovitigno non dev’essere al 100%, ma a un minimo dell’85%”). La stessa regola viene applicata in Europa, vedi regolamento 753-2002 Articolo 20: “The names of the vine varieties used for the production of a table wine with a geographical indication or a quality wine psr or their synonyms may be given on the label of the wine concerned provided that … if only one variety or its synonym is named, at least 85 % of the product has been made from that variety”. Infatti la regola dell’85% si applica anche per determinare l’annata – quindi un Barolo di annata può benissimo contenere un 15% di vino di altra annata.

    Quindi la regola del 100% non la applica nessuno.

  2. Per notizie ulteriori su questa regola potete leggere l’intervento di Mario Fregoni al convegno “I 40 anni delle Doc” del maggio 2006 a San Gimignano sul blog del BB.
    Cordiali saluti

  3. Mike:
    Una cosa e’ il Regolamento 753-2002 che e’ generico per ogni produzione vitivinicola in campo europeo; a questo poi si applicano le leggi piu’ restrittive dello stato sovrano e della zona di produzione. In questo caso, rispetto al Barolo:

    D.P.R. 1° luglio 1980.

    Riconoscimento della denominazione di origine controllata e garantita del vino “Barolo”.

    Art. I. – La denominazione di origine controllata e garantita “Barolo” è riservata al vino rosso “Barolo”, già riconosciuto a denominazione di origine controllata con D.P.R. 23 aprile 1966, che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

    Art. 2. – Il “Barolo” deve essere ottenuto esclusivamente dalle uve del vitigno “Nebbiolo” delle sottovarietà “Michet”, “Lampia” e “Rosè” prodotte nella zona di origine descritta nel successivo art. 3.

    Art. 3. – La zona di origine delle uve atte a produrre il “Barolo”, comprendente i territori già delimitati con D.M. 31 agosto 1933, pubblicato nella Gazz. uff. del 12 ottobre 1933, n. 238, nonché quelli per i quali ricorrono le condizioni di cui al 2° comma dell’art. 1 del D.P.R. 12 luglio 1963, n. 930, include l’intero territorio dei comuni di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba ed in parte il territorio dei comuni di Monforte d’Alba, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour,Diano d’Alba, Cherasco e Roddi ricadenti nella provincia di Cuneo.
    Tale zona è così delimitata
    (omissis)

    etc etc.

  4. @pb – OK, ma se andiamo fino all’articolo 7 leggiamo:

    “E’ consentita l’aggiunta, a scopo migliorativo, di Barolo più giovane ad identico Barolo più vecchio o viceversa nella misura massima del 15%.”

    Quindi regola dell’85% applicabile all’annata, se non al vitigno. Conforme quindi al regolamento europeo, senza restrizioni ulteriori…

  5. Il fatto è:se c’è un disciplinare,questo disciplinare va rispettato,punto e basta. Bisogna smettere di ragionare all’italiana e incominciare a essere più onesti, mi dispiace dirlo,ma a parte poche persone, siamo un popolo di ignoranti.Siamo una nazione che ha una miriade di prodotti che tutto il mondo ci invidia e non siamo capaci di valorizzarli,dobbiamo sempre (come se fosse una malformazione del nostro codice genetico)trovare un sotterfugio per non rispettare le regole.

  6. Mike:

    Ancora questa e’ regola generale UE che accetta l’uso parziale di annate diverse (spinta da una realta’ propria e tipica dei chateaux francesi). Ma il vino rimane lo stesso (in questo caso nebbiolo da barolo di annata precedente) e ci sono comunque le limitazioni del disciplinare locale, che e’ legge specifica. Il regolamento da una legge estensiva il disciplinare scende nello specifico di un territorio e di un vino ed e’ questo che viene accettado dagli USA. Se un disciplinare stabilisce che si possono produrre 50q/ha da uve X questo e’ quello che vale. Per gli USA quando una tipologia (brunello docg) viene riconosciuta il disciplinare e’ quello che fa testo. Se non e’ 100% Sangiovese grosso puoi girarla come vuoi ma l’importatore viene accusato di frode per importazione di prodotto diverso sotto l’etichetta approvata e frode al consumatore. E non si transige. Per un cambio di annata per esempio un famoso importatore di vini italiani ha dovuto negoziare una multarella da 225 mila dollari vedi http://www.ttb.gov/public_info/cm2001-3.pdf anni fa…

  7. Francamente considerare i vini DOCG con la specifica di un discipinare che esige una purezza di varietale al 100% alla stregua di di un semplice vino “varietale”, che invece convenzionalmente si accontenta di un 85% mi parrebbe una forzatura poco accettabile, anche per gli americani.I disciplinari specificano 100% di un determinato vitigno ,sangiovese per il Brunello, e la composizione ampelografica dei vigneti devono necessariamente essere conformi,al 100%.Mi sbaglierò ma il Brunello essendo un DOC/G non è un vino varietale, questi sono rappresentati solo dai vini da tavola ad IGT.

  8. ho appena ricevuto dall’agenzia addetta alle pubbliche relazioni della Marchesi Antinori questa comunicazione, che vi sottopongo testualmente: “BRUNELLO DI MONTALCINO PIAN DELLE VIGNE 2003: IN CONSEGNA DAL 1° LUGLIO 2008
    Essendo risultato conforme al disciplinare di produzione della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) Brunello di Montalcino, il Pian delle Vigne 2003 di Marchesi Antinori sarà messo in commercio a partire dalla prossima settimana”
    In un secondo momento la responsabile della pubbliche relazioni della Marchesi Antinori mi ha testualmente scritto:”Il Pian delle Vigne non è mai stato messo sotto sequestro, ma non è stato volontariamente messo sul mercato da Marchesi Antinori proprio per la bufera in corso.. Vedi che danni potete combinare quando prendete solo una parte delle notizie? E comunque, per essere precisi fino in fondo, il sequestro era cautelativo (ovvero in attesa di verifica) non perché fosse stata accertata alcuna irregolarità”. Al che le ho risposto: eh no, gentile amica, non sono stato io a dire, anzi ad “inventarmi” che la Marchesi Antinori aveva bloccato la commercializzazione del vino, ma i giornali nazionali ed esteri a scrivere che la Marchesi Antinori era tra le aziende di Montalcino i cui Brunello 2003 erano stati messi sotto sequestro! Leggere qui http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Nel-Brunello-ce-il-Tranello/2012048 e ancora qui http://corrierefiorentino.corriere.it/cronache/articoli/2008/04_Aprile/03/montalcino_inchiesta_brunello.shtml per rinfrescarsi la memoria. Questo per la precisione…
    p.s. precisazione finale sempre della responsabile delle pubbliche relazioni della storica azienda fiorentina: “Lo so, ed è rivolto a quei giornali il mio disappunto che porta alla facile criminalizzazione (oggi di Antinori, ieri e domani di tanti altri) semplicemente non riportando in maniera corretta una notizia. Così come mi aspetto che gli stessi giornali, che non hanno esitato a mettere titoli e nomi in prima pagina, a riportare questa notizia formato francobollo fra le brevi di cronaca.
    Così va il mondo”…

  9. @cristiano – hai ragione che il Brunello non è un vino che indica il vitigno, ma ricorda che ci sono molti vini DOC o AOC che menzionano il varietale (l’Alsazia per prima!), quindi non è unicamente per vini da tavola o IGT.

    E comunque il mio commento su Arrigoni rimane valido, si sbaglia sulle regole della purezza di una vino monovitigno (quindi con l’indicazione del vitigno), perché le regole sono uguali in USA e in UE.

  10. Su Remondino, come si suol dire, stendiamo un velo pietoso, ma su quello che ha scritto Arrigoni, vien solo da domandarsi: a che pro?
    Chi vuol difendere?
    C’è un Disciplinare che parla chiaro, e questi è stato disatteso da alcune aziende, incorrendo nella frode commerciale. Questi i fatti.
    Se tutto questo è normale prassi lo si sancisca per legge, ma finchè questa non lo permette, la si rispetti.
    Saluti
    Alvaro Pavan

  11. Buongiorno.
    Io sono almeno un paio di mesi che chiedo che i produttori seri escano con pubbliche analisi dei loro Brunelli e rassicurino così i propri clienti e i consumatori. Finalmente ieri, 26 giugno 2008, c’è chi lo ha fatto. Non saranno coloro che io invocavo lo facessero, ma qualcuno lo ha fatto. Guarda caso, quella è un’Azienda. Voi continuate a coltivare le viti.

  12. eravamo più d’uno, caro ag, a chiedere queste analisi, ma ci hanno messo mesi a darci ascolto… Oggi, finalmente, qualcuno si é deciso a farle e ha potuto nuovamente commercializzare il suo vino, la cui vendita per qualche mese era rimasta sospesa (autosospesa?). Domanda: ma come mai queste analisi che sino a poco tempo fa non erano attendibili e non davano sicurezze ora improvvisamente sono diventate sicure? Forse lo sono anche in ragione del nome del produttore che le ha adottate?…

  13. Franco, evito commenti, tanto sa come e cosa penso. Voleva più essere una bella sferzata per coloro che “coltivano le viti” e che avevano avuto la possibilità (sprecata) di essere per una volta artefici del loro futuro invece delle solite pecore da tosare………….

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