Montalcino: per il cavalier Rivella occorre cambiare il disciplinare

Suvvia, rendiamo onore ad una persona che almeno ha il “pregio” di dire apertamente come la pensa sulla vicenda del Brunello!
Parlo di un personaggio dal quale mi sento sideralmente distante e la cui filosofia e logica iperliberista considero estremamente dannosa per il vino italiano e da combattere con decisione, ovvero il cavaliere del lavoro Ezio Rivella, “enologo-manager di fama internazionale” come lo definiscono i siti amici.
Con una fantastica scelta di tempo, una tempestività straordinaria, Rivella ha dichiarato che “é assolutamente giusto iniziare a pensare alla modifica del disciplinare del Brunello di Montalcino. E’ inutile – ha spiegato Rivella – cercare la qualità attenendosi a vincoli rigorosi”.
A “chi gli chiedeva se esistessero vini conformi al 100% ai disciplinari” Rivella ha risposto “sì, i peggiori. I piccoli adattamenti – ha risposto – sono quelli che fanno grande un vino”. Se lo dice lui c’é proprio da credergli!
Una dichiarazione, la sua, di esemplare chiarezza, rilasciata da un personaggio che ha “rischiato” di diventare negli anni scorsi presidente del Consorzio del Brunello ed il cui libro “Io e il Brunello”, vi consiglio assolutamente di leggere per capire come si sia arrivati alla situazione di oggi.
Se i “maestri” del Brunello sono questi, beh siamo veramente a posto!

0 pensieri su “Montalcino: per il cavalier Rivella occorre cambiare il disciplinare

  1. E’ la vecchia cultura “interventista”, della enologia come architettura, o come ricettario. Sbraitata oramai senza veli. Un pò di fard qui, un tocco di rossetto lì, una botta di cipria sotto la bottiglia. E se invece trovasse il coraggio di fare un pò di autocritica?

  2. Neanche – a ripensarci – il coraggio di dire “Soldera, Poggione, Fuligni, ecc.. sono fantastici, ma per ragioni di mercato sono modelli che non posso cercare di seguire”.

    No, nemmeno quello. Addirittura li si denigra. Non ho parole.

  3. … io sì Francesco, una sola: VERGOGNA! Ma, ripeto, meglio lui che esprime pubblicamente un suo punto di vista, che io reputo sbagliato, di taroccatori che dicono “solo Sangiovese” e poi lo tagliano con il Merlot…

  4. …..Rispondendo a Paolo…..

    hai proprio ragione…..lo scontro e’ iniziato e giugno e luglio….mesi di assaggio per le future guide….ci diranno se ha prevalso una linea sull’altra….se ha prevalso la linea delle chiacchere all’italiana o se almeno una volta….dopo tutto quello che sta succedendo ci sara’ una presa di posizione, vera, certa, ferma su i furbetti del brunello del chianti classico del nobile…ecc….ecc….

  5. Il problema è che dobbiamo ancora arrivare all’anno zero in cui ci accorgerà che abbiamo degustato troppo spesso,molto più di quello che si pensa, vini ottenuti nella più rigorosa osservazione del liberismo enologico applicato. D’altra parte quando il metro di giudizio è “solo”il profilo organolettico di un liquido (vino) che va rigorosamente sputato, dopo quel che si crede che sia stato un esame definitivo cioè la semplice degustazione ,se solo si tornasse a capire che il vino va bevuto anche per le sue proprietà, perchè no, inebrianti e secondariamente alimentari, perchè il vino va anche digerito, si potrebbe tornare ad apprezzare i vini per quello che sono davvero. Il risultato di questi anni in cui degustatori professionali pretendono di valutare definitivamente decine e decine di vini, senza berli, è sotto gli occhi di tutti, vini falsi, apparentemente perfetti esteticamente,intendendo per questo anche l’aspetto organolettico,ma la vera differenza tra un vino costruito, magari pluripremiato ed un vino autentico,che può essere più o meno buono,non è tanto da ricercare nel profilo organolettico,che pure ovviamente è notevole ma appunto nell’effetto che questo vino ha nel corpo e nella mente di chi lo beve.
    Quando Veronelli diceva che il peggior vino contadino era meglio di qualunque vino industriale,(o qualcosa del genere, non ricordo esattamente),credo che si riferisse proprio a questo,il problema è che oggi molti piccoli produttori si sono “industrializzati” e gli industriali camuffati da artigiani. Se è vero che il vino debba essere un autentica espressione del territorio da cui proviene riuscire a trasmettere questo concetto, sarebbe un enorme passo in avanti.

  6. Provocazione: e allora si cambi il disciplinare, lasciando però a chi segue la vecchia via, la possibilità di dichiarare in etichetta “Brunello Tradizionale da sole uve Sangiovese Grosso”.
    E poi vedremo che cosa sceglieranno coloro che cercano il vino italiano, che cercano e rispettano i nostri miti, le nostre eccellenze. Con un’anima e una storia irripetibili come il Brunello. Senza sapore di merlot.

  7. questa é bella: la colpa é dei degustatori professionali e non dei cialtroni e dei loro profumatamente pagati consulenti che quei vini hanno prodotto? Certo, ci sono stati degustatori professionali che i vini taroccati non li hanno riconosciuti o hanno fatto finta di niente sapendo da quali potenti aziende erano prodotti, ma la vera colpa é di chi quei vini li ha prodotti!

  8. Franco, per degustatori professionista intendo tutti coloro che per professione degustano : critici enogastronomici, enologi, produttori. Cercando di mantenere un atteggiamento analitico direi che c’è una forte richiesta di vini con certe caratteristiche riconosciute da una certa critica enogastronomica, rappresentante una larga fascia di consumatori e questi prodotti vengono di conseguenza approntati ad hoc da consulenti enologi e/o produttori che soddisfano la loro richiesta.Semplice. Il tragico è che così facendo si perde di vista quello che il vino in realtà è, non ne faccio una questione moralistica ma piuttosto culturale.

  9. La colpa è di chi quei vini li ha prodotti, non ci piove, ma quanto sono stati elogiati i vini taroccati? Quante volte quei vini sono stati portati ad esempio? Non ricordo, e può essere colpa mia, di aver mai letto “secondo me in quel Brunello c’è del Merlot o Cabernet o altro. Il critico teatrale, musicale o del cinema, non si esime dallo stroncare un’opera, spiegando i motivi per cui non la ritiene meritevole di un pubblico, mi sembra che nel mondo del vino questo non succeda, sì qualche stroncatura c’è: perché il vino sa di legno, manca o c’è troppa pipì di gatto, si sentono odori sgradevoli, e i sentori di montepulciano d’abruzzo, di rossissimo, di merlot, di primitivo nei vini rossi di molti produttori in molte regioni italiane, perché non sono evidenziati?
    Dopodiche chi froda deve andare fuori dai consorzi, mettere una targa commemorativa con gli estremi della frode sull’entrata della cantina e poi in galera.
    Sono anche un consumatore e diffido di quei produttori che nel loro listino hanno vini igt o doc provenienti da regioni dove non hanno unità produttive, forse sbaglio, ma continuerò a farlo.

  10. é antipatico dire “io l’avevo detto”, ma nel mio caso posso tranquillamente affermare di aver scritto, nei termini in cui potevo farlo senza rischiare di essere querelato, che determinati vini erano “sospetti”. L’ho scritto su questo blog e sul suo predecessore, il taccuino del franco bevitore e su WineReport.com. Anche altri colleghi, più esteri che italiani, l’hanno fatto. C’é stata invece una larga maggioranza di comunicatori, non si sa bene se solo ottusi oppure anche collusi, che hanno fatto finta di niente. Ma i primi colpevoli sono coloro che hanno fatto i taroccamenti (e direi anche le commissioni di degustazione che non hanno bocciato certi vini…) e non tanto chi non ha avuto “le palle” per scrivere che erano vini non solo a base Sangiovese…

  11. E cambiamolo stò disciplinare!!
    SANGIOVESE GROSSO 110%!
    E se non ti va bene fai un bel vino da tavola o igt,ci metti dentro quello che ti pare(che dovrebbe provenire dall’uva…),vinci i concorsi e non rompi i c……i!
    Ma perchè sponsorizzare un libro del genere?
    …quasi quasi ero tentato all’acquisto!

  12. lor signori.. questi cavalieri … coloro che hanno permesso che un intero paese, montalcino prima e italia poi, diventasse bersaglio facile con le loro porcherie si sono già fatti il loro spazio e creato il loro mondo… un posto dove noi che amiamo le cose vere, scusate se metto anche Voi tutti che vi appassionate alla vicenda, non riusciremo mai ad entrare senza sconvolgerci!
    loro si sono conquistati un pezzo di mondo usando falsi e sproloquiando ora ” non capite, quel vino non poteva esser così…”
    signori, forse esagero, ma l’enologia si divide in due sole specie: chi rispetta il prodotto uva/vino e cerca di tirarne fuori il MEGLIO e chi costruisce ad uso e consumo di sentirsi “bravo”.
    per carità tutto legittimo (?) ma non ci prendano in giro… se è vero, come non è vero, che il vino è buono che importanza ha la denominazione? allora che questi soloni la lascino a chi la vuole rispettare in nome e per conto di chi la vive davvero!
    e in merito a chi come Lei scrive, sig Ziliani, ha fin troppa ragione… ma è anche vero che spesso chi legge, legge solo quello che fa più comodo… oppure è “aiutato” da guide sicuramente più affascinanti perché dal nome altisonante…
    forse anche questo aiuterà noi “bevitori” ad esser più critici.

  13. Denti, per combattere meglio le persone che hanno posizioni che non condividiamo é bene conoscere le loro idee e quindi la lettura di quel libro, che non consiglio di acquistare, ma di farsi prestare e poi passare ad altri, perché leggano sappiano e capiscano, ha un suo senso logico

  14. eppure, quello che non si coglie è che se quei vini non erano taroccati non avrebbero avuto successo, anzi magari tutta la denominazione, ipoteticamente, non avrebbe solleticato le fantasie di quei cosidetti edonisti.Questa domanda che mi pongo , oggettivamente non può avere una risposta certa ma sarebbe opportuno farsela.Non credete ?

  15. Interessanti riflessioni di Guelfo Magrini sul suo blog Benvenuto Brunello blog http://www.benvenutobrunello.com/blog/?p=210 sugli ultimi sviluppi della situazione ilcinese.
    Un’autentica “perla” il commento dell’aitante conte Gelasio Gaetani Lovatelli, ex marito di Noemi Marone Cinzano, proprietaria della tenuta di Argiano, che testualmente afferma: “La situazione del Brunello è semplice e complessa allo stesso tempo. Non c’è dubbio che il Brunello innaffiato di merlot è più buono. Anzi per l’esattezza….piace di più (perché non esiste, quando si parla di vini..,un vino più buono o meno buono, esiste un vino che piace di più e/o di meno di un altro). Provate a dare un brunello al merlot agli americani, ai giapponesi , agli inglesi. Sicuramente lo apprezzano di più di un Biondi Santi o di un Case Basse, …ma provate a dare uno Chateau Lafite o un Petrus a un vero contadino oppure a Gianfranco Soldera , oppure a Franco biondi Santi. Non lo troveranno perché il loro palato è avvezzo ai loro vini”.
    Ragionamento sul filo del paradosso, che avrà anche una sua logica, che io però non riesco assolutamente a capire…

  16. Spesso il gusto dei consumatori è condizionato dai grandi investimenti pubblicitari e dalle guide ma non sempre, anzi: mi risulta che in Giappone, in America e in Inghilterra molti consumatori cercano vini non omologati. In Italia, ad esempio, avviso una certa crisi delle guide, che sono troppe, che non hanno molti argomenti per differenziarsi, mentre si sta sviluppando una forte ricerca per le scoperte enologiche personali, intese come un viaggio, un’avventura fantastica, un’emozione. Internet sta facendo il resto, la comunicazione telematica sta cambiando il modo di imparare e scegliere di molti consumatori. Il successo di questo blog ne è un’esempio.
    Il conte Gelasio Gaetano Lovatelli, come altri, stanno solo difendendo un certo mondo del vino artefatto e ormai quasi del tutto fuori dal mondo reale.

  17. Era prevedibile che il signor Rivella avrebbe sfruttato il momento per mettere a segno l’ennesimo affondo nei confronti della tipicità dei nostri vini; non per nulla il superenomanager era uno di quei “teorici dell’omologazione, del neoliberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo” ai quali pensavamo io e Sandro quando abbiamo elaborato il testo dell’Appello in difesa dell’identità del vino italiano. Solo che – siccome la forma è anche sostanza – le affermazioni oggetto di questo post lasciano trasparire tutta l’arroganza propria dell’establishment (dire che i vini conformi ai disciplinari sono “i peggiori” sarebbe offensivo se non fosse semplicemente ridicolo, basti pensare al Monfortino, al Monprivato, al Case Basse) e una visione dell’enologia totalmente subalterna alle logiche mercantili. I disciplinari di produzione presentano dei “vincoli” infatti solo per coloro che hanno già in animo di violarli, variarli o abbandonarli. Un disciplinare è un sistema di regole che i produttori si sono autoattribuiti ed è figlio della cultura, del lavoro e dell’esperienza contadina. Chi lo considera un impiccio non è obbligato ad osservarlo, basta declassare i propri vini come nel caso di Anglelo Gaja. O dare vita a una doc apposita, come la Sant’Antimo. Ma queste cose sono state ripetute mille e mille volte, e Rivella le sa benissimo; solo che opportunismo e interesse economico sconsigliano di abbandonare le denominazioni maggiormente prestigiose, che i personaggi come questo campione dell’enoliberismo considerano alla stregua di un brand, di un marchio commerciale. Rivella parla infine della necessità ineludibile di “aggiustamenti”, riferendosi evidentemente a pratiche di vigna o di cantina messe in atto allo scopo di allinearsi, omologando i vini alle disposizioni del marketing e dei gruppi di potere (non del libero mercato, che sarebbe ben altra cosa), quelle sì vincolanti e cadute dall’alto. Tutto questo nostro modo di vedere fa a pugni con una visione del vino come bene culturale. Il signor Rivella è ovviamente libero di esprimere le proprie opinioni e di tentare di far prevalere le proprie idee, però sarebbe forse cosa utile e corretta se invece di continuare a rilasciare dichiarazioni dall’alto della sua posizione (quella di chi ritiene di poter dare del tu al Brunello) si degnasse di prendere parte a un confronto serio e pubblico con coloro che la vedono in maniera diversa dalla sua.

  18. @ Paolo Cianferoni
    ….Il conte Gelasio Gaetano Lovatelli, come altri, stanno solo difendendo un certo mondo del vino artefatto e ormai quasi del tutto fuori dal mondo reale…. Ma lui lo fa perché ormai é del tutto fuori dal mondo reale!

  19. @ag – ovviamente era una provocazione, ma non potendo per educazione scrivere quello che d’istinto mi è venuto in mente riguardo la possibilità di cambiare il disciplinare, ho sublimato l’indignazione con una provocazione. Non se ne può più di questi “personaggi”, e la smetto qui.

  20. Marco Arturi e Sandro Sangiorgi, vi avviso che riproporro’ il vostro appello da firmare per tutta l’estate, fino a settembre, su Enotime. Vi mando percio’ un abbraccio fraterno. Bravi. Siamo gia’ qualche centinaio, vero? Spero a fine estate di poter contare qualche migliaio di adesioni al vostro appello. Bisogna portare pazienza. Certe battaglie, come certe bottiglie, si vincono alla lunga…

  21. Un applausone a Patrizia, e a Cristiano, ad Arturi…insomma a tutti voi che intervenite con affetto, competenza e buonsenso. E naturalmente un rinnovo di complimenti al benemerito Ziliani e al suo lavoro.
    E un consiglio per gli acquisti.
    Mi raccomando: NON COMPRATE IL LIBRO DI RIVELLA. E’ una collezione di banalità e di autoelogiazioni. L’uomo è anche simpatico, come tutti gli animali feroci che invecchiando chiedono complicità.
    Ma voi, quando lo incontrate (può capitare), guardatelo dritto negli occhi, e lì in fondo, tra le pagliuzze variopinte della sua iride irridente, vedrete far capolino la stessa sigla che appare negli occhi di Paperone.
    Intorno a lui non profumo di vino, ma odore di soldi.

  22. fantastico il tuo ritratto del cavaliere del lavoro Giorgia, ma con una sola correzione: non é simpatico, quantomeno a me non lo é mai stato. Quanto al suo libro, ritengo doveroso e istruttivo (per me lo é stato) leggerlo, quanto al comprarlo…

  23. Buon pomeriggio.
    Cara Giorgia, non c’è nessun male a trarre profitto dalle proprie idee, dalla propria fatica e dalle proprie competenze. Senza fare crociate, su quella collina dovreste fare tutti un monumento al Castello: senza di loro non ci sarebbe mai stato il Brunello e il sistema economico-turistico che ha generato. Esattamente come il Dottore. Diamo colpe, ma diamo anche meriti.

  24. e no Andrea, queste cose lasciamole dire agli addetti alle pubbliche relazioni e a certi siti che anche oggi scrivono, a proposito dell’azienda che lei cita, l’azienda dove il cavaliere del lavoro per anni ha esplicitato il suo discutibile “magistero”, “la cantina che ha rilanciato Montalcino ed il suo territorio in Italia e nel mondo”!
    Il Brunello esisteva prima di quella cantina e continuerebbe ad esistere se anche quella mega cantina, per un incantesimo, sparisse.
    Sicuramente quell’azienda ha movimentato nel mondo una massa critica importante di bottiglie che riportavano la scritta Brunello di Montalcino in etichetta e ha contribuito a diffondere il messaggio del Brunello soprattutto all’estero. Ma quanto a farle monumenti, soprattutto ora, con le inchieste in corso, me ne guarderei bene… Diciamo che sono stati degli abili agenti di marketing a favore del Brunello, ma il Brunello, signori miei, era ed é e spero sarà ben altra cosa. Questo anche se qualche noto collega e curatore di guide che anni fa titolava un suo articolo “Viva Banfi!” non sarà d’accordo. Ma me ne farò tranquillamente una ragione…

  25. caro ag, non sparo affatto addosso al simpatico vecchietto, dico solo che il suo libro (scritto da un ‘negro’) è una collezione di banalità ed è un’unica autoelogiazione.
    anche lui ha qualche difetto, come tutti i mortali; e intorno a lui, confermo, aleggia un netto odore di soldi, misto a una puzzetta di diserbanti e prodotti sistemici.
    e mi guardo bene dal negare il ruolo – certo molto rilevante – dell’azienda che ha fondato a montalcino.

  26. Poco ma sicuro che il Brunello sia altra cosa rispetto a quello prodotto in quell’azienda e che esistesse prima dell’arrivo dei Mariani e dei loro manager (1977). Quello che ho detto è che non si possono nascondere i meriti storici nella distribuzione mondiale del prodotto-Brunello (o di una interpretazione in salsa rivelliana) che hanno aperto la strada a tutti gli altri e alla ricchezza di un territorio. Poi, quando da ambiziosi, come ho detto, si diventa avidi, le cose cambiano.

  27. @ Ag – “senza di loro non ci sarebbe mai stato il Brunello”, ha scritto lei: mai sentito nominare un certo Franco Biondi Santi? L’azienda che lei chiama affettuosamente “il castello” ha invece giocato, a partire dagli anni settanta, un ruolo di primo piano nel processo di trasformazione del Brunello da grande vino di territorio a fenomeno da esportazione e da ostentazione. Sicuramente si tratta di una delle aziende che hanno fatto da traino commerciale, ma la corsa non era gratis: adesso che coloro che hanno il potere di trasformare un vino in status symbol hanno presentato il conto – espresso in centesimi, va da sé – e il Brunello è stato completamente sputtanato in tutto il mondo(mi si perdoni il francesismo, ma a volte le cose vanno dette fuor di metafora e rifuggendo gli eufemismi…) siamo proprio contenti?

  28. Ah se il Brunello potesse parlare! Infatti lui, poverino, è la sola vera vittima. Un tempo era un vino. Un ottimo vino. Ora è stato adulterato, truccato come una vecchia attrice da avanspettacolo, e tutto ciò solo e unicamente per soldi. Che nostalgia! Che talento sprecato! Che squallore tutte queste polemiche! Che figure da cioccolatai che continuiamo a fare all’estero, ma soprattutto, che tristezza!
    Il denaro è davvero o sterco del diavolo. e non è buono nemmeno per concimare le vigne…

  29. Come anticipa l’intervento di Arturi, la causa di tutti i mali del vino italiano non è che esista un “comitato di affari” trasversale che cerca in tutti i modi (più o meno leciti ovvero più o meno trasparenti) di pilotare il sistema vitivinicolo nazionale (disciplinari, OGM, mercato, trucioli, baginbox, tappo a vite, ecc.); quelli fanno gli affari loro. Il problema macroscopico è che non esiste contraddittorio; nessuna organizzazione più “rappresentativa” di un manipolo di giornalisti intelligenti e di produttori lucidi (ho messo le virgolette perché non è più chiaro cosa rappresentino se non se stessi) si mette a disposizione per difendere i valori agricolo-artigianali del nostro territorio favorendo nei fatti questo liberismo selvaggio che spinge verso una totale delegittimazione dell’enologia di qualità, unica garanzia di ricchezza economica e culturale per la filiera italiana. Sono riusciti a eliminare il dibattito istituzionale. ma Riccardo Margheriti, Mario Fregoni, Attilio Scienza e potrei nominarne tanti altri, che per anni si sono battuti sul fronte della qualità del vino italiano, non provano nemmeno un pò di vergogna?

  30. Senza “il Castello” non ci sarebbe mai stato “il Brunello e il sistema economico-turistico che ha generato”? Ma stiamo scherzando? Personalmente ricordo di aver cominciato a bere brunelli verso la fine degli anni settanta, e li ricordo molto buoni e molto diversi da come mi sembrano ora. Del “Castello” e’ sempre girata una voce, in quel di Siena, e per nulla lusinghiera. Quel che e’ seguito mi pare solo di conseguenza.

    Quanto al “sistema economico-turistico” che il Brunello avrebbe generato, sarebbe innanzitutto forse piu’ opportuno dire che tale sistema e’ stato generato dalla follia che a partire dagli anni novanta ha cominciato a circondare il mondo del vino, e che ha raggiunto il suo apice fra 1997 e 2001; in secondo luogo e’ sicuramente opportuno precisare che tale “sistema economico-turistico”, sebbene abbia rappresentato la fortuna di alcuni, sia pero’ alla base dell’attuale sputtanamento di un intero territorio (Siena e le cosiddette Terre di Siena) come e’ possibile verificare oggi. Sputtanamento relativo, si intende, e a tale valutazione puo’ concorrere chi raffronta la situazione attuale con quella passata di un venti venticinque anni fa in quello stesso territorio, e non chi lo raffronta ad altri territori indubbiamente molto piu’ sputtanati (ma chissenefrega, concedetemi).

  31. Signori, signori,
    allora iniziamo. Ma prima una premessa: non credo che in qualsiasi mio scritto pubblicato qui o pensiero espresso a voce, io abbia mai menifestato apprezzamento per il vino del Castello o per certi vini “moderni”. (vorrei far notare che neanche li chiamo con il nome della denominazione.)
    Signor Cintolesi,
    Anche io ho inziato a bere Brunelli prodotti dal padre di un amico con il fattore (come si chiamava allora) amico di mio nonno a metà anni 80. Credo che producessero ca 5000 bottiglie e Siena fosse la distribuzione più lontana, a parte i due storici Biondi Santi e Cinelli Colombini. Oggi, che mi risulti, i produttori sono 230 e producono (stime previste per il 2004) 11 mln di bottiglie. Le beviamo ancora tutte a Siena? Ah per la cronaca, il padre del mio amico la azienda la vendette nei primi anni ’80 perchè perdeva.
    La MIA adorata Siena è sputtanata per colpa di amministratori incapaci e soprattutto INCOLTI. Riflettono appieno chi li vota. Evidentemente sono quello che ci meritiamo. (che valga anche per qualche altra organizzazione?)
    Signora Laura, sono assolutammente d’accordo con lei.
    Signor Arturi,” ma la corsa non era gratis: adesso che coloro che hanno il potere di trasformare un vino in status symbol hanno presentato il conto”: è l’ avidità di un sistema (ricordo che le aziende inquisite sono 93 su 230 e perchè le indagini sono state stoppate dall’alto, perchè altrimenti, ripeto, per me le innocenti non sarebbero più di 20 ) fatto di persone da poco (Pirandello) ad aver presentato il conto. E’ vero che, anche qui, la stada la hanno aperta gli stessi.
    A dopo.

  32. Caro Marco Arturi, posso dire che ADORO quello che ha scritto qui sopra?!
    Con poche lucide e semplici frasi ha sintetizzato la diversità tra l’agricoltura italiana, lo stile di vita, il cibo e le belle e buone cose che il Bel Paese saprebbe produrre, e quelli che gli speculano addosso…
    Mentre scrivo questo commento, so che sono successe cose a Montalcino e quindi aggiungo: occhio signori produttori, non abbassate la guardia, perché ora – più che mai – cercheranno di fare la festa al disciplinare.
    Perché non solo permangono, ma si fanno sempre più stringenti le ragioni che hanno generato questo casino epocale.
    Ora più che mai – da un lato la politica, dall’altro chi ha a bilancio un tot di ettolitri di Brunello da mandare avanti – vi saranno pressioni per un cambio di disciplinare.
    Ciò che è stato sprangato fuori dalla porta può rientrare, con aria innocente e ali lievi, dalla finestra. Potreste ritrovarvi davanti a qualcuno che DARA’ PER SCONTATO che il disciplinare deve comunque essere cambiato. Un golpe?! No un blitz con buone probabilità di successo.
    In guardia, o vi troverete con il Chianticello. E con la svalutazione automatica del vostro lavoro.

  33. Ciò che ha scritto Giorgia è, come sempre, condivisibile e lo sottoscrivo senza esitazioni. Ad Ag mi limito invece a dire che l’avidità della quale parla – che esiste, eccome -è stata alimentata e diffusa dal sistema che io e quelli che hanno sottoscritto il nostro appello contestiamo e siamo determinati a contrastare. Un sistema, caro Ag, costretto a esprimersi in centesimi per mascherare un gigantesco vuoto culturale. Sono sicuro che anche lei sia convinto che se Wine Speculator, le guide e altri avessero premiato i vini in base a parametri quali la territorialità, la complessità e la purezza nessuno a Montalcino si sarebbe sognato di definire “vincoli” le regole del disciplinare. Io dico che avrebbe utilizzato un altro aggettivo, per definire quelle regole: le avrebbe chiamate “risorse”.

  34. Gentile signor Arturi,
    io, sicuramente, le chiamo risorse. Anzi, preferisco oppurtunità. Giustamente poi, nel mio modo di pensare, ognuno svilupperà queste opportunità (= farà mercato) secondo le proprie capacità, cultura e coscienza (capacità+cultura+coscienza = intelligenza).
    Con queste differenze culturali, è altrettanto sicuro, però, che per WS e altri ((me lo premetternno mr. Suckling e gli altri) quelle stesse opportunità siano viste in maniera molto diversa.
    A dopo.

  35. Condivido quello che scrive Giorgia, e lo riporto in un’altra realtà “che ha letto più libri”: Montepulciano.
    La situazione, se da un lato ha visto un Consorzio reattivo e comunic-attivo, dall’altro vedrà un tentativo di modifica ulteriore del disciplinare di produzione, mascherato da “ridefinizione” e “puntualizzaizone” del tutto. A Montepulciano a differenza di Montalcino, purtroppo, mancherà un filone di produttori che vorranno attenersi alla tradizione.
    Giorgia ha ragione quando parla di Chiantinello, ma vorrei aggiungere che avrà le stesse caratteristiche del Nobilanti ( o del Chiantobile, come preferite ), con buona pace di chi nei vini cerca un territorio, possibilmente circoscritto e peculiare.
    A quel punto, tolte le caratteristiche salienti di questi vini, quando i consumatori si renderanno conto che non c’è più differenza l’unico valore tangibile sarà il prezzo e, credo, allora sarà veramente poco piacevole per tutti dover svendere quello che è stato costruito con tanti sforzi in tanto tempo.

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