Luca Zaia (ministro leghista) a ruota libera sull’affaire Brunello di Montalcino

Interessanti scampoli di “Zaia-pensiero” (Luca Zaia, per chi non lo sapesse, è il ministro delle Politiche Agricole, il primo ministro agricolo leghista nella storia di questo dicastero chiave nell’economia italiana) nell’intervista (leggi qui) concessa ad Emiliano Fittipaldi pubblicata sull’Espresso di questa settimana.
Emerge l’immagine, che già si conosceva, di un ministro interventista, che giustamente vuole decidere lui e non farsi comandare-condizionare dall’intendenza e dalla burocrazia ministeriale, ma anche quella di un realista, che dice di essere “per il mercato”, che ricorda che i disciplinari di produzione dei vini devono essere i produttori a deciderli, e che concede qualcosa ai liberisti puri e duri, ai rivelliani, a quelli che per il Brunello e gli altri vini vorrebbero totale libertà di manovra e magari nessun disciplinare, solo quando dice
se i consumatori, che il disciplinare sanno a stento cosa sia, preferiscono un vino più rotondo e morbido, si conceda al loro palato la giusta soddisfazione”.
Ma caro Ministro Zaia, non sarebbe invece meglio educare i consumatori e invece di calare le brache, metaforicamente, per compiacere il loro gusto più elementare e meno esigente, non sarebbe cosa più buona e giusta far capire loro come sia un vero Brunello di Montalcino, base Sangiovese coltivato a Montalcino ovviamente, e come sia profondamente diverso da un qualsiasi altro vino, merlotteggiante, mollacciione, ruffiano, senza attributi?
Beh, leggetevi, qui di seguito, gli scampoli di intervista relativi all’affaire Brunello e fatemi sapere cosa ne pensate…

Il blocco dell’export di Brunello verso gli Usa non è ancora scongiurato?
“Abbiamo ottenuto una proroga di qualche settimana, l’ultimatum scade il 23 giugno. Gli americani vogliono chiarezza, vogliono comprare quello che promettono le etichette sulle bottiglie. Il marchio Docg prevede Sangiovese al 100 per cento, chiedono che il vino rispetti il disciplinare. Non vogliono pagare come Brunello prodotti che contengono Merlot e Syrah. Ho parlato con il ministro Ed Shafer, incontrerò l’ambasciatore Spogli, la diplomazia Roma-Washington è al lavoro. Senza sosta”.
Intanto dopo lo scandalo del Brunello ‘allungato’ il presidente del Consorzio si è dimesso.
“Agli americani non basta. Ho subito esonerato il Consorzio dai controlli, e l’ho sostituito per decreto con un Comitato di garanzia. La situazione era seria, la frode in commercio è un’accusa pesante: appena arrivati abbiamo preso in cura un ammalato grave, l’abbiamo intubato e stabilizzato, ora stiamo operando a cuore aperto. Non possiamo permetterci errori con il bisturi, il mondo ci guarda”.
Lo stop sarebbe un disastro, ha detto. Perché?
“Il Brunello è il più prestigioso vino nazionale, e il nostro mercato agroalimentare spedisce negli States merci per un miliardo di euro l’anno. La bilancia commerciale è in attivo. Se bloccano il Brunello, un simbolo mondiale del made in Italy di qualità, c’è il rischio di un effetto a catena per tutti gli altri prodotti. Bisognava muoversi prima, il vecchio governo non ha mandato tempestivamente le informazioni che ci avevano richiesto gli stranieri”.
Il disciplinare va cambiato?
“Lo decideranno i produttori. Noi di certo non complicheremo le scelte di chi lavora. Le regole per fabbricare un vino Doc non sono il Vangelo, persino la Costituzione è flessibile e può essere modernizzata.
Io sono per il mercato: se i consumatori, che il disciplinare sanno a stento cosa sia, preferiscono un vino più rotondo e morbido, si conceda al loro palato la giusta soddisfazione.
I vini duri, per quel che mi riguarda, hanno fatto il loro tempo. Il gusto cambia. Basta vedere il trend degli aperitivi: ieri i ragazzi ordinavano gin tonic, oggi va di moda la dolce caipirinha”.

N.B. Promemoria per il collega intervistatore dell’Espresso
Caro Fittipaldi, con quel cognome che si ritrova, che mi fa inevitabilmente pensare a quella magnifica Lotus nera con scritte oro che il grande Emerson Fittipaldi guidava quasi 40 anni fa e quando ero decisamente più giovane, lei non può che essermi simpatico.
Capisco bene che all’Espresso, dopo Velenitaly preferiate essere più cauti con il mondo del vino, e comprendo anche che lei dopo averci informato che “Nel Brunello c’è il tranello”, con un suo articolo pubblicato nella stessa uscita “incriminata” del suo settimanale, preferisca tenere un profilo più basso nei confronti del mondo del vino di Montalcino.
Pur consapevole di questo, voglio farle notare che parlare, come lei ha fatto, di scandalo del Brunello ‘allungato’”, sarà anche soft, politically correct, ma è una solenne bischerata.
Quel Brunello, quei Brunello di Montalcino di cui si parla, e tanti altri di cui non sono ancora venuti alla ribalta i nomi dei produttori, ma che tutti, nell’ambiente, sappiamo da anni quali siano, e chi li abbia portato (ottuso o colluso?) in palma di mano, non si deve chiamare “allungato”, bensì “taroccato, adulterato, mixato con altre uve proibite, aggiustato” secondo gli interessi ed i comodi di chi del Brunello ha fatto strame.
Anzi, io che non sono politicamente corretto sa come definisco quel “Brunello”? Sputtanato, sconciato, imbastardito da iniezioni di uve e vini che con la storia e l’identità del vero Brunello di Montalcino non c’entrano nulla. Altro che “allungato”!
Pertanto, pur capendo i suoi scrupoli e le sue preoccupazioni, la invito a leggere attentamente e trarre profitto dalla lettura, uno splendido articolo che un suo e nostro collega, l’ottimo Eric Asimov, ha scritto, sul tema scandalo del Brunello, definito
the tragicomic opera that is the Brunello di Montalcino scandal”, su un giornale di cui avrà sicuramente sentito parlare, il New York Times.
Nell’articolo, che può leggere integralmente qui, Asimov scrive tra l’altro: “Indeed, brunellos that are suspected of being blended with other grapes have been very popular with both critics and the public. But they are not, according to the rules, brunello di Montalcino. A high-status category already exists for wines made with unsanctioned grapes: Super Tuscan. Permitting other grapes in brunello in Montalcino would simply dilute the meaning of the appellation. That is unlikely”.
Questo sì che si chiama parlare chiaro…

0 pensieri su “Luca Zaia (ministro leghista) a ruota libera sull’affaire Brunello di Montalcino

  1. La politica è l’arte del possibile.
    Se, come afferma il ministro, “Gli americani vogliono chiarezza, vogliono comprare quello che promettono le etichette sulle bottiglie.”, occorre cambiare il disciplinare con effetto retroattivo.
    Una specie di indulto enoico.
    Chi, entro due giorni, troverà una soluzione appena appena potabile, avrà il futuro assicurato.

  2. Franco carissimo, ti sei messo a cavar sangue dalle rape?
    Leggendo l’intervista integrale si capisce benissimo che non è un’intervista: trattasi in realtà di domande faxate al segretario del ministro e poi da questi diligentemente compilate e rispedite al mittente!
    Vogliamo chiamare ciò giornalismo? Suvvia, non esageriamo!

    Immagino te che intervisti un tipo (mettiamo un ministro) che dice “Basta con i vini duri” e che paragona la caipirinha al Brunello: quanti secondi di vita gli avresti lasciato, prima di sbranarlo vivo?
    😉

    P.s.: ma ai leghisti, non gli piaceva “duro”?

  3. Buongiorno.
    Ehhhh………. quanto è complicato l’affaire Brunello (o brunello ?). Ora abbiamo anche il Ministro che insieme al nome Brunello cita il gin tonic (perchè no le spriz visto che è veneto?)! Il Ministro che prima lo difende (“Il Brunello è il più prestigioso vino nazionale”), poi lo affossa (“se i consumatori, che il disciplinare sanno a stento cosa sia, preferiscono un vino più rotondo e morbido, si conceda al loro palato la giusta soddisfazione”). C’è qualcuno degno dapprima di pensiero, poi di credibilità (qualità da presentare rigorosamente insieme, non divise, eh!) in questo troiaio?
    Ieri sera ho incrociato il Dottore: la prego, dica qualcosa!

  4. Leggevo il solito articolo di Davide Paolini, sul domenicale del Sole, che parla dei taroccamenti, degli ‘allungamenti’ – come riporterebbe Fittipaldi –
    insomma delle contraffazioni e delle gabole, messe in atto dai soliti FURBI, in materia di prodotti che hanno FORTI CONNOTATI DI TIPICITA’, nel comparto enoalimentare italiano.
    Questa volta si trattava della ‘colatura di alici’ prodotta a Cetara. Un condimento che – proprio a causa della rarità e prelibatezza (per coloro a cui piace) – sta avendo un grande successo e si sta affermando nelle cucine più raffinate.
    Il successo ha immediatamente prodotto dei falsi, che non provengono dallo stesso FATICOSO ed ELABORATO procedimento produttivo, che hanno un sapore ADDOMESTICATO e un odore MENO FORTE della ‘colatura di alici’ della tradizione; colatura che però sta assurgendo a chiara fama (e fatturato).

    MENTRE LEGGEVO MI CHIEDEVO:
    ma se questi pescatori avessero un disciplinare (per garantire l’originalità del loro prodotto, e per tutelarne i caratteri); e se questi pescatori un giorno scoprissero (o se un attento consumatore di colatura avesse scoperto) che qualcuno tra loro, anzi molti, ha tradito il disciplinare (per sveltire il processo produttivo, o per produrre una ‘colatura’ più ‘rotonda’ e meno ‘forte’ ad usum americani, o per ignoranza, o farabuttaggine, o stupidità), e di conseguenza i colpevoli di questa furbata venissero deferiti all’autorità giudiziaria,…
    MI CHIEDEVO quindi: ma il MINISTRO, il ministro leghista – duro e puro – penserebbe ad un cambio di disciplinare della ‘colatura di alici’, perché gli americani trovano intollerabile quella puzzetta di pesce fracico e preferiscono un sapore – diciamo – più pulito? E permetterebbe, il ministro, un’aggiunta di colatura di sarde (purché sempre partenopee), apportatrici di un profumo meno offensivo e invadente?

  5. Il discorso ‘educare la gente ad un certo vino’ mi sembra difficile. Magari al nord andrà meglio, qui a Roma la distinzione che fa il consumatore medio (anche di buona cultura generale) è tra Tavernello e vino da due euro al supermercato. Oltre è difficile andare.
    Poi, nel merito del disciplinare, è indubbio che farebbe comodo nell’immediato avere un disciplinare più morbido, così come il gusto di certi brunelli-nonbrunelli. Tutto sta a vedere se nel lungo periodo seguire le mode conviene o meno. A questo punto, se uno vuole fare un vino piacione/paraculo, tanto vale passare a IGT, pompare una definizione trendy-burina (tipo superBrunello) che fa mercato e dovrebbero essere tutti contenti, tradizionalisti e ultraliberisti…

  6. Caro Franco, mi ricordo di quando hai in questo sito dato una (giusta) apertura di credito al Ministro Zaia. Ora quell’apertura che avevi dato poco tempo fa si sta pero’ rapidamente chiudendo e purtroppo il ministro con l’intervista faxata (vorrei pero’ ovviamente purtroppo ricordare che in Italia i giornalisti intervistano sempre per “fax” con le risposte centellinate e riguardate e senza capacità di repliche, salvo in poche trasmissioni televisive che fanno poi sempre scandalo) mostra di non essere all’altezza del compito che gli si è assegnato.

    Non solo, e vorrei anche ricordare che le sue parole viaggiano all’esatto opposto di quello che l’Italia cerca di sostenere a livello internazionale, cioè la protezione dei prodotti tipici attraverso indicazioni geografiche sostenendo principalmente che certe denominazioni (alimenti e vini) devono essere protette perchè sono il prodotto di processi tradizionali che risalgono nel tempo e sono strettamente legati ad un territorio e a un procedimento di produzione specifico.

    Se vogliamo fare il brunello come si fa un soft drink come la coca-cola allora caro ministro permetta anche ad americani, australiani, neozelandesi e altri di produrre vini che si chiamano brunello, barolo. E lo stesso valga per parmigiano reggiano o prosciutto di Parma.

    Voler difendere certi produttori di brunello ora andando contro la posizione che l’Italia sostiene in campo internazionale è contro-producente e soprattutto non fa che portare colpi alla credibilità dell’Italia che già viaggia a livelli piuttosto bassi.

    Sono sempre più dell’idea che ci voglia un’azione più forte per salvare almeno quel po’ di tradizione e non annegare nel grande mare degli IGT.

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