Il ramarro, il coccodrillo e una bambina – la finestra di Briscola

Sono tornata. Forse nessuno ha notato la mia assenza (tranne Franco, che mi chiedeva che fine avessi fatto), ma è bello poter dire “Sono tornata”.
Questa volta, sono realmente tornata da un viaggio, anzi da più viaggi. I
l bello del mio lavoro è che uno può smettere.
Non sempre, non quando gli gira, ma talora può.
L’ancor più bello del mio lavoro è che uno può dire: “Parto per lavoro” e può essere un po’ vero, ma un po’ no.
Sono partita per lavoro un mese fa. In silenzio, perché certi lavori non vanno detti ma fatti.
E mi sono posta tre mete, che corrispondevano a tre Cantine.
Lo scopo non era quello di degustare vini, ma quello di capire cosa sia questa nuova frontiera del vino che si chiama WineDesign.
Serve una premessa, che riguarda la mia infanzia e quell’educazione, giusta o sbagliata che fosse, che i miei genitori hanno cercato di darmi. La premessa sta tutta in un episodio che ha per protagonisti una bambina, un ramarro e un coccodrillo.
La bambina ero io, nata e cresciuta in campagna, ma con il terrore dei rettili, ramarri compresi. Un giorno, mentre giocavo nell’erba, sentii qualcosa di “vivo” percorrere la mia mano. Era un ramarro.
Urla, terrore e via dicendo (anche per il ramarro, immagino, escludendo le urla ovviamente).
Di fronte a tale reazione, mio padre e mia madre ebbero la pensata di portarmi allo zoo di Milano, quando ancora a Milano esisteva un zoo, e mi mostrarono i coccodrilli. La morale era palese: meglio un ramarro su una mano che una mano in un coccodrillo.
Da quel giorno (quanti guai combinano i genitori, a ben pensarci), mi costringo ad affrontare ciò che temo. E io temo il WineDesign.
Temo tutto ciò che sta fuori dal vino, ma che condiziona il vino. Temo le etichette luminose, i tappi di nuova concezione, il wine fashion, temo i portabicchieri che fanno anche da appoggiapiatto e attaccapanni, il cavatappi diesel e la “cantinetta” a turbo – infrarossi.
E temo, soprattutto temo, le cantine disegnate dagli architetti di grido. Non che io ce l’abbia con gli architetti, ho persino molti architetti come amici e riesco anche ad andare d’accordo con loro.
Ma gli architetti del vino, intesi non per chi architetta come va fatto un vino bensì dove il vino deve stare, questi mi spaventano. Ecco perché, memore del coccodrillo, sono partita.
Ecco perché ho visitato tre cantine, collocate in tre regioni diverse d’Italia. Non tre cantine comuni, ma tre cantine progettate da WineDesigner.
Ne tacerò i nomi, anche perché i nomi contano poco. Ciò che conta è la diabolica idea (diabolica nel senso di ispirazione) che può impossessarsi improvvisamente di un normale produttore di vino, magari anche bravo a produrre il vino, e spingerlo a ingaggiare un noto designer, a finanziarlo e a investire (?) nella realizzazione di qualcosa che non serve a niente.
La cantina, credo sia incontestabile, è un luogo di lavoro. Il vino non accade, infatti. Non è come il raffreddore, che adesso non c’è e fra un momento arriva. Il vino nasce da una serie di azioni che, per avvenire, devono avere un luogo funzionale. La vigna, ad esempio. La cantina, sicuramente.
E quindi mi chiedo: l’installazione artistica posta fra le botti, che c’azzecca? Rende il vino più intellettuale? La barricaia a forma di vortice, cos’è? Il vino in barrique sa meno di legno se vede di fronte a sé un’altra barrique in pericolosa pendenza?
E il tetto in cemento che pare appoggiarsi alla collina, integrandosi perfettamente nel paesaggio ed evitando inquinamento visivo (parole non mie), sarà per caso un bel vedere?
E chi lo spiega al vino (che sta sotto il tetto in cemento che pare appoggiarsi alla collina) che dovrà per forza essere migliore dello stupido vino che sta sotto un tetto in coppi?
Io non ho risposte. Ma ho una desolante certezza: a causa dell’installazione, del vortice e del tetto in cemento (che pare appoggiarsi alla collina), è possibile che il vino aumenti di prezzo.
Cosa che, con i tempi che corrono, mi sembra tal quale infilare una mano in un coccodrillo.
Many kisses! by Briscola

0 pensieri su “Il ramarro, il coccodrillo e una bambina – la finestra di Briscola

  1. Si, Briscola, hai ragione, hanno voluto costruire queste cattedrali non funzionali allo scopo di conservare e produrre vino, ma solo per parlarsi addosso e per aumentare il prezzo delle bottiglie manifestando l’intenzione che il “bello” si paga.
    Non rimpiango certo quando nelle cantine si trovavano appesi salumi e venivano conservati formaggi negli orci, ma è una immagine di cantina che certo mi è più cara e affine delle spirali di barriques o di quei mausolei che hai messo in foto a corredo del post.

  2. ognuno ha quel che si merita, direbbe qualcuno, vuoi il vino immagine,pagaaaa
    vuoi il vino vero (che non ha griffe) devi saper scegliere, altrimenti…….
    a casa mia scelgo io,ma al Ristorante in genere le scelte le fa il(sapientone)* di turno, ed uno per pararsi il fondo schiena, opta per la prima soluzione,
    vogliamo fargliene una colpa, speriamo che ne risponda il suo portafoglio?

    Lino

    * Perchè quasi, per non dire sempre, ogni tavolo ha il suo.

  3. …su gli ”investimenti” c’è da dire che ,forse, li hanno avuti” a fondo perduto”(praticamente li fanno ”perdere ai tradizionalisti”).

  4. Vedi, Briscola, la qualita’ del vino sicuramente non cambiera’, ma credo che cambi quella dell’impatto sull’ambiente circostante se la cantina nuova viene fatta in modo che assomigli a una scultura anziche’ a un hangar industriale. La cantina vecchia sotto un tetto di coppi non e’ il giusto termine di paragone, infatti: non col vecchio e gia’ esistente occorre raffrontare il nuovo artistico, bensi’ col nuovo puramente industriale. Quindi accanto alle foto della cantina di Petra vicino Suvereto (le ultime due che accompagnano il tuo articolo) sarebbero da mostrare anche le foto di altre cantine, costruite sicuramente con minori voli pindarici, sicuramente costate meno, in cui la nota paesaggistica e’ data da una sfilata di serbatoi di acciaio da farle sembrare raffinerie, oppure da altre (se volete ne fornisco di una costruita proprio accanto a me) la cui la nota paesaggistica caratteristica e’ solo l’enormita’, brutta e grottesca.

  5. Apprezzabile il commento di Cintolesi, naturalmente non tutti possono o hanno voglia di avvalersi di architetti di grido ma sappiamo benissimo quanto in quest’epoca l’immagine acquisisce valore aggiunto al prodotto che pero’ nei fatti inevitabilmente non migliora per effetto della nuova presentazione. Nel caso in oggetto l’opera in se’ per se’ e’ apprezzabile, ha buone armonie ed equilibri, sarebbe un ottimo sacrario, mi ricorda un po’ il Montegrappa e un bel po’ il circolo funebre di Micene, diciamo che gli manca la porta dei Leoni magari sostituiti da due bei fiaschi chiantigiani. Ora, da un punto di vista puramente architettonico quando le forme sono decontestualizzate sono quasi sempre attraenti se non coinvolgenti, quando le si piazza nel territorio cominciano i guai (vedi Ara Pacis). Il caso della cantina in oggetto non costituisce eccezione in quanto ha tutte le forme del sacrario, non tiene conto delle armonie ormai secolarizzate delle architetture rurali esistenti e si pone in maniera stupidamente epica in un contesto, il vino, che di epico non ha nulla ma piuttosto ha bisogno di un estetica compensatrice delle fatiche e degli appassionamenti secolari che stanno dietro a questa splendida bevanda. Semplicemente rispettando ed elaborando i riferimenti esistenti. Resta comunque ben forte il senso di stupidita’, vanagloria, immagine fine a se stessa e, non ultimo, apparenza, a coprire il prodotto in un senso di valore aggiunto che nulla aggiunge. Nell’epoca del packaging tutto cio’ non deve stupire, peccato che il packaging costa nel conto del prodotto finito, costa molto. Non e’ un problema, ho un altra cantina da defalcare dalla lista degli acquisti…ma tanto in Toscana mi e’ rimasto ben poco da acquistare, tra’ Supertuscan (ma super de cosa poi?), Brunelli probabilmente tarocchi e Mausolei vari il senso di repulsione, anche se non sempre giustificato e questo lo scrivo ad onor del vero, mi ha preso il sopravvento

  6. W i capannoni con i neon allora, cosa vi devo dire…
    Non riesco proprio a capire questa mentalita’ un po’”comunista” dove il bello deve per forza essere visto come ostentazione.
    Se uno puo’ permettersi la cantina fatta da Renzo Piano , beato lui! E credo sia un bene anche per tutto il comprensorio che la ospita.
    Poi ovviamente oltre alla cantina ci vuole il vino, e questo si’ e’ un altro discorso. Non credo che nessuno si sogni minimamente di criticare le nuove bellissime cantine di Dal Forno o di Soldera ad esempio…. Insomma a mio avviso il bello e il diverso aggiungono un po’ di pepe a contesti un po’ troppo monotoni, l’importante ripeto e’ che il vino sia buono!!

  7. Beh NC
    l’importante è che poi la Nuova cantina non me la facciano pagare con 8 10 euro in piu’ a bottiglia perchè il vino riposa nella bellissima mega struttura …
    no??

  8. Gentile NC, per carita’ pur nella sua soggettivita’ il bello piace a tutti indipendentemente dalla sua funzione! Anche una cantina ha il pieno diritto di essere qualcosa che si distingue! Il mio discorso, puramente soggettivo riguardo l’estetica delle cantina in oggetto( che comunque a mio parere e’ un incrocio tra’ un enorme sacello e un bastione di difesa), va’ comunque aldila’ della questione puramente esteriore, semplicemente a mio parere, queste pacchianate autoreferenziali volte a fare packaging e punto le lascio volentieri la dove stanno senza acquistare il prodotto visto che ad esso nulla aggiungono e alla fine le pago eccome se le pago. I contenuti delle bottiglie pur a prezzo di grossi sacrifici sono disposto a riconoscerli nei loro valori, le trombonate fini a loro stesse con tanto di presentazioni di nani e ballerine a far da contorno alle neo Micene no, semplicemente non le accetto. Anche queste hanno contribuito e tuttora contribuiscono a far si’ che il prodotto vino sia sempre piu’ interpretato da un punto di vista modaiolo e trandy, allontanando sempre di piu’ il contenuto dalla realta’. Detto questo ognuno e’ libero di pensarla come gli pare e comprare cio’ che piu’ gli aggrada. Niente di Comunista nel mio ragionamento, solo non mi va’ di pagare, quando lo so’, il surplus, in questo caso dello scatolone vinario

  9. Stiamo tutti sorridenti ”mamma regione”li finanzia volentieri questi progetti ”innovativi”(o meglio ”queste cafonate”)…oramai siamo in globalizzazione e ne faranno sempre di più.

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