Enamore, un “Amarone” argentino in odore di “intelligenza col nemico”

Domanda semplice semplice: come definireste voi un tecnico italiano, inventore di un brevetto specialissimo, detentore di un sistema unico e particolare che gli consente di ottenere meccanismi speciali, che andasse a proporre alla concorrenza di applicare quel determinato brevetto per produrre un meccanismo che, di fatto, diventa, concorrenziale nei confronti del meccanismo originario? Stravagante lo definireste quanto meno, autolesionista, oppure, come si diceva una volta, ai tempi della guerra fredda, in odore di “intelligenza col nemico”.
In Italia invece, quello che chiamerei, come l’ha icasticamente definito il mio amico Enzo Brambilla, “un caso di masochismo italiano”, consistente nel “cedere ad altri una tecnica unica al mondo”, rischia di essere elogiato, da molta stampa, come una brillante operazione imprenditoriale.
Sto parlando, e ne ho scritto diffusamente in questo articolo pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., dove ho espresso con chiarezza come la penso, della geniale pensata di un nome notissimo del panorama della Valpolicella, Allegrini, di dare vita ad una joint-venture con l’azienda argentina Renacer per la produzione di un vino denominato Enamore.
Un vino per il quale si intende mettere “a frutto l’esperienza compiuta da Allegrini con l’Amarone” in terra argentina, utilizzando uve Malbec, Syrah e Bonarda con un appassimento condotto all’aperto invece che in fruttaio.
Un’operazione seria, che si è sinora tradotta in 7000 bottiglie della vendemmia 2006, passate a 30 mila con il 2007 econ una previsione, per la raccolta 2008, di centomila pezzi.
Ma perché, mi sono chiesto con le parole dell’amico Egidio Fusco, sommelier Onav e blogger, “mettere in atto operazioni come quella sopra riportata, che suonano tanto come atti di autolesionismo e che non giocano certo a favore del tanto decantato “made in Italy” e del sospirato “sistema paese”?
E come non pensare che quelle centomila bottiglie future di Enamore non finiscano inevitabilmente per sottrarre spazi di mercato, su certi mercati meno esigenti che non chiedono ai vini di avere storia e lunga collaudata esperienza, ai nostri vini?
Sarà anche abile imprenditoria quella che porta a realizzare simili operazioni commerciali, ma confesso proprio che non la capisco…

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  1. Pingback: Occhio Ziliani, e voi del vino, ché tanto vi leggo! — Simplicissimus

  2. e no Antonio, di’ pure quello che vuoi, critica quello che scrivo (tra l’altro su un blog la cui piattaforma, ospitalissima, é tua…), di’ pure che dico cose assurde, se vuoi, ma le accuse di indulgere a “pseudo-snobismi e pettegolezzo triviale”, risparmiatele, perché non solo sono offensive, ma fuori luogo. Per cui scrivere “Metti Ziliani, ad esempio (versante pseudo-snob, corrente nostalgica)” é proprio, scusami il francesismo, una solenne “bischerata”. Gli snobismi, e dovresti sapere se, come dici, mi leggi, mi fanno schifo e li avverso, quanto alla nostalgia, beh, sì, quella ce l’ho, di un mondo del vino più pulito, più onesto, più trasparente nei comportamenti e meno schiavo delle leggi del business. So già, che conoscendoti, tu, come un altro wine blogger che produce vino, Paglia, salterete su rivendicando, in nome di un’ottica iper-liberista ma per me poco “liberale”, la libertà delle aziende di intraprendere senza essere vincolati da mille pastoie burocratiche, da regolamenti, ecc, per fare vini che corrispondano alle esigenze del “MERCATO”. Ma queste, scusami, sono obiezioni, un po’ rivelliane (e per me non é un complimento…) che hanno portato a Montalcino, ad esempio, i soliti furbetti ad andare oltre i disciplinari, ad interpretarli liberamente, nel nome dello stesso dio Mercato, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti…
    p.s. scusa, dimenticavo un altro rilievo. Scrivere, come fai, parlando di me, che “Lasciamo perdere che a me sta a cuore la libertà, libero mercato incluso, e a lui un po’ meno”, é un’altra bischerata e questa volta lo scrivo senza virgolette, primo perché mi sembra presuntuoso arrogare a te stesso il monopolio di difendere la libertà, secondo “la libertà” sta a cuore anche a me, anche se provi a farmi passare per un becero statalista con tendenze illiberali e magari totalitarie…

  3. Approfitto anche io del crosspost e ricopio la mia risposta a Ziliani:

    “Eccomi, sono Paglia, quello che produce vino e che insorge quando viene messa in discussione la libertà di mercato, grazie alle proprie inclinazioni iperliberiste, all’insofferenza congenita alle regole, ecc.

    La prima affermazione importante l’ha fatta Antonio (Tombolini): credere nel mercato è il contrario di non volere le regole. (e aggiungerei anche, come si vede bene ogni giorno, che non credere al mercato non significa necessariamente rispettare le regole).

    La seconda è più che altro una domanda, anzi un dubbio che sempre mi assale di fronte al confronto tra iperliberisti e contrari all’iperliberismo: ma cos’e’, una discussione accademica? In Italia, il paese che risulta sempre ultimo in tutte le classifiche mondiali sulla libertà di mercato, c’e’ la più alta concentrazione del globo di gente che ha paura dell’iperliberismo. E non uso la parola “paura” per caso.”

  4. Mi sembra che questa joint venture faccia il paio con l’iniziativa dei bravi toscani che sono andati in Cina a insegnare ‘come si fa il vino’. Boh.

  5. Pingback: il libro dei sogni | Poggio Argentiera

  6. ciao Franco, per una volta non sono in linea con questi commenti. Dovremmo chiederci il perchè i francesi e i tedeschi sono diventati in questi anni riferimento primario per il mercato nel mondo. Sarà forse grazie alla loro abilità diplomatica? Alla comprensione che la globalizzazione esiste? Purtroppo il nostro Paese è ancora quello del Guicciardini: questo non è paese da venire a disputare sulla luna né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove scrive Piero Guicciardini a Cosimo II, l’11 dicembre 1615

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