Fanatismo enoico e disciplinari da adattate al gusto moderno

In una discussione sul tema “il fanatismo enoico” che si è sviluppata sul forum Rex Bibendi e ha preso lo spunto da un recente, e a mio avviso molto discutibile editoriale dallo stesso titolo del direttore del Corriere Vinicolo, l’amico Marco Mancini (il testo lo trovate riportato qui, in un mio commento del 20 giugno), qualcuno ha affermato: “Quello che sostengo è che i disciplinari non sono IMMUTEVOLI nel corso degli anni, anche perché oggi non riusciremmo piu’ a bere i vini di 20 anni fa, quindi anche i disciplinari vanno modificati ed adattati ai gusti moderni o no ?”.
Bene, amici lettori, voi cosa ne dite? Ritenete anche voi che i vini di vent’anni fa oggi non riusciremmo a berli (personalmente io farei la firma per bere i grandi Barolo e Barbaresco del 1982, 1985, 1988, 1989, svariati Brunello del 1985-1990, e poi supremi Pergole Torte, Flaccianello della Pieve, Fontalloro, Percarlo, grandi riserve di Nebbiolo di Valtellina di Arpepe, Vernaccia di San Gimignano di Montenidoli, bianchi altoatesini di Terlano di Sebastian Stocker o di Giorgio Grai, vecchie annate di Giulio Ferrari riserva del Fondatore e tanti altri vini di vent’anni fa che mi appaiono molto superiori, per intensità, autenticità, piacevolezza, equilibrio, eleganza, a tanti vini di oggi) e pensate anche voi che i disciplinari, compresi quelli del Barolo, del Barbaresco (come voleva monsù Gaja), e ovviamente quello del Brunello di Montalcino vadano “modificati e adattati ai gusti moderni”?
Su questo secondo interrogativo sapete bene come la penso, mi interessa sapere come la pensiate voi su entrambe le questioni… Qui il link a quanto dice, a proposito, l’amico Roberto Giuliani sul blog Esalazioni etiliche

0 pensieri su “Fanatismo enoico e disciplinari da adattate al gusto moderno

  1. Il discorso sarebbe veramente moooolto lungo e complesso!
    Sicuramente una,ma solo UNA ragione ce l’ha chi vuole cambiare i disciplinari.
    Se,e sottolineo se,questi fossero stati scritti all’epoca dei romani noi si metterebbe in bocca un qualcosa di veramente disgustoso!
    Per cui qualche “aggiustamento” nel tempo mi pare ovvio…
    Allo stato attuale delle cose non sarebbe possibile trovare un accordo del tipo MERLOT-brunello o CABERNET-brunello ecc. ecc. per altre DOCG o tagli?
    Chiaramente il nome del prodotto DOCG dovrebbe essere DOPO il vitigno usato per il taglio e il tutto declassato….DOC potrebbe già essere sufficente.
    Chiaramente ha ragione Ziliani nel voler bere vini di una ventina di anni fà,ma anche le ultime annate in commercio delle stesse etichette che cita mi piacerebbe berle tra una ventina di anni e non ora!!!!

  2. Con entusiasmo ho accettato di essere fra i primi firmatari dell’appello in difesa dell’identità del vino italiano. L’ho fatto perché credo che questa battaglia sia la lotta decisiva per il vino del futuro, quella citata anche in Mondovino: la lotta fra locale e globale, fra territorialità e standardizzazione, fra naturalità e chimica, fra autenticità e marketing.
    Per onestà intellettuale, però, devo ammettere che non amo i disciplinari, non amo le certificazioni, non amo un certo tipo di logica della qualità che, a mio avviso, nasce in ambito industriale e all’ambito industriale dovrebbe limitarsi.
    Difendere oggi disciplinari che sono molto spesso ridicoli dal punto di vista delle rese per ettaro, dei vitigni ammessi, delle caratteristiche chimiche ed organolettiche, è essenzialmente una battaglia simbolica. Una diga contro il dilagare di disciplinari ancora peggiori.
    Il disciplinare di produzione, come ogni legge umana, non nasce nel vuoto ma è espressione di relazioni sociali, produttive, economiche storicamente determinate. Più ancora che per un “gusto moderno ed internazionale” la spinta alla modifica dei disciplinari in Toscana credo sia nata dall’eccesso di produzione di uve da vitigni alloctoni il cui entusiasmo si è rapidamente spento nel tempo. Ora da qualche parte tutta quell’uva bisognerà pur metterla… Con questo voglio dire che i disciplinari sono stati fatti dalle grandi aziende già all’origine e che perfetti non sono mai stati. Anche perché in mano a soggetti, i Consorzi di tutela, che democratici non sono. La difesa del disciplinare del Brunello, dunque, assume per questo valenza non in assoluto ma come battaglia culturale più vasta e generale su un certo modo di vedere il vino e l’agricoltura.
    E qui vengo al punto per me rilevante. Ciò che non posso, che non si può accettare, è la contrapposizione fra “tradizione” e “modernità” cui vogliono portarci i grandi industriali, come fossimo ancora negli anni 70/80. Come se dall’altra parte della barricata ci fossero aziende di contadini ignoranti che fanno il vino che sa di aceto. Come se l’unico modo di fare vino di qualità fosse “il loro”. Ma cosa c’è di moderno in una enologia che standardizza ogni variabile? Cosa c’è di moderno in una agricoltura dissipatrice di risorse naturali? In un uso smodato della chimica in vigneto ed in cantina? In una manipolazione del gusto che considera il consumatore alla stregua di un minus habens incapace di riflettere e di scegliere? Cosa c’è di moderno nell’utilizzo generalizzato di vitigni alloctoni nei grandi vini di territorio? Semplicemente nulla. Ogni analista economico dotato di buonsenso sa che l’agricoltura del futuro dovrà essere risparmiatrice di acqua ed energia, sostenibile, basata su prodotti locali, propensa alla difesa della bio-diversità, capace di produrre cibi sani, integrata con il territorio. Qui sta la modernità. Che non è e non potrà mai essere la modernità di chi afferma che oggi non potremmo bere i vini di vent’anni fa.
    La difesa dell’identità Brunello=Sangiovese (che a diverse latitudini si può declinare come Barolo=Nebbiolo o Borgogna=Pinot Nero) è, quindi, solo una parte di un gioco molto più rilevante che si chiama sovranità alimentare, che si chiama estrema difesa di ciò che resta dell’agricoltura contadina dagli ultimi, definitivi, attacchi del grande capitale industriale e finanziario. Una difesa che vale, con tutte le differenze possibili, per il Brunello in Toscana, per le varietà di cereali in estinzione, per il caffè etiope, per il cacao ivoriano, per le centinaia di varietà di té cinesi, per qualunque tipo di prodotto agricolo al mondo.

  3. La garanzia del prodotto data da un disciplinare di produzione DOC-DOCCG non è una garanzia nè di qualità nè di prezzo.
    Il disciplinare rileva una realtà geografica, agricola, climatica e ha la necessità commerciale di designare una tipologia di vino da proporre al consumatore che ha il diritto di conoscere la sua autenticità.
    Il Brunello di Montalcino è riuscito in questi decenni ad onorare in Italia e all’estero questo rapporto di fiducia con il consumatore creando uno dei più prestigiosi vini al mondo.
    PERCHE’ allora cambiare il disciplinare?
    PERCHE’ rischiare di mettere in discussione questa fiducia conquistata?

    Ne vale veramente la pena?

    I disciplinari di produzione prevedono:

    1) l’area di produzione;
    2) la varietà o le varieta di piante ammesse
    3) la durata e la tipologia di affinamento e il tempo minimo per l’immissione sul mercato.

    quali di questi fattori si vorrebbero modificare?

    quali sono gli obiettivi?

    in cosa bisogana “Migliorare” il Brunello?

    Quali sono i problemi riscontrati dalle aziende? dagli enologi, dai consumatori?

    Credo che bisognerebbe iniziare a dare delle risposte prima a queste domande e poi solo se ne vale veramnete la pena capiremo forse tutti il motivo di questo cambiamento.

  4. Confermo quello che ho già risposto a Ro.VINO, cioè che trovo troppo comodo per alcuni produttori sbandierare la DOC sull’etichetta, dire di appartenere ad una denominazione con un preciso disciplinare, per poi trovare delle scorciatoie per fare come si vuole, o come dice di volere il mecato, ingannando i consumatori, ai quali andrebbe più rispetto. Non ci sto ala dicitura DOC come slogan. Si possono fare grandi vini, che sapranno essere apprezzati anche dai più esigenti, anche scrivendo Vino da Tavola, come il Sassicaia ci ha insegnato.

  5. A mio parere, i disciplinari devono preservare identità del territorio che nessun’altro Paese al mondo come l’Italia può vantare. I disciplinari possono anche cambiare nel tempo quando tutti, ripeto tutti e non solo il 20% dei produttori, decidono di farlo assumendosi ogni responsabilità. Conosco ad esempio l’ultimo caso del cambio di disciplinare del Chianti Classico: a parte il fatto che è stato vietato di usare il Trebbiano e la Malvasia nella composizione “storica” di Bettino Ricasoli, a favore di vitigni estranei alla tradizione del territorio come il Merlot o il Cabernet (l’internazionalizzazione!), per cui se uno produce un Chianti Classico tradizionale dove se c’è un solo 1% di Malvasia (vitigno nobile e affascinante) ora quel vino deve chiamarsi IGT, mentre se c’è il 20% di Merlot (!) è pienamente Docg…
    ora si cerca di cambiare il disciplinare anche per quanto riguarda la densità delle viti per Ha.:
    infatti, ritengo l’obbligo di portare a 4500 ceppi un’eccesso per i seguenti motivi:
    – Non vedo perchè imporre un modello, tra l’altro non tipico del paesaggio agrario del Chianti, quando attualmente ogni azienda può scegliere la densità superiore a 3350 ceppi come crede.
    – La conduzione agronomica del vigneto è la base del vino di qualità, indipendentemente dal numero dei ceppi
    – un numero elevato di ceppi porta come conseguenza una riduzione dell’altezza delle viti, con riduzione della massa del tronco, che rappresenta una importante riserva idrica in caso di stress idrico. Oltretutto un’eccessiva riduzione delle dimensioni della vite diminuirebbe l’ombreggiamento del suolo. Alla luce dei cambiamenti climatici che determinano un’innalzamento della temperatura questo fatto sarebbe senz’altro negativo.
    – I costi di impianto e gestione del vigneto aumenterebbero.
    – Chi produce agricoltura biologica in alcune zone particolarmente declive, la difficoltà della lavorazione meccanica sotto fila, con alte densità, è particolarmente difficile. (Perchè favorire solo chi usa i diserbanti?)
    Mi sorge il dubbio che molte proposte del genere siano dettate più da una logica puramente commerciale, che da una genuina volontà di migliorare la qualità dei vini….
    Alla fine le mie considerazioni sono queste:
    attenzione a perseguire modelli secondo i canoni della moda:
    la moda cambia ogni anno!

  6. Come ho scritto su Rex mi si dimostri di poter migliorare con uve estere Monfortino ’85 e altri grandi Barolo…
    Probabilmente chi parla non ha mai assaggiato certi grandi vini di vent’ anni fà; e se li ha assaggiati l’ ha fatto senza cognizione di causa, probabilmente.
    …o non conosce la grandezza di nebbiolo e sangiovese in purezza…
    Tutte le opinioni sono da rispettare ma questa …
    Mio Modesto Parere Personale.

    Renzo Alias Black Dog/Brunate

  7. non vorrei fare affermazioni generiche,ma sostenere che il gusto del vino
    si possa modificare soltanto intervenendo sul disciplinare, mi sembra una
    non verità, basta prendere 10 vini ottenuti in purezza,e volendo possiamo
    avere tutti vini diversi,vuoi per le rese,vuoi peri tempi di fermentazione
    sulle bucce, solo per fare degli esempi, ma volendo si potrebbe continuare.
    Che il consumatore di oggi,non gradisca più vini autentici(non imbastarditi)
    lo si sostiene solo per convenienza,oggi chiedonoil 10% domani il 15% e via
    di questo passo ed il gioco è fatto, che poi sia più facile, ottenere buoni
    vini da uvaggi è fuori discussione, perchè con la cuve si può aggiustare il
    tiro,ma addio tipicità,e senza passato non cè futuro,questo il mio pensiero.

  8. Secondo il mio modesto parere la questione riguardante i disciplinari va vista alla luce di questo famigerata vicenda del Brunello e dei vini non conformi. Quanto è oggettivamente verificabile che il vino imbottigliato da una certa azienda sia effettivamente frutto della sua vigna, nell’annata e nella composizione varietale ? Da consumatore quale garanzia mi da la certificazione DOCG emessa dalla camera di Commercio e quale funzione ha un disciplinare di produzione ? Lascio queste domande sospese.

  9. Il ragionamento di Paolo Cianferoni non fa una grinza. Condivido in toto il suo pensiero. Anche l’abbassamento dei valori di acidità nei disciplinari è frutto, più che dei cambiamenti climatici, di un cambiamento di stile, soprattutto in cantina.

  10. Vero, Andrea, Paolo Cianferoni ha detto sacrosante parole. Aggiungo: una simile concentrazione di piante ed un rapporto di produzione costante del 70% porta a gradazioni alcoliche assai importanti, ma anche ad acidità volatili pericolose. Se poi aggiungiamo i mosti concentrati che devono assolutamente arrivare da altre regioni assolutamente estranee al territorio! Forse qualcosa deve esere rivisto, ma certo non l’unica importante regola di tipicità vera ed assoluta. E questo per le mille ragioni già esposte da Ziliani e da tutti coloro che bevono per amore.

  11. Ma perché questi problemi ce li poniamo solo noi in Italia ? Se vai da un contadino della Borgogna, anche quello che fa il vino piu´scalcinato, e gli dici che deve migliorare il suo pinot noir, cambiare il disciplinare, quello per poco che fa, ti caccia via, prende il forcone e ti corre appresso.

  12. ..ma il ”nuovo disciplinare del Chianti Classico(quello delle ”4500 viti”)chi l’ha voluto? BASTA CON QUESTI ”OBBLIGHI”DI STAMPO ”M..ODERNISTA”. (forse qualcuno vuole vendere qualche barbatella in più?)

  13. Questo fine settimana l’ho passato a Montalcino e ho avuto la possibilità oltre che assaggiare anche di parlare con qualcuno dei cosidetti piccoli produttori che hanno fatto e continuano a far grande il Brunello. Alla mia domanda su come vedevano la situazione circa il futuro del Brunello, le risposte non sono state delle più positive per non dire scoraggianti. Uno di questi però ha fatto un’analisi molto lucida della situazione che riassumo; i grandi produttori hanno ben chiaro come procedere e difatti stanno procedendo verso i loro obiettivi, cioè produrre un vino che costi 10 per poter rivendere a 20 inondando il mercato, che secondo me tradotto vuol dire non si può fare un Brunello da solo Sangiovese e tenerlo 5 anni in cantina a costi così bassi, quindi è necessario rivedere il disciplinare. Il problema però è che i piccoli e medi produttori, che sono la storia del Brunello non sono uniti, si sentono abbandonati e da quanto mi è stato detto, quelli che notoriamente sono ritenuti come i più sanguigni e battaglieri, durante le riunioni al consorzio per non esporsi non parlano e accettano passivamente la situazione. E’ necessario quindi, che tutti coloro hanno a cuore il Brunello autentico e soprattutto i giornalisti di un certo peso, si adoperino come possono per far capire ai piccoli produttori che loro li sostengono e che devono necessariamente essere uniti e compatti, perchè se aspettano il Messia che li guidi alla battaglia il Brunello non avrà futuro.

  14. salve a tutti,
    ho letto l’intervista a Rivella e,personalmente, non vi ho trovato motivi di nuovo interese, in quanto le posizioni(legittime) di Rivella sono arcinote. Quello che mi ha invece fatto riflettere sono tre frasette: la prima, quando chiede che ha riscrivere il disciplinare debbano essere 4-5 veri esperti. Chi sono? chi li giudica? esperti de che? mah, trovo questa uscita francamente preoccupante e in linea con l’assunto base dell’intervista e cioè che i 4-5 veri esperti converranno in ogni caso sull’aggiustamento del disciplinare. Ritengo che Rievlla sarà pertanto tra questi, non avendo più alcun onflitto di interesse sulla questione. Poi, i puristi, se lo vorranno potranno scrivere in etichetta che il loro brubello è 100% sangiovese. Grazie pr la liberaltà, spettabile cavaliere.
    seconda frasetta: il sangiovese è un vitigno ostico che, nonostante i molti tentativi, non si è riusciti a “domare” e rimane pertanto patrimonio esclusivo della viticoltura italiana. Bene! e allora che facciamo, lo “annacquiamo” per confondferlo nel mare magnumdell’uniformità internazionale? E’ questa la soluzione? A mio parere misembra che si dovrebbe percorrere proprio la direzione contraria, m io non sono il cavaliere.
    Infine, quella decrizione del rosso di montalcino di anonimo produttore. Un vinino scarico, con la sua bell venetta acida etc. bene, vi raconto una breve storiella che mi è accaduta un mesetto fa, e non ha per protagonista un brunello, ma un’altro di quei vinini sempre a base sangiovese e neppure in purezza…allora, cena con amici, si parte con uno champagne tanto per aprire un po’ la bocca e poi, su un bel primo si va di solaia 2001. e vai, colore fitto, gran profumo, boquet intenso, grasso in bocca, tannino levigato e setoso, tanto di tutto, un vero vinone, spesso, lungo, la senti la nota vanigliata, la vedi la prugna matura? e via discorrendo. nel frattempo si stappa anche un misero montevertine 2001 (non le pergole torte). colore decisamente trasparente, ma senti che profumi, si però il solaia, senti che bella vena acida, si però il solaia…senti che beva, si però il solaia si, a fine cena era avanzato proprio il solaia…
    penso che il solaia (contro il quale non ho nulla, intendiamoci)sia uno dei vini che piace molto a rivella. chiedo solo che per i brunelli che verranno utilizzino nomi altrettanto di fantasia e la smettano di utilizzare il traino di un brand che è patrimonio colletivo.

  15. Nella moda gli stilisti italiani hanno inventato il “pret a porter”.
    Nel vino inventeremo il “pret a deguster”.
    Ciò detto i produttori sono liberi di evirarsi come vogliono cambiando il disciplinare. Però poi non vengano a mingere lacrime di coccodrillo con i soldi nostri. Questa sarebbe la vera rivoluzione da proporre: volete fare come volete? Ok, ma niente più paracadute rappresentato dai finanziamenti pubblici. Chissà cosa succederebbe…

  16. I disciplinari sono stati concepiti in maniera tale da essere disattesi o comunque disattendibili fin dall’inizio.E’ perfettamente inutile stabilire percentuali di varietali permessi nei vini se non sono verificabili effettivamente nei vini commercializzati.Una quantità di una varietà ammessa in in vino credo in realtà apra la porta a quantità indiscrimate dello stesso nel vino finito,visto l’impossibilità di verifica, aldilà della composizione varietale del vigneto che comunque è importante.Quindi, secondo me, andrebbe stabilita a priori quali siano le varietà da coltivare ammesse in tutto l’area di produzione e poi ognuno dovrebbe essere libero di agire come meglio crede.A Bordeaux nessuno si sognerebbe di stabilire percentuali di Merlot o Cabernet da coltivare e pertanto ognuno si regola come meglio crede.Trovo deleterio ammettere la possibilità di vigne iscritte ad IGT o vino da tavola accanto a DOC/G.Gli IGT e Vdt andrebbero coltivate FUORI dalle zone dei DOCG e tutti gli ettari di vigneto coltivati all’interno delle aree di produzione andrebbero integrate negli albi dei DOCG previo la correzione delle loro basi ampelografica.Allora sì che si potrebbe controllare la produzione dei VQPRD.Utopistico?

  17. Sono perfettamente d’accordo con il dott.Ziliani,non e’ assolutamente vero che 30-40 anni fa i vini erano peggiori.Al contrario,e’ sufficiente bere una bottiglia di Brunello “tradizionale” degli anni 70-80 per rendersi conto che oggi sono cambiate(in peggio)troppe cose.I cambiamenti climatici,a mio avviso,influenzano questa variazione solo in minima parte.Provate a digitare su google “lieviti selezionati” e guardate cosa compare.Dubito seriamente che 20-30 anni fa ci fosse un impiego cosi’ massiccio della chimica in cantina…I disciplinari andrebbero difesi e tutelati fino alla morte perche’sono gli unici(a condizione che vengano rispettati)in grado di preservare l’identita’ del vino Italiano.Per accontentare i gusti dei consumatori che la pensano diversamente si possono sempre produrre i vini da tavola o Igt.Il problema e’ che viviamo in un mondo pieno di speculatori ed e’ molto piu’ semplice vendere all’estero o in Italia una bottiglia di vino se sull’etichetta c’e’ scritto Brunello di Montalcino o Barolo.

  18. Siete mai stati in tour con produttori toscani? Avete mai osservato come questi fortunati vitivinicoltori in taluni paesi “novi” -USA, Australia, Giappone…- amino fascinare -a ragion veduta in parte- il loro pubblico di enodegustatori-compratori con le loro storie di avi vignaiuoli che affondano radici nel lontano Dugento, quando si faceva il vino mentre Dante scriveva i Divini versi…ecc ecc. Ebbene ora si scopre che la secolarità di un prodotto non ha più alcuna valenza? La sua storica identità è roba da barattare con i “tempi moderni”? La purezza di vitigno un orpello buono più o meno come i costumi del Palio o altro elemento scenografico a ricordare quanto nobile e antica sia l’arte enoica nel nostr paese? Mi spiace, parrò un Talebano del Disciplinare, ma pur ammettendo il progresso (giusto, il vino dei tempi Omerici non si fa più…nè si berrebbe!)non si può snaturare la secolare tipicità di un vino per… Già per cosa? Perché questo è il punto. Via la purezza perché così il prodotto è migliore (oggettivamente) o perché dobbiamo accontentare il Mercato? Moloch a cui stiamo sacrificando ogni giorno tutto, tra l’altro… Il Brunello rivisto Merlot & co. serve a chi? Ai malati di “Morbo di Parker” o al Brunello stesso? Agli amanti di Bacco o di Mammona? Non so voi ma alla fine personalmente questa triste vicenda lascia in bocca solo l’amaro gusto dell’avidità altrui… Altro che modernismo, evoluzione, corrispondenza ai gusti glocal…

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  20. E’ il consiglio di Amministrazione del Consorzio Chianti Classico, espressione della base sociale, che ha il potere di cambiare il disciplinare.
    La decisione dei cambi viene presa nel Consiglio e poi approvata dall’Assemblea, che però di solito sono poco frequentate. Infatti l’ultima proposta di cambiamento inoltrata al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali è stata respinta poichè si chiede l’approvazione dei soci che rappresentano almeno il 20% della produzione complessiva.
    L’altro 80% non conta… (e capite facilmente che è sufficiente che solo qualche importante produttore si metta d’accordo per coprire questo 20%).
    Alla faccia della democrazia.

  21. Chi vuole cambiare i disciplinari per fare vini moderni, vuol dire che non sa fare il vino o che gli costa troppa fatica e studio per farli “bene”. Allora, con poca fatica e niente studi, facciano questi un bel buco nella terra e pompino l’acqua, ce n’è tanta e soprattutto è gratis.

  22. quanto dice bardamu è molto significativo e pone un’altra questione ai soloni del marketing.
    Sono sempre convinto che i palati possano essere educati e i che il vino possa/debba essere comunicato anche per la sua aderenza ad una tradizione, ad un territorio, ad un modo di vinificare e di vivere il vino.
    C’è un bel dire Ornellaia, Sassicaia ecc ecc (con tutto il rispetto per questi vini), ma ciò che si può raccontare di vitigni storici, di vini dalla lunga e consolidata tradizione, con i risvolti anche culturali e letterari, secondo me costituisce un valore aggiunto non trascurabile. Qualcuno potrebbe obiettare che queste non sono caratteristiche intrinseche di quella bottiglia. Il punto, tuttavia non è questo. Se prendiamo come riferimento dei grandi interpreti di una tipologia e mostriamo il perché e il per come il loro vino è così e così e così, non stiamo certo parlando di vini dozzinali! Se poi in aggiunta ne mostriamo sapientemente le differenze rispetto agli altri (magari a chi ex novo ha preteso di aggiornare e rivedere lo stile e persino il disciplinare di un dato vino), allora la “cultura della differenza” vien fuori e viene percepita, viene apprezzata e si finisce col fare amare di più quel vino.
    Questo è un compito che spetta ai divulgatori, ai giornalisti, a chi insomma fa opinione sul vino.

    Quando con divino scrivere proponiamo serate che trattano di vino e letteratura, noto come le persone alla fine della serata si avvicinano e chiedono, vogliono sapere di quel dato vino che abbiamo nominato e quando si vedono rispondere che il vino di oggi è figlio diretto di quel vino tal dei tali di tanti anni fa e il vitigno forse è quello di cui scriveva pinco pallino, queste persone cominciano a chiedere anche dove poter trovare quel tipo di vino, chi ne sono gli interpreti più rispettosi. Quando facciamo loro assaggiare qualche vino particolare, non abbiamo paura che possa risultare sgradevole. Basta saper far emergere di quel vino le sue specificità, le sue differenze dagli altri, i suoi pregi.
    Ricordo quando riuscii a far bere ad un mio zio una vernaccia di oristano di circa 25 anni, con i suoi toni ossidativi, le sue sensazioni dolci-non-dolci, dopo aver provato un moscato. Ebbene, accompagnato da appropriata spiegazione, se esposta con passione, si suscita interesse ed infatti poi mi chiese un altro bicchiere di vernaccia e non di moscato!

    La gente non è affatto stupida. Certo se la si tiene a forza ad un livello di conoscenza da prima media, lasciandola nell’ignoranza più totale, ebbene, allora non può mai saperne di ciò che non gli viene mostrato.
    Il gusto di un bambino in genere è orientato verso il dolce, poi pian piano crescendo e diventando adulto impara a gustare verdure e piatti anche da sapori più difficili, magari con tendenze asprigne o amarognole e ad apprezzarne le sfumature.
    I vini moderni fanno sempre concessioni in più verso il dolciastro, ma a me personalmente non incantano più (esistono le eccezioni, ma di norma è così) costringendo il pubblico in un ottundimento gustativo, non concedendo alternative.
    Ecco, io dico che i vini cosidetti moderni vanno bevuti, in prima battuta, proprio per cogliere poi quelle sfumature che solo i grandi campioni della tradizione sanno regalare. Alla fine non ci si tornerà più e si continuerà a bere solo i secondi.

    Questo tipo di esperimento lo faccio con persone che bevono poco e non hanno una gran capacità di orientamento nel gran calderone dei produttori odierni. Pian piano ti accorgi di come reagiscono autonomamente e si orientano ad un certo tipo di vino anziché ad un altro.

  23. Gent.Paolo Cianferoni,mi faccia capire meglio anzi cerchiamo di capire meglio Tutti; in un disciplinare(ad es. quello del C.C.)è stata approvata una sostanziale modifica in CDA.Quindi il ”tutto”è passato all’esame dell’assemblea(semideserta ?).Approvata la modifica dalla stessa,il ministero puo(l’ha fatto?)ha respinto il tutto perchè c’era meno del 20% dei soci?Misembrava ,nel caso del C.C.,che il ministero avesse tutto approvato(4500 viti xha,3kg X ”vecchio ceppo”e altro);ci può informare meglio?grazie.(forse non ci capisco niente)

  24. rientrato leggo e vi segnalo l’intervista rilasciata dal marchese Piero Antinori al Sole24ore, dove dichiara che il suo Brunello Pian delle Vigne 2004 sarebbe finito nell’inchiesta della Procura di Siena su “Brunellopoli” solo per errore. Leggere per credere:
    http://www.winenews.it/index.php?c=detail&id=13216&dc=15

    Domanda banale, vediamo se qualcuno mi sa rispondere. Abbiamo preso atto del dissequestro e della commercializzazione, da ieri, del Brunello Pian delle Vigne 2003 della Marchesi Antinori. Si può sapere passo passo come si sono svolte le cose? Sono stati fatti dei prelievi a campione dei vini, erano campioni già tutti imbottigliati o erano ancora in vasca, e la scelta dei campioni l’ha fatto l’azienda, l’hanno fatta gli esperti, la Procura, periti di parte, o chi altro? Visto che giustamente ora gli Antinori fanno notare di essere usciti puliti da questa vicenda, dove sono entrati “per sbaglio” e che il marchese Piero coglie l’occasione di questa libera circolazione del suo Brunello 2003 per proporre “l’introduzione di “una tolleranza minima nel rispetto dell’obbligatorietà del 100% di purezza. Diciamo tra il 3 e il 5%, massimo 7 per cento. È la stessa che hanno i vivaisti che forniscono le barbatelle per le nuove vigne. Anche le analisi, del resto, hanno un minimo di tolleranza”, perché non vuole essere chiaro sino in fondo e aiutarci a capire come si sia potuti arrivare dal sequestro al semaforo verde per il suo Brunellesco vino?

  25. Buongiorno.
    Me ne vado 3 giorni al mare e guarda che roba che ritrovo…….
    Vengo subito alla materia: l’errore nella stesura dei disciplinari è che una volta scritti (bene o male), poi arriva una crisi, e con essa le lacrime dei coltivatori di viti e, di fronte alle lacrime, interviene la politica. E come sempre quando la politica entra in un campo non suo , fa danno. E i risultati? Territorio troppo allargato, troppe concessioni sui vitigni ammessi, lassismo nei controlli in cantina: tutto fino a quando il gioco si inceppa. Questa è la verità. Come detto da tutti, i disciplinari se li danno i produttori: la colpa è di chi (senza cultura, povero di intelligenza e sensibilità, quindi con nessun senso del passato, del presente e del futuro) fa credere ai coltivatori di viti di poter fare quello che si vuole, basta non dirlo al vicino……….. (che è la mentalità del coltivatore di viti)
    Per il resto, ho letto troppe panzane per poterle commentare. Ma sono pienamente d’accordo con Vocativo.
    Buona giornata.

  26. Cristiano, se imponi di coltivare vigneti da IGT soltanto al di fuori delle aree di produzione di VQPRD…. cosa succede a chi non e’ nell’albo del VQPRD in questione? Estirpa e si da’ alla coltivazione del favino? O si aprono gli albi e tutti dentro? A questo proposito, Paolo Cianferoni, immagino sia nelle mani del CDA del consorzio della denominazione coinvolta tenere aperto o chiuso un albo, mi puo’ confermare? In nome di quale esigenza dignitosamente esplicabile si tengono chiusi (anche rispetto all’ingresso di vigneti esistenti da decenni) certi albi?

  27. Cerco di essere chiaro e sintetico per descrivere la procedura per modifiche ai disciplinari delle Docg.
    I consorzi di tutela, tutelano; vuol dire che i soci dei consorzi decido cosa fare per tutelare la denominazione. I CDA sintetizzano e propongono le modifiche al disciplinare (qualsiasi esse siano) in un documento che prima deve essere deliberata dall’Assemblea dei soci e poi presentata al Ministero delle Politiche Agrarie. Il Ministero accoglie oppure respinge le modifiche.
    Nell’ultimo caso del Consorzio Chianti Classico, l’assemblea deliberò 8 importanti modifiche il 6 Luglio 07, poi la proposta è stata inoltrata al ministero, il quale il 30 Maggio 08 ha chiesto un’integrazione della documentazione prodotta, consistente in un elenco sottoscritto dai produttori della DOCG che rappresentino il 20% della produzione complessiva.
    Ripeto: non sono d’accordo per l’aumento dei ceppi/ha: 4.500; e non mi sembra giusto che sia sufficiente per le modifiche ai disciplinari solo chi produce il 20% della produzione complessiva.

  28. Gentile Cianferoni, ma che male fanno 1000 barbatelle in più a ha? Rispetto a 3500 cosa cambia in pratica? 5 cm? Mi perdoni se innesco la polemica, ma mi sembra veramente una questione di lana caprina o, e sarebbe peggio, una guera di religione. L’impianto a 2000 barbatelle mica è dogma, esattamente come quello a 4500, ma uno rende e uno no.

  29. Per quel che mi riguarda la vicenda brunellopoli ha solo scoperto una pentola non sorprendendo certo gli addetti ai lavori, tanto è stato fatto negli anni passati per far si che il brunello,vino simbolo italiano, divenisse anche vino apprazzatissimo da un pubblico di larga scala straniero e americano in primis e proprio nel momento in cui si era riusciti nell’intento conquistando premi che lo avevano portato in capo al mondo,ecco qui lo scandalo(non utilizzate solo sangiovese grosso???). E pensare che lo avevamo fatto sostanzialmente per compiacere loro..Brunello americano noo.. Ma questi problemi si risolvono con il temmpo che smussera qualche ricordo e allevierà qualche dolore!
    Il problema che rimamane è l’identita di questo vino-mito,e questo ventennio qualitativamente esaltante del boom del vino sara visto come un periodo di decadenza per il brunello. La parola,anzi i fatti sono in mano ai produttori ilcinesi,solo loro potranno dare una svolta e svecchiare una volta per tutte queta idea tutta italiana di dividere un territorio storico in prodotti nuovi e vecchi,tradizionali o innovatori, vecchia o nuova generazione,stile internazionale ecc….Occorre partire da lontano nella valorizzazione di un vino che ha una storia,i francesi sono maestri in questo e noi siamo l’unico paese che puo imitarli.

  30. Gentile Cianferoni, proprio a quello mi riferivo. Compito di chi fa impresa è quello di fare un prodotto migliore della concorrenza a un prezzo (possibiulmente) più basso. Generalmente (e per farla breve), una più alta densità di impianto comporta una minore resa per pianta e quindi una migliore maturazione dei polifenoli soprattutto in aree morfologicamente difficili come l’alto Chianti. Io non amo generalizzare ma il “si stava meglio quando si stava peggio” è sempre suonato molto storto alle mie orecchie e vini scarichi, acidi e poveri di corpo oggi non li vuole più nessuno. Grazie a Bacco, se mi permette.

  31. @Filippo,il mio era un discorso idealista ed assolutamente non purtroppo applicabile alla realtà.Dicevo che TUTTI i vigneti compresi in una zona a DOC/G dovrebbero essere automaticamente iscritti all’albo, visto che il vino prodotto da quelle vigne avranno una qualità intriseca espressa nel vino,oggettiva,a patto chiaramente di avere la base ampelografica conforme a quel territorio.Poi credo che in un territorio per esempio del Brunello dovrebbe essere consentito esclusivamente la coltivazione del sangiovese.La Toscana è grande e quindi il petit verdot coltiviamolo dove non ci sono le DOC.E’ovvio che sto idealizzando, ma come ho già scritto, così come sono stati concepiti i disciplinari le cose cominciano a non avere più significato, e vedo che il Prof.Fregoni ha espresso dei punti di vista estremamente realistici e condivisibili a proposito.Andrebbero radicalmente rivisti ,ma è ovvio che questa è fantapolitica…
    @Ag e Cianferoni-condivido il punto di vista del Cianferoni per cui dovrebbe essere libera scelta la densità d’impianto di viti.Alla stesso tempo credo che chi pianta 3500 ceppi ad ettaro dovrebbe avere una resa minore in vino (es. 40Hl/Ha invece dei 52,50Hl/Ha attualmente per tutti) rispetto a chi magari impianta 5000 viti/Ha o più: gestione con costi più contenuti e resa minore ,perchè no?.5cm in più o meno fanno differenza eccome sulla fila:a 65cm si “scavalla”con gli attrezzi mentre a 60cm molto male.(come sto scoprendo nella vigna nuova che ho impiantato a 2,50m per 60m).Saluti

  32. Gentilissimo AG,un disciplinare,come quello del C.C.ad esempio,non può imporre stravolgimenti in un Territorio.Per le”4500viti xha”non può nessuno obbligare un imprenditore da un giorno all’altro di piantarle;se il suo vino(che ha fatto da sempre e da generazioni)non piacerà più non lo venderà più,ma tutto ciò rimarrà una sua LIBERA scelta.Se ,ad esempio,”un 20%”decide in un certo modo (magari venuto da ”lontano”),LASCI LIBERI GLI ALTRI CHE HANNO SEMPRE FATTO COSì.(tra poco ci obbligheranno e/o imporranno di raccogliere il tal giorno,di rimontare per tot minuti,ecc..,tutto per disciplinare chiaramente..

  33. E sì cara ag., però lei dimentica che in campo la realtà è spesso diversa dalla previsione sulla carta.
    Comunque, ognuno è libero di pensarla come vuole ma per mia esperienza è inutile avere densità alte per poi sacrificare la buona conduzione agronomica ed avere anche altissimi costi (monetari e ambientali): le esagerazioni non hanno mai risultati eccellenti.

  34. …..paolo ha perfettamente ragione….probabilmente lei caro “ag”….in materia di conduzine di vigne ne sa mooooolto poco…..una densita’ alta comporta un dispendio di energie e moooolto importante un rilascio sul terreno,anche per chi conduce la vigna in maniera biologica,di sostanze rame e zolfo assai piu’ alta…..non e’ mai stato costume in chianti…..di avere densita’ da 4500 viti……..sicuramente….perche’ mi sembra di aver capito il soggetto……conoscera’ qui a radda montevertine…….bene i vini di questa azienda sono famosi in tutto il mondo….e assolutamente…..martino non si sogna di estirpare i suoi vigneti piu’ vecchi da cui ricava le uve per il cru pergole torte……e queste vigne…..ai 4500 ceppi non ci arrivano nemmeno sotto minaccia armata!!!!!!!eppure questo e’ un grandissimo sangiovese famoso in tutto il mondo…..e non e’ ne acido ne slavato……lasciamo ste cazzate agli industriali del vino…..hanno gli igt su cui sbizzarrirsi…….i vignaioli quelli veri sanno come condurre la propria vigna……anche con densita’ piu basse……..il vino si fa in vigna il resto sono solo chiacchere…..!!!!!!

  35. Buongiorno.
    Carco Cianferoni, come dice il proverbio, “tra il dire e il mare c’è di mezzo il mare” e la distanza tra realtà e pianificazione, concordo con lei, lo rispecchia appieno. Quello che dico io è che tra alta densità e “buona conduzione agronomica” non c’è differenza, non sono due aspetti in competizione, anzi.
    Gentiile Michele, io che “in materia di conduzine di vigne ne sa mooooolto poco” so di sicuro che di (meraviglioso) Pergole Torte ce n’è solo uno nel mondo ma lei sa quanto costa franco cantina? Lei riesce a fare un’altro Pergole a un quarto del prezzo nel quadruplo delle bottiglie?

  36. …assaggi il vino di paolo…..poi ne riparliamo…….

    e comunque in Chianti e’ pieno di produttori che producono un vino dignitoso senza “troiai” in vigna e in cantina a un terzo del prezzo del pergole torte……..prenda la sua bella macchinina e si faccia un giro……e vedra’ che i contadini che fanno il vino acido ruvido e slavato….in chianti ne sono rimasti pochini……senza dover andare presso le industrie del vino condotte enologicamente dai vari ferrini chioccioli rivella fiore…ecc….ecc….ecc….

  37. Gentile Michele, io non ho nessuna preclusione per nessun vino (non è vero per qualcuno ce l’ho). Mi permetta però: io il vino del signor Cianferoni non so dove trovarlo. Almeno nei ristoranti e wine bar che frequento io, non c’è. Quindi non dico che sia buono per forza o un troiaio per forza: data l’assenza, mi è proprio impossibile poterlo giudicare e, come si dice, gli assenti hanno sempre torto. Non sta certo a me consumatore venire a trovare voi produttori puri. A proposito di purezza e di Chianti Classico, visto che lei pubblicizza il vino del suo amico, io farò altrettanto: conosce il Montornello 2005 di Bibbiano?

  38. Se poi Michele è un Michele che conosco io, i suoi vini sono fantastici…
    ma vorrei riportare il discorso sul binario: i cambi di disciplinare delle Docg possono essere decisi solo da una minoranza, diciamo il 20%, oppure dal 100% dei produttori della Docg? Io mi permetto solo di appoggiare i cambiamenti quando c’è l’unanimità della base produttiva.

  39. @AG
    non so dove abita, ma i vini dell’azienda Caparsa non sono poi così difficili da trovare. Il Chianti Classico Caparsino é pura goduria, soprattutto il 2006 (attualmente è in vendita il 2005), così come il Doccio a Matteo Riserva, sono vini assolutamente chiantigiani, basta assaggiarli per rendersene conto.
    Spero che la curiosità la spinga ad una meticolosa ricerca.

  40. Ovvia, questo blog sta diventando lungo!
    Ag., lei, cibernauta, mi delude; pensa ancora che certi vini non si trovano perchè non li trova ai suoi ristorati o wine Bar? Oppure, come me, pensa che con Internet ormai si trova quello che si vuole con grande facilità (e soprattutto senza essere condizionati dai ristoranti e wine bar)?
    La scusa di dire che i vini non si trovano, mi sembra banale.

  41. I vini del Cianferoni sono quanto di più genuino abbia mai bevuto, sono vini che poi riescono a maturare a lungo davvero.Sicuramente sono dei vini che meritano essere bevuti, non solo degustati proprio per una qualità particolare davvero che trascende il loro pur buono aspetto organolettico.So che sono anche disponibili in molte annate, sia il Caparsino che “il Doccio”, ognuno ad un prezzo diverso, così,a secondo del valore percepito del millesimo.Una chicca :(scusa Paolo) assaggiate il vino venduto come semplice Vino da Tavola rosso…in realtà le bottiglie contengono il sangiovese 2002 della vigna Doccio a Matteo che in bottiglia ha maturato in maniera fenomenale: profumatissimo, leggero, elegantissimo,sembra quasi un Pinot della Borgogna a dimostrazione, se mai ci fosse bisogno che il sangiovese ha bisogno di tempo e pazienza.Saluti

  42. Buongiorno.
    Caro Paolo, primo: un cibernauta mi rifiuto anche di sapere chi e cosa sia. Battuta a parte, voglio dire che voi che vi prendete il diritto e la qualifica di super puristi, avete la pessima abitudine di prendervi anche l’onere di “non essere condizionati da ristoranti e wine bar”……..

  43. …ma chi non è ”ISCRITTO”al Consorzio,ad esempio del C.C.,non conta o non viene considerato dal Ministero,ai fini delle proposte di modifica del disciplinare?(mi sembra che non ci sia ”obbligo”di iscrizione,da parte dei produttori, ma solo ”sottomettersi”al controllo,essendo detto Consorzio incaricato della vigilanza, controllo ed ispezione.)C’è qualcuno che sa rispondermi?

  44. Con i controlli erga omnes, tutti i produttori della Docg sono controllati, ma chi non è socio del Consorzio non può intervenire ufficialmente nelle Assemblee. Probabilmente interventi indirizzati al CdA possono essere presi in considerazione, ma solo a titolo di informazione, senza alcun peso “politico”.
    Purtroppo per essere soci occorre pagare in base alla produzione, e poi pagare una quota (sostanziosa) per ogni bottiglia confezionata…

  45. …ma le sembra legittimo che una parte di produttori,o usofruitori di una docg(non iscritti al consorzio),di una doc o dop non abbia ”voce”?
    Per assurdo se un consorzio ha una”minoranza”di iscritti,non dico che sia delegittimato,ma non può proporre solo lui,regole e altro..ed un ministero non puo’non ascoltare la voce di chi non si riconosce in quel consorzio..

  46. @chiantigiano.
    solo i Consorzi che dimostrano di rappresentare almeno i due/terzi della denominazione possono chiedere ed ottenere l’incarico di vigilanza (orga omnes).
    Cordialità,
    Francesco Bonfio

  47. gentilissimo Francesco Bonfio,sulla vigilanza è più che giusto l’incarico al consorzio,sul fatto che un CDA, espressione non totale di una DOCG o DOP(per quanto riguarda gli aventi diritto ad utilizzarla)possa proporre,può essere comprensibile,ma coloro che non aderiscono ad un consorzio per le ”più svariate cause”(vuoi per cause di natura economica,vuoi per ”intolleranza”verso alcuni dirigenti, e/o comportamenti, e/o scelte, ecc..)non farli partecipare alla massima espressione democratica, cioè il voto ,ad esempio,sulle proposte di modifica del disciplinare e/o non dargli voce,non è cosa giusta,anzi forse la riterrei” abbastanza dittatoriale”.

  48. @chiantigiano.
    Quando un territorio intende ottenere il riconoscimento di una denominazione l’iter prevede che ad un certo punto il Ministero indica una pubblica audizione equesto passaggio credo sia vincolante anche nel caso di modifiche al disciplinare. Alla pubblica audizione possono presentarsi ed hanno diritto di intervento tutti coloro che hanno un interesse nel territorio di cui si chiede le denominazione.
    Ovviamente alla pubblica audizione un Consorzio organizzato ha molto maggiore peso di quello che può essere un intervento estemporaneo e ciò può non piacere ma è ciò che avviene regolarmente. Nel caso in questione, si è svolta la pubblica audizione o no?
    Per quanto riguarda il Consorzio dei produttori le sue assemblee sono aperte solo ai soci del consorzio secondo una regola che sussiste per qualsiasi associazione privata.
    Cordialità,
    Francesco Bonfio

  49. ..non mi risulta,ad esempio,che per la proposta (al momento)di modifica del disciplinare del C.C.sia stata indetta audizione pubblica;ma,forse, Paolo Cianferoni lo sa..

  50. Credo che la questione andrebbe verificata con la massima attenzione, perchè, a quanto risulta a me, la pubblica audizione è elemento fondamentale dell’iter di modifica del disciplinare ovvero della richiesta di riconoscimento di una denominazione. Al punto che anche un associato del Consorzio, che avesse votato in sede assembleare contro la modifica, non è vincolato in sede di pubblica audizione al deliberato dell’assemblea consortile e può ugualmente esprimere il suo dissenso. A maggior ragione lo può fare un non associato al Consorzio. Io credo che la mancanza della pubblica audizione infici gravemente l’esito della modifica del disciplinare e mi permetterei di suggerire che gli interessati segnalassero questo fatto sia al Ministero che al Comitato Nazionale per le DO.
    Cordialità,
    Francesco Bonfio

  51. Sulla pubblica audizione occorre fare chiarezza. E’ spesso scambiata per assemblea deliberante. Niente di più inesatto. Serve solo a fornire al Comnitato tutti gli elementi utili ai fini del riconoscimento della denominazione o delle modifiche al disciplinare. Nessuno si illuda che intervenendo possa cambiare il corso delle cose specie se l’iniziava della modifiche richieste è del Consorzio di tutela. Se ne potrebbe fare a meno perchè tutte le informazioni per le questioni in discussione sono solitamente fornite dai tecnici del Comitato e comunqie esso Comitato potrebbe acquisirle motu proprio interpellando enti e tecnici del luogo.
    Tra gli studiosi di diritto c’è chi pensa che, dopo la riforma Cassese sul procedimento di riconoscimento, la pubblica audizione non sarebbe più necessaria e comunque potrebbe essere disposta solo in presenza di particolari questioni come elemento sussidiario all’accertamento dei requisiti in discussione. E non necessariamente “pubblica” per evitare malintesi per coloro che vi partecipano,ed eccezionalmente disposta caso per caso, autorizzata e opportunamente motivata dal presidente del Comitato (cfr. Pietro Caviglia – Manuale di diritto vitinicolo Ed. Sole24ore, 2005, pag. 177).
    Ed invece si continua a disporla quale condizione necessaria di procedibilità con evidente dispendio di risorse dal momento che richiede rimborso di spese di viaggio e di soggiorno per tutti i componenti delle commissioni e le trasferte per i funzionari del ministero.Comunque gli eventuali dissenzienti potrebbero impugnare il provvedimento subito dopo la pubblicazione del parere sulla gazzetta ufficiale. Occhio però alla prossime modifiche legislative in materia di denominazioni di origine; ci sono in arrivo norme anche in materia di procedimento perchè la materia del riconoscimento passa ufficialmente alla Ue restando ai paesi membri solo l’istruttoria.

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