Lo scandalo del Brunello visto dagli States: la parola a Floribeth Schumacher

Interessantissima, credo, l’intervista (pubblicata qui, sul sito Internet dell’A.I.S.) che Floribeth Schumacher (nella foto), specialista di vini italiani e wine buyer presso lo Jug Shop di San Francisco attiva nel business del vino dal 1965, mi ha concesso.
Dalle sue parole, dalla sua testimonianza di responsabile del servizio italiano presso questo importante wine shop della grande città californiana emerge chiaramente quale atteggiamento sbagliato, non improntato alla chiarezza, sia stato tenuto sinora a Montalcino.
Alcune “perle” per darvi l’idea del pensiero di Floribeth (che in maggio ha partecipato ad Alba Wines Exhibition degustando, come noi, le nuove annate di Barolo e Barbaresco). §Sui “taroccatori” dice con malinconia: “mi fa sorridere il pensiero che quello che viene percepito come “palato americano” abbia portato alcuni produttori ad infrangere le regole e alterare i vini per renderli più simili a tanti prodotti in California invece di dedicare i loro sforzi a produrre un grande Brunello tradizionale”.
Sulla influente stampa specializzata americana: “molta stampa americana è da criticare così come alcune pubblicazioni italiane. Invece di educare il consumatore sulla “materia prima utilizzata” nei vini si sono preoccupati di dare punteggi. Che cosa vuol dire dare ad un vino 99 centesimi e cosa porta a prendere questa indicazione come un serio indice di qualità?”.
E infine sull’evoluzione del consumatore americano: “Si potrebbe pensare che i consumatori americani amino i vini concentrati, potenti, scuri come inchiostro, oppure quelli facili da bere, e forse questo una volta era vero, ma oggi il consumatore è molto più consapevole e sofisticato nei gusti di quel che si pensi e questo è il risultato di degustazioni e seminari e di uno sforzo di cultura del vino. Io vedo dalla mia clientela come vogliano sapere tutto delle differenti regioni, dei vari stili, climi e tipi di suoli e della loro differenza”. Very interesting! Bene, cosa aspettate ad andare a leggere tutta l’intervista a mrs. Schumacher?

0 pensieri su “Lo scandalo del Brunello visto dagli States: la parola a Floribeth Schumacher

  1. Conosco Flori da anni e confermo che è una bravissima degustatrice e una profonda conoscitrice dei vini italiani, Barolo e Barbaresco su tutti. Lei è una delle dimostrazioni che gli States non possono mai essere visti come una realtà monolitica e uniformata ma come un grande paese, certamente pieno di contraddizioni ma al contempo pieno di gente preparata e mentalmente aperta. E’ per questa ragione che l’autogol rappresentato dalla vicenda Brunellopoli rischia di essere molto più serio di quel che si pensi.

  2. Già…Ci si è preoccupati troppo di comunicare il Territorio,senza considerare tutti quegli aspetti,tutti quei “piccoli” elementi che invece,non farebbero altro che rafforzare una comunicazione tesa ad esprimere con decisione (senza poi doversi coprire di vergogna con cose dette,ma nella sostanza non fatte,quando poi ci si fa ‘pizzicare’…)l’unicità di un territorio.Ogni vitigno autoctono,nella sua interezza e per qualunque sia il suo risultato in vino è valore aggiunto per una zona enoica,qualunque essa sia,di successo (oggi)o meno.

  3. Non avevo dubbi sul pensiero di questa operatrice americana che ho avuto il piacere di incontrare ad Alba wine exhibition insieme ad altri suoi colleghi degli states e con cui ho avuto scambi di idee interessanti che vedo ottimamente riassunte qui da te franco.

  4. La signora è intelligente, ragiona con la sua testa e giudica con il suo palato.
    Sarebbe ora che in Italia mandassimo a zapparei la terra i tanti finti guru, così capiranno quanto la terra sia bassa e buttassimo al macero tutte quelle guidi che oramai nessuno vuole più leggere.

  5. Finalmente un esperta di vino che ha il coraggio di dire la verità.Non si può continuare a fare dei vini solamente per i giornalisti di settore, per le guide specializzate o per ottenere i fatidici punteggi. Bisogna produrre grandi vini di qualità avendo rispetto per la materia prima, l’uva.Basta con questi vini omologati prodotti con pratiche enologiche esasperate, che non comunicano alcuna sensazione, occorre produrre tipicità per distinguersi da questa ormai conclamata standardizione.

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